Yannick Noah, il campione di fragilità che percorse la sua personale ‘vie en rose’

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Yannick Noah, il campione di fragilità che percorse la sua personale ‘vie en rose’

Yannick ha (avuto) un sogno nel cassetto. Quello di portare valori positivi nella vita dei bambini, il mondo di domani. Ci è riuscito, da giocatore e non solo

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Yannick Noah - Roland Garros 1983
 
 

Bois de Boulogne, Parigi. Arrondissement numero sedici, Stade de Roland Garros. Nell’impianto sportivo intitolato alla memoria del primo aviatore capace di sorvolare il Mediterraneo, sono in corso di svolgimento gli Internazionali di Francia. Consuetudine e orgoglio transalpino che affonda le secolari radici nel 1891, quando fu il carneade britannico Briggs – il cui nome di battesimo, per rendere l’idea di un tempo ormai lontano, non è nemmeno più rintracciabile – ad aggiudicarsi la prima pionieristica edizione. Albori anche un po’ folkloristici di una disciplina elegante per genesi che l’età renderà meravigliosa e planetaria. Per i francesi, le giornate eroiche, quelle impreziosite da legno e budello dei Moschettieri, sono ormai un ricordo in bianco e nero, tanto che è dall’ultimo sigillo di Cochet – uno dei quattro beniamini con Lacoste, Borotra e Brugnon – che l’albo d’oro ha smesso di sorridere ai padroni di casa. Mezzo secolo, uno smacco alla grandeur che tarda a ritornare. Qualcosa, però, bolle in pentola.

5 giugno 1983, metà di un pomeriggio primaverile che finirà nell’album dei ricordi più cari di ogni aficionado che si rispetti, come tutte quelle volte in cui il tennis indossa l’abito della festa. La Francia è cristallizzata, quasi immobile. Nelle piazze adombrate dai platani, le vivaci sfide a petanque sono temporaneamente sospese e nei cafè cittadini l’entente de la vie è rappresentata più dallo sport del diavolo, per una volta, che dalla sempre auspicabile letteratura, senza che ciò costituisca una bestemmia. Per il resto, boulangerie senza i consueti avventori e, nelle case, televisioni accese sullo stesso canale. Il motivo è semplice e non si tratta di rugby, giacché il recente successo dei Blues nel 5 Nazioni della palla ovale è testé passato in archivio, e nemmeno di calcio. Tennis, nella patria delle t-shirt col Coccodrillo e il campanilismo accentuato.

A contendersi il trofeo in porte d’Auteuil – la Sorbona del mattone tritato – sono l’imberbe svedese Mats Wilander, un glaciale e misurato maratoneta di nuova generazione dotato di racchetta e computer di bordo, e la sua antitesi più profonda, enfant du pays per giunta: Yannick Noah, quello maledetto, bello e impossibile. Padre camerunense e tennista atipico, anzi uomo atipico tout court, Yannick porta sui campi ormai da un lustro una fisicità a dir poco debordante e una spettacolarità nei gesti mai ammirata prima e forse nemmeno poi, in grado di mascherare una tecnica di base per la verità non propriamente ortodossa. Peccatuccio veniale, perché un match dei suoi è l’irruenza della presa della Bastiglia riversata furiosamente su ogni quindici affrontato, con la differenza storica che è lui stesso, un autorevole depositario della secolare tradizione del serve-and-volley, a incarnare l’ancien règime che la modernità tennistica incombente, sparagnina quindi noiosa nel desossiribonucleico, prova a sottomettere.

Noah interpreta quindi da protagonista una duplice battaglia, contro i robot dalle sembianze umane e contro il tempo tiranno. Wilander, che difendeva il titolo conseguito dodici mesi prima e che a fine carriera di Slam parigini ne conterà ben tre passando anche per la prima posizione mondiale, finisce per essere travolto senza appello dalla furia di un avversario in stato di grazia, nella versione d’antan che tanto fa ultimo dei Mohicani. Sfacciatamente anacronistico – più nessuno avrà modo di sollevare lo stesso trofeo giocando sul rosso all’arma bianca – Yannick, nell’occasione più importante concessagli dal destino in ambito prettamente tennistico, perché palcoscenici diversi ma altrettanto fecondi faranno seguito, si ritaglia la giornata perfetta, il suo 14 luglio sportivo. “Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivè”, cantano mano sul cuore i francesi in estasi e i Moschettieri d’incanto smettono di essere soli in cima all’Olimpo del tennis.

