Il podcast di Ubaldo e Steve Flink. Chi è più egoista: Nadal, Federer o il Roland Garros?

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Il podcast di Ubaldo e Steve Flink. Chi è più egoista: Nadal, Federer o il Roland Garros?

Lo Slam parigino spostato di quattro mesi, e Wimbledon che fa? Il ranking congelato e le settimane da n.1 di Djokovic: vanno conteggiate o no? Il Masters 1000 di Bercy a rischio?

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Roger Federer e Rafael Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta e l’Hall of Famer Steve Flink discutono della situazione del tennis durante l’emergenza coronavirus nel podcast che potete ascoltare qui sotto. Partendo dalla decisione del Roland Garros di spostare il torneo di quattro mesi, dal 20 settembre al 4 ottobre, appena una settimana dopo la conclusione dello US Open.

NADAL E FEDERER EGOISTI?“I francesi hanno voluto sorprendere tutti ma non capisco come faranno ad avere il supporto dei top player, dice Flink. “Secondo qualcuno Nadal è stato un po’ egoista ad appoggiare la scelta di Giudicelli e Forget, ma allo stesso tempo qualcuno potrebbe obiettare dicendo che Federer ha creato una competizione che si sovrappone ai tornei ATP e toglie giocatori a quei tornei. Ognuno fa i propri interessi”, conclude Ubaldo.

LA SCELTA DI PARIGI “Il Roland Garros avrebbe dovuto parlare con l’ATP e dire: ‘Possiamo giocare solo in queste date, abbiamo bisogno della vostra approvazione. È importante per lo sport’. Presenta il tuo caso e cerca di ottenere il supporto dei giocatori”. “Ma correvano il rischio che l’ATP favorisse in quelle stesse date il recupero dei Masters 1000 di Indian Wells o Miami e si sono mossi in anticipo”, replica Ubaldo. La presenza di un commissioner del tennis potrebbe essere una soluzione?

 

WIMBLEDON SI GIOCHERÀ? – Sia Ubaldo che Flink ne dubitano. L’idea del direttore: Se non si dovessero disputare le Olimpiadi, Wimbledon potrebbe spostarsi in quella data.

LA SITUAZIONE DI BERCY – Il pensiero di Flink: “L’ATP potrebbe dire ai francesi: ‘Se il torneo finisce il 4 ottobre, non potete avere un altro torneo a novembre nella stessa città. Quindi lo facciamo da un’altra parte’. Secondo me questa non è una posizione del tutto irragionevole”.

IL RANKING CONGELATO E IL NUMERO 1 DI DJOKOVIC“È vero che oggi Novak è il numero 1 del mondo ma io queste settimane non le conterei. Tu?”, chiede Ubaldo a Flink. “È una decisione molto difficile da prendere. Forse è un po’ ingiusto nei confronti di Djokovic. A Novak mancano sei settimane per superare Sampras. Ora è a 281 settimane, Federer è a 310. Djokovic è stato un po’ sfortunato, quest’ano avrebbe quasi sicuramente fatto meglio che un anno fa a marzo e avrebbe ampliato il gap”. Vi avevamo spiegato la situazione del ranking congelato – con qualche ipotesi – in questo articolo.

Ai lettori chiediamo un parere: soprattutto in questo periodo di pausa agonistica obbligata, vi piacciono questi “video-dibattiti”? Vorreste vederne altri?

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Racconti

Uno contro tutti: Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras

Oggi introduciamo ben tre nuovi numeri uno, che insieme ad Agassi si insediano nella terza e ultima fase del regno di Pete Sampras, che si conclude nel novembre del 2000

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Yevgeny Kafelnikov

Il 24 agosto 1998, alla vigilia degli US Open, Pete Sampras torna in vetta al ranking per la sesta volta. La sua estate di preparazione al major di casa non è stata memorabile: tre tornei e nessun titolo con lo scivolone finale a New Haven dove, forse poco motivato, si è arreso al terzo turno all’indiano Leander Paes, uno che farà fortuna nei doppi, specialità nella quale collezionerà ben 18 slam in carriera. Tuttavia, a New York il favorito è Pete che infatti arriva in semifinale lasciando per strada un solo set. Qui però deve vedersela con un australiano che ha l’attacco nel sangue e che l’ha sconfitto di recente nella finale di Cincinnati recuperandogli un set: Patrick Rafter. Degno erede della scuola dei canguri, Rafter a Flushing Meadows è il campione in carica avendo vinto il titolo non senza sorpresa nel 1997 battendo in finale l’anglo-canadese Greg Rusedski. Sampras e Rafter non si amano molto e sono alla sfida diretta numero 11. Delle dieci precedenti, l’australiano ha vinto la prima (tre tie-break nei quarti a Indianapolis nel 1993) e appunto l’ultima, a Cincinnati; in mezzo otto successi del numero 1, di cui un paio sofferti. 

