Golarsa: «I big si muovono. Ora il tennis può salvarsi» (Facchinetti). Panatta: «Tennis anni '70, un circo giorno e notte» (Crivelli). Agassi, non solo Peter Pan (Azzolini)

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Golarsa: «I big si muovono. Ora il tennis può salvarsi» (Facchinetti). Panatta: «Tennis anni ’70, un circo giorno e notte» (Crivelli). Agassi, non solo Peter Pan (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 aprile 2020

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Golarsa: «I big si muovono. Ora il tennis può salvarsi» (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Il Covid-19 ha messo anche il mondo del tennis in un cassetto, ma Laura Golarsa non si arrende. La 52enne milanese, quartofinalista a Wimbledon nel 1989 e numero 39 del mondo nel 1990, dirige a Milano un’accademia che porta il suo nome e continua a rimanere a contatto con il suo mondo: ha creato una chat con altre ex tenniste in cui raccontano le proprie esperienze di questa tragedia… «Sono in contatto con ex compagne come Reggi, Cecchini, Farina e Garrone, ma anche ragazze spagnole, argentine, romene, tutte con testimonianze drammatiche, si tratta di un modo per scacciare l’incubo, in noi c’è la convinzione che usciremo da questa situazione».

Tre big del tennis mondiale Djokovic, Nadal e Federer sono scesi in campo con alcune proposte per aiutare i colleghi in difficoltà: cosa ne pensa?

 

Fa piacere che i giocatori più forti si siano mossi. In loro c’è la volontà di aiutare il mondo che li ha resi famosi, di restituire qualcosa a chi vive nel limbo. Il n°400 del mondo se non gioca i campionati a squadre con cui guadagna, fatica ad arrivare alla fine della stagione, e con la situazione attuale il rischio di andare incontro alla morte del tennis è concreto. Poi spetterà al governo del tennis supportato dai big che sappiamo essere ormai trainanti e magari dai primi 100 della classifica Atp, far si che la sofferenza economica diventi sopportabile.

Federer ha auspicato anche l’unione fra Atp-Wta in un prossimo futuro.

La sua è stata un’uscita inaspettata ma gradita. In realtà il mondo Wta è da qualche anno integrato parzialmente dal calendario maschile, con l’introduzione dei tornei combined. Le donne stanno attraversando un periodo transitorio, credo che il tennis unito sotto un’unica bandiera ha solo da guadagnarci.

Lo stop dei calendari fino al 18 luglio basterà?

Secondo me fino a settembre sarà difficile vedere del tennis giocato. C’è un mondo che va oltre al semplice gioco fatto di viaggi, contatti fra la gente e pubblico che non può essere messo da parte. Finché non si sarà risolta totalmente questa situazione, credo che la salute di tutti noi debba rimanere la cosa più importante. Esiste tuttora una situazione di confusione generale, in cui il mondo del tennis ha dato prova di intelligenza, pacatezza e responsabilità, nello stesso modo dovremo continuare a comportarci per l’attività di base, anche se i sacrifici richiesti sono tanti. […]

