I sette vincitori Slam più improbabili

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I sette vincitori Slam più improbabili

Sei nomi li abbiamo identificati piuttosto facilmente, su uno in particolare c’è stato un acceso dibattito. No, non c’è Ivanisevic e ovviamente sì, c’è Gaston Gaudio

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Gaston Gaudio - Roland Garros 2004
 
 

Si contano diversi tennisti che, nonostante una carriera ricca di successi, non sono riusciti a vincere un trofeo del Grande Slam. I “migliori” otto di questo speciale club sono stati votati dai fan sul sito di ESPN. All’opposto c’è anche chi, a fronte di una carriera magari non eccezionale, è riuscito almeno una volta ad andare oltre le aspettative e ha vinto l’agognato titolo Major, per molti analisti una linea di demarcazione tra tennisti – invero abbastanza arbitraria. Secondo il nostro parere non può essere un singolo exploit, seppure nel tennis equivalga a toccare il cielo con un dito, a determinare il giudizio complessivo su una carriera.

Ci siamo affrancati dal parere dei lettori di ESPN e abbiamo scelto di nostra iniziativa i sette trionfi Slam più improbabili dell’Era Open, prendendo in considerazione soprattutto il rapporto esistente tra quella vittoria e il resto del palmares. Se pensate ci sia qualche esclusione eccellente, potete segnalarlo tra i commenti.

Mark Edmondson (Australian Open 1976)

Mark Edmondson, l’inserviente che vinse uno Slam

Vincere uno Slam da numero 212 del mondo è un record che dopo 44 anni non è stato ancora battuto nel circuito maschile. La storia di Mark Edmondson, campione a sorpresa all’Open d’Australia del 1976, ha i tratti tipici del romanzo. Tuttavia lo Slam australiano al tempo non era ancora uscito dalla dimensione locale: il tabellone di quell’annata contava ben 40 australiani su 64 partecipanti complessivi e il prize money era di soli 75.000 dollari. L’opportunità era comunque invitante per Edmondson, che qualche settimana prima lavorava come inserviente in un ospedale per mettere da parte i soldi necessari a viaggiare da una città all’altra nell’arco della stagione.

 

Mentre la maggior parte dei giocatori soggiornò in hotel a Melbourne durante il torneo, Edmondson si fece ospitare da un suo amico. Nonostante le difficoltà economiche, arrivò in semifinale e riuscì a battere in quattro set il numero uno del seeding Ken Rosewall (due volte campione in Australia) e in finale superò il secondo favorito del torneo – e campione in carica – John Newcombe. “Janitor beats Rosewall” (un inserviente batte Rosewall) titolarono i media la mattina dopo la sua vittoria in semi. Aveva 22 anni quando centrò l’impresa della sua vita, ma non riuscì mai a diventare una stella del tennis autraliano, raggiungendo al massimo la 15° piazza nel ranking ATP. Nonostante ciò, l’ex inserviente Mark Edmondson è l’ultimo giocatore australiano ad aver vinto l’Open d’Australia.

Brian Teacher (Australian Open 1980)

È ancora Melbourne il teatro di un altro successo che rimarrà l’unico acuto nella carriera di un tennista forte, ma non straordinario, quale è stato Brian Teacher – otto trofei vinti in carriera e best ranking al numero 7 del mondo. Quattro edizioni e cinque anni dopo dopo il successo di Edmondson, la partecipazione non-australiana era aumentata: al numero uno del seeding c’era Guillermo Vilas, vincitore delle due edizioni precedenti del torneo e ai nastri di partenza si presentarono anche Gerulaitis e Lendl. Fu però a tutti gli effetti il torneo delle “seconde linee”. In finale giunsero la testa di serie numero 14 Warwick, australiano (che riuscì a battere in semifinale Vilas in cinque set, in due giorni) famoso entro i nostri confini per aver fallito undici match point contro Panatta, e la numero 8 Teacher.

Warwick qualche ora prima della finale trionfò in doppio proprio assieme a Edmondson, ma pagò gli sforzi nei pressi del traguardo. Un problema alla spalla lo tormentò durante la finale, nonostante fosse imbottito di antidolorifici (disse che non riusciva quasi a sollevare un bicchiere) e cedette in tre set a Teacher. La carriera dell’americano tuttavia non decollò dopo il trionfo Slam: riuscì a vincere solamente altri tre tornei di caratura minore e si ritirò sei anni dopo.

