I sette vincitori Slam più improbabili

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I sette vincitori Slam più improbabili

Sei nomi li abbiamo identificati piuttosto facilmente, su uno in particolare c’è stato un acceso dibattito. No, non c’è Ivanisevic e ovviamente sì, c’è Gaston Gaudio

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Gaston Gaudio - Roland Garros 2004

Si contano diversi tennisti che, nonostante una carriera ricca di successi, non sono riusciti a vincere un trofeo del Grande Slam. I “migliori” otto di questo speciale club sono stati votati dai fan sul sito di ESPN. All’opposto c’è anche chi, a fronte di una carriera magari non eccezionale, è riuscito almeno una volta ad andare oltre le aspettative e ha vinto l’agognato titolo Major, per molti analisti una linea di demarcazione tra tennisti – invero abbastanza arbitraria. Secondo il nostro parere non può essere un singolo exploit, seppure nel tennis equivalga a toccare il cielo con un dito, a determinare il giudizio complessivo su una carriera.

Ci siamo affrancati dal parere dei lettori di ESPN e abbiamo scelto di nostra iniziativa i sette trionfi Slam più improbabili dell’Era Open, prendendo in considerazione soprattutto il rapporto esistente tra quella vittoria e il resto del palmares. Se pensate ci sia qualche esclusione eccellente, potete segnalarlo tra i commenti.

Mark Edmondson (Australian Open 1976)

Mark Edmondson, l’inserviente che vinse uno Slam

Vincere uno Slam da numero 212 del mondo è un record che dopo 44 anni non è stato ancora battuto nel circuito maschile. La storia di Mark Edmondson, campione a sorpresa all’Open d’Australia del 1976, ha i tratti tipici del romanzo. Tuttavia lo Slam australiano al tempo non era ancora uscito dalla dimensione locale: il tabellone di quell’annata contava ben 40 australiani su 64 partecipanti complessivi e il prize money era di soli 75.000 dollari. L’opportunità era comunque invitante per Edmondson, che qualche settimana prima lavorava come inserviente in un ospedale per mettere da parte i soldi necessari a viaggiare da una città all’altra nell’arco della stagione.

 

Mentre la maggior parte dei giocatori soggiornò in hotel a Melbourne durante il torneo, Edmondson si fece ospitare da un suo amico. Nonostante le difficoltà economiche, arrivò in semifinale e riuscì a battere in quattro set il numero uno del seeding Ken Rosewall (due volte campione in Australia) e in finale superò il secondo favorito del torneo – e campione in carica – John Newcombe. “Janitor beats Rosewall” (un inserviente batte Rosewall) titolarono i media la mattina dopo la sua vittoria in semi. Aveva 22 anni quando centrò l’impresa della sua vita, ma non riuscì mai a diventare una stella del tennis autraliano, raggiungendo al massimo la 15° piazza nel ranking ATP. Nonostante ciò, l’ex inserviente Mark Edmondson è l’ultimo giocatore australiano ad aver vinto l’Open d’Australia.

Brian Teacher (Australian Open 1980)

È ancora Melbourne il teatro di un altro successo che rimarrà l’unico acuto nella carriera di un tennista forte, ma non straordinario, quale è stato Brian Teacher – otto trofei vinti in carriera e best ranking al numero 7 del mondo. Quattro edizioni e cinque anni dopo dopo il successo di Edmondson, la partecipazione non-australiana era aumentata: al numero uno del seeding c’era Guillermo Vilas, vincitore delle due edizioni precedenti del torneo e ai nastri di partenza si presentarono anche Gerulaitis e Lendl. Fu però a tutti gli effetti il torneo delle “seconde linee”. In finale giunsero la testa di serie numero 14 Warwick, australiano (che riuscì a battere in semifinale Vilas in cinque set, in due giorni) famoso entro i nostri confini per aver fallito undici match point contro Panatta, e la numero 8 Teacher.

Warwick qualche ora prima della finale trionfò in doppio proprio assieme a Edmondson, ma pagò gli sforzi nei pressi del traguardo. Un problema alla spalla lo tormentò durante la finale, nonostante fosse imbottito di antidolorifici (disse che non riusciva quasi a sollevare un bicchiere) e cedette in tre set a Teacher. La carriera dell’americano tuttavia non decollò dopo il trionfo Slam: riuscì a vincere solamente altri tre tornei di caratura minore e si ritirò sei anni dopo.