Noah, francese fino al midollo come solo gli eredi dell’impero coloniale riescono talvolta a essere, salda così il debito con un passato avaro, caricandosi sulle spalle una nazione intera che non aspettava altro. Con la popolarità su suolo patrio che oscura l’imponenza della torre Eiffel, smette quindi di essere solo un campione per vestire i panni ingombranti dell’icona, qualcosa che prevarica il tennis e lo sport in generale. In sintesi, un maestro di cerimonia di un mondo assolutamente non convenzionale, dai modi bizzarri, l’inconfondibile look fatto di dreadlocks e vestiti sgargianti e le esternazioni pubbliche mai di circostanza, che decorano un ambiente banalizzato dal tarlo del politicamente corretto e da personalità stereotipate, rarissime eccezioni a parte. Una manna dal cielo e un calcio nel sedere all’inedia.

Yannick Noah con il trofeo del Roland Garros del 1983

Back in the days. Inverno 1972, Yaoundé. Arthur Ashe, in un segno inequivocabile del destino che sarà di fatto anche un passaggio di consegne, palleggia per qualche istante con un ragazzotto che sul campo da tennis dimostra di sentirsi come nel salotto di casa. Disinvolto, spigliato, in tutto il suo contagioso entusiasmo. È l’inizio della storia d’amore tra Noah e il tennis. Leggendario: il primo tennista di colore a vincere un Major, Arthur, che battezza il suo erede designato, Yannick. Due giganti della nostra epoca, in primis nella difesa dei diritti civili e l’uguaglianza dei popoli, che hanno saputo canalizzare al meglio il credito popolare conseguito inizialmente per meriti sportivi sui binari della solidarietà. Figlio di un calciatore professionista e di una mamma insegnante, l’acme sportivo raggiunto nella sua Parigi, fortificato poi a Roma un paio di stagioni più tardi, significa per l’esponente di quella che fu definita la generazione blanc et noir fama, gloria e soldi.

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, troppi se ne approfittano. Quello che con colpevole leggerezza si è soliti definire un sogno, accecati dai benefit della popolarità, per una personalità istrionica ma sensibile e di cuore si trasforma ben presto in un incubo sotto forma di depressione e, come sovente accade, voglia di farla finita. Fortuna vuole che ai propositi autolesionistici non faranno mai seguito i fatti. Si narra che a conferirgli la forza di sopravvivere nell’ora più buia furono la musica reggae di Bob Marley, il suo idolo, e l’attaccamento per la sua terra d’origine, l’Africa. Successo e solitudine vanno spesso a braccetto in un mondo che fagocita tutto alla velocità della luce e, purtroppo, non fu Yannick l’eccezione alla brutale regola. È l’impercettibile differenza che passa tra il tutto e il niente, tra l’effimero e l’essenziale in un sistema globale che assicura il primo negando il secondo.

Noah, spazzate via le nuvole e i tormentati pensieri di un ragazzo diventato uomo troppo alla svelta, ebbe modo di tornare sull’argomento in maniera emblematica: “Per me una bella giornata è alzarsi al mattino, sedersi a un tavolo, leggere un libro e andare dal fornaio a incontrare la gente, parlarci, essere spettatori della vita. Invece quando si ha successo si diventa attori più che spettatori con gli altri che cominciano a osservarti, a giudicarti. Serafica semplicità.