Andres Gomez (Roland Garros 1990)

L’occasione della vita capita a Parigi per l’ecuadoriano Gomez, quarta testa di serie dell’Open di Francia del 1990. I due titoli vinti a Roma nell’82 e nell’84 erano stati fino a quel momento le vette più alte della sua carriera (19 titoli in singolare e 31 in doppio fino a quel momento, non proprio numeri da totale sconosciuto). Si presentò al Roland Garros non tra i favoriti, ma il torneo prese subito una direzione inaspettata quando le prime due teste di serie, Becker ed Edberg, uscirono al primo turno. Lo svedese subì una batosta contro il futuro campione in Francia Sergi Brugera. Gomez lasciò un solo set per strada nel suo percorso fino ai quarti di finale e in semifinale eliminò in tre set un altro futuro campione, Thomas Muster.

Fu una finale tra debuttanti e l’inizio della “maledizione” al Roland Garros di Andre Agassi, che perse in quattro set la sua prima finale Slam e dovette attendere altri nove anni per vincere la Coppa dei Moschettieri. Gomez invece fu abile a trionfare nella sua prima e unica finale Major. Dopo la gioia parigina avrebbe vinto solo un altro titolo in singolare prima del ritiro nel 1995.

Gli highlights della finale col commento in italiano

Petr Korda (Australian Open 1998)

Dei dieci tornei vinti in carriera da Petr Korda, l’Australian Open del ’98 è allo stesso tempo il più prestigioso e il più contestato. Nel corso della stessa stagione infatti, a Wimbledon, Korda risultò positivo al test anti-doping e venne sospeso per l’assunzione di nandrolone; il tennista ceco dichiarò di non sapere come avesse assunto la sostanza. A rivendicare il titolo vinto a Melbourne Park è Marcelos Rios, battuto con un triplo 6-2 da Korda in finale, che infatti occupa una posizione di primo piano nell’elenco dei migliori senza Slam. Il cileno qualche anno fa ha chiesto alla sua Federazione di riaprire il caso, perché convinto di aver giocato la finale contro un tennista ‘spinto’ dal doping.

Thomas Johansson (Australian Open 2002)

È ancora all’Australian Open, quando il torneo ha ormai rango pari a quello degli altri Slam, che trionfa un nome a sorpresa. Si tratta dello svedese Johansson, che non aveva mai superato i quarti di finale prima del suo successo a Melbourne Park. Anche nei Masters Series (o Masters 1000), escluso l’Open del Canada vinto nel 1999, raccolse ben poco nell’arco di tutta la sua carriera (una semifinale e quattro quarti di finale). Dopo la finale contro Marat Safin vinta -da sfavorito- in quattro set, Johansson si infortunò al ginocchio nello stesso anno e fu costretto a saltare tutta la stagione 2003. Al suo ritorno collezionò una serie di sconfitte nei primi turni in tutti i principali tornei, fatta eccezione per la semifinale raggiunta a Wimbledon nel 2005. Prima del ritiro nel 2009 non riuscì mai a migliorare il suo best ranking di numero 7 ATP.

Albert Costa (Roland Garros 2002)

Ammettiamo che questo nome è stato il più difficile da trovare. Fino all’ultimo lo spagnolo è stato in ballottaggio con il connazionale Andrés Gimeno, campione a Parigi nel 1972, con lo statunitense Roscoe Tanner (in grado di sconfiggere Vilas in tre set nella finale dell’Australian Open 1977), con il campione di Wimbledon 1996 Richard Krajicek e col tre volte finalista Slam Marin Cilic, che il suo alloro l’ha portato a casa nel 2014 a New York. Abbiamo subito escluso Krajicek e Cilic, il primo perché pur senza altre finali Slam è stato capace di vincere 17 titoli e battere ben ventitré top 5 in carriera, a testimonianza di un livello di gioco altissimo in certe giornate, il secondo perché sarebbe stato ingeneroso includere tra gli ‘slammer improbabili‘ chi è stato capace di portare al quinto set Federer in un’altra finale. Ed è ancora in attività, potenzialmente in grado di vincere ancora.