Andres Gomez (Roland Garros 1990)

L’occasione della vita capita a Parigi per l’ecuadoriano Gomez, quarta testa di serie dell’Open di Francia del 1990. I due titoli vinti a Roma nell’82 e nell’84 erano stati fino a quel momento le vette più alte della sua carriera (19 titoli in singolare e 31 in doppio fino a quel momento, non proprio numeri da totale sconosciuto). Si presentò al Roland Garros non tra i favoriti, ma il torneo prese subito una direzione inaspettata quando le prime due teste di serie, Becker ed Edberg, uscirono al primo turno. Lo svedese subì una batosta contro il futuro campione in Francia Sergi Brugera. Gomez lasciò un solo set per strada nel suo percorso fino ai quarti di finale e in semifinale eliminò in tre set un altro futuro campione, Thomas Muster.

Fu una finale tra debuttanti e l’inizio della “maledizione” al Roland Garros di Andre Agassi, che perse in quattro set la sua prima finale Slam e dovette attendere altri nove anni per vincere la Coppa dei Moschettieri. Gomez invece fu abile a trionfare nella sua prima e unica finale Major. Dopo la gioia parigina avrebbe vinto solo un altro titolo in singolare prima del ritiro nel 1995.

Gli highlights della finale col commento in italiano

Petr Korda (Australian Open 1998)

Dei dieci tornei vinti in carriera da Petr Korda, l’Australian Open del ’98 è allo stesso tempo il più prestigioso e il più contestato. Nel corso della stessa stagione infatti, a Wimbledon, Korda risultò positivo al test anti-doping e venne sospeso per l’assunzione di nandrolone; il tennista ceco dichiarò di non sapere come avesse assunto la sostanza. A rivendicare il titolo vinto a Melbourne Park è Marcelos Rios, battuto con un triplo 6-2 da Korda in finale, che infatti occupa una posizione di primo piano nell’elenco dei migliori senza Slam. Il cileno qualche anno fa ha chiesto alla sua Federazione di riaprire il caso, perché convinto di aver giocato la finale contro un tennista ‘spinto’ dal doping.

Thomas Johansson (Australian Open 2002)

È ancora all’Australian Open, quando il torneo ha ormai rango pari a quello degli altri Slam, che trionfa un nome a sorpresa. Si tratta dello svedese Johansson, che non aveva mai superato i quarti di finale prima del suo successo a Melbourne Park. Anche nei Masters Series (o Masters 1000), escluso l’Open del Canada vinto nel 1999, raccolse ben poco nell’arco di tutta la sua carriera (una semifinale e quattro quarti di finale). Dopo la finale contro Marat Safin vinta -da sfavorito- in quattro set, Johansson si infortunò al ginocchio nello stesso anno e fu costretto a saltare tutta la stagione 2003. Al suo ritorno collezionò una serie di sconfitte nei primi turni in tutti i principali tornei, fatta eccezione per la semifinale raggiunta a Wimbledon nel 2005. Prima del ritiro nel 2009 non riuscì mai a migliorare il suo best ranking di numero 7 ATP.

Albert Costa (Roland Garros 2002)

Ammettiamo che questo nome è stato il più difficile da trovare. Fino all’ultimo lo spagnolo è stato in ballottaggio con il connazionale Andrés Gimeno, campione a Parigi nel 1972, con lo statunitense Roscoe Tanner (in grado di sconfiggere Vilas in tre set nella finale dell’Australian Open 1977), con il campione di Wimbledon 1996 Richard Krajicek e col tre volte finalista Slam Marin Cilic, che il suo alloro l’ha portato a casa nel 2014 a New York. Abbiamo subito escluso Krajicek e Cilic, il primo perché pur senza altre finali Slam è stato capace di vincere 17 titoli e battere ben ventitré top 5 in carriera, a testimonianza di un livello di gioco altissimo in certe giornate, il secondo perché sarebbe stato ingeneroso includere tra gli ‘slammer improbabili‘ chi è stato capace di portare al quinto set Federer in un’altra finale. Ed è ancora in attività, potenzialmente in grado di vincere ancora.

Abbiamo poi escluso anche Tanner, il ‘Bombardiere di Chattanooga’ che a forza di servizi mancini aveva quasi sorpreso Borg nella finale di Wimbledon 1979 – e qui vale lo stesso discorso fatto per Cilic: portare al quinto set di una finale Slam un giocatore del genere significa avere le spalle ben larghe. Sono rimasti dunque i due spagnoli, Gimeno e Costa, e abbiamo scelto quest’ultimo poiché dalla parte di Andrés c’è anche una carriera da ottimo professionista negli anni Sessanta e la finale all’Australian Open 1969, la prima edizione in Era Open, oltre che la semifinale di Wimbledon 1970.

