"Non riconosce gli amici". Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L'Edipo del tennis (Bocci)

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“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Cocchi). Il Roland Garros fa sette passi avanti (Semeraro). William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Clerici). L’Edipo del tennis (Bocci)

La rassegna stampa del 25 aprile 2020

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“Non riconosce gli amici”. Il tennis in ansia per Vilas (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Guillermo Vilas sta male. Ha una malattia neurodegenerativa e le sue condizioni, negli ultimi tempi, sarebbero peggiorate al punto da impedirgli di riconoscere gli amici e le persone più care. […] «La sua salute mentale sta peggiorando a vista d’occhio – rivela al giornale una persona vicina a “Willy”, ora 67enne -. Ha dei momenti di lucidità, ma non riesce a capire fmo in fondo quello che gli accade. Da qualche tempo non riconosce più gli amici e fa fatica addirittura a terminare un discorso». Nessuno parla apertamente di Alzheimer o demenza senile ma è già da qualche anno che il campione tra i più amati d’Argentina ha problemi di salute e di memoria. […] L’eredità Dopo aver diffuso la notizia, Olé è stato massacrato sui social per la sua «indelicatezza». Il giornale è stato accusato di non portare rispetto per la sofferenza di uno degli uomini che hanno reso grande lo sport e l’Argentina. In patria la racchetta di Willy è, infatti, un’icona, quasi quanto il sinistro di Maradona, i guantoni di Monzon e i canestri di Ginobili. Un giocatore in grado di ispirare un’intera nazione, un intero continente. Quanti tennisti arrivati dopo portano in eredità il suo nome, da Canas a Coria, così come tanti ragazzini venuti al mondo a metà degli anni 70, quando Guillermo raggiunse l’apice della carriera. Il 1977 è il “suo” anno con l’accoppiata Roland Garros-Us Open e 16 tornei conquistati sui 62 collezionati in totale. Ma i trofei e le 130 partite vinte in stagione non gli bastarono per scalzare Connors come numero uno: è ancora un cruccio per lui e i tifosi argentini. Se non fosse stato per le stranezze imposte dal sistema di punteggi allora in vigore avrebbe di certo coronato la carriera salendo sul trono. E intanto, dopo la diffusione della notizia della sua malattia, Diego Maradona è corso in difesa dell’onore dell’amico. Proprio lui, che più di una volta è finito sui giornali per motivi lontani dalle gesta sportive, ha voluto dimostrare appoggio a Vilas via Instagram. Diego ha postato una foto che ritrae i due fenomeni argentini insieme, sorridenti nei loro anni migliori, e ha scritto: «Caro Willy, ti dobbiamo dire grazie per tutta la gioia e le emozioni che ci hai dato. Mi auguro che tu possa essere ripagato con il rispetto e la dignità che tutti noi meritiamo, nei momenti più belli come in quelli più brutti. Spero che in questo momento potremo dimostrarci degni della tua grandezza. Un abbraccio enorme, Diego». Batticuore E come Maradona anche Willy, sex symbol per le ragazzine dell’epoca, ha fatto parlare di sé per vicende extra sportive, compresa la fuga “d’amore” con Carolina di Monaco nell’estate ’82. Una vacanza romantica su un’isola sperduta del Pacifico, ma non abbastanza da sfuggire ai fotografi di Paris Match. Una storia breve e intesa in grado di ispirare il poeta Guillermo che dedicò alla principessa più ambita versi romantici: «Tu sei partita. E io sono restato nudo e triste come un albero senza rami». Il cuore grande del ragazzo delle Pampas.

Il Roland Garros fa sette passi avanti (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Il Roland Garros non trova pace, ma seppellisce l’ascia di guerra. Dopo aver deciso in maniera autonoma di spostarsi dalla sua data naturale di fine maggio-inizio giugno al 20 settembre per tentare di salvare l’edizione 2020, ora potrebbe spostarsi una settimana più avanti, collocandosi dal 27 settembre all’11 ottobre nell’instabile e molto immaginario calendario del tennis. […] Lo scatto autarchico della federtennis francese, soprattutto, del suo presidente Bernard Giudicelli, aveva fatto arrabbiare tutti, dai giocatori agli altri organizzatori. L’Atp era arrivata addirittura a minacciare di togliere i punti validi per il ranking mondiale allo Slam francese. I transalpini hanno capito l’aria che tirava, hanno rimesso nella cappelliera il bicorno napoleonico (Giudicelli è come Bonaparte) e a quanto pare accettato di buon grado lo spostamento che servirebbe a mettere altri sette giorni fra la fine (programmata) degli Us Open e l’inizio del Roland Garros. Oppure, come appare sempre più probabile, per fare posto a settembre ai due Masters 1000 su terra al momento sospesi, cioè il Madrid Mutua Open e gli Internazionali d’Italia di Roma; e permettere anche la disputa delle qualificazioni. Le chanche che si possa giocare a Flushing Meadows tra fine agosto e inizio settembre sono infatti sempre più fioche, vista la drammatica situazione che regna a New York, la città americana più colpita dal Covid-19. NOAH . Si eviterebbe fra l’altro anche un mezzo “ingorgo” sportivo a Parigi e dintorni, visto che il Tour de France, la cui partenza è stata per ora rinviata al 29 agosto, si dovrebbe concludere il 20 settembre sugli Champs Elysées. Wimbledon come è noto ha preferito annullare i Championships, forte anche di una ricca assicurazione che invece manca agli altri eventi. Si tratta ovviamente di ipotesi legate allo sviluppo del contagio. « Per Parigi l’annullamento sarebbe un disastro economico»», ha dichiarato l’ex campione Yannick Noah – «Temo che il torneo sia morto>>. Il problema, nel caso, saranno anche gli spostamenti. «A me piacerebbe giocare sulla terra, sicuramente lo farei al Roland Garros», ha spiegato alla CNN Andy Murray, il cui fratello Jamie sta organizzando alcuni tornei regionali in Gran Bretagna. «Ma credo che il tennis sarà uno degli ultimi sport in grado di ripartire. Si tratta di far arrivare i giocatori da tutto il mondo a Parigi. E se in quel periodo ci fosse ancora un problema, mettiamo, in Sudamerica, e alcuni tennisti venissero bloccati? Il torneo perderebbe molto. Sarei sorpreso se a settembre o ottobre si riuscisse davvero a giocare >>

