Wimbledon rifiuta lo slot olimpico e va verso la cancellazione?

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Wimbledon rifiuta lo slot olimpico e va verso la cancellazione?

I dirigenti dello Slam londinese avrebbero deciso di mantenere le date consuete, anche a costo della cancellazione, che pare ormai probabile

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Dopo il Roland Garros, il piano inclinato che è diventata la stagione tennistica non poteva che far scivolare la pallina dei rinvii verso Wimbledon, ma, mentre lo Slam francese ha deciso di muoversi d’anticipo precettando le due settimane di fine settembre, il più antico torneo del mondo non ha ancora voluto prendere una decisione definitiva (in maniera non dissimile dal suo governo), ma le cose potrebbero cambiare presto.

Negli ultimi giorni, diverse fonti hanno riportato che dei paletti decisionali sono stati fissati, e che settimana prossima avrà luogo una riunione di emergenza del Board of Governors del torneo, come confermato ufficialmente dal torneo:

Il Daily Mail, in particolare, ha scritto ieri che l’All England Club vuole giocare il torneo nelle date prestabilite (inizio il 29 giugno), e che qualora non fosse possibile il torneo verrebbe semplicemente cancellato. Addirittura, il quotidiano inglese sostiene, da fonti interne, che Wimbledon avrebbe rifiutato il periodo olimpico (ormai vacante) come nuova data, ritenendolo troppo vicino a quella originale e quindi non sufficiente per organizzare lo spostamento – questa voce è stata confermata anche da Jon Wertheim di Sports Illustrated su Tennis Channel.

La finestra per il torneo è in ogni caso ridotta da quella stessa superficie che ha contribuito ad alimentarne la leggenda: da metà agosto in poi, infatti, le ore di luce non sono più sufficienti per l’erba. Inoltre, l’organizzazione ha già fatto sapere che l’opzione porte chiuse è già stata formalmente scartata, riducendo la questione al punto di cui sopra – o le solite date o niente.

L’articolo riporta anche delle discrasie all’interno dell’ATP sull’approccio da assumere nei confronti delle potenziali cancellazioni che potrebbero avvenire (anche se, diciamocelo, il Daily Mail è poco sopra un tabloid, quindi i fatti riportati vanno presi con le pinze; tuttavia Mike Dickson è un giornalista quasi sempre ben informato e di riconosciuta credibilità): da un lato, Djokovic propenderebbe per uno stop deciso e intransigente, mentre Federer e Nadal sarebbero i cunctatores della situazione, predicando pazienza su quelli che potrebbero essere gli sviluppi della pandemia.

Ma quali sono le ragioni di questo temporeggiamento? In primis, c’è l’aspetto governativo: Boris Johnson ha affermato in più occasioni che in 12 settimane le cose potrebbero iniziare a tornare alla normalità, e questa scadenza cadrebbe esattamente all’inizio della stagione su erba. Il problema, in quest’ottica, è che i preparativi per Wimbledon iniziano a fine aprile, e, come si è visto per i lavori di costruzione del tetto a Parigi, se la fase organizzativa venisse impossibilitata dal lockdown, non ci sarebbe la possibilità di rispettare le scadenze, e questo inevitabilmente affosserebbe l’evento – questo significa anche che una decisione inevitabilmente andrà presa entro un mese.

Un’altra ragione riguarda le TV, in particolare quelle americane: un insider anonimo ha detto al Guardian che il ciclo delle varie stagioni sportive americane (football in autunno e inizio inverno, college basketball a marzo, playoff NBA da aprile a giugno, ecc) rende molto difficile spostare un evento, perché il Djenga rischierebbe di crollare con eccessive sovrapposizioni – va da sé che senza televisioni il torneo sarebbe destinato a perdere soldi, quindi tanto varrebbe non farlo.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Un terzo motivo è logistico: l’AELTC ha acquistato un golf club limitrofo a fine 2018, quadruplicando l’area dei propri terreni, e, come riporta il Guardian, la sospensione della preparazione del torneo consentirebbe di concentrare i propri sforzi (ancorché solo sulla carta per via delle restrizioni sui cantieri) sull’utilizzo dei 73 acri.