Panatta: «Tennis anni ’70, un circo giorno e notte» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Favolosi quegli anni. Il mito dei ’70 è immortale, con le rivoluzioni sociali ed economiche che si accompagnavano a un fermento mai più visto e vissuto nella cultura, nella musica, nello sport. Un cambiamento epocale di prospettiva che ha finito pure per rovesciare l’immagine del tennis, trasformandolo in un fenomeno popolare di massa. Perciò, la mobilitazione globale e l’ondata di affetto mista ai ricordi sollevata dalla malattia di Guillermo Vilas (soffre di demenza senile) dimostra una volta di più che i giocatori di quel periodo sono entrati nell’immaginario collettivo come icone pop. E ci resteranno per l’eternità. Adriano Panatta di quella stagione è stato un simbolo, anche fuori dal campo. A Vilas, tra l’altro, lo lega una memoria indelebile, la vittoria nella finale di Roma del 1976: «Sono molto triste per lui. Guillermo, come tutti gli altri campioni dei miei tempi era uno di noi, un amico, nonché un atleta straordinario. Si dilettava con la poesia, sinceramente non so valutarne il valore artistico, ma una volta, per prenderlo un po’ in giro, prima di una partita Nastase gli prese un libretto e cominciò a recitare i suoi versi davanti al pubblico». L’aneddoto ci porta proprio in quel periodo magico, quando i più forti del mondo, pur rimanendo avversari, condividevano una visione spensierata del loro sport e vivevano l’agonismo anche come divertimento, da inseguire in campo ma anche nelle uscite comuni la notte. Così i Borg, i McEnroe, i Connors, i Nastase, i Gerulaitis, si sono ritrovati sulle copertine dei rotocalchi di tutto il mondo. Per Panatta, però, la popolarità che non li ha mai abbandonati è anche figlia di un diverso approccio alla competizione rispetto a oggi: «Noi stavamo tra la gente, avevamo un contatto continuo con il pubblico, quasi ci conoscevano di persona. Mi ricordo che spesso a Parigi, uscito dagli spogliatoi, mi facevo una camminata tranquilla tra i viali del Roland Garros in mezzo ai tifosi, magari mi prendevo un gelato scambiando quattro chiacchiere con loro. Adesso è impossibile, c’è un controllo quasi militare dei giocatori, che frequentano solo le zone loro riservate. Lo comprendo, ma tutto questo ha tolto armonia, quella che io chiamo la musica del tennis». Senza contare, tra l’altro, che ora i tennisti più forti viaggiano con staff numerosi: «È vero: noi eravamo ragazzi di poco più di vent’anni che giravano il mondo da soli, a parte Borg che aveva già l’allenatore e infatti rimaneva un po’ di più in disparte. Quindi era normale ritrovarsi la sera a cena, magari in un ristorante alla moda di Londra o di New York, era il modo per stemperare le tensioni della partita e di combattere la solitudine. Tante volte, però, i racconti di quegli anni sono un po’ romanzati. È vero che ci piaceva divertirci, ma eravamo anche professionisti seri e senza impegno e allenamento nessuno di noi avrebbe ottenuto risultati al top». Adriano racconta di quando a Marbella giocò un’esibizione con Borg: «C’erano in palio 30.000 dollari, la sera prima bevve molto e lo accompagnai io in albergo, lo lasciai in stanza sicuro che non si sarebbe ripreso. Il giorno dopo mi diede 6-2 6-1». Certo, poi c’era chi, come Gerulaitis, si gustava in pieno l’atmosfera frizzante della New York anni 70: «Vitas era un bravissimo ragazzo, ma al tempo stesso era figlio della città, frequentava lo Studio 54 e i locali più alla moda. Una volta, a Londra, mi invitò a una serata organizzata da suoi amici e senza saperlo mi ritrovai a casa di Mike Jagger, mentre in un’altra occasione, mentre eravamo a cena, mi portò al tavolo Andy Warhol». Di quell’allegra (e vincente) brigata, però, il legame più fervido di Panatta rimane quello con Nastase: «Non era cattivo, solo un gran casinista e il più simpatico. A volte ti indisponeva, e infatti credo abbia il record di avversari che avrebbero voluto menarlo, praticamente tutti quelli che lo hanno affrontato. Ma ha un cuore d’oro ed è fatto così, anche adesso che ha più di settant’anni: magari ti parla serio per cinque minuti e poi ti butta lì uno scherzo improvviso». […]