 

Esponente della classe d’oro del 1960, al pari dei vari Senna, Maradona e Kiraly, Noah – che a Parigi vincerà un giorno anche il torneo di doppio in compagnia di Leconte, sempre a proposito di talenti senza tempo – si ritirerà dal tennis giocato già nel 1991 a trentuno primavere soltanto, con in bacheca 23 titoli del circuito maggiore e un best ranking fissato al numero 3. Tuttavia il 1991 è tutto fuorché un addio, almeno nella forma a cui siamo abituati. C’è infatti ancora tennis nel destino di Noah e la musica, tanta, l’altro grande amore del poliedrico transalpino, agile nella transizione dalla racchetta alla più intimistica chitarra. Nell’anno di “Losing my religion” dei R.E.M. e, in Italia, di uno strepitoso Jannacci con “La fotografia”, al là delle Alpi la hit dell’estate capace di scalare le classifiche è Saga Africa”, manifesto canoro di un Noah precursore che non smette di stupire qualunque strada scelga di percorrere. Succede allora che, grazie alla sua doppia supervisione, musica afro e tennis d’oltralpe si fondano insieme fino a diventare facce della stessa medaglia, in un fine settimana che è di tripudio tennistico e non solo. Yannick, in ciò che fa, non è mai solo uno sportivo.

Lione, primo giorno di dicembre, finale di Coppa Davis. È domenica pomeriggio e il palasport di Gerland è gremito in ogni ordine di posti. Guy Forget stende Pete Sampras e, coadiuvato nei tre giorni da un Henri Leconte finalmente baciato dall’immortalità – in quella che sarà ricordata come la coppia d’oro mancina degli anni Novanta – riporta a Parigi l’insalatiera d’argento, a cinquantanove anni dall’ultima occasione. È un’impresa titanica. Pistol Pete, appunto, Andre Agassi e i due doppisti plurititolati Flach/Seguso, il gotha assoluto, cedono il passo alla nuova Francia che avanza, capitanata proprio da Noah nella nuova veste di capitano non giocatore. Yannick è un tarantolato in panchina, l’uomo della provvidenza a cui la volontà popolare ha idealmente consegnato il timone del comando per riportare la compagine nazionale ai fasti di un tempo. Detto e fatto.

Yannick Noah – Final Davis 2018. Francia sconfitta in finale dalla Croazia (Foto di Gianni Ciaccia – Sportvision)

Con i protagonisti dell’exploit festanti al centro del campo a fare il trenino, Yannick, immancabilmente il più chiassoso dei vagoncini, attacca a cantare microfono alla mano: “… a tous les petits blancs et tous les petits noir…”. Delirio. In un amen l’intero palazzetto, in simbiosi con l’ovvio direttore d’orchestra, intona le parole di “Saga Africa”: una bolgia dantesca che scrive un momento unico di euforia sportiva e sincera integrazione. “Saga Africa ambiance de la brousse! Saga Africa attention les secousses!”. Epico. Per amore di cronaca, Noah, sempre da capitano, vincerà in altre due circostanze la Davis che invece gli sfuggì da giocatore. Una bella rivincita e la conferma delle spiccate qualità umane applicate allo sport, in quel saper capitalizzare il lato migliore, tecnico e caratteriale, della sua squadra. Un po’ fratello maggiore, un po’ papà; un po’ severo, un po’ burlone, motivatore sempre. Il dato incontrovertibile è che sotto la sua ala protettrice abbiamo ammirato a più riprese la versione migliore di giocatori rimasti troppo spesso inespressi e vorrà pure dire qualcosa.

Un personaggio di tale risma non poteva lasciare il tennis giocato così come lo aveva trovato. Se il circus ha avuto negli anni talenti superiori e campioni maggiormente celebrati dagli almanacchi, a Yannick Noah vanno riconosciuti svariati meriti imperituri che ne fanno un degno rappresentante della Hall of fame, traguardo raggiunto nel 2005. Della spettacolarità senza se e senza ma e dell’aver saputo rendere vincente un tennis che gli attrezzi moderni presto avrebbero confinato ai circoli si è già detto poc’anzi. Al pari della dote innata di coniugare spettacolo e garra charrua. Quello che si può ancora aggiungere, a beneficio dei più giovani, è che il tanto decantato “colpo Federer” – il tweener, che si gioca colpendo la palla in mezzo alle gambe con le spalle alla rete dopo una rincorsa all’indietro – è in realtà il “colpo Noah” che ne fu (forse) l’ideatore e il più illustre interprete.