Albert Costa non è mai stato in top 5, non è mai andato oltre i quarti in uno Slam diverso dal Roland Garros e ha vinto titoli solo sulla terra battuta, dodici in totale. Certo non ha rubato niente nella vittoria parigina del 2002, anzi, da testa di serie numero 20 ha dovuto battere avversari di un certo spessore, primo fra tutti il campione in carica Kuerten agli ottavi; poi ha rimontato Canas ai quarti e ha battuto in quattro set sia Corretja in semi che in finale Ferrero, che l’anno dopo avrebbe firmato il suo unico successo Slam. Costa è stato un terraiolo molto forte, ma tra tutti i candidati abbiamo comunque scelto il suo nome. E non è mica una nota di demerito: in fondo stiamo confrontando gente che ha vinto uno Slam, e uno Slam non si vince mai (troppo) per caso.

Gaston Gaudio (Roland Garros 2004)

Prima che Rafael Nadal instaurasse una dittatura pluridecennale a Parigi, e subito dopo i già citati trionfi di Costa e Ferrero, l’argentino Gaudio vinse l’Open di Francia del 2004. Furono le migliori due settimane della sua carriera: in nessun altro torneo Major a cui ha preso parte è riuscito a superare il quarto turno. Raggiunse la seconda settimana solo in quella primavera di sedici anni fa. È curioso che in semifinale Gaudio, che si presentava da numero 44 del mondo a Parigi, riuscì a battere il connazionale David Nalbandian, che uno Slam non è mai riuscito a vincerlo nonostante abbia collezionato un discreto numero di successi importanti. In finale la stessa sorte toccò a Coria, che perse il derby 8-6 al quinto set dopo aver condotto due set a zero (6-0 6-3). Con un best ranking di numero 5, otto titoli vinti e appena dodici vittorie ai danni di top 10 in carriera, il nome di Gaudio è stato uno dei più semplici da identificare. Per prossimità temporale, è dunque sua la palma di ‘Slammer improbabile più recente’. In attesa di scoprire quando salterà fuori il prossimo.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il talento di Fognini e l’archivio sterminato

Ma se Federer, Nadal e Djokovic fossero stati coetanei? Cosa sarebbe accaduto? Tutte le VHS di Ubaldo e la complessa questione sulla carriera di Fognini. Ha ottenuto il giusto, troppo o troppo poco?

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Caro Scanagatta,

Ho fatto un sogno. Federer, Nadal e Djokovic nati nello stesso mese e nelo stesso anno! Si fosse verificata tale eventualità, quanti slam in più avrebbe il Maestro Federer, irraggiungiibile Goat, insuperabile interprete della bellezza del Tennis? Perché nessuno degli esperti, lei compreso, non sottolinea questo aspetto più che determinante, data la differenza d’età di 5-6 anni, decisiva in termini di successi sportivi? Federer è stato, è e sarà sempre il migliore, al di là delle simpatie e del tifo esercitato per questi grandi campioni.

 

Dott. Alberto Romano Terzigno (Na)

Lei sogna, beato lei, e si ricorda pure i sogni. Io non me li ricordo quasi mai. Salvo quelli del primo mattino se mi riaddormento. Ma non sogno quasi mai tennis, salvo che trionfare a Wimbledon una o anche più volte di fila. Cosa vuole che risponda a un sogno-ipotesi del genere? Vuole che le confermi che Federer è il campione più  popolare di tutti, vinca oppure perda da vecchietto (rispetto ai due giovanotti di cinque e sei anni più giovani)? Non c’è bisogno che glielo dica io. Lo sanno tutti, e lo sanno perfino coloro che non lo amano ma sono fan di Rafa o Nole.  Potrei dirle forse che anche da coetanei Rafa avrebbe battuto Roger sulla terra rossa più volte di quanto ci avrebbe perso. Ma non sarei originale. Come se dicessi chi venderebbe più biglietti al botteghino (quello vero… non alludo al soprannome che hanno dato a Binaghi in Sardegna i suoi amici) nel caso di un confronto fra due coetanei Federer e Djokovic. Però non scommetterei la casa sul vincitore di quel duello fra…coetanei. Troppe variabili imprevedibili. La superficie, il clima, gli avversari e le battaglie combattute prima del loro confronto. L’eleganza è una cosa, la sostanza non sempre vi si accompagna. E la bellezza è quel che piace. Continui pure a sognare lei, mi raccomando.