Sulla lunga distanza parrebbe che Pete dovesse essere favorito e invece, pur in vantaggio due set a uno, alla fine è Rafter a prevalere 6-7 6-4 2-6 6-4 6-3 e continuare il suo cammino verso il secondo titolo degli US Open consecutivo (in finale regolerà il connazionale Mark Philippoussis). Ben saldo in testa alla classifica ATP, Sampras chiuderà la stagione al n°1 per la sesta volta consecutiva (un record tuttora ineguagliato) ma fino al termine della stagione dovrà accontentarsi di un solo titolo (Vienna) e rimedierà ben cinque sconfitte. Di queste, la più cocente e imprevedibile sarà proprio l’ultima, patita per mano dello spagnolo Alex Corretja nella semifinale dell’ATP World Tour Championship ad Hannover. Considerato a giusta ragione un terraiolo (anche in virtù della vittoria a Roma nel 1997 e della finale persa con Moya al Roland Garros nel giugno scorso), Corretja ha saputo adattare il suo tennis al duro tanto che, nella stagione in corso, ha vinto più tornei sul veloce (Dubai, Indianapolis e Lione) che sulla terra (Gstaad). Nessuno però lo ritiene in grado di fare il colpaccio nel torneo dei Maestri; invece, recuperando da 0-2, Alex mette a segno la vittoria più prestigiosa vendicandosi di Moya e succedendo nell’albo d’oro proprio a Sampras.

Bisognoso di riposo dopo l’intensa attività di fine 1998, il n°1 salta gli Australian Open e inizia la stagione direttamente a San Josè, dove supera tre turni prima di dare forfait in semifinale. A Scottsdale, Sampras perde al secondo turno contro il connazionale Gambill mentre al debutto nel Super 9 di Indian Wells sono due spagnoli a rendergli amara la trasferta californiana: Felix Mantilla, che lo batte al debutto, e Carlos Moya, che conquista la finale e con essa la prima posizione mondiale. Il regno dell’iberico durerà appena due settimane e si chiuderà in Florida il 28 marzo. A Key Biscayne Carlos cede al terzo turno a Grosjean mentre a Sampras basta spingersi fino ai quarti (dove a batterlo, tanto per cambiare, è Richard Krajicek) per ridiventare re del mondo. I carnefici dei due che lottano per la vetta del ranking si giocheranno il titolo in finale e a prevalere sarà l’olandese.

 
Carlos Moya – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

Questo però è un Sampras a scartamento ridotto, desideroso solo di approdare la sua isola sicura, fatta di erba sotto i piedi. Nelle cinque settimane in cui siede di nuovo sul trono, Pete non gioca nemmeno un incontro e così il russo Yevgeny Kafelnikov – che nello stesso periodo colleziona ben quattro sconfitte consecutive a Estoril (Pavel), Barcellona (Squillari), Monte Carlo (Ljubicic) e Praga (Fromberg) – diventa numero uno del mondo. Ancora una volta il meccanismo di attribuzione dei punti mostra il suo lato debole e non mancano le giuste perplessità sull’investitura del “Principe di Sochi”, uomo da due Slam in bacheca (Roland Garros 1996 e Australian Open nella stagione in corso) che inquina le sue sei settimane da re con numeri assai poco lusinghieri: il terzo turno a Roma, battuto da Kuerten, e la semifinale a St.Polten (sconfitto da Zabaleta) sono l’antipasto della rovinosa caduta al secondo turno di Parigi, dove lo slovacco Dominik Hrbaty gli lascia appena nove giochi (6-4 6-1 6-4) e inaugura il suo positivo bilancio contro i numeri 1 in carriera, che si chiuderà con 4 vittorie e 3 sconfitte. Eliminato al primo turno anche al Queen’s (da Sargsian), il 16° numero 1 della storia chiude mestamente la sua esperienza e cede di nuovo lo scettro a Sampras.