William Tilden, il bello del tennis prima di Federer (Gianni Clerici, La Repubblica)

Ci sono cose che si è obbligati a fare nella vita. Per me, scriba di tennis, divenne un obbligo una biografia di Suzanne Lenglen, il giorno in cui scoprii che sulla più grande tennista del mondo non esisteva un libro adeguato. C’era un volumetto di tale Schopfer, tennista francese, nome d’arte Claude Anet, uscito mentre Suzanne diveniva professionista, nel 1926, n. 1 al mondo, cinque anni prima di Tilden, del quale ho appena ricevuto la biografia forse definitiva, se 460 pagine bastano a descrivere un simile mito. […] Discutevo un giorno con gli amici Bud Collins e Frank Deford della Lenglen, e Bud, ridendo, mi suggere: «Ora che hai scritto la biografia della Lenglen, ti tocca quella di Tilden». Mi ribellai. «Tocca a voi. Io sono riuscito a trovare tredici libri su Tilden, cinque scritti da lui. Mane manca uno che tenga conto dei suoi tre fratelli morti, della sua omosessualità, della sua conseguente prigionia, di una vita drammatica. Io ho già dato. A Suzanne, il presidente della Filt Chatrier ha ora dedicato una strada, un monumento, un campo centrale. Fate voi qualcosa, per il vostro Tilden». Un anno dopo usciva il quattordicesimo libro su Tilden. Era a cura di Frank Deford. Ho sotto gli occhi il quindicesimo. Si chiama American Colossus. Big Bill Tilden e la Creazione del tennis moderno. È stato scritto da Allen Hornblum, che non si presenta come giornalista né scrittore, ma come uno storico ricercatore. Tento di ricavarne qualche informazione. I Tilden non facevano parte della povera immigrazione di Staten Island. Erano giunti dalla Gran Bretagna dove gli antenati avevano precedenti nobiliari; una grande famiglia che aveva partecipato alla nascita della libreria newyorkese di Fifth Avenue, prima di stabilirsi a Germantown, quartiere chic di Filadelfia. Pochi giorni dopo il Thanksgiving Day del 1884, Selina e William Tilden videro morire ben tre figli per un’intossicazione. I genitori attesero il 1885 per dar vita a un altro figlio William Tatem Tilden jr, che sarebbe divenuto il nostro eroe, sempre armato di una racchetta. Nei due capitoli successivi della biografia l’ancor giovane Bill sembra aver sostituito gli umani sentimenti — lacerati dalla morte della madre, seguita da quella del padre — con una assoluta passione per il tennis, che lo conduce a divenire socio attivo dei due club più vicini a casa: il Germantown Cricket Club, il Cynwyd Club. Bill accetta la lusinghiera proposta di Mary Key Brown, l’importatrice del tennis in America, di giocare con lei in doppio misto e nel 1913 vince il campionato nazionale, così come anche l’anno seguente. Muore intanto, di una polmonite contratta durante una vacanza al mare, il fratello maggiore Herbert, e Bill, invece di occuparsi dell’eredità della famiglia, si butta sempre più verso il tennis. Diviene coach volontario, e quindi non professionista, al Germantown, e inizia ad approfondire la geometria e la fisica del gioco, e il suo aspetto psicologico. Inoltre diventa viceredattore di teatro e di musica del Philadelphia Evening. Scoppia la guerra, e il patriottismo di Big Bill viene frustrato da una visita medica nella quale si manifesta un grave difetto, í piedi piatti. La frustrazione lo porterà ad allenarsi al punto che Tilden vincerà nel 1918 il Campionato su terra a Chicago. Il Campionato degli Stati Uniti è intanto rientrato alla sua storica sede di Forest Hills, il West Side Club, e Tilden partecipa per lasciare, nella semifinale, quattro games in tre set a Ichya Kumagae, uno dei primi tennisti giapponesi, mentre un incidente lo priva della vittoria finale contro il suo coetaneo R. L. Murray. Giunge l’armistizio, l’11 novembre 1918, e Bill, da un letto d’ospedale dove è stato operato al tendine, ci fa sapere, in un articolo del 15 marzo 1919, che — d’accordo con Shakespeare — ritiene la varietà e la versatilità i due aspetti cardinali di un successo nel tennis. Intanto riprende, tra le nazioni vincitrici, il tennis internazionale. A fianco di Tilden, si impongono Richard Norris Williams, detto Dick, e William Johnston da San Francisco, favorito dagli aficionados per la sua modesta statura che comunque non sembra negargli un irresistibile diritto, impugnato come si usa sui campi in cemento del Pacifico. Finirà N. 1, giusto davanti a Tilden. È la classifica che spinge Big Bill a un nuovo rovescio offensivo, del quale ci dice «senza quel colpo, a cui ho dedicato un anno, Johnston avrebbe continuato a battermi». Anche grazie a quel colpo, che lo rendeva quasi inattaccabile, Big Bill otteneva la selezione per la Davis contro gli australiani. Sin lì, nessun americano era stato in grado di vincere Wimbledon, né la Davis. Big Bill fu in grado di eliminare il defendig champion Gerald Patterson 2-6 6-3, 6-2, 6-4, lasciando allibiti i giornalisti inglesi che l’avevano paragonato a un gorilla. Il successo condusse Big Bill ad accettare, nonostante l’opposizione dei dirigenti che lo consideravano un guadagno venale e quindi perseguibile, la proposta di scrivere un libro sul tennis, TheArt ofLawn Tennis, che giustifica ampiamente le sette edizioni seguite al successo della prima. Altri successi giunsero dalla Davis contro la Francia, poi dalla finale individuale che fece alzare le tribune di Forest Hill. Nel corso del match un aereo, sul quale si trovava un fotografo incaricato «di ottenere le foto più vicine possibili della partita», ebbe a un’ottantina di metri un guasto al motore, e fini per cadere non lontano dalle tribune e, alla richiesta se continuare il gioco, Big Bill e Johnson risposero affermativamente. Soltanto alcuni degli spettatori si mossero incuriositi dal relitto, e dalle vittime dell’equipaggio. Tilden chiuse il match 6-1,1-6, 7-5, 5-7, 6-3. La vittoria in Davis, seguita a Wimbledon, Forest Hills, e al successo del libro, consentirono a Big Bill di essere paragonato a Ty Cobb, Jim Thorpe e Jack Dempsey, i fenomeni di baseball e boxe. Qualcosa che lo differenziava da un normale campione stava però accadendo nella sua vita. La seconda finale di Wimbledon, quella del 1921, ne è un esempio sorprendente. L’avversario di Bill era il sudafricano Brian Norton, paragonato dallo scriba John Cliff a una pallina da ping pong galleggiante in un torrente. Il punteggio, perduti i primi due set, vede un 6-1 6-0 in favore di Tilden. Che cos’era accaduto? «Norton sapeva meglio di ogni altro quale era la mia salute, non certo in grado di consentirmi un match di tennis» scrive Tilden. In vantaggio di due set, il sudafricano si era messo a palleggiare in modo svogliato, regalando di fatto il terzo e il quarto. Giunto al quinto, aveva ripreso un minimo di attenzione, non evitando i drop che Big Bill gli aveva inviato durante tutto il match. Sul 5 a 3 al quinto per Norton il match pareva comunque finito quando, sul secondo match point, Bill ritenne la propria palla lunga e si avvicinò alla rete per stringere la mano all’avversario. Era sulla linea, invece, e se «Norton l’avesse comunque rimandata, non avrei nemmeno tentato di colpirla». Da quell’incredibile istante, Tilden avrebbe tratto le forze per disputare gli ultimi quattro game, e vincere il suo secondo Wimbledon. Un incontro che segnò in qualche modo la vita di Tilden è quello con Suzanne Lenglen, suo equivalente in Europa, donna mai battuta se non per il match in Usa contro Molla Mallory. Tilden la vide che si allenava a Parigi, le propose un palleggio, poi un set, al termine del quale Suzanne gli disse che colpiva con troppa forza, e, alla richiesta dei giornalisti intervenuti, dichiarò di non ricordarsi lo score del set giocato. Big Bill non intervenne, ma da quel giorno la sua simpatia per la tennista francese non aumentò certo. Intanto, nonostante la sua cattiva salute, riuscì a dominare gli avversari dei Mondiali su terra e battè in finale il mancino belga Jean Washer. Insomma, mi pare, la vita di Tilden più affascinante di quella di Federer chi poi sia stato il migliore dei due, non è possibile definirlo