Profondo conoscitore delle variazioni di effetti e traiettorie, meraviglioso l’uso sistematico dello slice con il rovescio, e titolare di un servizio potente e funzionale alla presa sistematica della rete, il suo habitat naturale per antonomasia, il tennis deve dunque essergli riconoscente. A maggior ragione oggi che, tra un campione e l’altro, la differenza tra le reciproche cifre stilistiche rasenta l’impercettibile. Più in generale anche la società, sempre più intrisa di cattiveria e iniquità, dovrebbe esserlo. Perché sregolatezza e follia, da una parte, umanità e amore, dall’altra, continuano a non essere concetti ossimorici, nello sport come nella vita, che poi è la stessa cosa.

Last but not least. Tra un disco e l’altro, Noah ha trovato il tempo e il desiderio per fare del bene. Con mamma Marie-Claire, scomparsa nel 2012, fonda Enfants de la terre” per aiutare i bambini in difficoltà. Insieme, inoltre, pubblicano una raccolta di poesie devolvendo il ricavato della vendita all’associazione stessa che ancora oggi continua a perorare la causa dell’uguaglianza. Qualche anno più tardi, invece, segue Bob Geldof, già leader dei Boomtown Rats, nella nota esperienza del Live Aid. Tra le tante lotte intraprese dalla coppia di artisti spicca quella relativa alla proposta di cancellazione del debito per paesi in via di sviluppo.

Una doverosa menzione va, per finire, a Joakim Simon, figlio di Yannick e Cecilia Rhode. Oggi, per la verità lo è da un po’, è uno stimato campione della NBA e buon sangue non mente. L’universo sempre esigente del basket professionistico americano gli attribuisce diverse doti. La migliore, probabilmente, è la capacità difensiva, un Claudio Gentile della palla a spicchi d’oltreoceano. Specificità quanto mai appropriata, dovendo lui difendere e, si spera, tramandare un patrimonio genetico ricco di così tanti colori. “One love, one heart. Let’s get together and feel all right”, canta Bob Marley. Proprio come il padrino della musica giamaicana, Yannick ha un sogno nel cassetto. Quello di portare valori positivi nella vita dei bambini, il mondo – parafrasandone il credo – di domani. Attraverso la magia dello sport nelle sue manifestazioni più sane, attraverso parole di speranza incastonate tra le sette note.

Yannick Noah – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dare l’esempio allora, il mantra che ne accompagna quotidianamente un’esistenza vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore. Di benzina, nel serbatoio di Yannick, ce n’è ancora parecchia e Saga Africa non finisce qui. Con Marley, Ashe e tutti i bimbi del mondo nel cuore.

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Non fatevi ingannare dalla faccia seria, questo raccattapalle di 57 anni si sta divertendo un sacco

Iniziata quasi per gioco, raccontiamo la storia di Jim Novak, uno dei ballboy fuoriquota di Miami

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Ballboy Jim Novak - Miami 2022 (foto @shad_powers ANDY ABEYTA/THE DESERT SUN)

Traduzione dell’articolo di di Shad Powers, pubblicato sul Desert Sun il 17 marzo 2022

Ha sentito tutte le battute, è stato paragonato a Kramer in un famoso episodio di “Seinfield” (famosa sit-com americana, in cui il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open, ndt), ma il cinquantasettenne Jim Novak prende molto seriamente il suo lavoro di raccattapalle al BNP Paribas Open. “Sì, ho sentito gente dire cose tipo «Sicuro di avere diciott’anni?»” ha detto Novak, uno dei circa sedici raccattapalle adulti presenti al torneo di Indian Wells quest’anno. “Capisco che sia qualcosa che non si vede tutti i giorni e i miei amici pensano che io sembri troppo serio, e in effetti serio lo sono, ma mi diverto anche un mondo.” Novak è andato in pensione da poco, Lavorava come Vice-Sovrintendente alle Finanze dei Distretti Scolastici di Palm Springs e Desert Sands e racconta che la sua storia come ballboy è nata da spettatore allo scorso BNP Paribas Open, tenutosi in ottobre.