Abbiamo poi escluso anche Tanner, il ‘Bombardiere di Chattanooga’ che a forza di servizi mancini aveva quasi sorpreso Borg nella finale di Wimbledon 1979 – e qui vale lo stesso discorso fatto per Cilic: portare al quinto set di una finale Slam un giocatore del genere significa avere le spalle ben larghe. Sono rimasti dunque i due spagnoli, Gimeno e Costa, e abbiamo scelto quest’ultimo poiché dalla parte di Andrés c’è anche una carriera da ottimo professionista negli anni Sessanta e la finale all’Australian Open 1969, la prima edizione in Era Open, oltre che la semifinale di Wimbledon 1970.

Albert Costa non è mai stato in top 5, non è mai andato oltre i quarti in uno Slam diverso dal Roland Garros e ha vinto titoli solo sulla terra battuta, dodici in totale. Certo non ha rubato niente nella vittoria parigina del 2002, anzi, da testa di serie numero 20 ha dovuto battere avversari di un certo spessore, primo fra tutti il campione in carica Kuerten agli ottavi; poi ha rimontato Canas ai quarti e ha battuto in quattro set sia Corretja in semi che in finale Ferrero, che l’anno dopo avrebbe firmato il suo unico successo Slam. Costa è stato un terraiolo molto forte, ma tra tutti i candidati abbiamo comunque scelto il suo nome. E non è mica una nota di demerito: in fondo stiamo confrontando gente che ha vinto uno Slam, e uno Slam non si vince mai (troppo) per caso.

Gaston Gaudio (Roland Garros 2004)

Prima che Rafael Nadal instaurasse una dittatura pluridecennale a Parigi, e subito dopo i già citati trionfi di Costa e Ferrero, l’argentino Gaudio vinse l’Open di Francia del 2004. Furono le migliori due settimane della sua carriera: in nessun altro torneo Major a cui ha preso parte è riuscito a superare il quarto turno. Raggiunse la seconda settimana solo in quella primavera di sedici anni fa. È curioso che in semifinale Gaudio, che si presentava da numero 44 del mondo a Parigi, riuscì a battere il connazionale David Nalbandian, che uno Slam non è mai riuscito a vincerlo nonostante abbia collezionato un discreto numero di successi importanti. In finale la stessa sorte toccò a Coria, che perse il derby 8-6 al quinto set dopo aver condotto due set a zero (6-0 6-3). Con un best ranking di numero 5, otto titoli vinti e appena dodici vittorie ai danni di top 10 in carriera, il nome di Gaudio è stato uno dei più semplici da identificare. Per prossimità temporale, è dunque sua la palma di ‘Slammer improbabile più recente’. In attesa di scoprire quando salterà fuori il prossimo.

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Wimbledon, il day after di Tan: dà forfait in doppio e la compagna non la prende bene

Dopo la vittoria su Serena Williams, Harmony Tan ha rinunciato all’impegno con Korpatsch. La tedesca: “Si deve scusare”

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Difficilmente quanto successo in questa giornata di oggi avrà ridotto la sua gioia, ma non è stato un risveglio facile per Harmony Tan. La francese di origi cinesi e vietnamiti avrà probabilmente pensato come prima cosa che non era stato un sogno: ha davvero battuto Serena Williams sul centrale di Wimbledon. Poi avrà iniziato a percepire qualche scricchiolio proveniente dal suo corpo, qualche muscolo più affaticato del solito: il match di ieri sera, durato 3 ore e 10 minuti,  è stato infatti il più lungo della sua carriera (il suo precedente record era di 2 e 47). Dopo essersi consultata con il suo team, all’ora di pranzo Harmony ha preso il suo smartphone e ricercato nella rubrica il nome Tamara Korpatsch. È – anzi, avrebbe dovuto essere – la sua compagna di doppio per questo Wimbledon. Le ha mandato un messaggio per informarla che non era nelle condizioni per giocare il loro incontro di primo turno contro Olaru/Kichenok.