Agassi, non solo Peter Pan (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Bianco che più bianco non si può, Andre Agassi si presentò a Wimbledon come la pubblicità di un detersivo. C’erano state polemiche a Parigi, il presidente del tennis francese, Chatrier, lo aveva definito Cacatoà Fluo, lui di suo ci aveva messo la cresta mesciata, ma per lo sponsor era stato uno smacco. La risposta giunse ai Championships del mese successivo, era il 1992, con una mise altrettanto fluorescente, ma bianca. Il parrucchino fu radunato in una coda di cavallo che gli sortiva da dietro il cappellino, e tutti convennero che sull’aria da coatto non fosse possibile intervenire. Quando Andre fece le foto di rito con la Coppa, la sua fidanzata del momento, tale Wendy Stewart, non immaginava che quella vittoria avrebbe segnato la fine del loro rapporto, né che Andre Agassian, figlio di Mike, ex pugile iraniano alle Olimpiadi, cui avevano trascritto male il cognome al momento del suo ingresso negli Stati Uniti, fosse avviato a diventare un divo dello star system americano e anche del tennis. «Gioca come un maestro Zen». La frase è di Barbra Streisand. La cantante comparve al fianco di Andre nel 1993. Lei 51 anni, lui 23. Lo accompagnò a Wimbledon, ma Agassi non era più quello dell’anno prima. Lasciata la Streisand, Andre si affidò al fax per conquistare Brooke Shields, una frase d’amore a foglio, ventiquattro volte al giorno. Fu un lungo fidanzamento. Anche Brooke amava farsi riconoscere. Non applaudiva, fischiava, si portava le dita alle incantevoli labbra e tirava giù bordate che avrebbero fatto impallidire mister Trapattoni. I due si sposarono nel 1997 e due anni dopo già si parlavano tramite avvocati. Nei mesi trascorsi con Brooke, Agassi aveva quasi smesso di fare il tennista. Era stato numero uno la prima volta il 10 aprile del 1995. Nato povero il 29 aprile 1970, è diventato ricco 25 anni dopo. Ma in quei giorni il problema non si poneva. Aveva infilato il precipizio e a novembre 1997 navigava intorno al numero 141 della classifica. La “cura” cominciò dai challenger, dove lui giungeva con l’aereo privato e spendeva d’albergo il doppio del montepremi. Ma l’esperienza servì a rimettersi in carreggiata, e la carriera tornò a splendere nel giugno del 1999 con il successo nel torneo che lo aveva sempre respinto, il Roland Garros. Lo vinse anche Steffi Graf e i due, fino a quel momento colleghi, trovarono modo di conoscersi meglio. Lei accettò di trasferirsi a Las Vegas, rimase incinta, lasciò il tennis. Si sposarono nel 2001 a casa Agassi; quattro giorni dopo nacque Jaden Gil. Altri due anni e nel 2003 fu la volta di Jaz Elle. Durerà poco, scrissero in tanti. Infatti… Andre e Steffi sono ancora sposati, hanno dato vita a una delle coppie più stabili e (a sentirli) innamorate che il tennis abbia mai avuto. […] L’addio fu agli Us Open 2006, che appena l’anno prima l’avevano visto una volta di più in finale. Fu Steffi, con tata, carrozzina e figli al seguito, ad accompagnare Andre al passo d’addio. E per una volta, anche lei si commosse. Al centro del grande catino di cemento intitolato ad Arthur Ashe, Andre usci di scena contro B. Becker, un tedesco senza grandi pretese, appena 112 in classifica, con la B. che stava per Benjamin, né parente né amico del Becker quello vero, uno dei grandi rivali nel passato di Andre. Fu un torneo breve ma esaltante, nel quale Andre superò prima Pavel, poi Baghdatis prima di cedere a Becker (75 67 64 75), un match giocato in una straordinaria cornice di pubblico e concluso da una commovente standing ovation. In lacrime, Andre trasformò per l’ultima volta il suo stadio in una vasca ribollente di turbamenti e partecipazione, «una jacuzzi di emozioni» la definì. […] Il patrocinio di Steffi Graf fu utile per affrontare l’ultima mutazione della sua vita. Apparso sulle scene con un travestimento giovanilistico da tennista punk di periferia, Agassi è diventato col tempo un tennista pensante, capace di proporsi con autorevolezza ai suoi intervistatori, mille miglia lontano dal ritratto da inesausto protagonista di una vita da videogame in cui tutto sembrava correre oltre i limiti di velocità. Padre accorto di due bimbi da concorso, Andre affrontò l’ultimo passaggio della carriera con l’aura da gran saggio e l’autorevolezza di chi molto ha giocato, visto, guadagnato, vinto e sportivamente vissuto, ma chissà quanto immune dalle frustrazioni che l’uscita di scena gli avrebbe provocato. Andre, nel tennis, è stato davvero unico. Forse inarrivabile per qualità di gioco. Agassi merita di entrare a pieno titolo nella categoria degli innovatori, fra coloro che hanno giocato un tennis che prima non esisteva. Innovatore nei colpi e anche nei modi: i fondamentali spinti all’eccesso, il diritto paragonabile a un gran colpo di frusta, addirittura micidiale nella sua esecuzione da sinistra verso destra a uscire, il rovescio bimane secco e potente, l’anticipo naturale, hanno caratterizzato il suo gioco, più unico che raro […]

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Italia avanti a Parigi (Crivelli, Giammò, Martucci). Chapeau Tsonga (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 25 maggio 2022