A causa di molteplici fattori, tra cui obblighi vaccinali e restrizioni negli spostamenti, il torneo si era trovato a corto di raccattapalle. Era facile notare sui campi di gioco che molti incontri avevano a disposizione solamente quattro raccattapalle, anziché i consueti sei. L’età richiesta, che nel 2019 andava dai 14 ai 21 anni, è stata dunque ampliata per tappare i buchi. “Io e mio marito Luke stavamo guardando una partita ad ottobre e c’erano soltanto tre raccattapalle, così un supervisor aveva dovuto dare una mano. Gli ho detto, un po’ per scherzo, che se avessero avuto bisogno di volontari li avremmo potuti aiutare.” racconta Novak. “E in gennaio in effetti il torneo ha fatto sapere tramite una mail che avrebbero preso anche gli adulti. Così gli ho detto: «Lo vuoi fare?» e lui: «No, non direi.» allora ho detto: «Ti spiace se vado io?» mi ha risposto di provarci e così ho fatto.”

 

Juan Garrido, uno dei coordinatori dei raccattapalle del torneo, ha detto che l’inserimento di adulti tra i ballkids era necessario: nel 2019, l’ultimo anno in cui l’evento non aveva avuto carenza di personale, c’erano circa 330 raccattapalle in lista, mentre ad ottobre il numero era quasi dimezzato. Quest’anno sono tornati nuovamente intorno ai 200, il che garantisce sempre la possibilità di avere sei raccattapalle su ogni campo. Gli adulti che si sono fatti avanti hanno contribuito a riempire il vuoto, oltre al fatto che sia a loro sia agli spettatori la cosa è piaciuta; quindi, Garrido ha valutato la soluzione come estremamente positiva. Con due eventi ravvicinati a cinque mesi di distanza l’uno dall’altro e senza sapere quali obblighi vaccinali ci sarebbero potuti essere, il coordinatore aveva previsto che sarebbero stati nuovamente a corto di ragazzi, così aveva aperto il reclutamento anche volontari adulti con la mail che Novak aveva appunto letto a gennaio.

“Nell’arco di tre giorni avevamo avuto oltre cento richieste, quando ce ne aspettavamo dieci.” si è stupito Garrido. “E non arrivavano solo dalla California, ma anche da New York e un po’ dappertutto, al che ci siamo detti che erano troppe!” Garrido ha dovuto contattare alcuni dei potenziali volontari per chiarire alcuni punti fondamentali: non è un invito aperto al quale asta rispondere per entrare automaticamente a far parte dello staff. C’è un provino rigoroso e solo alcuni hanno tutti i requisiti. Inoltre Garrido non voleva che arrivassero persone al di fuori dello stato, le quali avrebbero dovuto comprare un biglietto aereo e affittare una stanza per due settimane con l’idea che ogni sera sarebbero state sul campo principale per un match di Nadal. Una volta spiegata la situazione reale, gli interessati si sono ridotti a circa quaranta. E di quel gruppo, dopo una fase di training di due weekend, solo sedici sono risultati avere tutti i requisiti necessari. Uno di loro era Novak e a detta sua non era stato affatto facile.

“È stata sorprendentemente dura. Mi sono preparato esercitandomi a lanciare a far rotolare le palline: ero convinto che il compito del raccattapalle consistesse solo in quello e mi ero allenato nel cortile dietro casa, dove ero veramente bravo. Pensavo di andare là e fare un figurone! ricorda Novak. “Ciò di cui non ti accorgi sono tutte le complessità della cosa e del fatto che se ti trovi fuori posizione rischi di fare una figuraccia alla Kramer.” Il Kramer a cui si riferiva faceva parte della famosa sit-com “Seinfeld”, nel quale il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open di New York. In un’occasione Kramer era troppo zelante e finiva per provocare un infortunio a un tennista. Novak ha aggiunto che la preparazione fisica rappresentava un altro requisito: “Sostanzialmente si tratta di fare scatti molto brevi e adesso mi sveglio ogni mattina col mal di schiena: nonostante uno sia in forma, ci sono piccoli movimenti a cui non si è avvezzi e repentini cambi di direzione con le ginocchia in torsione. Alla fine tutto questo lo paghi.”