Tamara non l’ha presa bene, tutt’altro. Ha dovuto rinunciare al suo primo Slam in doppio e a circa 7 mila euro – che male non fanno. Soprattutto alla tedesca, che lunedì ha perso in singolare al terzo set contro Watson, non sono piaciuti il modo e la motivazione scelti da Tan per avvisarla. Nella comunicazione ufficiale della direzione arbitrale del torneo si parla di “infortunio alla coscia”. Korpatsch ha riferito sulla sua pagina Instagram che nel messaggio ricevuto da Tan, quest’ultima le ha detto che non sarebbe stata in grado di correre dopo il match di ieri. La tedesca non ha nascosto la sua rabbia e non si è trattenuta: “Se sei a pezzi il giorno dopo aver giocato una partita di tre ore, non puoi competere a livello professionistico– ha detto, aggiungendo che in un’occasione a lei è capitato di restare in campo per 6 ore e mezza in una giornata e di giocare un incontro di singolare in quella successiva.

Inoltre, secondo Tamara non è stato giusto che la francese l’abbia informata così tardi: non in mattinata, ma solo intorno alle 14 locali, a un paio d’ore dall’inizio del loro incontro. La tedesca ha rincarato la dose così: “Mi ha chiesto lei di giocare in doppio insieme prima del torneo, non io”. E ha poi glissato con un “mi deve delle scuse”.

 

Domani Tan giocherà per la terza volta in carriera un match di secondo turno in uno Slam. E con Sorribes Tormo potrebbe anche non servire un’impresa per proseguire la corsa. Contro Serena, la francese ha infatti dimostrato di avere un gioco – per certi versi vintage – che si adatta bene all’erba. A questo punto c’è però l’incognita proveniente dalle sue condizioni fisiche. La scelta di rinunciare al doppio per riposare le sarà sufficiente per giocarsela contro la spagnola o il problema alla coscia è serio? Di sicuro, il risentimento di Korpatsch non verrebbe meno se si ritrovasse a vedere la sua ormai ex compagna in ottima salute nella partita di domani.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: mi manca Berrettini. E manca anche a Sinner. Nadal dritto in finale? 15 le “vittime” di primo turno. Serena Williams out ma non per sempre

Tre italiani in “vita” su undici

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Matteo Berrettini - Queen's 2022 (Credit: Getty Image for LTA)

Ritrovarsi a scrivere di un Berrettini che doveva essere un grande probabilissimo protagonista di questo torneo e dover scrivere invece del suo Covid, del suo ritiro, del suo ennesimo sogno svanito senza sue colpe, dopo averne già discusso e scritto non so più quante volte e in quanti video, su Instagram, TikTok, Twitter, e chi più ne ha più ne metta…beh, questa francamente me la sarei voluta proprio risparmiare.

Figurarsi lui. Davvero mi dispiace. E non potete immaginare quanto. E non per me, per Ubitennis, per il tennis italiano. Ma per lui.

Di solito i multimilionari, anche se i loro guadagni se li sono meritati facendo cose che non riescono ai comuni mortali – e i grandi campioni certo appartengono a queste categoria – non suscitano gran tenerezza anche se sono incappati in qualche disavventura.

 

Ma Matteo è un tal bravo ragazzo, educato e mai arrogante sebbene in certe situazioni logistiche, ambientali, sia abbastanza facile diventarlo, che francamente tutte le problematiche fisiche che lo hanno avversato in questi ultimi anni, non possono non stimolare una più che naturale forma di solidarietà.

Nessuno potrà mai sapere che cosa avrebbe potuto succedere in questo torneo nel quale nel giorno del sorteggio tutti lo avevamo considerato più fortunato che sfortunato.

Il sorteggio era stato giovedì scorso, quando lui si era allenato con Rafa Nadal, e al venerdì Matteo ha sentito salire la febbreUn’orribile sensazione alla vigilia del torneo che era nella sua testa dal 12 aprile, quando si era operato alla mano, quando aveva deciso che avrebbe saltato il torneo più amato, a casa sua al Foro Italico, e poi anche il Roland Garros quando sapeva bene di avere in scadenza la cambiale dei quarti di finale dell’anno precedente. 

E, come Matteo avrebbe fatto trasparire con l’abituale sincerità, se mai si fosse immaginato che l’ATP avrebbe preso la decisione harakiri di togliere i punti conquistabili ai Championships mentre scadevano quelli dell’anno scorso, beh forse avrebbe accelerato la preparazione per scendere in campo già al Roland Garros.