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Sinner sul velluto rosso (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando al Roland Garros ti ritrovi dall’altra parte della rete uno che di nome fa Bjorn, devi per forza avvertire qualche farfalla nello stomaco, anche se hai soltanto vent’anni e la tua storia nel tennis è appena cominciata. Solo che per fortuna di Sinner il rivale di giornata Fratangelo non è Borg e ne porta il nome solo perché papà Mario, emigrato negli States da Campobasso, era un fanatico del tennis. Da ragazzino il figlio prometteva alla grande, tanto da vincere questo Slam da junior nel 2011, ma al piano superiore è rimasto un onesto mestierante capace di approdare al massimo al numero 99 del mondo nel 2016. Insomma, non poteva essere lui l’avversario- trappola di primo turno per uno Jannik concentrato fin dal primo punto, e completamente recuperato dopo il guaio all’anca destra patito a Roma: «Fisicamente sto molto bene, non mi ero preoccupato dopo gli infortuni ed essere venuto qui già da una settimana mi ha aiutato ad ambientarmi». Una partita che non ha mai avuto storia e come ormai da consolidata consuetudine nelle ultime uscite del Rosso, il servizio si è rivelato l’arma tattica fondamentale per scardinare la (scarsa) resistenza del rivale yankee, piegato con l’80% di punti con la prima: «Sicuramente il servizio è il fondamentale in cui sono migliorato di più da quando mi alleno con Vagnozzi, ma si può crescere ancora, anche perché non basta tirare forte». Prossima fermata lo spagnolo Carballes Baena, mai affrontato: «Ma come sapete io non lo guardo mai e penso a una partita per volta». Intanto però i nati negli anni 2000, l’ultimo è Rune, stanno imparando a fare la voce grossa: «Siamo tutti ragazzi con grandi potenzialità – ammette con orgoglio Sinner – e credo sia bello per il tennis avere questo ricambio generazionale alle porte. Ciascuno matura con le sue modalità, ma penso davvero che ci sia un gruppo di giovani molto forti». Tra di loro, va conteggiato certamente Musetti, che tuttavia rivive l’incubo di 12 mesi fa, trovandosi sopra due set a zero contro un big (allora era Djokovic negli ottavi, stavolta è Tsitsipas) prima di cedere alla rimonta del rivale, ancora una volta più di personalità che di tecnica. Una gran partita di Lorenzo, con l’amaro di un epilogo purtroppo già visto. Torna a sorridere invece l’altro Lorenzo, Sonego, dopo qualche mese sull’ottovolante. Il terzo uomo del rinascimento azzurro ritrova finalmente gioco e fiducia, tanto che la partita con il tedesco Gojowczyk procura qualche brivido solo all’inizio: «Ho giocato un buon match e sono molto contento. Sono stato concentrato dall’inizio alla fine». Intanto, dopo gli ottavi del 2020, ha cancellato la delusione dell’eliminazione al primo turno di un anno fa e il prossimo ostacolo, il portoghese Sousa, sembra un buon viatico per inseguire altri sogni: «Ma non sarà facile perché è in forma, viene da un momento molto positivo, ha appena giocato la finale di Ginevra. Mi aspetto una partita dura». […]

Sonego e Cecchinato, gli amici ritrovati (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

E’ una vittoria incoraggiante quella colta ieri da Lorenzo Sonego contro il tedesco Gojowczyk nel primo turno del Roland Garros. Ma altrettanto straordinario è il successo di Marco Cecchinato che, dopo aver rimontato due set allo spagnolo Andujar ha chiuso con un netto 6-0. Numeri e statistiche non potrebbero essere più distanti: il match del piemontese non è mai stato in discussione e si è risolto in un monologo di novanta minuti; quello del siciliano è stata un’altalena di emozioni durata quasi quattro ore. In comune una cornice – Parigi – e la speranza che su questi successi possano per entrambi innestarsi anche quelle certezze e quelle ambizioni che in tempi più o meno recenti avevano smarrito. D’altronde funziona così: le partite cambiano inerzia in un attimo. L’inciampo per Sonego era coinciso con la sconfitta nel singolare di qualificazione Davis del marzo scorso, un passo falso che gli lasciò in eredi dubbi e ombre che il rendimento nei mesi successivi non si sarebbe premurato di cancellare. Per Cecchinato i dubbi affondano ormai nella notte dei tempi, per rintracciare la sua ultima vittoria sul circuito ATP – prima di quella giunta la settimana scorsa a Ginevra contro Thiem – occorre risalire alla scorsa estate e al cemento del Nord Carolina per individuarla. Se il ritorno alla vittoria contro l’austriaco poteva suggerire per il siciliano quel segnale di ripresa tanto atteso, nel match di primo turno giocato a Roma contro Shapovalov anche Sonego era riuscito a mettere in mostra cose interessanti: tra tutte una ritrovata voglia di lottare e con lei la capacità di incendiarsi nei momenti clou del match. Due storie per un unico mosaico che oggi sembra riconsegnarci l’immagine dei giocatori che eravamo soliti riconoscere. […] Sonego: «Sono migliorato molto negli ultimi tre anni, ma non basta, ci sono cose che devo migliorare per raggiungere il mio obiettivo, ovvero arrivare in top-20. Ho però capito che nel tennis ci vuole tempo e pazienza». Nel secondo turno Cecchinato troverà il polacco Hurkacz, per Sonego ci sarà il portoghese Sousa, reduce dalla finale persa a Ginevra: «Sarà un match molto duro – ha detto l’italiano in conferenza stampa – è un giocatore molto in forma ha appena giocato una finale dove stava per battere Ruud. Sarà una lotta, è molto preparato anche fisicamente».

