"Non riconosce gli amici". Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L'Edipo del tennis (Bocci)

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“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L’Edipo del tennis (Bocci)

La rassegna stampa del 25 aprile 2020

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“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Guillermo Vilas sta male. Ha una malattia neurodegenerativa e le sue condizioni, negli ultimi tempi, sarebbero peggiorate al punto da impedirgli di riconoscere gli amici e le persone più care. […] «La sua salute mentale sta peggiorando a vista d’occhio – rivela al giornale una persona vicina a “Willy”, ora 67enne -. Ha dei momenti di lucidità, ma non riesce a capire fmo in fondo quello che gli accade. Da qualche tempo non riconosce più gli amici e fa fatica addirittura a terminare un discorso». Nessuno parla apertamente di Alzheimer o demenza senile ma è già da qualche anno che il campione tra i più amati d’Argentina ha problemi di salute e di memoria. […] L’eredità Dopo aver diffuso la notizia, Olé è stato massacrato sui social per la sua «indelicatezza». Il giornale è stato accusato di non portare rispetto per la sofferenza di uno degli uomini che hanno reso grande lo sport e l’Argentina. In patria la racchetta di Willy è, infatti, un’icona, quasi quanto il sinistro di Maradona, i guantoni di Monzon e i canestri di Ginobili. Un giocatore in grado di ispirare un’intera nazione, un intero continente. Quanti tennisti arrivati dopo portano in eredità il suo nome, da Canas a Coria, così come tanti ragazzini venuti al mondo a metà degli anni 70, quando Guillermo raggiunse l’apice della carriera. Il 1977 è il “suo” anno con l’accoppiata Roland Garros-Us Open e 16 tornei conquistati sui 62 collezionati in totale. Ma i trofei e le 130 partite vinte in stagione non gli bastarono per scalzare Connors come numero uno: è ancora un cruccio per lui e i tifosi argentini. Se non fosse stato per le stranezze imposte dal sistema di punteggi allora in vigore avrebbe di certo coronato la carriera salendo sul trono. E intanto, dopo la diffusione della notizia della sua malattia, Diego Maradona è corso in difesa dell’onore dell’amico. Proprio lui, che più di una volta è finito sui giornali per motivi lontani dalle gesta sportive, ha voluto dimostrare appoggio a Vilas via Instagram. Diego ha postato una foto che ritrae i due fenomeni argentini insieme, sorridenti nei loro anni migliori, e ha scritto: «Caro Willy, ti dobbiamo dire grazie per tutta la gioia e le emozioni che ci hai dato. Mi auguro che tu possa essere ripagato con il rispetto e la dignità che tutti noi meritiamo, nei momenti più belli come in quelli più brutti. Spero che in questo momento potremo dimostrarci degni della tua grandezza. Un abbraccio enorme, Diego». Batticuore E come Maradona anche Willy, sex symbol per le ragazzine dell’epoca, ha fatto parlare di sé per vicende extra sportive, compresa la fuga “d’amore” con Carolina di Monaco nell’estate ’82. Una vacanza romantica su un’isola sperduta del Pacifico, ma non abbastanza da sfuggire ai fotografi di Paris Match. Una storia breve e intesa in grado di ispirare il poeta Guillermo che dedicò alla principessa più ambita versi romantici: «Tu sei partita. E io sono restato nudo e triste come un albero senza rami». Il cuore grande del ragazzo delle Pampas.