Too late now. Il COVID è peggio del Fato, colpisce a caso. Ok, le precauzioni servono, mettere le mascherine ancora oggi sarebbe più che consigliabile, eppure anche qui sui metrò a Londra – underground, via – non c’è nessuno nel fittume di passeggeri che si pestano i piedi, che le metta. In sala stampa, su centinaia di colleghi, pochissime eccezioni. Eppure nella sala stampa del Roland Garros più di un collega è rimasto intrappolato dal Covid e non ha potuto lasciare Parigi che diversi giorni dopo la conclusione del torneo.

Nella vita, bisogna avere fortuna. E per quanto concerne la salute le differenti situazioni fra i ricchi e i poveri si assottigliano assai, si ammalano i primi come i secondi anche se i primi magari possono curarsi meglio e resta vero poi – come si divertiva a ricordare spesso il mio maestro Rino Tommasi (che non mi stancherò mai di citare) – che tutti nella loro vita hanno diritto alla stessa quantità di ghiaccio: l’unica differenza è che i ricchi ce l’hanno d’estate e i poveri d’inverno.

Berrettini ha avuto in sorte, coltivata con il lavoro di tantissimi allenamenti durati anni e anni con Vincenzo Santopadre, un servizio formidabile e un dritto quasi altrettanto efficaceE quell’altezza, un metro e 96 cm, che gli ha dato il Padreterno altrimenti a voglia a cercare di lavorare duro per tirare cannonballs da 230 km orari: non ci sarebbe mai riuscito se avesse avuto gli stessi centimetri di Fabio Fognini.

Però si allunga fino a oltre i 4 metri e magari si stira i muscoli addominali. Tira missili fracassanti con quel polso e quella mano destra esplosiva e la mano a un certo punto si stufa per tutto quel continuo stress e fa cilecca. È più simpatico, bello e socievole di altri, stringe volentieri e generosamente la mano a tutti, certo più di un tipo “orso e introverso” e magari si becca il COVID quando quell’altro invece la scampa. La vita è così.

Nell’articolo scritto ieri ho accennato al caso di Tamberi cui sparirono sotto il naso, anzi sotto il ginocchio perché fu il tendine d’Achille a tradirlo, anni e anni di sacrifici per partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016.

Ecco, a confronto, lo sfortunato Berrettini si può lamentare assai di meno. Fra pochi giorni Matteo starà bene, già ieri sera era senza sintomi, tornerà a giocare e magari già all’US Open – dove Djokovic non ci sarà e Nadal chissà… molto dipenderà proprio da questo Wimbledon in cui il favorito è certo Djokovic a dispetto di un primo turno con Kwon poco convincente – si prenderà una soddisfazione dorata simile a quella che Tamberi ha dovuto attendere fino a Tokyo 2020… che è poi diventato Tokyo 2021. E Tamberi non se l’aspettava quasi più. Berrettini invece può aspettarsela. Mica avrà sempre scalogna!

Fra i tanti che non sono certo contenti, quindi fra milioni di appassionati italiani (e ci metterei anche le…. appassionate! Dopo la partecipazione di Sanremo dove peraltro il solito brillante Matteo non fu per niente brillante, anche a sua stessa detta, ma solo bello… beh, non avete idea di quante signore di varia età che non avevano mai visto una partita di tennis mi hanno avvicinato per dirmi: “Ma quant’è bello e fascinoso Berrettini!”. Un’invidia che non vi dico!) ci metto anche Jannik Sinner.

Eh sì, perché fino a ieri, nonostante la prima vittoria erbosa al quinto tentativo (e su un nome di sicuro prestigio, anche se minimamente appannato dall’età), Jannik si poteva muovere sotto traccia, in penombra. I riflettori erano tutti puntati su Berrettini, come le scommesse. Lui, il secondo tennista più … “puntato” dopo Djokovic nel regno del betting. Perfino più – udite udite – di Rafa Nadal che, insomma, questo torneo l’ha vinto un paio di volte quando c’era in gara un certo signor Federer che non aveva 41 anni come Serena Williams ieri, ma non ne aveva ancora 27 e 29 (anni 2008 e 2010). Un vecchietto solo presunto, quello di Manacor che, frodando sfacciatamente l’anagrafe ben al di là della calvizia incipiente, continua a roncolare dritti mancini paurosi e a dimostrarsi il più forte di tutti al Roland Garros, il torneo più duro di tutti in cui ha trionfato 14 volte. 