Ma ora che sta facendo il raccattapalle da dieci giorni la cosa più difficile è lo stress mentale per rimanere sempre concentrato. “Durante ogni singolo punto e persino in allenamento il cervello è focalizzato al 100% su dove lanciare la pallina, dove posizionarsi, come aiutare gli altri anche a seconda di quello che stanno facendo.” spiega Novak. “E non puoi metterti a pensare alla cena o altro, poiché nel momento in cui lo fai il giudice di sedia assegna il game e rimani interdetto: «Ora cosa devo fare? Devo lanciare la pallina o farla rotolare?» mentre ti guardi in giro in cerca di un aiuto.”

Dopodiché Novak ha sottolineato che è stato un piacere lavorare fianco a fianco e fare squadra con dei teenager, un gruppo a rotazione che cambiava ogni giorno. In un incontro tra Elise Mertens e Daria Seville si è trovato a fare il raccattapalle con quattro ragazze e un ragazzo, tutti sotto i venti anni. “A essere onesti mi hanno trattato come uno qualsiasi, anche se al primo impatto pensavano che fossi il loro coordinatore o roba del genere.” dice ridendo. “Una volta che hanno capito che ero uno di loro, mi hanno incluso nel gruppo.” Novak ha aggiunto che il suo sguardo severo mentre è in azione non deve trarre in inganno: è la sua tipica espressione di quando è in campo, ma fidatevi, si sta divertendo.

I suoi amici, molti dei quali sono andati a vederlo di persona, oppure si sono abbonati a Tennis Channel, gli hanno fatto diverse osservazioni critiche: “Mi dicono che sono troppo serio, ma io rispondevo: «Ehi, cosa vi aspettavate?! Che dessi il cinque ai giocatori?!»” Gli ha fatto molto piacere essere riconosciuto dalla gente. Diversi conoscenti gli hanno inviato screenshot di lui in TV. Veniva riconosciuto perfino da persone che non conosceva non quando girava tra i campi. Racconta di quando un giorno stava mangiando a un tavolo e tre donne si sono avvicinate e gli hanno chiesto quale lavoro facesse. Una volta saputo, lo hanno tempestato di domande. Gli hanno chiesto quale sarebbe stato il suo incontro successivo e poi sono andate a vederlo far rimbalzare e passare le palline. “La parte buffa della storia è stata il giorno dopo, quando sono arrivato al torneo con una coppia di amici e mio marito, e non appena siamo entrati le tre donne hanno iniziato a urlare come se fossi una celebrità” ricorda divertito Novak. “Mi sono sentito importante in mezzo ai miei amici e loro ci hanno riso su.” A quanto afferma Garrido, Novak ha ricevuto solo ottimi feedback. “Sin dal primo giorno di allenamento, Jim è stato il più positivo tra tutti. Dicevi «Salta!» e chiedeva quanto in alto, dicevi «Corri!» e chiedeva quanto veloce. I ragazzi adorano lavorare con lui. Ho sentito solo un gran bene sul suo conto e quando poteva aiutava e guidava i più giovani. È stata una piacevole scoperta per il nostro team, qualcuno di cui su cui puoi far sempre conto”.

Garrido ha aggiunto che è ancora presto per dire se saranno necessari raccattapalle adulti per l’edizione 2023, in quanto in un mondo perfetto sarebbero già al completo con il gruppo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni. Tuttavia dopo questo esperimento durato due tornei, Garrido non esiterà a chiamare adulti se dovesse servire. Per quanto riguarda Novak, ovviamente sa di dare una mano in qualità di sostituto, ma adesso che ha avuto un primo assaggio sarà felice di dare il suo contributo finché potrà. “Ho detto agli organizzatori che sono qui per aiutare se serve e posso sempre migliorare. Se invece non hanno bisogno di me, basta dirlo. Se sono a corto di ragazzi lo faccio volentieri e mi diverto.” ha detto Novak. “Qualora dovesse esserci maggior affluenza di giovani e fossi di troppo, andrebbe bene lo stesso.” E ha concluso che l’esperienza ha avuto solo un aspetto negativo: “Sfortunatamente non potrò più guardare con gli stessi occhi di prima un incontro di tennis, perché passerò tutto il tempo a seguire i raccattapalle”.