Sui prati, Sampras ritrova vigore e motivazioni e la doppietta londinese Queen’s-Wimbledon ne legittima il ruolo di sovrano ma ancora una volta il computer ha un punto di vista diverso e il giorno dopo la finale dei Championships, nonostante Pete abbia battuto Agassi in tre set al termine di una prestazione maiuscola (lui stesso definirà quello come “il miglior match della mia carriera”), sarà proprio Andre a scalzarlo dal trono. Nei tre anni e mezzo trascorsi dall’ultima volta che si era seduto lì (era l’11 febbraio 1996), Agassi è stato sulle montagne russe: ha vinto l’oro olimpico ad Atlanta, è stato 141 al mondo alla fine del 1997, è ripartito dai challenger per ritrovare punti e fiducia, è rientrato in Top-10 nel 1998 e infine ha concluso il Career Grand Slam vincendo il Roland Garros nel 1999. Il cervellone elettronico però, non ancora pago, scombussola di nuovo le idee agli appassionati e il 26 luglio, ovvero il giorno in cui inizia il torneo di Los Angeles, retrocede Agassi al n°3 alle spalle di Sampras e del 17° numero 1 della storia, l’australiano Patrick Rafter. 

Patrick Rafter

Campione degli US Open nel biennio 97-98, Rafter si insedia a palazzo reale senza aver giocato e sarà l’unico leader ATP a non disputare nemmeno un incontro come tale; il suo regno durerà infatti una sola settimana, durante la quale Pat non scenderà in campo. Il 2 agosto è Sampras a prendere il suo posto, giusto in tempo per fare suo il torneo di Cincinnati e ritirarsi a Indianapolis contro Vincent Spadea, infortunio che lo terrà lontano dalle scene per diversi mesi e gli farà saltare gli US Open. In assenza del numero 1, a New York il favorito è Agassi che infatti vince il torneo battendo in finale Todd Martin e inaugura la sua quarta vita da re, la più duratura. Dal 13 settembre 1999 al 10 settembre 2000, Andre terrà il bastone del comando per un anno esatto. Il suo finale di stagione è contrassegnato da un solo titolo (Bercy, dove diventa il primo e unico tennista campione dei due eventi parigini nello stesso anno) e ben quattro sconfitte, l’ultima delle quali nella finale dell’ATP World Tour Championship contro Sampras.

La sensazione è che Pete, nonostante tutto, sia ancora il migliore di tutti ma a salvare Agassi, stranamente, è quella continuità che in carriera non ha mai avuto. Così, chiuso il 1999 in testa al ranking, Agassi inaugura il nuovo millennio conquistando gli Australian Open a spese dei due che lo seguono nel ranking (Sampras, n°3, in semifinale e Kafelnikov, n°2, in finale) e niente fa presagire ciò che avverrà nel resto dell’anno, ovvero che quello rimarrà il suo unico titolo del 2000. Fino al Roland Garros, Andre eccelle solo in Davis (quattro vittorie su quattro) mentre nei tornei ATP rimedia diverse battute d’arresto fino al Roland Garros, dove è chiamato a difendere il titolo. Qui, dopo l’agile debutto contro Dupuis, incappa al secondo turno in Karol “Gattino” Kucera, slovacco allievo di “Gattone” Mecir, del quale replica per sommi capi il gioco. Agassi è avanti di un set e serve per il secondo sul 5-4 ma dal 15 pari in poi entra in un tunnel che lo conduce ben presto negli spogliatoi; con un parziale incredibile di 15 giochi a 1 Kucera accede al turno successivo (2-6 7-5 6-1 6-0) non senza meraviglia: “Aveva il match in mano e d’un tratto ci siamo trovati un set pari; quella è stata un’iniezione di fiducia per me” dirà lo slovacco in conferenza stampa dopo la sua terza vittoria in carriera contro il n°1 del mondo. E non sarà l’ultima.