L’Edipo del tennis (Alessandra Bocci, Sportweek)

Ma davvero ha odiato il tennis, davvero ha odiato suo padre, davvero ha odiato se stesso? In mezzo secolo, Andre Agassi ha provato tutto, vinto tanto, attraversato deserti di depressione, toccato vette alte. […] Perché il tennis, come racconta nel suo libro Open, una pietra miliare nel campo delle biografie sportive, «è quello sport nel quale parli da solo». E il campo deve essergli sembrato tante volte l’emblema della solitudine, una sensazione che forse non è mai riuscito a metabolizzare fino a quando si è ritirato a New York, nel 2006, dopo una lunga sfilza di partite, viaggi, cadute e risalite, metanfetamine e cortisone, vittorie e dolori, e finalmente ha ricevuto un lungo e commovente applauso. Ma dietro alla lunga carriera del bimbo prodigio Agassi c’è stata sofferenza, non soltanto psicologica. Nato con una vertebra sporgente, difetto che lo obbligava a camminare con le punte dei piedi rivolte dentro, gioca fino a 36 anni. Domina dai primi anni Novanta all’inizio del decennio successivo con un tennis nuovo, aggressivo, plasmato dal padre Mike, ex pugile con la fissazione della racchetta, e da Nick Bollettieri, il severo coach di tanti tennisti. Severo e svelto nel riconoscere il talento del ragazzino che il padre porta alla sua accademia, in Florida. […] SMALTO SULLE UNGHIE È stata una carriera di odioamore per la racchetta, un rapporto irrisolto come quello con il padre, tratteggiato tanto bene dal premio Pulitzer Moehringer da incatenare alle pagine del libro milioni di persone. Mike Agassi voleva quattro figli tennisti e con uno l’impresa gli è riuscita proprio bene. Forzandolo, come ha raccontato più volte Andre. Ma anche procurandogli con la sua tenacia una carriera da 150 milioni di dollari, più o meno, guadagnati con gli sponsor, più quelli dei premi dei tornei vinti (una trentina). Perché Agassi, otto titoli di Slam in carriera, campione nel 1992 a Wimbledon, marito prima di Brooke Shields, poi di Steffi Graf, è stato oltre che un atleta innovativo un formidabile personaggio che le industrie si sono contese. È stato l’opposto di Federer, non soltanto nel gioco, e di Nadal, uno che ha sposato la fidanzatina del liceo e che, a parte qualche tenuta sgargiante in campo, non ha mai sgarrato. E l’infinito Roger è un po’ come lo spagnolo: moglie ex tennista, famiglia numerosa, gioco e portamento elegante. Ecco, Agassi invece ha sgarrato un’infinità di volte, da quando ha cominciato a pitturarsi le unghie di rosa per fare dispetto al padre che ce l’aveva con gli omosessuali. È stato politicamente scorretto nell’abbigliamento, a partire da quando una volta si è presentato in campo per una delle sue prime finali con i jeans strappati, lo smalto rosso, il maquillage e la cresta. Quello fu veramente troppo, fu punito per tre anni, ma forse la sua straordinaria carriera cominciò proprio li, quando si decise a mollare l’highschool, diplomarsi per corrispondenza e diventare tennista di professione e una star. CRISI E RISALITA Agassi è stato un atleta molto amato, molto copiato e anche molto odiato da una parte del pubblico, pure americano, che non comprendeva i suoi comportamenti, dalla chiacchierata amicizia con Barbra Streisand al matrimonio con Brooke Shields durato due anni (e dal punto di vista del rendimento sportivo furono quelli peggiori). Nel 1997 comincia una lunga crisi: troppa vita mondana, poco tennis, tante maglie e calzoncini venduti, ma tanto disagio. Agassi esce anche da questa buca. E quando, alla fine degli anni Novanta, intreccia una relazione con la collega Steffi Graf (un colpo di fulmine incomprensibile per molti) comincia la risalita. Adesso che festeggia cinquant’anni, Agassi e un ex ragazzo un po’ appesantito, senza capelli (il suo incubo da sempre, molte sue criniere erano parrucche), pacificato dal rapporto con la moglie e con i due figli che non obbliga a giocare a tennis. Anche se le insistenze di Mike non sono proprio andate sprecate.

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Addio Bollettieri, sudore e disciplina. È stato l’allenatore di 12 numeri uno (Lenzi, Azzolini, Semeraro)

Il racconto di Nick Bollettieri nella rassegna stampa di martedì 6 dicembre

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Addio Bollettieri, sudore e disciplina. È stato l’allenatore di 12 numeri uno (Claudio Lenzi, La Gazzetta dello Sport)

Il grande maestro non cè più. Chissà se qualcuno dei tanti talenti che ha forgiato nella lunga carriera da allenatore autodidatta si metterà “sull’attenti” per l’ultimo saluto. Nicholas ‘Nick’ Bollettieri, benedizione e incubo per un esercito di tennisti più o meno affermati, è morto ieri nella sua casa in Florida a 91 anni, dopo alcune settimane di ricovero. Figlio di immigrati di origine napoletana, arruolato per sopravvivere nei paracadutisti, su un aspetto ha messo tutti d’accordo, ideando il «corri e tira», oggi diventato lo stile di gioco imperante, e fondando la preparazione sulla cura maniacale della testa, oltre che del fisico. Avere un Marine come coach non dev’essere stato facile, ma così funzionava allAcademy di Bradenton. Lo ha descritto brutalmente Andre Agassi, il vero prototipo del suo giocatore ideale, nell’autobiografia bestseller Open […]. Era il 1984 quando il padre Mike spedì il quattordicenne Agassi all’accademia di Bollettieri: doveva restare in Florida qualche mese, se ne andrà dopo 9 anni ormai prosciugato, lui genio ribelle guidato da un coach che non tollera il minimo sgarro. E proprio il “Kid” di Las Vegas sarà il primo a regalargli uno Slam. “Ha dato a tanti la possibilità di vivere il proprio sogno. Ci ha fatto vedere come la vita può essere vissuta al massimo. Grazie Nick” – lo “perdona” con un tweet Agassi, da bravo figliol prodigo. Sono altri 11 i tennisti saliti al numero 1 che gli devono quasi tutto Becker, Rios, Courier e Sampras tra gli uomini; Serena e Venus Williams, Sharapova, Jankovic, Seles, Capriati e Hingis fra le donne […]. E pensare che tutto è cominciato a Pelham, periferia di New York, in un quartiere multietnico dove i soli sport conosciuti erano il soccer (il nostro calcio) e il football. Il padre lo avrebbe voluto avvocato, ma dopo la laurea in filosofia il giovane Nick abbandona presto la facoltà di Giurisprudenza e inizia a insegnare su un campo pubblico di North Miami Beach. All’epoca intascava tre dollari all’ora, arriverà a prenderne 300 volte tanto. Il vero miracolo comincia nel 1978, anno di fondazione della Nick Bollettieri Academy, che nel 1987 viene acquistata dal colosso del management IMG. Oggi la struttura si estende su un terreno di 450 acri (dai 40 iniziali) e offre lavoro a 650 persone. In tutto questo, ha avuto tempo di sposarsi otto volte e di crescere sette figli, senza mai dimenticare le origini italiane Capri ricorda i suoi viaggi di nozze. L’ultimo con Cindi, che ne ha dato la definizione ideale: “Quando l’ho sposato sapevo bene che io sarei stata l’amante: lui ha già sposato la sua Accademia”. Addio, Nick. A tuo modo, sei stato un gigante.