Un corollario dell’ultimo punto è che la dirigenza di Wimbledon ritenga che ci sia più da perderci a fare l’elefante in cristalleria come i loro dirimpettai francesi. Da un lato, l’impatto economico non sarebbe così catastrofico, e, pur soffrendo, il torneo potrebbe probabilmente permettersi di saltare un giro: Forbes lo classificava come lo Slam con più utili netti nel 2014, e questo prima della costruzione del museo, della trasformazione del Court N.1, e dell’espansione ancora in corso, e come il secondo per utili lordi dopo lo US Open nel 2017, mentre il Roland Garros, schiacciato in 21 acri di terreni, è sempre il più in difficoltà in termini economici, e ci ha messo anni a decidersi prima di costruire un tetto, nonostante sia per certi versi lo Slam con il maggior bisogno di coperture.

L’articolo sopracitato di Forbes, infine, ci aiuta a chiosare sull’ultimo punto, e cioè quello riguardante il branding di Wimbledon. Quel pezzo (in maniera tipicamente liberista) si interroga sul perché il torneo dello Slam con i maggiori incassi da diritti televisivi non aumenti i prezzi dei biglietti per colmare il gap con Flushing Meadows, e si risponde, o meglio gli rispondono i dirigenti dell’AELTC, che per il torneo è molto più rilevante mantenere sponsor di lungo corso (vedi Slazenger, Rolex, ecc) e tradizioni, in quella che viene definita la loro “clean court philosophy“, vale a dire la mitopoiesi con cui hanno occupato l’immaginario popolare, rendendo il torneo sostanzialmente immortale e più forte delle oscillazioni del momento.

E in effetti, quale torneo ha una dialettica, per non dire una mitopoiesi, superiore a quella di Wimbledon? Il vestirsi di bianco, fragole e panna, Henman Hill, e chi più ne ha più ne metta, Wimbledon vuole sempre essere la reificazione del concetto espresso dalla pubblicità della Rolex, “It doesn’t tell time, it tells history“, e questo è un aspetto che è passato fra i giocatori, perché, se andiamo a vedere una lista delle più grandi partite di sempre, Wimbledon ne avrà viste la maggior parte, segno che i giocatori sentono di dover esprimere il proprio meglio lì – e anche segno del fatto che se è più difficile breakkarsi (come succede sull’erba) si ballerà su pochi punti e la partita diventerà più epica.

Ecco perché si può pensare che alla base delle decisioni del Board mantenere la data a costo della cancellazione ci possa anche essere l’ennesima affermazione della propria eccezionalità percepita, anche se altre ragioni più materiali sono altrettanto importanti, e anche se potremmo essere tutti smentiti la settimana prossima – non sarebbe la più grande sorpresa dell’ultimo periodo.

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Comunicato congiunto di ATP, WTA e ITF: il coronavirus ferma il tennis fino al 13 luglio

Si attendeva soltanto la cancellazione di Wimbledon, da cui è scaturita una nuova sospensione dei circuiti. Cancellata anche la stagione su erba

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Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

L’orizzonte della ripresa si allontana di altri quaranta giorni. Dopo la cancellazione ufficiale di Wimbledon, ormai segreto di Pulcinella, a pochi minuti di distanza è arrivato un altro comunicato congiunto di ATP, WTA e ITF che fa seguito a quello che due settimane fa aveva sospeso l’attività professionistica fino al 7 giugno e congelato i ranking. Non ci sarà tennis fino al 13 luglio, ovvero sparisce dal calendario anche la stagione su erba ad eccezione del torneo di Newport, che resiste sul ramo pericolante costituito dalla terza settimana di luglio.

Oltre a Wimbledon, la sospensione riguarda l’intera stagione europea ATP/WTA su erba, ovvero gli eventi maschili di ‘s-Hertogenbosch, Stoccarda, Queen’s, Halle, Maiorca e Eastbourne, nonché quelli femminili di ‘s-Hertogenbosch, Nottingham, Birmingham, Berlino, Eastbourne e Bad Homburg“, si legge nel comunicato. “La sospensione ha effetto a tutti i livelli dell’attività professionistica, incluso il circuito challenger e l’ITF World Tennis Tour. Al momento, i tornei programmati dal 13 luglio in avanti rimangono in calendario per essere disputati nelle date previste“. Una speranza che abbiamo, purtroppo, imparato a interpretare solo come tale.

“ATP e WTA hanno compreso l’importanza e la responsabilità di rendere prioritaria la salute e la sicurezza della comunità tennistica mentre continu a valutare la fattibilità della ripresa dei circuiti.