Dopo l’ostilità della terra, pure l’erba si dimostra nemica di Andre Agassi. Al Queen’s è costretto a ritirarsi al secondo turno contro Gianluca Pozzi mentre a Wimbledon, dopo essersi salvato di un soffio con Todd Martin (10-8 al quinto), arriva in semifinale e gioca una bella partita contro Patrick Rafter, che però l’australiano fa sua 6-4 al quinto qualificandosi per la finale in cui soccomberà a Pete Sampras. Nei due Super 9 americani la presenza di Agassi è quasi impalpabile (fuori al primo turno in Canada per mano di Jerome Golmard e costretto al ritiro nel secondo match a Cincinnati contro Fernando Vicente; Washington potrebbe essere la città del riscatto ma in finale Andre si fa sorprendere da Corretja e così allo US Open arriva la cambiale più grossa, quella che gli costa la poltrona. Un debutto agevole con Kevin Kim non fa testo perché al secondo turno il francese Arnaud Clement lo domina 6-3 6-2 6-4 e di fatto riconsegna la corona a Pete Sampras, che perderà in finale contro il russo Marat Safin.

Malmesso fisicamente, Pete si prende qualche settimana di riposo e sceglie di rientrare direttamente alla Masters Cup di Lisbona ma a quel tempo non sarà più lui il padrone delle ferriere. Il suo lungo regno, iniziato il 12 aprile 1993, si conclude il 19 novembre del 2000 ma del suo successore parleremo nella prossima puntata.

Questa la chiudiamo con le cifre di Sampras, che sono rilevanti: 286 settimane da n°1 (16 più di Lendl, record) con un bilancio di 335 incontri vinti e 64 persi (82,9%) in 100 tornei, di cui 36 vinti. Soprattutto, primato a cui Pete tiene particolarmente, sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking. E poco importa se in tutto questo tempo altri sei colleghi hanno indossato la corona.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SEDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1998SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK76 46 62 46 36US OPENH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE64 67 36BASILEAS
1998SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD76 46 67STOCCARDA INDOORH
1998SAMPRAS, PETERUSEDSKI, GREG46 67 36PARIGI BERCYS
1998SAMPRAS, PETESTOLTENBERG, JASON67 64 46STOCCOLMAH
1998SAMPRAS, PETECORRETJA, ALEX64 36 67MASTERS H
1999SAMPRAS, PETEGAMBILL, JAN-MICHAEL64 36 46SCOTTSDALEH
1999SAMPRAS, PETEMANTILLA, FELIX67 63 36INDIAN WELLSH
1999MOYA, CARLOSGROSJEAN, SEBASTIEN63 46 67MIAMIH
1999KAFELNIKOV, YEVGENYKUERTEN, GUSTAVO57 16ROMAC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYZABALETA, MARIANO57 36ST.POLTENC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYHRBATY, DOMINIK46 16 46ROLAND GARROSC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYSARGSIAN, SARGIS63 36 36QUEEN’SG
1999SAMPRAS, PETESPADEA, VINCENT46 63 RIT.INDIANAPOLISH
1999AGASSI, ANDREHAAS, TOMMY06 76 46GRAND SLAM CUPH
1999AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL46 57BASILEAS
1999AGASSI, ANDREENQVIST, THOMAS36 64 06STOCCARDA INDOORH
1999AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE16 57 46MASTERS H
2000AGASSI, ANDRECLAVET, FRANCISCO16 26SCOTTSDALEH
2000AGASSI, ANDREARAZI, HICHAM36 63 36INDIAN WELLSH
2000AGASSI, ANDREKUERTEN, GUSTAVO16 46MIAMIH
2000AGASSI, ANDREVANEK, JIRI46 RIT.ATLANTA C
2000AGASSI, ANDREHRBATY, DOMINIK46 46ROMAC
2000AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL62 57 16 06ROLAND GARROSC
2000AGASSI, ANDREPOZZI, GIANLUCA64 23 RIT.QUEEN’SG
2000AGASSI, ANDRERAFTER, PATRICK57 64 57 64 36WIMBLEDONG
2000AGASSI, ANDREGOLMARD, JEROME67 67CANADA OPENH
2000AGASSI, ANDREVICENTE, FERNANDO63 36 01 RIT.CINCINNATIH
2000AGASSI, ANDRECORRETJA, ALEX26 36WASHINGTONH
2000AGASSI, ANDRECLEMENT, ARNAUD36 26 46US OPENH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
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Uno contro tutti: Lendl
Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
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Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier
Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona

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Opinioni

La tennista positiva a Palermo non è uno shock, è solo la nuova normalità

Il tennis in regime di COVID-19 sarà così: servono rigidi protocolli per isolare chi è positivo al coronavirus, ma è corretto provare a giocare. Perché non sappiamo quanto durerà questa situazione

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Si parla di ‘partenza shock’ per il Ladies Open 2020 (titolano così La Gazzetta dello Sport e anche Palermo Today), Tuttosport è un po’ più morigerato e scrive ‘a Palermo è subito Covid‘, che può assomigliare alla tag-line o addirittura al titolo di una commedia. La giornata di sabato, che doveva essere dedicata ai primi match di qualificazione e al sorteggio del tabellone principale, è stata archiviata in realtà come la giornata della prima positività di una giocatrice nel contesto di un torneo ufficiale.