Addio Nick, il precursore (Claudio Azzolini, Tuttosport)

 

Monica Seles ha imparato il tennis sui disegnini del padre: con pochi tratti Karolj Seles dava vita a un coniglietto che eseguiva colpi a due mani. ll campo era il garage di casa, a Novi Sad. Quando Monica partì per gli Stati Uniti, invitata dal college di Nick Ballettieri a Bradenton, Florida, aveva 12 anni. La famiglia la seguì in militaresca formazione, con Karolj a fare da capo spedizione lungo la strada del riscatto. Sul campo la bimba saliva e scendeva lungo la scala dei decibel, lanciando grandi urla su ogni colpo. Davanti ai microfoni i grunt si trasformavano in squittii, il coniglietto diventava scoiattolo […]. Quando Monica debuttò e raggiunse la terza piazza era alta 1,63, mentre quando divenne numero uno si era alzata di 9 centimetri e i suoi strilli erano diventati grufoli eccitati, un po’ erotici e un po’ osceni […]. Quando la bambina cominciò a mettere in fila le grandi deltennis, Karolj decise che i Seles potevano farcela da soli, e lui sarebbe stato coach e manager. Bollettieri, sentendosi tradito, decise di rivolgersi a un avvocato. Troppo tardi… Il grurzolo di dollari che giocava in grembiulino, menando fendenti da fabbro ferraio, ormai se n’era andato. La storia di Monira Seles si è ripetuta decine di volte nella lunga vicenda tennistica che fece di Nick Bollettieri prima un coach e poi un apripista, poi un guru del tennis, quindi un manager e un uomo ricco e conosciuto, ma anche un personaggio al centro di molte contestazioni, con una pletora di tennisti, la gran parte di quelli che lui aveva allevato, pronta a rivoltarsi contro l’uomo che si era proposto come padre spirituale […]. Nick riservò il ruolo di figlio prediletto ad Andre Agassi, che venne trascinato alla Bollettieri Academy giovanissimo, quando il padre ex pugile e butta fuori in un hotel di Las Vegas con annesso casinò ritenne di non avere più niente da insegnargli. Proprio Andre, che oggi è diventato uno dei più fervidi contestatori dell’esperienza vissuta all’accademia, nella quale – a suo dire – Nick imponeva troppe regole, troppe restrizioni, che avevano l’effetto di fomentare rabbia nei confronti del tennis. Eppure, il percorso svolto da Nick con la sua Academy, da anni ormai proprietà del colosso del management IMG fordato da “Squalo” McCormack, ha finito per segnare il profilo del nostro sport, in questi anni di sfide a base di colpi proibiti e sempre più potenti, nelle quali trionfa il tennis dei tutti uguali. Il gioco che si apprendeva sui campi di Bradenton era quello, da fondo campo e a tutto braccio, impostato sul ritmo degli scambi e sulla sopraffazione fisica degli avversari […]. Alla fine, più che i tennisti, sono stati coach i veri figli di Nick. Ne hanno filtrato gli insegnamenti, e hanno tirato su accademie che molto somigliano alla sua, nelle quali la regola prima è fare vita da accademia, cioè frequentarla, viverla, crearsi all’interno solide amicizie, e non smettere di studiare. Anche il “mental tennis” di oggi trova in Bollettieri un progenitore. La sua preferenza andava ai “forti di testa’: “Seles e Sharapova lo erano”, spiegò una volta, “mentre come tenniste ce n’erano di migliori”. Fu il primo a istituire corsi di mental coaching, e a ribaltare la sacra trimurti che aveva guidato il tennis lino a tutti gli anni Settanta. “Tecnica, Fisico, Mente” cambiò presto i connotati in “Mente, Fisico e tecnica” […]. “Sono dodici” – sosteneva – “i tennisti che ho portato al numero uno”. Troppa grazia. Agassi e Courier, Sharapova e Seles è possibile definirli suoi prodotti, altri hanno avuto con lui rapporti ben più fuggevoli. Ma Nick ò stato questo, per il tennis, un uomo che lo ha attraversato a velocità doppia di altri, con molte buone idee, e qualche esagerazione.

Addio all’allenatore dei numeri 1, il papà di tutte le Academy (Stefano Semeraro, La Stampa)