 

Purtroppo, l’attuale pandemia di COVID-19 ci ha lasciato senza alcuna possibilità che quella di sospendere ulteriormente il Tour, una decisione che abbiamo preso in stretta collaborazione con gli altri organi di governance del tennis” ha dichiarato Andrea Gaudenzi, chairman ATP. “La salute e la sicurezza rimangono in cima alle nostre priorità mentre affrontiamo una sfida senza precedenti. Faremo tutto quello che possiamo per ricominciare il prima possibile quando sarà possibile farlo in sicurezza“.

La WTA e i suoi membri non hanno preso questa decisione alla leggera, tuttavia rimaniamo vigili nel proteggere la salute e la sicurezza di atleti, staff e tifosi” ha detto invece Steve Simon, chairman e CEO della WTA. “Mentre condividiamo la delusione per l’ulteriore rinvio della ripresa, la nostra priorità rimane lavorare insieme come sport in preparazione al ritorno alle competizioni“.

Non sono arrivate ulteriori precisazioni sulle due classifiche, che dunque rimangono congelate fino a nuovo ordine. Il bilancio degli eventi spazzati via dal calendario sale così a 21 maschili e 20 femminili, comprese le finali di Fed Cup.

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Cosa rimane del 2020: e se si giocasse in off-season?

Stagione a metà: da agosto ad ottobre. Con la missione impossibile del recupero dei tornei. Internazionali a settembre o ottobre? Indian Wells prima o dopo le Finals?

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Federer e Nadal - Match in Africa 6

L’emergenza legata alla pandemia di COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, ha letteralmente sconvolto la stagione del tennis. Dapprima è saltato il Sunshine Double, ovvero i prestigiosissimi tornei di Indian Wells e Miami. Poi, dopo qualche esitazione soprattutto da parte della WTA, è stata annullata l’interra tournée sulla terra rossa europea, ricca di eventi di grande importanza e tradizione come Montecarlo, Madrid, Roma e Stoccarda, e necessaria preparazione per il secondo Slam stagionale, il Roland Garros – che nel frattempo ha traslocato a fine settembre. A breve, stando alle rivelazioni di una fonte ben informata, il vice-presidente della federazione tedesca Dick Hordoff, probabilmente verrà annunciata anche la cancellazione della stagione sull’erba, incluso ovviamente Wimbledon.

E quindi cosa rimane? Si possono fare delle ipotesi basate su un possibile calendario ridotto che vada da luglio fino alla fine dell’anno, intendendo letteralmente la fine dell’anno solare. Secondo Cristopher Clarey, noto giornalista del New York Times, nel caso in cui si decida di provare a riprendere quest’anno ATP e WTA potrebbero voler recuperare più eventi possibili, cancellando di fatto la off-season. Tra quelli che non hanno ancora annullato l’edizione 2020, la priorità andrebbe presumibilmente ai tornei più importanti, partendo dunque da Slam, Masters 1000 e Premier nei rispettivi circuiti per poi considerare tutti gli altri. Peccato che alcuni tornei, per quanto importanti, non possono essere disputati in altri periodi, in primis per questioni climatiche. Ad esempio come lo stesso Hordoff ha suggerito, giocare Wimbledon in autunno non è possibile. 

Quindi per immaginare come si potrebbe svolgere una tale mini-stagione e quali tornei si possano effettivamente sistemare in altre collocazioni bisogna tenere conto di due criteri: l’importanza del torneo e la possibilità effettiva che il torneo possa avere luogo in altre date. Proviamo a farlo. 

Al momento, per quanto ne sappiamo, la carovana del tennis dovrebbe ripartire ad inizio luglio. Sembra difficile che la stagione riparta già in piena estate considerando l’aumento esponenziale della diffusione del virus a livello globale. Inoltre, va sottolineato come di solito luglio sia un mese di transizione nel calendario del tennis, con una serie di eventi non di primissimo piano che renderebbe meno doloroso un ulteriore rinvio della stagione. Il circuito ATP si divide tra tornei sulla terra rossa europea in mezzo ai quali spicca il 500 di Amburgo, un appuntamento di grande tradizione ma che negli ultimi anni ha perso enormemente appeal, e un paio di tornei americani su cemento. La WTA segue un percorso simile e non c’è nemmeno un Premier in programma. L’evento clou dovevano essere le Olimpiadi di Tokyo ma sappiamo come è andata a finire. E anche per questo viene da pensare che questi tornei abbiano i giorni contati. 