Sull’identità di questa giocatrice l’organizzazione del torneo di Palermo non ha fatto luce né sui canali social né a mezzo comunicato stampa, ma avendo informato del suo trasferimento in una struttura adibita alla raccolta di pazienti asintomatici – e implicitamente confermato la sua esclusione dal torneo – non è stato troppo difficile capire che si trattava della bulgara Viktoriya Tomova, l’unica giocatrice il cui nome sia scomparso dai tabelloni nella giornata di sabato.

Tralasciando il difetto di comunicazione (a che pro nascondere un nome che sarebbe venuto fuori meno di un’ora dopo, e continuare a non comunicarlo anche dopo?), non siamo – forse meglio dire ‘sono’: non amo utilizzare la prima persona, ma in questo caso sarebbe preferibile poiché ognuno in redazione ha la sua opinione – d’accordo con chi si riferisce al Ladies Open come ci si riferirebbe a un paziente malaticcio, appena entrato in ospedale. Quello che ci si attendeva da un torneo di tennis organizzato in regime di pandemia è esattamente questo, è la nuova normalità, ovvero che venissero stabiliti e poi rispettati determinati protocolli sanitari per identificare e isolare eventuali giocatori o membri dello staff positivi.

 

Tra main draw e qualificazioni, ci sono circa sessanta giocatrici che rappresentano ventidue nazioni diverse. Non è dato sapere quante di loro siano arrivate a Palermo senza aver mai effettuato un tampone o un test sierologico, ma è facile immaginare che ce ne sia più di qualcuna. Si aggiunga che si tratta del primo torneo ufficiale dopo i cinque mesi di stop, e quindi da un punto di vista strettamente lavorativo le tenniste non si erano mai trovate di fronte all’obbligo di testarsi prima di atterrare a Palermo. Onestamente, era piuttosto semplice immaginare che sarebbe emersa una positività.

Se siamo d’accordo sul fatto che questo scenario non è uno ‘shock’, e non dovrebbe sorprendere proprio nessuno, allora possiamo interrogarci sull’opportunità di giocare in queste condizioni. Siamo ancora nel campo delle opinioni ed esprimerò la mia: sì, è giusto provarci. In linea di principio non sono d’accordo con Kyrgios, sebbene in questo momento non abbia senso esprimere pareri assolutistici perché la situazione di ogni Paese è differente, perché siamo andati ben oltre la fase di contenimento del coronavirus. Dove la situazione sanitaria e i regolamenti nazionali lo consentono è giusto provare a giocare perché ci troviamo nel pieno della convivenza con il virus e non sappiamo per quanto tempo ancora ci toccherà rispettare queste precauzioni.

Se fossero solo pochi mesi forse varrebbe la pena attendere, ma la scienza non è in grado di darci questa certezza. Così come si sta provando a ripartire in ogni settore, adeguandosi alla nuova normalità o addirittura reinventandosi, così deve fare il tennis. Mettere al primo posto la sicurezza di atleti e addetti ai lavori, giocare a porte chiuse se non è sicuro ospitare i tifosi, ma con il dovere di provarci. Che non sia obbligo, perché la struttura organizzativa del tennis addossa l’intero rischio d’impresa sulle spalle degli organizzatori dei tornei, i quali sono costretti a decidere se giocare o meno sulla base del crudele parere di una calcolatrice. Senza tifosi e senza merchandising conviene imbarcarsi in questa avventura?

Quasi tutti i tornei di rango inferiore ai Masters 1000 ci hanno rinunciato, con poche eccezioni: l’ATP 250 di Kitzbuhel – sospinto dal direttore Alex Antonitsch – unico nel calendario maschile, Praga, Lexington (che fu Washington) e appunto Palermo in quello femminile. Da questo punto di vista Oliviero Palma, direttore del torneo siciliano, merita un plauso. Sicuro di organizzare un evento in perdita, a cui è stato concesso di incassare appena 40.000 euro dalla vendita dei biglietti in tutta la settimana, e forse sfavorito dal successivo inserimento in calendario di Praga, è andato avanti con i mezzi di cui dispone.