“Mi è sempre piaciuto lavorare con le persone. Aiutarle a diventare qualcosa di speciale. Non devi aver paura di diventare il migliore al mondo, qualunque cosa tu faccia. Allenati più degli altri, e credi in te stesso, questo è il segreto. E siccome le mie origini sono italiane, potete sempre dire di avere il miglior coach del mondo. Okay, my boy?”. Nick Bollettieri, che se ne è andato ieri a 91 anni, non aveva paura di niente. Tranne che degli aghi. Per questo, nonostante i tanti acciacchi arrivati alla fine di una vita vissuta alzandosi sempre alle 4,30 di mattina, il coach che ha aiutato Andre Agassi, Monica Seles, Jim Courier, Maria Sharapova, Boris Becker e altri ancora diventare numero 1 del tennis, non aveva mai voluto andare dal medico. Sotto sotto era convinto che anche la Nera Signora si potesse ingannare, guardandola diritta negli occhi e parlandoci un poco. Nicholas James Bollettieri, nato a Pelham, stato di New York, forse non è stato il miglior allenatore di tennis della storia, ma di sicuro il più convincente. Un visionario molto concreto, figlio di immigrati italiani, laureato in Filosofia, paracadutista, pilota di jet mancato. Uno dei primi a intuire che il tennis poteva essere un business milionario. Dopo aver insegnato per una ventina d’anni fra Portorico e la Florida, nel 1978 aveva messo in piedi il suo capolavoro sui 50 campi e i 40 acri di Bradenton, la madre di tutte le Academy tennistiche, venduta poi con gli interessi nel 1987 all’IMG. Qualcosa a metà fra un paradiso e un campo di concentramento, disciplina, allenamento, la quantità che si trasforma in qualità. Un credo tennistico semplice: picchiare, aggredire, soffocare fisicamente e mentalmente l’avversario. Il suo prodotto più celebre è stato Agassi, figlioccio ribelle che gli deve molto ma che dalla «prigione» di Bradenton sognava solo di evadere e con Nick il guru ha avuto scontri violenti, raccontati con dovizia di particolari nella sua autobiografia ‘Open’. Ma fra le sue mani a cavallo di due millenni è passato molto del tennis che contava, compresi Anna Kournikova, Tommy Haas, Michael Chang, Mary Pierce, Jelena Jankovic, Kei Nishikori, le nostre Raffaella Reggi e Sara Errani. Lo hanno accusato di essere poco più di un ciarlatano, fuoriclasse dei discorsi motivazionali e mago delle pr, ma semplificatore all’eccesso […]. “Oggi ci sono almeno altri 15 fattori oltre al talento che devi valutare se cerchi un campione – diceva – la famiglia, il fisico, la mentalità, l’intelligenza, e soprattutto se saprà ripetere in partita quello che impara in allenamento. Penso a Maria Sharapova: già a 10 anni al suo confronto un palo d’acciaio sembrava uno spaghetto scotto”.

Addio a Nick Bollettieri. Insegnò il tennis e la “disciplina”, fu maestro di Agassi (Corriere della Sera)

Dove ti alleni? Da Bollettieri. Un cognome, un marchio. C’è stato un tempo in cui il tennis era lui. Nicholas James Bollettieri, scomparso a 91 anni, passato alla storia come il maestro di Andre Agassi. Nato a Pelham (New York) da immigrati italiani, un diploma in filosofia che gli sarebbe servito per attuare la sua rivoluzione cartesiana dei metodi di insegnamento e allenamento del tennis, appreso chissà come, dove e quando: forse al college da ragazzo, praticato prestando servizio nell’esercito americano, abbracciato come professione dal ’56, dopo aver lasciato la facoltà di legge all’Università di Miami, amatissima Florida, lo stato che gli avrebbe dato l’abbronzatura perenne e la celebre Nick Bollettieri Tennis Academy a Bradenton. Da lì sono passati tutti, o quasi. Jimmy Arias e Jennifer Capriati, talenti precoci, Maria Sharapova bambina con 500 dollari in tasca, i n.1 Courier e Agassi, che alla disciplina militaresca del posto si ribellò inventando uno stile: meches, smalto, orecchini, jeans strappati. Raffaella Reggi, pioniera del tennis italiano, sbarcò a Bradenton 15enne: “Non avevo classifica. Nick mi guardò dieci minuti e mi predisse un futuro da top”. Sarebbe diventata n.13 (’88). L’ennesima previsione azzeccata dal Maestro.

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Accademia Lagnasco (Bertellino). Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Catapano)