Traduzione di Lorenzo Andorlini

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Challenger

Vita da Challenger: la scommessa abruzzese

Cronache dell’altro tennis dalle tribune di Roseto degli Abruzzi

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Tennis Club Roseto (foto via Instagram tennisclubroseto)

Dal nostro inviato Andrea Negro

E poi succede che ci troviamo a Silvi Marina durante il challenger di Roseto, anzi i challenger, perché sono due, uno in fila all’altro. Siamo qui per scrivere, non solo di racchette: il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivvù – cantava Ruggeri – e il sottofondo ideale per recuperare l’ispirazione, aggiungiamo noi.

Appena sappiamo che a meno di mezz’ora di 500 si gioca il tennis che conta, poggiamo la penna e imbocchiamo la SS16. Nel risalire l’Abruzzo verso nord, l’Adriatica – questo il nome romantico della statale – esibisce uno dei tratti più suggestivi: finite le case di Silvi s’incrocia la Torre di Cerrano a guardia di una spiaggia immensa che pare di stare in Normandia, poi si attraversano Pineto e la sua profumata distesa di pini marittimi, infine ci si immerge in un lungo canneto con l’acqua a destra, le colline a sinistra e, dietro, il Gran Sasso, una gigantesca meringata di neve.

 

Roseto ci accoglie viva, i suoi 25.000 abitanti ne fanno il centro più popoloso delle cosiddette “sette sorelle”, i comuni costieri che scorrono dal confine con le Marche fino ai bordi di Pescara. Il tempo di un paio di rotonde ed entriamo nel parcheggio condiviso dal Tennis Club Roseto e dal palazzetto del basket – la squadra locale gioca in B. Il circolo è sorprendentemente grande per le dimensioni del paese, 200 soci e 10 campi, quattro in terra outdoor, quattro coperti, due di padel. E ottimamente organizzato: come spendiamo il nome di Ubitennis, gli addetti all’ingresso ci consegnano a Elisabetta Di Berardino, figlia del fondatore e ambasciatrice del club. In un attimo ci stampano il pass e veniamo presentati prima al presidente Luigi Bianchini, poi al direttore del torneo, Luca Del Federico. L’accoglienza è quella calda, confidenziale e vagamente accorta degli abruzzesi, di cui chi scrive conosce bene la consistenza, avendo avuto mamma e nonna aquilane.

Del Federico ci racconta la genesi dei challenger Roseto 1 e Roseto 2, al loro primo anno di vita. La scintilla è scoccata con il tennis tour “I love Abruzzo” dell’estate scorsa, una kermesse di tornei di seconda categoria culminata in quattro ITF internazionali, giocati tutti sul territorio abruzzese. Un format concepito da Del Federico e sviluppato grazie al supporto della Regione, attenta a rilanciare economia e turismo locali anche attraverso lo sport. Da quell’esperienza, che nell’arco di quattro mesi ha coinvolto nove città e portato in Abruzzo 2.300 tennisti, e dalla sospensione del challenger di Francavilla, ormai fermo da tre anni, è nata l’idea di sfruttare la struttura del Tennis Club Roseto per un nuovo challenger sull’Adriatico. Risultato: due main draw di prestigio – tra i 32 al nastro di partenza anche Vesely, Mager, Cobolli, Taberner, Rosol, Trungelliti, Haase – un montepremi di 45.000 € e un bel successo di pubblico.

Uno degli aspetti più gratificanti di un challenger è la possibilità di mescolarsi a tennisti e addetti ai lavori senza le barriere del circuito maggiore: rispetto ai tornei ATP infatti mancano infrastrutture e bodyguard a protezione dei giocatori, capita perciò di incontrarli facilmente. Ci succede con Luciano Darderi, passaporto italo-argentino, col quale chiacchieriamo amabilmente dei margini, dei sacrifici, delle ambizioni di un ventenne n. 210 del ranking mondiale (lo vedremo anche allenarsi, gran servizio, buone prospettive). Ci succederà più tardi con Federico Gaio.