Grande Italia a Parigi. Sinner doma Fratangelo. Cecchinato vecchio stile (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Jannik Sinner, Lorenzo Sonego e il redivivo Marco Cecchinato illuminano l’Italia al Roland Garros. Non superano ostacoli straordinari ma lo fanno in modo perentorio, peraltro in un momento di forma non eccelso per tutti e tre. Anche Camila Giorgi passa il primo turno, debellando le proprie paure. Mentre il pronostico negativo affossa Bronzetti, Paolini e Zeppieri. Sinner chiede parecchio al secondo Slam stagionale, dove negli ultimi due anni si è sempre fermato contro il re dei re della terra rossa, Rafa Nadal. Caricato anche da un buon sorteggio, il numero 12 del mondo, 11 del tabellone, dà un buon segnale della nuova dimensione dominando il 28enne statunitense Bjorn Fratangelo, 186 ATP, promosso dalle qualificazioni. Jannik, che è nella parte bassa del tabellone, quella con principale testa di serie Daniil Medvedev, con l’altro russo Rublev come ipotetico avversario negli ottavi, può davvero essere soddisfatto della sua prova: comincia un po’ contratto ma si scioglie via via sempre più, concludendo la pratica senza sbavature e senza perdere tempo ed energie preziose. Se Sinner non è completamente soddisfatto dei progressi tecnici e dei risultati ma è comunque arrivato ai quarti sulla terra di Montecarlo e Roma, Sonego è stato eliminato d’acchito sia a Madrid che a Roma e contro avversari giocabili. Ma all’esordio al Roland Garros, da 35 del ranking e 32 del seeding, il torinese liquida per 6-2 6-2 6-1 il tedesco Gojowczyk. Al secondo turno trova il redivivo portoghese Joao Sousa. Marco Cecchinato che, nel 2018, è esploso arrivando miracolosamente alle semifinali del Roland Garros battendo Djokovic e poi è salito al numero 16 del mondo, ritrova una serata magica sulla terra rossa. Da appena 132 ATP, dopo aver cominciato l’anno con 11 ko al primo turno e dopo aver perso i primi due set contro il veterano spagnolo Pablo Andujar (n.98), reagisce di nervi e s’impone per 4-6 4-6 6-0 7-5 6-0. Qualificandosi al match contro Hurkacz, 13 del mondo. Dopo 4 mesi, Camila Giorgi (n. 30) torna alla vittoria domando in rimonta la cinese Zhang (41) per 3-6 6-2 6-2 e ora incrocia la temibile kazaka Putintseva. Subito eliminate Bronzetti e Paolini.

Chapeau Tsonga (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nel giorno degli italiani, i francesi piangono. Sui grandi schermi del Centrale, con il volto da Muhammad Ali insieme bello e triste, Jo-Wilfried Tsonga appare l’unico che sappia il perché di questa sua decisione tanto attesa quanto inconcepibile per i suoi tifosi di una volta. Legge da un foglio parole scontate. E piange, anche lui. Si commuove quasi a ogni frase e ringrazia perché, quando le ha scritte, quelle parole di commiato non gli erano sembrate così appassionate, e così sincere, né così belle e commoventi. Ma tutto ha una fine, dice. E tutto merita di essere ricordato, spera. Era il suo ultimo torneo, l’aveva annunciato, e i motivi sono tanti, ma ne basterebbe uno. La spalla di nuovo infortunata, proprio ieri, proprio nel match dell’addio, e proprio sul più bello, quando è andato a servire per pareggiare il conto dei set e portare al quinto Casper Ruud, con quell’aria da imbucato alla festa di chi non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere. Tsonga ha 37 anni, e da almeno tre stagioni non esisteva più. Troppo giovane Ruud per innamorarsi del tennis d’attacco di J-W. Casper si fa di nebbia appena vinta la partita, al tie-break di un quarto set in cui Tsonga non riusciva nemmeno a tenere la racchetta. Va di corsa mentre sui teleschermi comparivano i volti di fi Federer, Nadal, Murray e Djokovic per il saluto a un tennista che giunse a un palmo da loro. Così, nel giorno degli italiani, si finisce per parlare di altri argomenti. C’è la dolente questione Wimbledon che sta spaccando il mondo del tennis. Paire ha confezionato la sua arringa contro l’ATP, che ha deciso di rispondere alla decisione degli organizzatori di non far partecipare tennisti russi e bielorussi, annullando i punti del torneo validi per la classifica, senza congelare quelli dell’anno scorso. «L’Atp ha deciso di stare dalla parte dei russi. Ma soltanto di loro, non di tutti i tennisti. E questo non va bene. Alla fine di Wimbledon gli unici che finirebbero premiati sono proprio i tennisti russi. Che senso ha? Mi hanno risposto che così è stato deciso. Ma non hanno interpellato nessuno e vi posso assicurare che il 99% dei giocatori ritiene che sia un’idiozia procedere così». Medvedev si ritroverebbe numero uno, Djokovic varie posizioni sotto. Per non parlare di Matteo Berrettini, per il quale c’è il rischio di sprofondare di circa 50 posizioni. […]