Non sono mancate e non stanno mancando le critiche. L’allenatore di Elena Rybakina, Stefano Vukov, che già un mese fa aveva duramente accusato la WTA di non avere a cuore la salute delle giocatrici acconsentendo alla ripresa del tennis negli Stati Uniti, se l’è presa anche con il torneo di Palermo che sta svolgendo i tamponi in strada e dunque in ambiente non abbastanza protetto. Ha inoltre rilevato che nell’albergo in cui soggiornano le giocatrici, lo stesso in cui hanno trascorso in isolamento le 24 ore tra lo svolgimento del test e la comunicazione dell’esito, ci sono anche altri ospiti. Come ha fatto notare il giornalista britannico Mike Dickson, che nonostante la sostanziale chiusura del torneo ai media è a Palermo per seguire il torneo (nessuna irregolarità, il torneo non ha accreditato giornalisti ma ha predisposto degli spazi separati perché alcuni ‘ospiti’ possano sedere sugli spalti), semplicemente i mezzi del WTA International di Palermo non consentono di prenotare un intero hotel in alta stagione, specie con la certezza di un bilancio in rosso (la perdita massima sostenibile è stata stimata in 80.0000 euro) e quindi nessun margine operativo.

Oliviero Palma ci ha anche raccontato di aver rifiutato dei contributi pubblici per l’organizzazione del torneo, un gesto apprezzabile e neanche così scontato, e ha specificato che la WTA è venuta in soccorso del torneo solo accordando uno sconto sul montepremi; doveva essere del 18%, ma rispetto ai 250.000 euro dello scorso anno il montepremi è in realtà sceso del 35% (quest’anno le giocatrici si divideranno 163.000 euro). Intanto, pochi che siano, il torneo di Palermo consentirà alle semifinaliste di portare a casa poco più di 6.000 euro, alla finalista di vincerne circa 11.000 e alla vincitrice di lasciare la Sicilia con un assegno da 20.161 euro e 280 punti. Anche solo per aver fatto ripartire una macchina ferma da cinque mesi – e impantanata nel fango, mica ferma nel parcheggio di un centro commerciale – Palermo merita la nostra considerazione.

Giulia Gatto-Monticone ha servito la prima palla del torneo di qualificazione, anche se il punto (e poi la partita) l’ha vinto Martina Trevisan. Lunedì si giocherà il primo quindici del tabellone principale. Il torneo lo vincerà forse la prima favorita Petra Martic, una di quelle a cui con le dovute proporzioni potrebbe applicarsi la massima di Rosewall su Pietrangeli (se finissimo tutti per mesi su un’isola deserta e poi ci dessero delle racchette per giocare, quel torneo lo vincerebbe Pietrangeli) vista la qualità del braccio in questione. In realtà, in regime di CovidTennis, le giocatrici hanno avuto tutto il tempo di allenarsi e probabilmente la contesa si deciderà su altri fattori: chi sopporterà meglio il caldo, chi si adeguerà meglio all’assenza di un vero contorno al torneo. Intanto, è già bello parlarne.

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Focus

Binaghi senza ostacoli verso il sesto mandato. Sport e Salute banchetta sui resti del CONI

Si prospetta la quarta elezione di fila senza avversari per Angelo Binaghi, che rimarrà al vertice della FIT fino a Parigi 2024. Ma dove si terrà l’assemblea, in regime di COVID-19? Un recap di come Sport e Salute ha ‘svuotato’ le competenze del CONI

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Angelo Binaghi e Giovanni Malagò

Con ogni probabilità il rinnovamento delle federazioni sportive, e della FIT tra le tante con un presidente in sella da diversi anni, dovrà attendere ancora un quadriennio. Le consultazioni in corso tra il ministro dello sport Vincenzo Spadafora e i partiti sembrano condurre verso il mantenimento della norma transitoria (prevista dalla legge Lotti del 2018) che consente ai presidenti in carica da tre (o più) mandati di ricandidarsi per un ultimo quadriennio. Seguiranno i pareri rispettivamente vincolante e non vincolante della conferenza Stato-Regioni e delle commissioni parlamentari, ma l’indirizzo sembra delineato.