Poco prima delle 11 ci uniamo ai già numerosi spettatori sugli spalti, ci sono due semifinali di livello, la seconda con Cobolli. Non stupisce la presenza di tanti appassionati, da queste parti c’è antica tradizione tennistica, si gioca e si guarda giocare, perfino nei 9° di un marzo anomalo che costringe al giaccone quando a fine inverno qui di solito si gira in pullover. Taberner e Sanchez Izquierdo iniziano puntuali, altra prova della buona organizzazione del torneo, che all’arbitro affianca cinque giudici di linea in divisa, medici di supporto, tabelloni digitali con nome, nazionalità, punteggio e misuratore del servizio.

Ai primi scambi subentra lo straniamento di quando si assiste dal vivo alla performance di un vero tennista. Non è come vedere un match su Challenger TV, dove il filtro dello schermo appiattisce e rallenta i colpi; dalle tribune si colgono la velocità di palla e di gamba, la coordinazione, le rotazioni, si chiarisce il significato di una prima a 190 all’ora. E sfuma in un attimo quella sorta di illusoria condivisione che, a causa della vicinanza, ci piazza in campo coi campioni, come se insieme giocassimo la partitella della domenica. La verità è che, a guardare chi sa come usare una racchetta, viene voglia di darsi agli scacchi.

Mentre i due spagnoli randellano, un uomo si accorge che prendiamo appunti e ci scambia per un coach. Lo informiamo del nostro umile lavoro di scribacchini, il che determina una serie di rivelazioni da parte di colui che, essendone socio, si fa testimone dall’interno delle dinamiche del circolo. La prima riguarda la carenza di talenti tra i tennisti di Roseto, pare che chi vuole emergere emigri a Mosciano S. Angelo, lontana 18 km e pronta ad investire sui giovani più promettenti. Poi si passa all’invadenza della Scuola Tennis che intasa i campi, soprattutto d’inverno, obbligando gli iscritti a litigarsi le poche ore libere. La nostra gola profonda chiude con un accenno polemico al propagarsi del padel. Ci segniamo tutto, non è propriamente cronaca sportiva, tuttavia la deposizione del socio merita attenzione, gli umori della piazza spesso nascondono verità inconfessabili da parte degli organi ufficiali.

Intanto Taberner ha tamponato in due set l’esuberanza di Sanchez. In attesa che attacchino Cobolli e Borges, ci concediamo una delle svariate eccellenze gastronomiche locali: insieme agli arrosticini, il panino con la porchetta rende totalmente inutile la presenza di McDonald sul territorio abruzzese. Con la squisitezza tra le mani, vediamo Cobolli gestire malissimo il primo set, riprendersi nel secondo ma poi smarrirsi definitivamente nel terzo, lasciando al portoghese una vittoria ampiamente alla sua portata. Forse al romano servirebbe un pellegrinaggio a Mosciano S. Angelo.

Aspettiamo che Flavio smaltisca la sconfitta avvicinando e conoscendo Federico Gaio, infagottato a studiare l’allenamento di Giustino, lunedì parte Roseto 2 e sono entrambi iscritti in tabellone. Gaio ha buone parole per l’organizzazione, l’unico appunto è sul freddo, davvero molesto, nei primi turni si è giocato sotto la neve: forse sarebbe stato opportuno spostare la coppia di challenger ad aprile o maggio. Annuisce anche Fabio Colangelo, coach di Gaio dalle chiare origini abruzzesi. Fatti i doverosi auguri a Federico, intercettiamo Cobolli per una piacevole intervista, già riassunta in calce alla cronaca su Ubitennis della partita con Borges.

Il programma delle semifinali ora è terminato e con lui il nostro compito di umili scribacchini. Rimane soltanto da ringraziare Elisabetta, Del Federico e Bianchini per la cordialissima ospitalità; e rifiutare l’invito al ricevimento nel giardino del circolo da parte dell’altrettanto cordiale direttore sportivo, Emiliano Aloisi: non è il caso di farci la reputazione di chi sfrutta il pass giornalisti per imbucarsi ai party, e pazienza se ciò comporta la rinuncia alla sicura grigliata di arrosticini e porchetta.

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Racconti

Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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