E così si piomba ad agosto. Ovvero il mese della tournée americana sul cemento, composta da due grandi combined (Rogers Cup e Cincinnati) e altri eventi di rilievo (Washington e San José su tutti), che va a concludersi con gli US Open, terzo Slam stagionale. Insomma, un periodo molto intenso e ricco di tornei che contano molto per il ranking, per gli sponsor, per le televisioni: per tutti. E che non possono essere rimpiazzati da altri. Se la stagione 2020 ripartirà, è presumibile e naturale che riparta da agosto. Peraltro, è il mese in cui si presume ricomincino i principati campionati di calcio, tanto per dire. Se il tennis non ripartirà da qua, allora potrebbe veramente non ripartire più. O quantomeno ci si interrogherebbe sul senso di una stagione in cui non vengono più giocati Slam nel loro periodo prestabilito. 

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Scartando questi scenari più pessimistici, si arriverebbe a settembre inoltrato. Il mese della discordia. Iniziata dal Roland Garros, che in maniera totalmente unilaterale, ha deciso di riprogrammarsi a fine mese, nelle settimane che vanno dal 20 settembre al 4 ottobre. Nessuno può impedire al presidente della FFT, Bernard Giudicelli, di organizzare l’evento, se non le autorità pubbliche francesi. Al massimo ATP e WTA possono decidere di non attribuirgli punti. Come è ben noto, le nuove date del Roland Garros coincidono con quelle della Laver Cup, mega evento di esibizione organizzato da Roger Federer, che mette di fronte i migliori giocatori europei contro quelli del resto del mondo. Tramite un comunicato ufficiale, la Laver Cup ha comunicato l’intenzione di non muoversi da quelle date e da Boston, la sede designata per la quarta edizione.

Inoltre, mentre il calendario ATP è abbastanza povero di tornei importanti, in quelle settimane la WTA è già nel pieno del suo asian swing, con ad esempio il Premier 5 di Wuhan, l’epicentro del coronavirus, curiosamente. Considerando il clima di guerra che c’è tra le istituzioni del tennis e Giudicelli, Steve Simon, chairman della WTA, non vorrà rinunciare alla sua gallina (orientale) dalle uova d’oro. E così i top player potrebbero ritrovarsi a scegliere tra (da una parte) Roland Garros e Laver Cup/Asian Swing (dall’altra). L’Open di Francia può giocare la carta del prestigio di uno Slam, ma pagare a caro prezzo l’eventuale mancanza di punti così come la transizione sulla terra. 

E poi c’è la “questione romana”. Angelo Binaghi, presidente della nostra federtennis, sembra determinato a mettere in piedi gli Internazionali d’Italia ad ogni costo. Nella loro forma attuale, sulla terra rossa, avrebbero senso in preparazione al Roland Garros ma c’è sola una settimana di break tra gli US Open e il Roland Garros nelle nuove date. Inoltre, se Parigi potrebbe valere la messa (il cambio repentino di superficie da US Open a French Open) per alcuni giocatori, per Roma il trade-off è meno convincente. Infine, anche qua viene da chiedersi: ATP e WTA ingoieranno il rospo di un grosso combined ‘sacrificato’ come evento in preparazione di un Roland Garros che potrebbero voler boicottare? Tanto dipenderà quindi anche dallo sviluppo di questi delicati rapporti politici tra istituzioni, attualmente ai minimi termini. Insomma, l’ipotesi degli Internazionali d’Italia a settembre sembra assai poco percorribile.

Il campo Pietrangeli, al Foro Italico di Roma

A pagina due (clicca QUI per leggere) l’ipotesi di giocare in off-season: pro e contro

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Pavlyuchenkova tra il lockdown e il divorzio da Sumyk

“Non mi importa il nome di un allenatore, ma l’empatia che riesce a creare nel team”. Il pensiero di Anastasia affidato ai colleghi di Kommersant

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Non è un momento facile per nessuno, e la vita di Anastasia Pavlyuchenkova non fa eccezione, perlomeno quella professionale. Reduce da un inizio di 2020 più che incoraggiante con tanto di quarti di finale confermati a Melbourne, peraltro dopo aver raccolto gli scalpi della seconda favorita Karolina Pliskova e dell’ex campionessa Angie Kerber, l’attuale numero due di Russia ha interrotto l’attività a Dubai giusto un paio di settimane prima che lo stop diventasse un obbligo per tutti, e a bocce ferme ha ritenuto di licenziare l’allenatore, per la verità in modo piuttosto sorprendente.

