"Non riconosce gli amici". Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L'Edipo del tennis (Bocci)

Rassegna stampa

“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L’Edipo del tennis (Bocci)

La rassegna stampa del 25 aprile 2020

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“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Guillermo Vilas sta male. Ha una malattia neurodegenerativa e le sue condizioni, negli ultimi tempi, sarebbero peggiorate al punto da impedirgli di riconoscere gli amici e le persone più care. […] «La sua salute mentale sta peggiorando a vista d’occhio – rivela al giornale una persona vicina a “Willy”, ora 67enne -. Ha dei momenti di lucidità, ma non riesce a capire fmo in fondo quello che gli accade. Da qualche tempo non riconosce più gli amici e fa fatica addirittura a terminare un discorso». Nessuno parla apertamente di Alzheimer o demenza senile ma è già da qualche anno che il campione tra i più amati d’Argentina ha problemi di salute e di memoria. […] L’eredità Dopo aver diffuso la notizia, Olé è stato massacrato sui social per la sua «indelicatezza». Il giornale è stato accusato di non portare rispetto per la sofferenza di uno degli uomini che hanno reso grande lo sport e l’Argentina. In patria la racchetta di Willy è, infatti, un’icona, quasi quanto il sinistro di Maradona, i guantoni di Monzon e i canestri di Ginobili. Un giocatore in grado di ispirare un’intera nazione, un intero continente. Quanti tennisti arrivati dopo portano in eredità il suo nome, da Canas a Coria, così come tanti ragazzini venuti al mondo a metà degli anni 70, quando Guillermo raggiunse l’apice della carriera. Il 1977 è il “suo” anno con l’accoppiata Roland Garros-Us Open e 16 tornei conquistati sui 62 collezionati in totale. Ma i trofei e le 130 partite vinte in stagione non gli bastarono per scalzare Connors come numero uno: è ancora un cruccio per lui e i tifosi argentini. Se non fosse stato per le stranezze imposte dal sistema di punteggi allora in vigore avrebbe di certo coronato la carriera salendo sul trono. E intanto, dopo la diffusione della notizia della sua malattia, Diego Maradona è corso in difesa dell’onore dell’amico. Proprio lui, che più di una volta è finito sui giornali per motivi lontani dalle gesta sportive, ha voluto dimostrare appoggio a Vilas via Instagram. Diego ha postato una foto che ritrae i due fenomeni argentini insieme, sorridenti nei loro anni migliori, e ha scritto: «Caro Willy, ti dobbiamo dire grazie per tutta la gioia e le emozioni che ci hai dato. Mi auguro che tu possa essere ripagato con il rispetto e la dignità che tutti noi meritiamo, nei momenti più belli come in quelli più brutti. Spero che in questo momento potremo dimostrarci degni della tua grandezza. Un abbraccio enorme, Diego». Batticuore E come Maradona anche Willy, sex symbol per le ragazzine dell’epoca, ha fatto parlare di sé per vicende extra sportive, compresa la fuga “d’amore” con Carolina di Monaco nell’estate ’82. Una vacanza romantica su un’isola sperduta del Pacifico, ma non abbastanza da sfuggire ai fotografi di Paris Match. Una storia breve e intesa in grado di ispirare il poeta Guillermo che dedicò alla principessa più ambita versi romantici: «Tu sei partita. E io sono restato nudo e triste come un albero senza rami». Il cuore grande del ragazzo delle Pampas.