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Fognini a Parigi si fa un regalo in anticipo (Giammò)

La rassegna stampa di lunedì 23 maggio 2022

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Fognini a Parigi si fa un regalo in anticipo (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Prima giornata di partite tutt’altro che scontata quella andata in archivio ieri al Roland Garros. Il ritorno di uno Slam, la gestione delle forze sui cinque set e le diverse condizioni di gioco si sono rivelate incognite cui hanno pagato dazio alcuni del protagonisti attesi alla vigilia. Tanto tra gli uomini quanto nel tabellone femminile. Fra gli italiani, l’unico a scendere in campo è stato Fabio Fognini, che non ha tradito le attese superando in tre set l’australiano Popyrin. Più esperto, più maturo e più a suo agio del suo avversario quando chiamato a giocare su un grande palcoscenico, il ligure, che compirà 35 anni domani, ha condotto il match con saggezza e forzando il giusto, 

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Non sono mancate le difïicoltá : palle break (6 su 7 salvate), un secondo set complicatosi strada facendo (oltre l’ora di gioco) . Le risposte di Fognini sono però sempre state all’altezza della situazione, e una volta avvertita la fiducia, c’è stato spazio anche per qualche colpo a effetto. Adesso lo attende l’olandese Botic van de Zandschulp, n.29 del mondo, con cui non ci sono precedenti. 

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Dominic Thiem, due volte finalista a Parigi (2018, 2019) eliminato ieri in tre set dal boliviano Dellien (n37). L’austriaco, tormato in campo lo scorso aprile, deve ancora vincere una partita nel 2022. Assicura di aver supemto l’infortunio al polso, Thiem, e di non aver alcune condizionamento psicologico: «In allenamento la situazione è decente – ha dichiarato – Il problema è che giocare un match, e per di più in uno Slam, è tutta un’altra cosa.

Ne sa qualcosa Ons Jabeur,  n. 6 del mondo fresca vincitrice di Madrid e finalista a Roma, incappata nella sconfitta più fragorosa della giornata contro la polacca Linette. Mai è bastato alla tunisina aver vinto Il primo set per evitare il ritorno della sua avversaria, rivelatasi meno fallosa nei momenti chiave del match e fredda il giusto quando si è trattato di chiuderlo seppur alla distanza. 

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Il tris di Nole, i dubbi di Rafa, l’ora di Sinner (Bertolucci). Le tre sfide di Alcaraz per conquistare Parigi (Azzolini). Wimbledon azzerato, il tennis è nel caos (Giammò). Trevisan, colpo a Rabat. Primo torneo in carriera (La Gazzetta dello Sport)

La rassegna stampa di domenica 22 maggio 2022

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Il tris di Nole, i dubbi di Rafa, l’ora di Sinner (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Dopo il sesto trionfo a Roma, Novak Djokovic è il grande favorito del torneo?

Il successo di Roma ci ha restituito un Djokovic vicino al livello dell’anno scorso dopo le note vicissitudini di inizio stagione. In particolare, ha sorpreso la rapidità con cui Nole è riuscito a recuperare una condizione atletica ideale nonostante le poche partite messe nel serbatoio in questi primi cinque mesi dell’anno. Ovvio che vada considerato favorito, anche se dalla sua parte di tabellone sono stati inseriti i rivali più tremendi, Nadal e Alcaraz. Sono i due spagnoli, assieme a Tsitsipas, gli sfidanti del numero uno più accreditati. Il margine stavolta però è molto ristretto rispetto alle edizioni in cui il favorito era praticamente già designato alla vigilia. Perciò questa edizione potrebbe risultare la più aperta e incerta degli ultimi 15 anni.

 

Quante possibilità ha Rafal Nadal di vincere il 14° titolo?

Fino all’inizio di marzo, non si accettavano scommesse sul 14° successo di Nadal al Roland Garros: reduce da tre tornei vinti sul cemento, tra cui il 21° Slam conquistato in Australia, era normale immaginarlo ancor più dominante sull’amata terra rossa. E invece ci si sono messi i soliti infortuni a complicargli i piani: prima la costola fratturata nel vento di Indian Wells, poi il riacutizzarsi del cronico dolore al piede sinistro. A Roma, Rafa si è congedato dal torneo con molta preoccupazione. ma le immagini che poi sono arrivate dagli allenamenti di Parigi e le sue dichiarazioni confortanti lasciano immaginare un recupero lampo. Se il guaio al piede sinistro fosse gestibile, nessuno vorrebbe affrontare il Nadal rodato e agguerrito della seconda settimana.