Il Roland Garros fa sette passi avanti (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Il Roland Garros non trova pace, ma seppellisce l’ascia di guerra. Dopo aver deciso in maniera autonoma di spostarsi dalla sua data naturale di fine maggio-inizio giugno al 20 settembre per tentare di salvare l’edizione 2020, ora potrebbe spostarsi una settimana più avanti, collocandosi dal 27 settembre all’11 ottobre nell’instabile e molto immaginario calendario del tennis. […] Lo scatto autarchico della federtennis francese, soprattutto, del suo presidente Bernard Giudicelli, aveva fatto arrabbiare tutti, dai giocatori agli altri organizzatori. L’Atp era arrivata addirittura a minacciare di togliere i punti validi per il ranking mondiale allo Slam francese. I transalpini hanno capito l’aria che tirava, hanno rimesso nella cappelliera il bicorno napoleonico (Giudicelli è come Bonaparte) e a quanto pare accettato di buon grado lo spostamento che servirebbe a mettere altri sette giorni fra la fine (programmata) degli Us Open e l’inizio del Roland Garros. Oppure, come appare sempre più probabile, per fare posto a settembre ai due Masters 1000 su terra al momento sospesi, cioè il Madrid Mutua Open e gli Internazionali d’Italia di Roma; e permettere anche la disputa delle qualificazioni. Le chanche che si possa giocare a Flushing Meadows tra fine agosto e inizio settembre sono infatti sempre più fioche, vista la drammatica situazione che regna a New York, la città americana più colpita dal Covid-19. NOAH . Si eviterebbe fra l’altro anche un mezzo “ingorgo” sportivo a Parigi e dintorni, visto che il Tour de France, la cui partenza è stata per ora rinviata al 29 agosto, si dovrebbe concludere il 20 settembre sugli Champs Elysées. Wimbledon come è noto ha preferito annullare i Championships, forte anche di una ricca assicurazione che invece manca agli altri eventi. Si tratta ovviamente di ipotesi legate allo sviluppo del contagio. « Per Parigi l’annullamento sarebbe un disastro economico»», ha dichiarato l’ex campione Yannick Noah – «Temo che il torneo sia morto>>. Il problema, nel caso, saranno anche gli spostamenti. «A me piacerebbe giocare sulla terra, sicuramente lo farei al Roland Garros», ha spiegato alla CNN Andy Murray, il cui fratello Jamie sta organizzando alcuni tornei regionali in Gran Bretagna. «Ma credo che il tennis sarà uno degli ultimi sport in grado di ripartire. Si tratta di far arrivare i giocatori da tutto il mondo a Parigi. E se in quel periodo ci fosse ancora un problema, mettiamo, in Sudamerica, e alcuni tennisti venissero bloccati? Il torneo perderebbe molto. Sarei sorpreso se a settembre o ottobre si riuscisse davvero a giocare >>

William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Gianni Clerici, La Repubblica)