Il Roland Garros fa sette passi avanti (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Il Roland Garros non trova pace, ma seppellisce l’ascia di guerra. Dopo aver deciso in maniera autonoma di spostarsi dalla sua data naturale di fine maggio-inizio giugno al 20 settembre per tentare di salvare l’edizione 2020, ora potrebbe spostarsi una settimana più avanti, collocandosi dal 27 settembre all’11 ottobre nell’instabile e molto immaginario calendario del tennis. […] Lo scatto autarchico della federtennis francese, soprattutto, del suo presidente Bernard Giudicelli, aveva fatto arrabbiare tutti, dai giocatori agli altri organizzatori. L’Atp era arrivata addirittura a minacciare di togliere i punti validi per il ranking mondiale allo Slam francese. I transalpini hanno capito l’aria che tirava, hanno rimesso nella cappelliera il bicorno napoleonico (Giudicelli è come Bonaparte) e a quanto pare accettato di buon grado lo spostamento che servirebbe a mettere altri sette giorni fra la fine (programmata) degli Us Open e l’inizio del Roland Garros. Oppure, come appare sempre più probabile, per fare posto a settembre ai due Masters 1000 su terra al momento sospesi, cioè il Madrid Mutua Open e gli Internazionali d’Italia di Roma; e permettere anche la disputa delle qualificazioni. Le chanche che si possa giocare a Flushing Meadows tra fine agosto e inizio settembre sono infatti sempre più fioche, vista la drammatica situazione che regna a New York, la città americana più colpita dal Covid-19. NOAH . Si eviterebbe fra l’altro anche un mezzo “ingorgo” sportivo a Parigi e dintorni, visto che il Tour de France, la cui partenza è stata per ora rinviata al 29 agosto, si dovrebbe concludere il 20 settembre sugli Champs Elysées. Wimbledon come è noto ha preferito annullare i Championships, forte anche di una ricca assicurazione che invece manca agli altri eventi. Si tratta ovviamente di ipotesi legate allo sviluppo del contagio. « Per Parigi l’annullamento sarebbe un disastro economico»», ha dichiarato l’ex campione Yannick Noah – «Temo che il torneo sia morto>>. Il problema, nel caso, saranno anche gli spostamenti. «A me piacerebbe giocare sulla terra, sicuramente lo farei al Roland Garros», ha spiegato alla CNN Andy Murray, il cui fratello Jamie sta organizzando alcuni tornei regionali in Gran Bretagna. «Ma credo che il tennis sarà uno degli ultimi sport in grado di ripartire. Si tratta di far arrivare i giocatori da tutto il mondo a Parigi. E se in quel periodo ci fosse ancora un problema, mettiamo, in Sudamerica, e alcuni tennisti venissero bloccati? Il torneo perderebbe molto. Sarei sorpreso se a settembre o ottobre si riuscisse davvero a giocare >>

William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Gianni Clerici, La Repubblica)