Gentile direttore Scanagatta, mi è piaciuta molto la riproposizione su Sky di alcune storiche telecronache di Rino Tommasi e Gianni Clerici. Immagino che lei conservi vecchie videocassette con le sue telecronache insieme a Tommasi o a Roberto Lombardi, trasmesse da Telecapodistria e poi da Telepiù, e volevo chiederle questo: potrebbe per favore digitalizzarle e renderle disponibili a tutti gli appassionati, su Ubitennis, o YouTube, o dove preferisce?

Non sono un esperto, ma leggo in giro su Internet che basta un semplice cavetto per digitalizzare una VHS e trasportarne il contenuto su computer. Potrebbe per favore vedere se la cosa è fattibile e fare un bel regalo a tutti noi? 🙂 (Alberto R. – Milano)

Ho tre casse di videocassette, in soffitta. Mia moglie vorrebbe farle fuori perché occupano spazio da tempo immemorabile. Molte non le ho mai sentite neppure io. E temo non le sentirò mai. Per respingere gli assalti di mia moglie che non si azzarda a dirmi le stesse cose per 500 libri di tennis (ma lo fa invece per raccolte cartacee per l’archivio di centinaia di giocatori e giocatrici) dico: “Magari un giorno ai miei figli (nipoti?) potrebbe anche prendere il ghiribizzo di ascoltare la voce del nonno e dei suoi celebri compagni di merende tennistiche (beh sì, in termini di preparazione e cultura tennistica quasi dei “mostri”)”. Mento sapendo di mentire. Non interesseranno mai a nessuno. Anni fa credo anche, Alberto, di aver comprato uno strumento (chissà dov’è?) che consentiva di trasferire le cassette in un qualche sorta di hard disk. Non mi pare fosse un semplice cavetto. Il regalo, detto tra noi, me lo farebbe chi avesse voglia di passare da casa mia a Firenze, per un pranzetto e per recuperare tutto questo materiale e ridargli vita. Temo non lo farà mai nessuno. E se per le cassette in fondo, beh poco male, mi piange invece il cuore a pensare a tutto quel materiale cartaceo raccolto in poderosi contenitori da ½ chilo l’uno, con le storie, le interviste, i migliori articoli in più lingue, di tanti campioni del passato. Avere un sito di tennis e non poter riversare ai lettori un centesimo di quello che ho nei libri, in quegli scaffali – un armadio è diviso in quattro ante e dietro ciascuna c’è materiale solo per i 4 Slam, un anta ciascuno! – mi angoscia. Perché il giorno in cui non ci sarò più finirà tutto al macero vanificando mezzo secolo e più di stupida inutile archiviazione.


Ciao Ubaldo,

Volevo chiederti cosa ne pensassi di Fognini (solo come tennista, so che avete avuto dei problemi dal punto di vista umano: ”gelataio” ecc…). Nella sua stagione d’oro è arrivato 11° nella race, mentre un Dimitrov è riuscito ad arrivare 3° nella sua stagione della vita.Non credi che forse Fognini sia stato sopravvalutato dalla stampa italiana? (per me sì e lo dimostra il fatto di non aver mai giocato un quarto in uno Slam).

Cordiali saluti (Taranto, Francesco Putignano)

L’argomento scotta e non vorrei bruciarmi. Perché chi segue Ubitennis sa dei difficili rapporti che ho con Fabio che evita, quando può, di rispondermi. E se è costretto a farlo nelle conferenze stampa lo fa il più delle volte in maniera scortese per non dire ineducata.

La storia alla base di tutto ciò è risaputa. Fabio ha sempre pensato che io fossi il responsabile di quanto scrivevano e scrivono su Ubitennis i lettori. Riteneva, sbagliando, che avrei dovuto cancellare le critiche che gli venivano rivolte. Non ho mai cancellato quelle che vengono rivolte a me, e non ne sono mancate anche di pesanti, e non sono state cancellate neppure le critiche che venivano indirizzate a lui. Si sono cancellate invece le offese, quando non ci sono sfuggite. E non mi pare che ci siano sfuggite a lungo. Non sono mai arrivate critiche sui comportamenti di Seppi, Berrettini, Lorenzi, Bolelli, Fabbiano, Sinner, Travaglia, Caruso, Pennetta, Vinci, Errani, Schiavone, dico i primi nomi che mi vengono in mente, come invece ne sono arrivate incessantemente per Fabio.