La rassegna stampa di giovedì 1 dicembre 2022

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Accademia Lagnasco (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La struttura è imponente, sobria e funzionale e si presta perfettamente ad una proposta di tennis e sport al passo con i tempi. Parliamo di Vehementia Tennis Team che ha sede al Tennistadium di Lagnasco, paesino di poco più di 1000 abitanti situato a pochi chilometri da Saluzzo. Le parole d’ordine sono coinvolgimento, professionalità e servizio. Lo scorso 10 novembre è andato in scena un Convegno nel corso del quale è stata presentata l’attività nelle sue svariate accezioni e gli sponsor del centro hanno potuto interagire e conoscersi in una sorta di B2B molto apprezzato da tutti. La VTT, forte di uno staff consolidato e composito, guarda all’oggi ma soprattutto al futuro, come hanno sottolineato i suoi massimi dirigenti, Duccio Castellano ed Enrico Gramaglia. Il centro, nato per volontà della famiglia Rosatello, ha cambiato pelle negli anni e oggi spicca nel settore per la qualità che offre ai suoi frequentatori.[…] Gli oltre 100 ragazzi che frequentano i corsi hanno a loro disposizione il doposcuola sportivo con tanto di servizio pranzo, assistenza compiti, tennis e multisport. In più possono godere di un servizio navetta da scuola al Tennistadium con ritorno nel proprio comune che sta facendo la differenza: «E’ molto apprezzato – sottolinea Duccio Castellano – perché le famiglie ci affidano i loro piccoli atleti certi del fatto che verranno seguiti nella loro giornata tipo che, sul modello delle migliori accademie mondiali, cui ci ispiriamo, ha come obiettivo la loro crescita armonica, nello sport e non solo». Il centro presenta tre campi da tennis indoor in greenset, 2 campi da tennis outdoor in terra rossa, una palestra attrezzata, una palestra per il corpo libero, una pista di atletica della lunghezza di 70 metri lineari, una sala wellness, l’area shopping nella quale è possibile trovare abbigliamento e attrezzatura sportiva. Tra gli spazi anche quello dedicato ad una sala riunioni. In primo piano alla VTT la salute e il benessere, grazie alla presenza di una biologa nutrizionista, di un fisioterapista, un osteopata, un chinesiologo, un preparatore atletico, una psicologa, un mental coach per il tennis, un personal trainer e una sezione indirizzata alla prevenzione degli infortuni. Per avviare al tennis i più giovani c’è anche il corso gratuito per i bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Servizi dunque a 360° che vedono anche la possibilità di utilizzare l’incordatore in sede, professionalmente preparato secondo gli standard della Federazione Italiana Tennis. Sono molti gli eventi organizzati nel corso dell’anno, dai tornei FIT ai campionati a squadre di serie C e D, dalla VTT Cup per adulti alla VTT Cup Young, dalla Festa di carnevale a quella di fine corso, ed ancora dalla Festa Estatennistadium, quella di Halloween, di Natale, le Feste di compleanno, le gite ai tornei internazionali. Particolari e molto sentiti altri momenti di tennis e “goliardia” quali “Tennis e Bollicine’; i laboratori genitori e figli, il babysitting serale. Il venerdì sera è nato anche un torneo di tandem dal titolo “Doppiamo” con coppie ad estrazione in 2 livelli (da 8 a 12 persone il numero dei partecipanti). Insomma di tutto e di più per far sentire a casa chi ama il tennis e i momenti di aggregazione troppo spesso dimenticati nei club di tennis. Gli obiettivi futuri sono chiari e ben delineati: «E’ già stato approvato un progetto di ampliamento della struttura – precisano Castellano e Gramaglia – che vedrà nascere altri due campi da tennis, uno da padel e uno da beach tennis con sabbia riscaldata. Prenderanno forma anche cinque studi medici interni perché riteniamo che il servizio in struttura sia ormai imprescindibile. La voglia di continuare a crescere è tanta e ogni giorno viene supportata dall’appoggio dei nostri partner, molti dei quali sono con noi fin dall’inizio di questa splendida avventura. Nel 2023 celebreremo le dieci stagioni di vita della struttura e fin da questo momento prefiguriamo un anno speciale sotto tutti i punti di vista».

Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Alessandro Catapano, Il Messagero)

 

Presidente [..], il tennis italiano sta per mandare in archivio un 2022 di successi sul campo, vittorie politiche e risultati economici. Ne scelga uno. «Premesso che è difficile collegare le grandi vittorie dei giocatori, che sono loro esclusivo patrimonio, alle opere di rilancio che abbiamo messo in campo in questi venti anni, la più clamorosa è la vittoria di Berrettini al Queen’s, per come è maturata, a seguito dell’ennesimo infortunio: un’impresa». La ciliegina sulla torta sarebbe stata…? «La finale di coppa Davis, o la qualificazione di Sinner alle Finals, sfuggita per quel punto perso con Alcaraz. Ma è stata una stagione costellata di infortuni, fare più di così era francamente molto difficile». Lei è tra quelli che si sono stupiti nel vedere Berrettini impiegato nel doppio decisivo con il Canada? «Francamente