Ci sono cose che si è obbligati a fare nella vita. Per me, scriba di tennis, divenne un obbligo una biografia di Suzanne Lenglen, il giorno in cui scoprii che sulla più grande tennista del mondo non esisteva un libro adeguato. C’era un volumetto di tale Schopfer, tennista francese, nome d’arte Claude Anet, uscito mentre Suzanne diveniva professionista, nel 1926, n. 1 al mondo, cinque anni prima di Tilden, del quale ho appena ricevuto la biografia forse definitiva, se 460 pagine bastano a descrivere un simile mito. […] Discutevo un giorno con gli amici Bud Collins e Frank Deford della Lenglen, e Bud, ridendo, mi suggere: «Ora che hai scritto la biografia della Lenglen, ti tocca quella di Tilden». Mi ribellai. «Tocca a voi. Io sono riuscito a trovare tredici libri su Tilden, cinque scritti da lui. Mane manca uno che tenga conto dei suoi tre fratelli morti, della sua omosessualità, della sua conseguente prigionia, di una vita drammatica. Io ho già dato. A Suzanne, il presidente della Filt Chatrier ha ora dedicato una strada, un monumento, un campo centrale. Fate voi qualcosa, per il vostro Tilden». Un anno dopo usciva il quattordicesimo libro su Tilden. Era a cura di Frank Deford. Ho sotto gli occhi il quindicesimo. Si chiama American Colossus. Big Bill Tilden e la Creazione del tennis moderno. È stato scritto da Allen Hornblum, che non si presenta come giornalista né scrittore, ma come uno storico ricercatore. Tento di ricavarne qualche informazione. I Tilden non facevano parte della povera immigrazione di Staten Island. Erano giunti dalla Gran Bretagna dove gli antenati avevano precedenti nobiliari; una grande famiglia che aveva partecipato alla nascita della libreria newyorkese di Fifth Avenue, prima di stabilirsi a Germantown, quartiere chic di Filadelfia. Pochi giorni dopo il Thanksgiving Day del 1884, Selina e William Tilden videro morire ben tre figli per un’intossicazione. I genitori attesero il 1885 per dar vita a un altro figlio William Tatem Tilden jr, che sarebbe divenuto il nostro eroe, sempre armato di una racchetta. Nei due capitoli successivi della biografia l’ancor giovane Bill sembra aver sostituito gli umani sentimenti — lacerati dalla morte della madre, seguita da quella del padre — con una assoluta passione per il tennis, che lo conduce a divenire socio attivo dei due club più vicini a casa: il Germantown Cricket Club, il Cynwyd Club. Bill accetta la lusinghiera proposta di Mary Key Brown, l’importatrice del tennis in America, di giocare con lei in doppio misto e nel 1913 vince il campionato nazionale, così come anche l’anno seguente. Muore intanto, di una polmonite contratta durante una vacanza al mare, il fratello maggiore Herbert, e Bill, invece di occuparsi dell’eredità della famiglia, si butta sempre più verso il tennis. Diviene coach volontario, e quindi non professionista, al Germantown, e inizia ad approfondire la geometria e la fisica del gioco, e il suo aspetto psicologico. Inoltre diventa viceredattore di teatro e di musica del Philadelphia Evening. Scoppia la guerra, e il patriottismo di Big Bill viene frustrato da una visita medica nella quale si manifesta un grave difetto, í piedi piatti. La frustrazione lo porterà ad allenarsi al punto che Tilden vincerà nel 1918 il Campionato su terra a Chicago. Il Campionato degli Stati Uniti è intanto rientrato alla sua storica sede di Forest Hills, il West Side Club, e Tilden partecipa per lasciare, nella semifinale, quattro games in tre set a Ichya Kumagae, uno dei primi tennisti giapponesi, mentre un incidente lo priva della vittoria finale contro il suo coetaneo R. L. Murray. Giunge l’armistizio, l’11 novembre 1918, e Bill, da un letto d’ospedale dove è stato operato al tendine, ci fa sapere, in un articolo del 15 marzo 1919, che — d’accordo con Shakespeare — ritiene la varietà e la versatilità i due aspetti cardinali di un successo nel tennis. Intanto riprende, tra le nazioni vincitrici, il tennis internazionale. A fianco di Tilden, si impongono Richard Norris Williams, detto Dick, e William Johnston da San Francisco, favorito dagli aficionados per la sua modesta statura che comunque non sembra negargli un irresistibile diritto, impugnato come si usa sui campi in cemento del Pacifico. Finirà N. 1, giusto davanti a Tilden. È la classifica che spinge Big Bill a un nuovo rovescio offensivo, del quale ci dice «senza quel colpo, a cui ho dedicato un anno, Johnston avrebbe continuato a battermi». Anche grazie a quel colpo, che lo rendeva quasi inattaccabile, Big Bill otteneva la selezione per la Davis contro gli australiani. Sin lì, nessun americano era stato in grado di vincere Wimbledon, né la Davis. Big Bill fu in grado di eliminare il defendig champion Gerald Patterson 2-6 6-3, 6-2, 6-4, lasciando allibiti i giornalisti inglesi che l’avevano paragonato a un gorilla. Il successo condusse Big Bill ad accettare, nonostante l’opposizione dei dirigenti che lo consideravano un guadagno venale e quindi perseguibile, la proposta di scrivere un libro sul tennis, TheArt ofLawn Tennis, che giustifica ampiamente le sette edizioni seguite al successo della prima. Altri successi giunsero dalla Davis contro la Francia, poi dalla finale individuale che fece alzare le tribune di Forest Hill. Nel corso del match un aereo, sul quale si trovava un fotografo incaricato «di ottenere le foto più vicine possibili della partita», ebbe a un’ottantina di metri un guasto al motore, e fini per cadere non lontano dalle tribune e, alla richiesta se continuare il gioco, Big Bill e Johnson risposero affermativamente. Soltanto alcuni degli spettatori si mossero incuriositi dal relitto, e dalle vittime dell’equipaggio. Tilden chiuse il match 6-1,1-6, 7-5, 5-7, 6-3. La vittoria in Davis, seguita a Wimbledon, Forest Hills, e al successo del libro, consentirono a Big Bill di essere paragonato a Ty Cobb, Jim Thorpe e Jack Dempsey, i fenomeni di baseball e boxe. Qualcosa che lo differenziava da un normale campione stava però accadendo nella sua vita. La seconda finale di Wimbledon, quella del 1921, ne è un esempio sorprendente. L’avversario di Bill era il sudafricano Brian Norton, paragonato dallo scriba John Cliff a una pallina da ping pong galleggiante in un torrente. Il punteggio, perduti i primi due set, vede un 6-1 6-0 in favore di Tilden. Che cos’era accaduto? «Norton sapeva meglio di ogni altro quale era la mia salute, non certo in grado di consentirmi un match di tennis» scrive Tilden. In vantaggio di due set, il sudafricano si era messo a palleggiare in modo svogliato, regalando di fatto il terzo e il quarto. Giunto al quinto, aveva ripreso un minimo di attenzione, non evitando i drop che Big Bill gli aveva inviato durante tutto il match. Sul 5 a 3 al quinto per Norton il match pareva comunque finito quando, sul secondo match point, Bill ritenne la propria palla lunga e si avvicinò alla rete per stringere la mano all’avversario. Era sulla linea, invece, e se «Norton l’avesse comunque rimandata, non avrei nemmeno tentato di colpirla». Da quell’incredibile istante, Tilden avrebbe tratto le forze per disputare gli ultimi quattro game, e vincere il suo secondo Wimbledon. Un incontro che segnò in qualche modo la vita di Tilden è quello con Suzanne Lenglen, suo equivalente in Europa, donna mai battuta se non per il match in Usa contro Molla Mallory. Tilden la vide che si allenava a Parigi, le propose un palleggio, poi un set, al termine del quale Suzanne gli disse che colpiva con troppa forza, e, alla richiesta dei giornalisti intervenuti, dichiarò di non ricordarsi lo score del set giocato. Big Bill non intervenne, ma da quel giorno la sua simpatia per la tennista francese non aumentò certo. Intanto, nonostante la sua cattiva salute, riuscì a dominare gli avversari dei Mondiali su terra e battè in finale il mancino belga Jean Washer. Insomma, mi pare, la vita di Tilden più affascinante di quella di Federer chi poi sia stato il migliore dei due, non è possibile definirlo