Angelo Binaghi, in realtà, andrebbe per il sesto mandato (con il quale eguaglierebbe Paolo Galgani, in carica dal 1976 al 1997) poiché la sua prima elezione risale al dicembre del 2000. In quell’occasione si votò al Palaterme di Fiuggi e Binaghi prevalse su Rino Tommasi, che al momento di accettare la candidatura mise in chiaro di non avere alcuna intenzione di diventare davvero presidente, ma di voler soltanto apportare il suo contributo di idee (che ci sia riuscito, non certo per colpa sua, è tutto da dimostrare).

Secondo le intenzioni iniziali di Spadafora, questo sesto mandato non s’aveva proprio da fare. In realtà è verosimile che il ministro dello Sport non credesse – e forse non creda neanche ora – di riuscire davvero a far passare la sua linea oltranzista, ma che volesse avviare un dialogo tra le parti politiche e magari raggiungere un compromesso. La prima stesura del nuovo Testo unico per lo sport prevedeva infatti un rigido limite di tre mandati per le federazioni e due per il CONI, senza eccezioni, ma i pareri di Italia Viva e PD (dove militava l’ex ministro Lotti, poi coinvolto in un’inchiesta sulle nomine del CSM) ne hanno smussato gli spigoli con la discutibile motivazione che forzare il cambiamento in un momento di emergenza, e sulla strada di avvicinamento alle Olimpiadi, non fosse il modo migliore di agire.

 

Il partito LeU è dalla parte di Spadafora, ma non sarà sufficiente a far prevalere la sua posizione. Così come non dovrebbe essere sufficiente l’appoggio di cui Spadafora sembra godere da parte di Giovanni Malagò, presidente del CONI, che a prima vista è di difficile comprensione poiché il testo di Spadafora propone nei fatti un ulteriore depotenziamento del CONI, anche per via dell’istituzione del Dipartimento per lo Sport: si tratterebbe di una struttura governativa con funzioni di vigilanza diretta su CONI, Sport e Salute e sull’utilizzo dei contributi da parte delle federazioni. La decisione di equiparare il limite dei mandati (tre sia per le federazioni che per il CONI) sembra aver avvicinato Spadafora e Malagò, ma come abbiamo detto stiamo parlando di un testo che molto difficilmente diventerà legge così com’è stato formulato.

Il ministro Vincenzo Spadafora

In ogni caso, l’attuale governance del tennis italiano si è già cautelata fissando l’assemblea elettiva per il 12 settembre con l’obiettivo piuttosto esplicito di anticipare l’approvazione della riforma, che invece ha come deadline quella dell’8 novembre. Secondo l’ultimo documento pubblicato dalla FIT, sarebbero 2741 circoli con diritto di voto; di questi, i 131 club appartenenti alla fascia A potranno esprimere una tripla preferenza, i 383 di fascia B avranno due voti a disposizione e i restanti di fascia C soltanto uno. Posto che all’assemblea elettiva del 2016 erano presenti ‘solo’ 460 delegati, il 16% degli aventi diritto al voto che però tramite delega espressero il 57% dei voti potenziali, in regime di COVID-19 diventa un problema condurre un assemblea che preveda la partecipazione di centinaia di delegati (come sappiamo, il comitato tecnico scientifico ha già posto il veto all’organizzazione degli Internazionali d’Italia con il 50% del pubblico).

La Federnuoto, per fare un esempio, ha convocato l’assemblea del 5 settembre presso la tribuna autorità dello Stadio Olimpico di Roma per poter rispettare senza troppe difficoltà il distanziamento sociale; la FIT l’ha convocata genericamente presso il Parco del Foro Italico, lasciando come unico indizio la didascalia della foto del Pietrangeli (‘Gli ampi spazi del Foro Italico intorno allo Stadio Pietrangeli’) dalla quale si può supporre l’intenzione di organizzare l’assemblea all’aperto, magari proprio tra le statue del terzo campo del Foro.

Questioni di contorno, per certi versi, se consideriamo che con ogni probabilità questa sarà la quarta assemblea elettiva di fila con Binaghi candidato unico e che la sua unica preoccupazione sarà quella di radunare almeno un quarto degli aventi diritto al voto, il limite minimo fissato dallo statuto FIT perché un’assemblea elettiva sia valida. Un limite più facilmente raggiungibile grazie al meccanismo delle deleghe, che consente a ogni circolo con diritto di voto di rappresentarne altri cinque della stessa fascia: un circolo di fascia A può dunque farsi portatore di (altri) quindici voti, un circolo di fascia B ne può radunare dieci. Raggiungere il ‘quorum’, così, è assai più semplice.