Carlos Alcaraz è pronto per vincere un torneo dello Slam?

Se il metro di giudizio è il bilancio degli ultimi due mesi, in cui Carlitos ha messo insieme due Masters 1000 (a Miami e a Madrid) nonché un torneo ricco di tradizione come Barcellona, la risposta non può che essere affermativa. II giovane spagnolo è esploso con la forza dirompente del predestinato con un gioco senza punti deboli e una condizione atletica debordante: sa trovare la soluzione giusta per ogni situazione calda del match, è cresciuto molto al servizio, la palla corta e le discese a rete non rappresentano mai scelte estemporanee ma fanno parte di un canovaccio tecnico consolidato in cui si vede la grande mano di coach Ferrero. Ma adesso per lui arriva il test più complicato, che implica la capacità di gestire la pressione di un grande torneo sulle due settimane, e con le partite tre su cinque, non più dalla posizione di outsider, ma da quella di favorito in ogni match, a parte forse un paio di avversari. E tra l’altro su una superficie, la terra, che prolunga scambi e fatica. […]

Quali ambizioni può coltivare Jannik Sinner?

L’assenza forzata di Berrettini, che rivedremo per la stagione sull’erba, coagula tutte le attenzioni su Jannik, che a Roma ha mostrato buoni progressi e al Roland Garros raggiunse già i quarti due anni fa. Gli serve ancora tempo per assimilare definitivamente i dettami tecnici del nuovo coach Vagnozzi, ma sarà Interessate capire come l’altoatesino reagirà alle eventuali difficoltà improvvise, che sulla terra possono maturare contro qualsiasi avversario: un paio di vittorie «sporche», se dovesse presentarsi il rischio, sarebbero un eccellente viatico in una zona di tabellone non troppo ostica. Musetti sfortunato trova subito Tsitsipas; gli altri Italiani devono per adesso vivere alla giornata.

La Swiatek imbattibile degli ultimi mesi può perdere al Roland Garros?

Dopo anni in cui il Roland Garros maschile limitava il pronostico a un paio di protagonisti mentre quello femminile era aperto almeno a una decina di aspiranti regine, quest’anno la situazione si è ribaltata. Il torneo, Infatti, inizia sotto il segno della polacca Swiatek, già campionessa parigina nel 2020 e reduce da un filotto di successi (cinque tornei di fila e 28 partite) che, salvo cataclismi, la rendono inavvicinabile. Il ritiro della Barty e la conseguente ascesa al numero uno, anziché stressarla, le hanno dato una consapevolezza feroce nei suoi mezzi tecnici già notevolissimi. Certo, la Krejcikova che difende il titolo è sempre da tenere d’occhio, ma la rivale più pericolosa sarà la fantasiosa Jabeur vincitrice a Madrid.

Le tre sfide di Alcaraz per conquistare Parigi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nei sogni ricorrenti di Carlitos c’è un ragazzino che vince a Parigi. Ovviamente quel ragazzo è lui, Alcaraz, che da quando ha posto sotto assedio il tennis, da un lato vincendo allo stesso ritmo del Nadal 2005, quello degli esordi, dall’altro imprigionandolo nell’attesa di scoprire fin dove riuscirà a spingersi, c’è chi si è affrettato a correggere in Alcatraz. Tennis di massima sicurezza. Che poi è quello che gli consiglia Juan Carlos Ferrero, coach, mentore e fratello maggiore, che fu numero uno nel 2003. «Se non conoscessi bene i suoi genitori, direi che è figlio tuo», disse JCF a Nadal, quando gli portò il bimbetto dodicenne. Alcaraz ama Nadal, ma giura di trarre ispirazione da Federer. «Il mio dritto è quello che più si avvicina al suo», dice Carlitos. E infatti, i suoi colpi non sono “lame rotanti” come quelli di Rafa, né transitano 50 centimetri sopra la rete. La sfiorano piuttosto, proprio come ha sempre fatto Federer. Alcaraz intanto, vince ovunque. Parigi, il mondiale su terra rossa, attende risposte… Se Carlitos dovesse vincerlo, ripeterebbe il percorso di Rafa diciannovenne. Due ‘1000 vinti; quindi la prima affermazione al Roland Garros. Diventato numero sei del mondo, lo spagnolo ha davanti a sé tre sfide. Una con Djokovic, che la vittoria romana ha rilanciato, l’altra con Nadal per il primato spagnolo, l’ultima con Sinner, per il titolo di “più forte” tra i teenagers. Il torneo ha posto i due spagnoli e Djokovic dalla stessa parte. Nole troverà prima Rafa (quarti) poi Alcaraz (semifinale) e sarà come immergersi nel tritatutto. Sinner è dall’altra parte, dove si sta più comodi. Debutterà domani o dopo contro Bjorn Fratangelo, statunitense figlio di italiani. […]