Ci sono cose che si è obbligati a fare nella vita. Per me, scriba di tennis, divenne un obbligo una biografia di Suzanne Lenglen, il giorno in cui scoprii che sulla più grande tennista del mondo non esisteva un libro adeguato. C’era un volumetto di tale Schopfer, tennista francese, nome d’arte Claude Anet, uscito mentre Suzanne diveniva professionista, nel 1926, n. 1 al mondo, cinque anni prima di Tilden, del quale ho appena ricevuto la biografia forse definitiva, se 460 pagine bastano a descrivere un simile mito. […] Discutevo un giorno con gli amici Bud Collins e Frank Deford della Lenglen, e Bud, ridendo, mi suggere: «Ora che hai scritto la biografia della Lenglen, ti tocca quella di Tilden». Mi ribellai. «Tocca a voi. Io sono riuscito a trovare tredici libri su Tilden, cinque scritti da lui. Mane manca uno che tenga conto dei suoi tre fratelli morti, della sua omosessualità, della sua conseguente prigionia, di una vita drammatica. Io ho già dato. A Suzanne, il presidente della Filt Chatrier ha ora dedicato una strada, un monumento, un campo centrale. Fate voi qualcosa, per il vostro Tilden». Un anno dopo usciva il quattordicesimo libro su Tilden. Era a cura di Frank Deford. Ho sotto gli occhi il quindicesimo. Si chiama American Colossus. Big Bill Tilden e la Creazione del tennis moderno. È stato scritto da Allen Hornblum, che non si presenta come giornalista né scrittore, ma come uno storico ricercatore. Tento di ricavarne qualche informazione. I Tilden non facevano parte della povera immigrazione di Staten Island. Erano giunti dalla Gran Bretagna dove gli antenati avevano precedenti nobiliari; una grande famiglia che aveva partecipato alla nascita della libreria newyorkese di Fifth Avenue, prima di stabilirsi a Germantown, quartiere chic di Filadelfia. Pochi giorni dopo il Thanksgiving Day del 1884, Selina e William Tilden videro morire ben tre figli per un’intossicazione. I genitori attesero il 1885 per dar vita a un altro figlio William Tatem Tilden jr, che sarebbe divenuto il nostro eroe, sempre armato di una racchetta. Nei due capitoli successivi della biografia l’ancor giovane Bill sembra aver sostituito gli umani sentimenti — lacerati dalla morte della madre, seguita da quella del padre — con una assoluta passione per il tennis, che lo conduce a divenire socio attivo dei due club più vicini a casa: il Germantown Cricket Club, il Cynwyd Club. Bill accetta la lusinghiera proposta di Mary Key Brown, l’importatrice del tennis in America, di giocare con lei in doppio misto e nel 1913 vince il campionato nazionale, così come anche l’anno seguente. Muore intanto, di una polmonite contratta durante una vacanza al mare, il fratello maggiore Herbert, e Bill, invece di occuparsi dell’eredità della famiglia, si butta sempre più verso il tennis. Diviene coach volontario, e quindi non professionista, al Germantown, e inizia ad approfondire la geometria e la fisica del gioco, e il suo aspetto psicologico. Inoltre diventa viceredattore di teatro e di musica del Philadelphia Evening. Scoppia la guerra, e il patriottismo di Big Bill viene frustrato da una visita medica nella quale si manifesta un grave difetto, í piedi piatti. La frustrazione lo porterà ad allenarsi al punto che Tilden vincerà nel 1918 il Campionato su terra a Chicago. Il Campionato degli Stati Uniti è intanto rientrato alla sua storica sede di Forest Hills, il West Side Club, e Tilden partecipa per lasciare, nella semifinale, quattro games in tre set a Ichya Kumagae, uno dei primi tennisti giapponesi, mentre un incidente lo priva della vittoria finale contro il suo coetaneo R. L. Murray. Giunge l’armistizio, l’11 novembre 1918, e Bill, da un letto d’ospedale dove è stato operato al tendine, ci fa sapere, in un articolo del 15 marzo 1919, che — d’accordo con Shakespeare — ritiene la varietà e la versatilità i due aspetti cardinali di un successo nel tennis. Intanto riprende, tra le nazioni vincitrici, il tennis internazionale. A fianco di Tilden, si impongono Richard Norris Williams, detto Dick, e William Johnston da San Francisco, favorito dagli aficionados per la sua modesta statura che comunque non sembra negargli un irresistibile diritto, impugnato come si usa sui campi in cemento del Pacifico. Finirà N. 1, giusto davanti a Tilden. È la classifica che spinge Big Bill a un nuovo rovescio offensivo, del quale ci dice «senza quel colpo, a cui ho dedicato un anno, Johnston avrebbe continuato a battermi». Anche grazie a quel colpo, che lo rendeva quasi inattaccabile, Big Bill otteneva la selezione per la Davis contro gli australiani. Sin lì, nessun americano era stato in grado di vincere Wimbledon, né la Davis. Big Bill fu in grado di eliminare il defendig champion Gerald Patterson 2-6 6-3, 6-2, 6-4, lasciando allibiti i giornalisti inglesi che l’avevano paragonato a un gorilla. Il successo condusse Big Bill ad accettare, nonostante l’opposizione dei dirigenti che lo consideravano un guadagno venale e quindi perseguibile, la proposta di scrivere un libro sul tennis, TheArt ofLawn Tennis, che giustifica ampiamente le sette edizioni seguite al successo della prima. Altri successi giunsero dalla Davis contro la Francia, poi dalla finale individuale che fece alzare le tribune di Forest Hill. Nel corso del match un aereo, sul quale si trovava un fotografo incaricato «di ottenere le foto più vicine possibili della partita», ebbe a un’ottantina di metri un guasto al motore, e fini per cadere non lontano dalle tribune e, alla richiesta se continuare il gioco, Big Bill e Johnson risposero affermativamente. Soltanto alcuni degli spettatori si mossero incuriositi dal relitto, e dalle vittime dell’equipaggio. Tilden chiuse il match 6-1,1-6, 7-5, 5-7, 6-3. La vittoria in Davis, seguita a Wimbledon, Forest Hills, e al successo del libro, consentirono a Big Bill di essere paragonato a Ty Cobb, Jim Thorpe e Jack Dempsey, i fenomeni di baseball e boxe. Qualcosa che lo differenziava da un normale campione stava però accadendo nella sua vita. La seconda finale di Wimbledon, quella del 1921, ne è un esempio sorprendente. L’avversario di Bill era il sudafricano Brian Norton, paragonato dallo scriba John Cliff a una pallina da ping pong galleggiante in un torrente. Il punteggio, perduti i primi due set, vede un 6-1 6-0 in favore di Tilden. Che cos’era accaduto? «Norton sapeva meglio di ogni altro quale era la mia salute, non certo in grado di consentirmi un match di tennis» scrive Tilden. In vantaggio di due set, il sudafricano si era messo a palleggiare in modo svogliato, regalando di fatto il terzo e il quarto. Giunto al quinto, aveva ripreso un minimo di attenzione, non evitando i drop che Big Bill gli aveva inviato durante tutto il match. Sul 5 a 3 al quinto per Norton il match pareva comunque finito quando, sul secondo match point, Bill ritenne la propria palla lunga e si avvicinò alla rete per stringere la mano all’avversario. Era sulla linea, invece, e se «Norton l’avesse comunque rimandata, non avrei nemmeno tentato di colpirla». Da quell’incredibile istante, Tilden avrebbe tratto le forze per disputare gli ultimi quattro game, e vincere il suo secondo Wimbledon. Un incontro che segnò in qualche modo la vita di Tilden è quello con Suzanne Lenglen, suo equivalente in Europa, donna mai battuta se non per il match in Usa contro Molla Mallory. Tilden la vide che si allenava a Parigi, le propose un palleggio, poi un set, al termine del quale Suzanne gli disse che colpiva con troppa forza, e, alla richiesta dei giornalisti intervenuti, dichiarò di non ricordarsi lo score del set giocato. Big Bill non intervenne, ma da quel giorno la sua simpatia per la tennista francese non aumentò certo. Intanto, nonostante la sua cattiva salute, riuscì a dominare gli avversari dei Mondiali su terra e battè in finale il mancino belga Jean Washer. Insomma, mi pare, la vita di Tilden più affascinante di quella di Federer chi poi sia stato il migliore dei due, non è possibile definirlo