Da noi in Italia, e guai a mancargli di rispetto, per carità, è diventato un mito, una leggenda vivente, Adriano Panatta che di Roland Garros ne ha vinto uno solo, a 26 anni. Rafa ne ha 10 di più, 36, ma c’è qualcuno che riesce a considerarlo fuori gioco? Ora soprattutto che nella metà bassa del tabellone Berrettini non c’è più, Auger Aliassime non c’è più, mentre Tsitsipas deve ringraziare l’inesperienza del giovane e talentuoso svizzero Ritschard che nel primo era avanti 4-1 con doppio break e Stefanos è riuscito a vincere soltanto di misura al quarto set. Poi ci sono le supposte mine vaganti Kyrgios e Shapovalov: entrambi  hanno vinto soltanto al quinto set (con Jubb e Rinderknech), proprio come un’altra testa di serie di quei bassifondi, Krajinovic (con Lehecka).

Insomma laggiù solo Bautista Agut (ma con Balasz) e Fritz (ma con Musetti…) sono apparsi in forma sufficiente per impensierire un Nadal ancora in rodaggio erboso. Ma mi dite chi sarebbe favorito di tutti questi contro Rafa? Almeno se il maiorchino giocherà un po’ meglio – dopo 3 anni di digiuno erboso – che contro Francisco Cerundolo, bravino e agguerrito finchè il match non “pesava”, salvo sciogliersi come neve al sole quando avanti 4-2 nel quarto set dopo aver inopinatamente conquistato il terzo, si è fatto strappare il servizio a 0 sul 4-3 in un batter d’ccchio e poi di nuovo – anche se a 30 – sul 4-5.

Rafa non avrà problemi a disfarsi di Berankis e se Sonego, bravissimo a vendicare due sconfitte con Kudla, confermerà la legge del “non c’è due senza tre” con Gaston, sarà proprio Lorenzo a sfidare Rafa al terzo turno. E lì più che gli auguri non gli posso fare.

Beh, insomma dopo questa lunga digressione sulle chances di Nadal, torno ab ovo, da dove ero partito. Da Sinner che suo malgrado, a causa della prematura dipartita di Berrettini – oh Matteo sta bene eh, è un modo di dire, è solo la dipartita dai Championships, tornerà l’anno prossimo… – non potrà più nascondersi.  Oggi ha Mikael Ymer, uno dei due fratellini svedesi di origini afro, ed è certo favorito, anche se il fatto che abbia battuto Altmaier lo deve mettere in guardia. E poi ieri avevo dato per scontata la vittoria di Camila Giorgi e avete visto che fine ha fatto contro la modesta polacca Frech che a 24 anni non può nemmeno essere considerata una speranza? Che match scriteriato! Ma non voglio maramaldeggiare. Le due teste di serie donne ce le siamo perse al primo turno, Giorgi 21 e Trevisan 22, le altre due che non lo erano pure Bronzetti e Paolini pure anche se Jasmine per un set ha illuso con la Kvitova.

Cì è rimasta soltanto la superstite del derby azzurro di primo turno, Elisabetta Cocciaretto (brillante oltre ogni dire contro Martina Trevisan) che oggi affronta la rumena Begu con la quale ha perso un primo duello ma non è detto che perda anche il secondo.

Con inclusa la Cocciaretto, dunque, di 11 italiani al via ce ne sono rimasti solo tre: Sinner e Sonego. Sonego onestamente non lo vedo andare oltre al terzo turno, ma intanto coraggio e che ci arrivi, anche perché un anno fa qui arrivò agli ottavi e il rischio di finire intorno alla settantesima posizione purtroppo c’è tutto. Per quanto riguarda Sinner, senza sottovalutare Mikael Ymer, mi chiedo e già che ci sono vi chiedo: se vincerà come gli auguro  sarebbe meglio affrontare poi un grande e terribile battitore come Isner, classe 1985 (37 anni) oppure l’idolo di casa Andy Murray, classe 1987 (35 anni) che oggi duelleranno sul centre court ma certo non potranno fare sfoggio di grande mobilità? Io dico che Jannik, ove vincesse, farà il tifo perché i due giochino 5 strenui set, fino al limite delle forze, e con Isner almeno un paio di tiebreak è probabile che ci scappino, anche se non potrà più venir fuori un altro 70 a 68 al quinto