A quelle si sono aggiunte, in certe occasioni, come quel giorno del suo incontro con Tsonga a Montecarlo, anche le mie critiche. Sempre collegate alle cronache puntuali, oggettive di quanto era accaduto, dalle parolacce indirizzate al suo clan, a tutto il resto. Come riferito anche dai giornalisti presenti. Idem nel giorno dei pesantissimi insulti alla giudice di sedia che arbitrò il suo match all’US Open con Travaglia, quello che gli costò l’espulsione dal torneo. Roba successa a McEnroe (in Australia, ma durante il match con Pernfors) e forse a nessun altro.

Se Fognini avrebbe preferito che io non ne parlassi, o che io non citassi alcuni episodi di sua evidente maleducazione, beh… non potevo proprio venire incontro ai suoi desideri. Avrei tradito il mio mestiere di cronista. Sono stato più severo di altri colleghi? Forse, ma forse anche perché a differenza di colleghi obbligati dal loro status di dipendenti di giornali e quindi costretti a rendere conto ai loro direttori di una mancata intervista, di un “buco” giornalistico, non avevo bisogno di conquistarmi le sue benemerenze per future interviste one to one.

Non ha voluto parlare con me? Sono sopravvissuto serenamente e Ubitennis non ne ha risentito. Avessi avuto un datore di lavoro, forse non me lo sarei potuto permettere. Lui questo non lo ha capito, è arrivato a credere perfino che io potessi fare autolesionisticamente il tifo contro di lui, quando non è mai successo. Anzi, mi sono eccitato, esaltato come se fosse mio fratello quando ha colto exploit importanti, la vittoria in rimonta su Nadal all’US Open, la lezione di tennis con 13 smorzate vincenti a Murray in Davis a Napoli, la maratona all’imbrunire del Roland Garros con Monfils.  

La faccio breve adesso. Sono consapevole del rischio che queste vicende possano – agli occhi dei lettori – far pensare che io non riesca a essere obiettivo sul suo conto, nel momento in cui io mi debba esprimere sul Fognini tennista. Che è invece quel che mi chiede qui Francesco.

Allora ribadisco quanto sempre affermato : Fabio è stato indiscutibilmente il miglior tennista italiano degli ultimi 40 anni. L’ho scritto mille volte. È un tennista che ha una mano (ma anche due piedi…) straordinaria. Ha un talento allo stato puro che – se fosse stato accompagnato da 7/10 cm in più e da un servizio all’altezza – con un’altra testa lo avrebbe inserito fra i primi 5 del mondo stabilmente. Quando dico testa dico talmente tante cose – e non che sia stupido, sia chiaro – che l’elenco sarebbe lunghissimo. Capacità continua nel tempo, negli allenamenti, in una gara, lungo tutto un torneo, più tornei, di concentrazione e determinazione in lui assolutamente non paragonabili con i campioni della sua generazione, i Murray, i Djokovic, i Wawrinka più che “genius” Federer che non può esser considerato suo coetaneo. Questa palese carenza non gli ha permesso di centrare l’obiettivo top 10 che pareva tranquillamente alla sua portata, fino ai 32 anni. Né di centrare un quarto di finale in oltre 40 Slam salvo quello conquistato nel 2011 al Roland Garros dopo aver annullato caterve di match point a Montanes e senza averlo potuto difendere contro Djokovic (peraltro unico dei più celebri “coetanei” a non aver mai battuto).

Lo sport con i suoi risultati non mente. Se Fognini non è stato a lungo top 10 e più su di dove è arrivato un motivo, più d’uno c’è. Sopravvalutato? Beh, uno che è il n.1 d’Italia per un decennio merita tutta l’attenzione possibile. E di gente che, nelle giornate di vena, fa spettacolo come lui, ce n’è poca, pochissima. Dia o o meno in escandescenze – che è un po’ quel che tutti si attendevano anche quando giocava McEnroe – Fabio è un tennista dal tennis originale, diverso, imprevedibile, creativo, fantastico da vedersi. Pochi sono i giocatori che possono farti gridare più ‘Ohhh‘ di meraviglia di lui. Ti fa anche incavolare per come è capace di rovinare quel talento all’improvviso, di come può indisporre arbitri, avversari, pubblico, tutti quanti. Ma è fatto così, prendere o lasciare. Un genitore più rigido e inflessibile – come è stato papà Federer con Roger quando lo svizzero fracassava racchette e gridava improperi – avrebbe potuto limitarne gli eccessi? E costruire le premesse per un campione super top? Non lo sapremo mai.

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Racconti

Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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