L’Edipo del tennis (Alessandra Bocci, Sportweek)

Ma davvero ha odiato il tennis, davvero ha odiato suo padre, davvero ha odiato se stesso? In mezzo secolo, Andre Agassi ha provato tutto, vinto tanto, attraversato deserti di depressione, toccato vette alte. […] Perché il tennis, come racconta nel suo libro Open, una pietra miliare nel campo delle biografie sportive, «è quello sport nel quale parli da solo». E il campo deve essergli sembrato tante volte l’emblema della solitudine, una sensazione che forse non è mai riuscito a metabolizzare fino a quando si è ritirato a New York, nel 2006, dopo una lunga sfilza di partite, viaggi, cadute e risalite, metanfetamine e cortisone, vittorie e dolori, e finalmente ha ricevuto un lungo e commovente applauso. Ma dietro alla lunga carriera del bimbo prodigio Agassi c’è stata sofferenza, non soltanto psicologica. Nato con una vertebra sporgente, difetto che lo obbligava a camminare con le punte dei piedi rivolte dentro, gioca fino a 36 anni. Domina dai primi anni Novanta all’inizio del decennio successivo con un tennis nuovo, aggressivo, plasmato dal padre Mike, ex pugile con la fissazione della racchetta, e da Nick Bollettieri, il severo coach di tanti tennisti. Severo e svelto nel riconoscere il talento del ragazzino che il padre porta alla sua accademia, in Florida. […] SMALTO SULLE UNGHIE È stata una carriera di odioamore per la racchetta, un rapporto irrisolto come quello con il padre, tratteggiato tanto bene dal premio Pulitzer Moehringer da incatenare alle pagine del libro milioni di persone. Mike Agassi voleva quattro figli tennisti e con uno l’impresa gli è riuscita proprio bene. Forzandolo, come ha raccontato più volte Andre. Ma anche procurandogli con la sua tenacia una carriera da 150 milioni di dollari, più o meno, guadagnati con gli sponsor, più quelli dei premi dei tornei vinti (una trentina). Perché Agassi, otto titoli di Slam in carriera, campione nel 1992 a Wimbledon, marito prima di Brooke Shields, poi di Steffi Graf, è stato oltre che un atleta innovativo un formidabile personaggio che le industrie si sono contese. È stato l’opposto di Federer, non soltanto nel gioco, e di Nadal, uno che ha sposato la fidanzatina del liceo e che, a parte qualche tenuta sgargiante in campo, non ha mai sgarrato. E l’infinito Roger è un po’ come lo spagnolo: moglie ex tennista, famiglia numerosa, gioco e portamento elegante. Ecco, Agassi invece ha sgarrato un’infinità di volte, da quando ha cominciato a pitturarsi le unghie di rosa per fare dispetto al padre che ce l’aveva con gli omosessuali. È stato politicamente scorretto nell’abbigliamento, a partire da quando una volta si è presentato in campo per una delle sue prime finali con i jeans strappati, lo smalto rosso, il maquillage e la cresta. Quello fu veramente troppo, fu punito per tre anni, ma forse la sua straordinaria carriera cominciò proprio li, quando si decise a mollare l’highschool, diplomarsi per corrispondenza e diventare tennista di professione e una star. CRISI E RISALITA Agassi è stato un atleta molto amato, molto copiato e anche molto odiato da una parte del pubblico, pure americano, che non comprendeva i suoi comportamenti, dalla chiacchierata amicizia con Barbra Streisand al matrimonio con Brooke Shields durato due anni (e dal punto di vista del rendimento sportivo furono quelli peggiori). Nel 1997 comincia una lunga crisi: troppa vita mondana, poco tennis, tante maglie e calzoncini venduti, ma tanto disagio. Agassi esce anche da questa buca. E quando, alla fine degli anni Novanta, intreccia una relazione con la collega Steffi Graf (un colpo di fulmine incomprensibile per molti) comincia la risalita. Adesso che festeggia cinquant’anni, Agassi e un ex ragazzo un po’ appesantito, senza capelli (il suo incubo da sempre, molte sue criniere erano parrucche), pacificato dal rapporto con la moglie e con i due figli che non obbliga a giocare a tennis. Anche se le insistenze di Mike non sono proprio andate sprecate.

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Rassegna stampa

Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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