sì, io non sapevo nemmeno che fosse in grado di giocare. Mi aspettavo l’impiego di Sonego, pensavo fosse la soluzione più logica, soprattutto perché era in palla, come Aliassime che infatti, pur non essendo un doppista, ha trascinato il Canada alla vittoria finale. Ma io non ho tutte le informazioni che aveva a disposizione Volandri per decidere». Si aspettava di vedere anche Sinner al fianco dei suoi compagni? «Diciamo così: quello che ha fatto Berrettini è encomiabile, ma anche le vittorie di squadra nel tennis sono la somma di quelle individuali e se Sinner ha preso la sua decisione, come accaduto quando rinunciò alle Olimpiadi, perché riteneva di prepararsi meglio altrove, io la rispetto». Cosa dicono al Paese il successo di pubblico e l’indotto generato dalle Atp Finals di Torino? «Che ci sono sport e sport, alcuni per loro natura necessitano di investimenti pubblici relativamente bassi, ma creano un indotto per il territorio e un introito fiscale nettamente superiore agli altri. E il caso delle nostre finals torinesi. Ci si aspetterebbe, dunque, che gli investimenti dello Stato tenessero conto di questo aspetto per una gestione più giusta e più efficiente delle risorse». E invece? «E invece manca un criterio di valutazione dei ritorni degli investimenti fatti nelle manifestazioni sportive, uno strumento che ci aiuti a stabilire se ne valeva la pena, finanziare o meno quel determinato evento». Ne ha parlato con il nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi? «Certo, ma ne avevo già parlato con la Vezzali e prima ancora con Spadafora, li ho sollecitati più volte. Eppure, è un ragionamento che qualunque padre di famiglia farebbe: cosa succede quando si investe un euro in una manifestazione? Siamo una buona pratica da reiterare? Da qualche mese sento parlare di merito ed efficienza, la mia richiesta va esattamente in quella direzione». Il tennis italiano si autofinanzia perlopiù, siete quasi un unicum nel panorama sportivo italiano. «Levi il quasi: 85% di autofinanziamenti, 15% di contributi statali. Di questo campa il tennis italiano». Tra gli impegni del nuovo governo, c’è anche quello di far convivere serenamente Sport e salute e Coni. «Tutti sanno come la penso: con Sport e salute c’è finalmente una gestione trasparente delle risorse statali, che però continua ad essere inficiata dall’inserimento di soglie che ne riducono l’efficacia». E il Coni? Non sfugga alla domanda. Qualcuno la vuole ancora candidato alle prossime elezioni, per il dopo Malagò. «Non ci penso nemmeno. Perché il Coni possa liberare tutte le energie che ci sono nello sport italiano, bisognerebbe prima dare ampia riforma del sistema rappresentativo all’interno del Consiglio nazionale, nel quale il pensiero di oltre un milione di calciatori vale tanto quanto quello di poche migliaia di atleti di altri sport. In assenza di questa riforma ogni tentativo è vano». Il segreto del successo delle Finals? «Ci hanno permesso di lavorare con serenità, anche perché non ci sono stati condizionamenti dall’esterno, che anche nell’ultima edizione degli Internazionali sono stati clamorosi e pesanti. Perciò, bene così». Vent’anni fa, il tennis italiano toccava il fondo, oggi piazziamo 19 giocatori nei primi 200, di cui dieci under 21: come ci siete riusciti? «Nessuno se ne era accorto fino a un paio di anni fa, ma ci lavoriamo da un po’. Diciamo che applichiamo in ogni settore della nostra vita quotidiana la continua ricerca di efficienza, e questi sono i risultati». Avete assicurato un futuro al tennis italiano. «I numeri lo dicono, andate a vedere cosa c’era prima. Abbiamo creato una televisione unica nel panorama sportivo italiano, messo in campo un numero impressionante di Challenger e Futures per consentire ai nostri tennisti di crescere, e ora c’è questa grande scommessa vinta del padel, che esalta e crea sinergie con i nostri asset». Il 2023 sarà l’anno di…? «Non saprei, io sarò felice di continuare ad occuparmi di amministrazione, rapporti con le istituzioni, organizzazione aziendale. Ma se dovessi darle un nome, scommetterei su un ragazzo che ho visto a Milano alle Next Gen, Matteo Arnaldi, è divertente come gioca». Il 2023 sarà anche, forse innanzitutto, l’anno degli ottantesimi Internazionali d’Italia, mai così grandi, mai così ricchi. «In termini patrimoniali la promozione degli Internazionali è il più grande risultato della nostra gestione, tenuto conto che quando siamo arrivati perdevano 4 miliardi di vecchie lire l’anno, non si trovavano sponsor, erano sull’orlo del fallimento e la federazione stava pensando di venderli, per sopravvivere. Adesso, invece, sono diventati il driver più importante della nostra crescita». Lei invece cosa chiede al nuovo anno? «Che nel maschile cominciamo a fare quello che le ragazze hanno fatto dieci anni fa, vorrei che vincessimo qualcosa di grossissimo, lascio scegliere ai giocatori cosa, per me è indifferente. Per il resto, vivo alla giornata, ho troppe cose da fare, non ci si può distrarre un attimo perché le regole dello sport italiano combattono le federazioni che vogliono crescere, anziché assecondarle».