Nell’esaustiva intervista rilasciata alla connazionale testata Kommersant, Pavlyuchenkova si è ovviamente addentrata nel freschissimo e spinoso tema, ma non ha potuto esimersi dal ragionare a voce alta sull’intricata situazione contingente dall’alto del suo ruolo operativo all’interno del Consiglio delle giocatrici, assemblea che comprende anche le statunitensi Sloane Stephens, Madison Keys e Kristie Ahn oltreché Johanna Konta, Aleksandra Krunic e Donna Vekic. I primi a perdere la calma nel caos prodotto dalla pandemia sono stati i francesi, che già un paio di settimane fa hanno pensato bene di sganciare la bomba del Roland Garros autunnale, ingarbugliando alquanto i fili di un calendario già in grave sofferenza per le note ragioni.

Ieri sera ho telefonato all’ufficio della WTA in Florida insieme alle mie colleghe in videoconferenza, abbiamo discusso fino a mezzanotte. Attualmente nessuno sa ancora con certezza in che modo comportarsi, poiché allo stato delle cose non c’è nulla di definito, men che meno la data in cui si potrà tornare a colpire la pallina in un torneo ufficiale, ammesso e non concesso che ciò possa verificarsi entro la fine dell’anno. Domani sentirò Guy Forget, ma a quanto ho capito i dirigenti del Roland Garros non vogliono recedere dal proposito di giocare il torneo a fine settembre. Non avendone parlato con nessuno, si è creata una certa confusione con gli altri tornei e con le associazioni dei giocatori. Si è sviluppato un grande risentimento generale, non credo che la questione sia stata gestita nel migliore dei modi, vedremo come si svilupperà la faccenda“.

 

Nell’attesa di tornare a correre lungo i ventiquattro metri regolamentari, Pavlyuchenkova non è stata con le mani in mano: non abbiamo mancato di darvi conto, nella giornata di sabato, della decisione presa dalla tennista di Samara, la quale ha licenziato d’emblée il noto e vanitosissimo coach Sam Sumyk, che aveva assunto appena lo scorso settembre una volta terminati gli Open di New York. A far trapelare la notizia è stato lo stesso allenatore, con modalità evidentemente non condivise dall’ex allenata.

Lo ha fatto perché forse ha bisogno di lavoro, e doveva render noto a tutti di essere tornato libero. A me era stato chiesto di tenere la bocca chiusa, in quanto il Consiglio delle giocatrici di cui sono membro vive una situazione gravata da ben altre priorità. La decisione l’avevo presa già in Australia, sentivo che all’interno del team non c’era il clima che avrei desiderato. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è scesa a Dubai: avevo battuto Bencic giocando bene e perso contro Kontaveit disputando una brutta partita. Poi mi sono dovuta fermare e saltare Doha e Lione per un problema all’anca: nella mia carriera non avevo mai subito infortuni se non alla spalla, e sospetto che il guaio sia capitato per colpa di Sumyk e delle sue discutibili scelte tanto a livello di preparazione quanto a livello di programmazione“.

Il coach è famoso, per quanto civettuolo, ma fama e pedigree non bastano, secondo Anastasia. “Sam è una persona molto rispettata nel circuito, un vincente, ma per me nome e fama contano fino a un certo punto, se non si è in grado di generare la giusta empatia all’interno di un gruppo di persone che gira il mondo per nove mesi all’anno condividendo sedici ore al giorno sulle ventiquattro a disposizione. Separarmi da lui in questo momento è stata la scelta migliore che potessi fare”.

Acqua passata ormai, nel tennis si fa in fretta a passare al capitolo successivo, e anche se il nuovo mentore ancora non è stato selezionato – “ho qualche idea, ma è quantomeno prematuro parlarne” – è tempo di volgere lo sguardo al futuro, nonostante la nebbia che di questi tempi avvolge chiunque. “Ho lasciato Indian Wells di gran fretta e ho fatto le due settimane di quarantena prescritte. Adesso sono tornata ad allenarmi, seppure a regime ridotto. Ho la fortuna di avere un campo da tennis vicino a casa e una piccola palestra lì nei pressi. Sto navigando a vista, anche perché bene che vada mancano ancora almeno due mesi prima della ripresa dell’attività“. Sempre che si ricominci. Nel caso, sarà una stagione compromessa? “Direi proprio di no. Se si dovesse riprendere in estate anziché fino a inizio novembre si giocherà un po’ più a lungo. Ritengo anzi che questo cambio di programma obbligato, con una pausa nel bel mezzo dell’annata, dovrebbe essere preso in considerazione anche quando la vita tornerà a scorrere normalmente, perché giocare non-stop da gennaio a novembre è una cosa da pazzi“.

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