Se non fosse così tardi, ancora, parlerei di Serena Williams, battuta al tiebreak del set decisivo dopo 3 ore e 11 minuti dalla ragazza francese di nascita e passaporto ma per metà cinese e metà vietnamita Harmony (che magnifico nome!) Tan di 24 anni, n.115 WTA e best ranking 90, ma voglio andare a letto alle 2 di notte, tanto ci sarà occasione di riparlarne. Anche perché lei ha tutte le intenzioni, e alla fine dopo qualche ritrosia le ha manifestate, di giocare anche il prossimo US open. Credo che neppure lei, ormai, si faccia illusioni sul record di Margaret Court, sui famigerati 24 Slam, ma non ha voglia di smettere. E seppure a sprazzi anche ieri sera ha fatto vedere insieme a tanti errori, anche tanti colpi che le hanno valso il titolo onorifico di miglior tennista del terzo millennio.

Segnalo in conclusione che dopo il primo turno mancano all’appello queste teste di serie. Quattordici in tutto.

Uomini – sei

7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – otto

7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)
31 Kanepi (Parry)

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evidenza

Matteo Berrettini: la scelta è stata sua. È onesta, ma gli costerà cara

Matteo Berrettini avrebbe potuto anche non ritirarsi. Il torneo gli avrebbe permesso di giocare ugualmente. Una scelta che gli fa onore, e che forse altri non avrebbero fatto

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Matteo Berrettini a Wimbledon 2021 (Credit: AELTC/Jed Leicester)

La notizia del ritiro di Berrettini a causa della positività al COVID è stata una doccia fredda per tutti gli italiani presenti a Londra ed è facile immaginare come ci debba essere rimasto lui quando, dopo la febbre dei primi giorni, è arrivata a seguito del tampone, anche la brutta scoperta di aver contratto il virus. Deve essere stato un piccolo grande dramma. Ma nella vita di uno sportivo può capitare. Ricordate Tamberi alla vigilia delle Olimpiadi di Rio? Quando si strappò il tendine di Achille, vanificando quattro anni di allenamenti, sacrifici, sogni? Vero però che gli episodi sfortunati di Matteo alla vigilia di appuntamenti importanti purtroppo si ripetono con straordinaria frequenza. In questo momento per lui certamente doloroso Ubitennis ha ritenuto di non disturbare la sua privacy. Non è difficile immaginare che la vicenda lo avrà certamente scioccato e neanche quanto sofferta sia stata la sua decisione di rinunciare al torneo.

Più sfortunato di così, come campione che pareva in grado di ripetere l’exploit di un anno fa, e magari nei sogni suoi e degli italiani, fare ancora meglio, davvero Matteo non poteva essere. Matteo era il secondo favorito del torneo secondo i bookmakers. Fisicamente stava bene e la sua condizione agonistica non poteva essere migliore a giudicare dalle due vittorie nei due tornei di preparazione ai Championships. L’operazione alla mano era ormai un ricordo lontano e l’obiettivo era quello di migliorare il risultato del 2021.

Tuttavia qualche piccola avvisaglia che non tutto stava andando benissimo c’era stata e ci eravamo permessi di coglierla, quando fu scritto “ma come mai Berrettini non si è presentato alla conferenza stampa? E perchè non si è allenato domenica?” Infatti quella domenica Berrettini aveva cancellato sia la sua conferenza stampa pre-torneo sia il suo allenamento. Ma solo oggi, al di là dei rumours che circolavano, si è saputo che il tennista romano ha passato tre giorni sul divano di casa senza toccare racchetta a causa di un malessere che gli ha provocato anche qualche linea di febbre. Lui ha certamente sperato che si trattasse di una normalissima influenza.

 

Poi, come da lui stesso comunicato attraverso i social media, è arrivata la decisione di sottoporsi a un test COVID nella giornata di martedì, prima di iniziare la preparazione al match di primo turno contro Garin. Di seguito la dolorosa decisione di ritirarsi dal torneo.

Secondo quanto trapelato nell’ambito del clan dell’azzurro, nei convulsi momenti dopo l’annuncio del ritiro, gli ufficiali del torneo di Wimbledon avrebbero lasciato a Berrettini e al suo staff la scelta se giocare o meno, indipendentemente dalle sue condizioni di salute. Non c’è nulla di scritto, ufficialmente. Ma pare che gli sia stato detto: “Se sei asintomatico e ritieni di poter giocare, non c’è alcun obbligo”.