Si aggiunga che è invece assai difficile, ove non impossibile se si considera quanto è radicata sul territorio l’influenza di Binaghi, raccogliere le firme necessarie ad avanzare una candidatura alla presidenza federale: serve l’appoggio di 300 circoli, 200 atleti e 20 tecnici in rappresentanza di almeno cinque regioni. Sostanzialmente è questo il motivo per il quale Binaghi è senza avversari da dodici anni.

Insomma, anche dovesse passare la ‘linea dura’ di Spadafora, che secondo il direttore Scanagatta ha troppi ‘nemici’ per riuscire a imporsi, se Binaghi si fa eleggere a settembre – dove il ‘se’ profuma di pleonasmo – la trappola è schivata.

CONI VS SPORT E SALUTE – L’altro punto cruciale della proposta di legge di Spadafora riguarda l’ultima puntata dell’ormai annosa battaglia tra CONI e Sport e Salute (ex CONI Servizi). Dal cambio di denominazione e di competenze del 2019, Sport e Salute – il cui attuale presidente è Vito Cozzoli – ha iniziato a gestire la maggior parte dei contributi statali al settore sportivo, provocando ovvi risentimenti in seno al CONI, nella persona del presidente Malagò, il cui raggio d’azione decisionale ed economico si è ridotto sensibilmente.

Si tratta di una questione politica assai sfaccettata. CONI Servizi era il braccio operativo del CONI, che dunque fino a due anni fa aveva una certa voce in capitolo nella distribuzione dei contributi alle varie federazioni – secondo criteri non del tutto trasparenti. Tutto è cominciato nel 2002, quando dopo anni di floridezza il CONI si è ritrovato immerso in un mare di debiti e il governo è stato costretto a intervenire istituendo la CONI Servizi Spa, società a cui sono stati trasferiti tutti gli onori (il patrimonio immobiliare, perlopiù) ma soprattutto gli oneri (gli oltre 2500 dipendenti e tutte le passività accumulate) del CONI. Gli obiettivi di questa manovra? Portare fuori dal bilancio dello Stato i debiti del CONI ed efficientare il suo modello organizzativo: finanziato dai contributi governativi e dai proventi di giochi e scommesse, il CONI doveva usare questi introiti per versare un canone a CONI Servizi (per i suoi… servizi) e per erogare i contributi alle federazioni.

Con la breve parentesi di un tentativo (fallito) di soppressione di CONI Servizi nel dicembre 2007, saltiamo avanti di altri undici anni quando la legge di bilancio 2018 del governo giallo-verde – manovra avallata dai presidenti federali, Binaghi compreso, che in qualche modo hanno voltato le spalle a Malagò ritenendo di poter ottenere condizioni più vantaggiose con questo ‘ribaltone’ – ha conferito a CONI Servizi nuove competenze trasformandola nell’attuale ‘Sport e Salute’. Lo status giuridico di società per azioni a partecipazione totale del Ministero dell’Economia è rimasto lo stesso, ma oggi Sport e Salute gestisce gran parte (368 dei 408 milioni previsti per il 2019) del finanziamento statale al mondo dello sport. Soldi che vengono oggi erogati secondo diversi criteri, direttamente proporzionali allo stato patrimoniale, ai risultati sportivi e al numero di tesserati delle federazioni: da qui il ‘tesseramento selvaggio’ a cui si è dedicata la FIT negli ultimi anni, sino a diventare a fine 2018 la seconda federazione sportiva italiana per numero di tesserati.

Sintetizzando brutalmente, Sport e Salute è oggi un’azienda molto più politica e ‘forte’ di ieri e soprattutto è completamente sfuggita al controllo del CONI, che rivendica dunque gli antichi privilegi.

Al momento, però, le gerarchie sembrano ben delineate. L’accordo per la spartizione del patrimonio immobiliare fotografa piuttosto fedelmente gli attuali rapporti di forza: il CONI gestirebbe i tre centri di preparazione olimpica (il ‘Giulio Onesti’ di Roma e quelli di Formia e Tirrenia, quest’ultimo assai rilevante per il settore tecnico FIT), in ottemperanza alla sua funzione di ente promotore dell’attività a cinque cerchi, mentre a Sport e Salute resterebbero lo Stadio Olimpico e il parco del Foro Italico. L’arrosto vero e proprio.

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