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Rassegna stampa

Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Andreoli)

La rassegna stampa di mercoledì 30 novembre 2022

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Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Lorenzo Andreoli, Corriere dello Sport)

«Con questo gruppo mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni». Parole e musica di Davide Sanguinetti, protagonista di quell’Italia che nel 1998 raggiunse la sua ultima finale. Coach dei fratelli Ryan e Christian Harrison e del doppista neozelandese Michael Venus (n.16 ATP di categoria), Sanguinetti si è detto ottimista su presente e futuro. II Canada ha vinto sua prima Coppa Davis dopo aver eliminato gli azzurri in semifinale. Possiamo parlare di rimpianto? «Il Canada ha ottimi giocatori. Per Auger-Aliassime gli ultimi due mesi sono stati quelli della svolta. Poi c’è Shapovalov, una mina vagante. Qualora avessimo avuto a disposizione Sinner e Berrettini avremmo vinto a mani basse. In realtà dopo la vittoria di Sonego con Shapovalov ero convinto che potessimo farcela. Senza dubbio il problema fisico di Bolelli ha complicato i piani, il nostro è un doppio molto forte. Vedere Matteo in campo nella sfida decisiva mi ha stupito».

Cosa può fare l’Italia per costruire une coppia affiatata?

 

In questo momento la coppia Bolelli-Fognini è ancora molto affiatata. Mi auguro che il prossimo anno Fabio scelga di giocare con Simone un numero maggiore di tornei perché quest’anno, con qualche torneo in più, avrebbero potuto disputare le Finals. Vedo molto bene anche Andrea Vavassori, può diventare un punto fermo della nazionale. L’ideale per lui sarebbe trovare un ottimo giocatore di singolare come compagno che abbia voglia di sacrificarsi, consentendogli così di prendere punti importanti in classifica.

Jannik Sinner e Lorenzo Musetti: chi dei due vede meglio in doppio?

Sinner è pronto a entrare stabilmente in top-10 e credo che in doppio non si specializzerà mai. Musetti è quello che ha più talento ma anche lui si sta avvicinando all’élite dei singolaristi e immagino che il doppio non rientri nei suoi piani. Il mio consiglio per i giovani è quello di cimentarsi in questa specialità. Il doppio aiuta molto, soprattutto in fondamentali come servizio e risposta. Senza dimenticare la pressione che si vive sul punto decisivo, la concentrazione deve essere massima. […]

Tra poco inizierà una nuova stagione. Cosa si aspetta dal 2023?

L’Italia ha giocatori fortissimi, mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni. Il segreto? La Federazione ha fatto un lavoro straordinario quanto al numero di tornei a disposizione. In America, da questo punto di vista, si lamentano tutti. Quanto al circuito, invece, mi aspetto un Novak Djokovic in grado di vincere ovunque. È pronto a battere tutti i record.

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