Si è trattata quindi di una decisione di grande responsabilità, alla quale ha sicuramente contribuito la rettitudine morale di Berrettini e il suo desiderio di mantenere la reputazione che si è faticosamente costruito in questi anni nel circuito di persona rispettosa dei suoi colleghi e di tutti coloro che lavorano nel mondo del tennis.

Non è difficile infatti immaginare che qualcun altro avrebbe potuto compiere una scelta meno altruistica, decidendo di non testarsi e di provare comunque a giocare nonostante la febbre, infischiandone delle possibili conseguenze. Magari, visto anche il tabellone, poteva superare questa prima settimana anche in condizioni incerte di salute e poi chissà…

Durante le pause per pioggia che si sono verificate lunedì pomeriggio, tutti i giocatori sono dovuti ritornare negli spogliatoi e in quel momento quasi 200 persone (tra atleti, allenatori e staff) si sono ritrovate in una stanza relativamente piccola, andando a creare una situazione di affollamento in un luogo chiuso che sicuramente avrebbe costituito terreno fertile per la diffusione del coronavirus.

Berrettini tuttavia, pur sapendo di rinunciare in questo modo a un’altra grande occasione di portare a casa un risultato importante al torneo di Wimbledon, non punti, ma tanto prestigio e tanti soldi, ha scelto di non compromettere la propria integrità e di non far correre il rischio di ammalarsi alle altre persone che fanno parte del torneo. Tra i giocatori esiste un “gentlemen’s agreement”, un patto informale che prevede l’impegno di tutti a non trasformare gli spogliatoi o le players’ lounge del circuito in potenziali focolai; ma si tratta di un impegno basato sull’onore, totalmente non verificabile. Per loro stessa natura i tennisti sono quasi sempre estremamente egoisti: altrimenti forse non potrebbero raggiungere certi risultati.

Come in tante situazioni, anche in questo caso ognuno deve rispondere solo a se stesso e a qualche Entità Superiore (se ci crede), per cui la tentazione avrebbe potuto essere troppo forte per resisterla. In questo specifico episodio fa piacere vedere come Berrettini abbia deciso di mettere la salute di tutti al di sopra del suo interesse personale, anche se potrebbe aver giocato un ruolo – anche nei confronti dei propri sponsor – il fatto di voler mantenere quell’immagine irreprensibile che ormai viene associata al nome di Matteo Berrettini. Magari può lasciare un po’ perplessi la decisione del torneo di Wimbledon di delegare interamente ai giocatori la responsabilità di mantenere gli ambienti comuni del torneo liberi da potenziali virus, evitando di avere qualunque protocollo, anche il più blando, per proteggere il torneo e tutti quelli che ne fanno parte. Forse anche di qui passa il ritorno alla normalità dopo i due anni d’inferno che tutto il mondo ha vissuto, ma intanto l’All England Club ha deciso di riconsiderare la decisione dopo l’annuncio del ritiro di Matteo Berrettini: “Dopo i recenti casi all’interno del torneo stiamo riconsiderando le misure attualmente in atto per il contenimento del COVID-19 – ha detto un portavoce del Club al quotidiano britannico The Guardian – In qualità di evento di grandi dimensioni siamo in costante contatto con l’Agenzia per la Salute Pubblica (UK Public Health Security Agency) e le autorità locali”. Al momento nel Regno Unito le regole generali per chi presenta sintomi consistenti con il COVID-19 e risulta positivo a un test raccomandano cinque giorni di isolamento a casa e 10 giorni nei quali bisogna evitare contatti con persone ad alto rischio oppure la presenza in luoghi affollati nei quali è più elevata la possibilità di venire a contato con soggetti a rischio.

Sono tutte riconsiderazioni più che legittime, ma purtroppo ormai non cambiano la sostanza di quanto è accaduto riguardo a Matteo e ai Championships che avrebbero potuto portargli ancora maggior popolarità, gloria e status. Ha dimostrato ancora una volta di essere una persona molto seria. Più di tante. Chapeau a lui…ma, lasciateci dire, un vero grande grandissimo peccato che nè lui, nè il tennis italiano in quest’anno che fin qui non è paragonabile al 2021, davvero si meritavano.

(ha collaborato alla stesura Vanni Gibertini)

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