L’Edipo del tennis (Alessandra Bocci, Sportweek)

Ma davvero ha odiato il tennis, davvero ha odiato suo padre, davvero ha odiato se stesso? In mezzo secolo, Andre Agassi ha provato tutto, vinto tanto, attraversato deserti di depressione, toccato vette alte. […] Perché il tennis, come racconta nel suo libro Open, una pietra miliare nel campo delle biografie sportive, «è quello sport nel quale parli da solo». E il campo deve essergli sembrato tante volte l’emblema della solitudine, una sensazione che forse non è mai riuscito a metabolizzare fino a quando si è ritirato a New York, nel 2006, dopo una lunga sfilza di partite, viaggi, cadute e risalite, metanfetamine e cortisone, vittorie e dolori, e finalmente ha ricevuto un lungo e commovente applauso. Ma dietro alla lunga carriera del bimbo prodigio Agassi c’è stata sofferenza, non soltanto psicologica. Nato con una vertebra sporgente, difetto che lo obbligava a camminare con le punte dei piedi rivolte dentro, gioca fino a 36 anni. Domina dai primi anni Novanta all’inizio del decennio successivo con un tennis nuovo, aggressivo, plasmato dal padre Mike, ex pugile con la fissazione della racchetta, e da Nick Bollettieri, il severo coach di tanti tennisti. Severo e svelto nel riconoscere il talento del ragazzino che il padre porta alla sua accademia, in Florida. […] SMALTO SULLE UNGHIE È stata una carriera di odioamore per la racchetta, un rapporto irrisolto come quello con il padre, tratteggiato tanto bene dal premio Pulitzer Moehringer da incatenare alle pagine del libro milioni di persone. Mike Agassi voleva quattro figli tennisti e con uno l’impresa gli è riuscita proprio bene. Forzandolo, come ha raccontato più volte Andre. Ma anche procurandogli con la sua tenacia una carriera da 150 milioni di dollari, più o meno, guadagnati con gli sponsor, più quelli dei premi dei tornei vinti (una trentina). Perché Agassi, otto titoli di Slam in carriera, campione nel 1992 a Wimbledon, marito prima di Brooke Shields, poi di Steffi Graf, è stato oltre che un atleta innovativo un formidabile personaggio che le industrie si sono contese. È stato l’opposto di Federer, non soltanto nel gioco, e di Nadal, uno che ha sposato la fidanzatina del liceo e che, a parte qualche tenuta sgargiante in campo, non ha mai sgarrato. E l’infinito Roger è un po’ come lo spagnolo: moglie ex tennista, famiglia numerosa, gioco e portamento elegante. Ecco, Agassi invece ha sgarrato un’infinità di volte, da quando ha cominciato a pitturarsi le unghie di rosa per fare dispetto al padre che ce l’aveva con gli omosessuali. È stato politicamente scorretto nell’abbigliamento, a partire da quando una volta si è presentato in campo per una delle sue prime finali con i jeans strappati, lo smalto rosso, il maquillage e la cresta. Quello fu veramente troppo, fu punito per tre anni, ma forse la sua straordinaria carriera cominciò proprio li, quando si decise a mollare l’highschool, diplomarsi per corrispondenza e diventare tennista di professione e una star. CRISI E RISALITA Agassi è stato un atleta molto amato, molto copiato e anche molto odiato da una parte del pubblico, pure americano, che non comprendeva i suoi comportamenti, dalla chiacchierata amicizia con Barbra Streisand al matrimonio con Brooke Shields durato due anni (e dal punto di vista del rendimento sportivo furono quelli peggiori). Nel 1997 comincia una lunga crisi: troppa vita mondana, poco tennis, tante maglie e calzoncini venduti, ma tanto disagio. Agassi esce anche da questa buca. E quando, alla fine degli anni Novanta, intreccia una relazione con la collega Steffi Graf (un colpo di fulmine incomprensibile per molti) comincia la risalita. Adesso che festeggia cinquant’anni, Agassi e un ex ragazzo un po’ appesantito, senza capelli (il suo incubo da sempre, molte sue criniere erano parrucche), pacificato dal rapporto con la moglie e con i due figli che non obbliga a giocare a tennis. Anche se le insistenze di Mike non sono proprio andate sprecate.

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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