Wimbledon azzerato, il tennis è nel caos (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Né l’ATP né la WTA e né tantomeno Wimbledon avevano previsto conseguenze come quelle che da ieri si sono innescate all’annuncio da parte dei due sindacati di non assegnare alcun punto valido per i ranking per lo Slam londinese. Ma gli indizi dei giorni scorsi lasciavano presagire una conclusione come quella a cui si è assistito. Così come le note in calce recate nei due comunicati – la decisione dell’ ATP prima, la risposta dell’All England Club – lasciano ora spazio a ulteriori negoziati in cui le parti proveranno a raggiungere una sintesi che al momento sembra ancora lontana. Politica, interessi, soldi, monarchia, tradizione, paure: tutto tranne il tennis. La cui posizione, a ventiquattr’ore dall’annuncio, è tutt’altro che univoca e allineata a quanto deciso dai suoi vertici. Discriminare un atleta in base a una colpa collettiva è un precedente che l’ATP si è premurata di sanzionare onde evitare che altre discriminazioni, un domani, possano minare uno dei suoi principi fondanti. Il problema è che nel tentativo di voler fare giustizia venendo incontro al tennisti russi e bielorussi messi al bando da Wimbledon, la risposta dell’ATP a conti fatti si è rivelata una mossa capace di scontentare un po’ tutti, le cui conseguenze si riverbereranno in un ranking che poco avrà a che fare – al termine dello Slam inglese – con meriti e demeriti maturati sul campo, e che si presenterà molto più simile a una fotografia in cui i vari interpreti si troveranno a scontare fortune, sfortune, colpe e scelte maturate dodici mesi fa. Novak Djokovic, non avrà modo di difendere i 2000 punti conquistati 12 mesi fa a Church Road. Punti che puntualmente gli verranno sottratti al termine del torneo favorendo – indovinate un po’ – quel Daniil Medvedev che potrebbe virtualmente ritrovarsi nuovo leader del ranking. Sottolineava, l’ATP nella sua nota, che l’esclusione di russi e bielorussi andasse a minare l’integrità del sistema di assegnazione dei punti del ranking. La soluzione offerta, nel tentativo di offrire solidarietà a pochi, ha finito invece col far impazzire tutta la maionese alterando equilibri e gerarchie che al 10 luglio non troveranno più alcun riscontro nella classifica. Alcaraz e Sinner, che l’anno scorso offrirono una fugace apparizione a Wimbledon, quest’anno pur non conquistando alcun punto vedranno salvi i rispettivi ranking. Matteo Berrettini, che invece lì colse la prima finale della storia del tennis azzurro, si vedrà privato di ben 1200 punti che finiranno col farlo precipitare nel ranking complicando di molto il suo prosieguo di stagione. […]

Trevisan, colpo a Rabat. Primo torneo in carriera (La Gazzetta dello Sport)

La sognava da una vita, una giornata così, dopo aver sfiorato il baratro ed essere risalita con il coraggio di una leonessa. A Rabat, la fiorentina Martina Trevisan, 28 anni, diventa la 20′ giocatrice italiana a sollevare un trofeo Wta nell’Era Open, regalando al nostro tennis femminile il successo numero 76 sul circuito. E, per una volta, il tempo scorre all’indietro, a quando erano le donne a portare in alto il tricolore: si tratta infatti del primo torneo dell’anno conquistato da un’azzurra, uomini compresi. In finale, la nuova numero 59 del mondo (best ranking da domani) concede appena tre game all’americana Liu. 92 Wta, pure lei all’esordio in una partita per il titolo, imponendosi per 6-2 6-1: una sfida equilibrata fino alla metà del primo set, quando il ritmo imposto da Martina, corroborato da un rovescio lungolinea praticamente imprendibile, diventa insostenibile. La fiorentina abbandonò improvvisamente il tennis nel 2009, travolta dalle aspettative, e conobbe la depressione e l’anoressia. Uscitane con grande forza di volontà, nel febbraio del 2014 annunciò il ritorno, ispirato dagli incoraggiamenti dei bambini che seguivano i suoi corsi di maestra di tennis: «Dedico questa vittoria a papà Claudio, purtroppo questa settimana non ha potuto vedermi ma sarà orgoglioso di me, noi Trevisan siamo una famiglia di guerrieri». Non è mai troppo tardi per volare.

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