US Open: nella bolla si entra a proprio rischio e pericolo

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US Open: nella bolla si entra a proprio rischio e pericolo

La USTA impone una liberatoria che la libera da ogni responsabilità nei confronti dei giocatori, anche in caso di malattia grave o morte

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Mentre il circuito professionistico torna faticosamente a macinare tornei in Europa dove la pandemia di COVID-19 è relativamente sotto controllo (a parte qualche isolato focolaio), il dibattito si infiamma sull’opportunità di disputare tornei negli Stati Uniti, soprattutto il Western&Southern Open e lo US Open che la USTA sta faticosamente cercando di organizzare a Flushing Meadows.

Sono già arrivate le prime rinunce allo swing nordamericano da parte di alcuni tennisti e tenniste europei o australiani, mentre a Lexington, Kentucky va in scena un WTA International con un tabellone di tutto rispetto. Naturalmente c’è grande abbondanza di opinioni sull’utilità di giocare negli Stati Uniti, che al momento sono il Paese di gran lunga più colpito dalla pandemia, e l’ultima occasione per indignarsi è stata fornita dalla diffusione in rete di una parte della liberatoria che atleti e staff partecipanti ai tornei di Flushing Meadows dovranno firmare per poter entrare nella “bolla” newyorkese.

Si tratta di un documento legale attraverso il quale chi entra nella bolla si impegna a rispettare le regole di comportamento imposte, oltre alle leggi in vigore nello Stato di New York, e si impegna a sottoporsi ai test necessari. Inoltre viene chiesto di “riconoscere i rischi inerenti all’ingresso nella bolla e della presenza di altre persone durante l’epidemia di COVID-19, rischi che includono contrarre il COVID-19, collasso respiratorio, morte e la trasmissione del COVID-19 ad altri membri della propria famiglia”.

I partecipanti quindi “si assumono volontariamente la piena responsabilità per qualunque rischio di perdita o infortunio personale, ivi inclusi malattia grave, infortunio o morte, anche qualora siano il risultato di una qualche negligenza da parte del National Tennis Center” e “indennizzano completamente e per sempre la USTA e tutte le sue componenti da ogni responsabilità e ogni possibile richiesta di risarcimento per qualunque perdita o infortunio, inclusa la morte, che possa interessare i firmatari”.

Questa liberatoria non ha scadenza e si estende agli eredi dei firmatari, tuttavia in due occasioni viene fatta menzione che si tratta di un accordo valido nei limiti consentiti dalla legge e che nessuna istanza a cui la legge prevede non si possa rinunciare attraverso un accordo privato è inficiata dalla firma della liberatoria.

La giurisdizione pertinente a questo accordo è, come da logica, quello dello stato di New York, ed è pure aggiunta alla fine una clausola compromissoria che impone l’utilizzo dell’arbitrato come strumento per dirimere qualunque controversia. A differenza della causa civile, l’arbitrato prevede che le parti scelgano di comune accordo un arbitro che deciderà chi ha ragione senza possibilità di appello e senza che questa decisione costituisca un precedente legale.

Il documento è ovviamente pensato per proteggere la USTA da possibili cause legali originabili da eventuali contagi avvenuti all’interno della bolla, e per prudenza la Federazione Americana si è premurata di includere nel documento anche possibili casi di negligenza. Non è difficile andare con la mente all’episodio del 2015, quando la canadese Eugenie Bouchard scivolò sul pavimento bagnato di uno spogliatoio procurandosi una commozione cerebrale che la costrinse a rimanere lontano dai campi per diversi mesi. Bouchard fece causa alla USTA e nel febbraio 2018 ottenne la vittoria in tribunale e un successivo risarcimento, probabilmente milionario, stabilito da un accordo privato. La giuria ritenne la USTA negligente nell’aver permesso che il pavimento venisse lavato quando c’erano ancora giocatori all’interno dello spogliatoio, ragion per cui è comprensibile il motivo per cui questa clausola sia stata inserita da qualche anno nelle condizioni standard per ottenere l’accredito.

In una società enormemente litigiosa come quella statunitense è abbastanza normale che vengano proposti cosiddetti “boiler plate” in legalese, ovvero documenti con frasi standardizzate che hanno come unico scopo quello di proteggere le aziende da possibili rivalse legali da parte dei consumatori. Chiunque si sia inscritto a una palestra, o anche abbia solamente installato un software oppure si sia registrato su un sito ha dovuto accettare una serie di termini e condizioni (che raramente vengono lette per intero) che hanno più o meno lo stesso tenore.

Tuttavia, a seconda dei Paesi, ci sono leggi specifiche che limitano il livello di discrezionalità di questi documenti e possono rendere automaticamente nulle le clausole che non sono in ottemperanza delle norme vigenti nella giurisdizione in cui l’accordo viene sottoscritto. E anche in questo caso viene specificato che la liberatoria nei confronti della USTA da qualunque responsabilità è valida solamente “fino al massimo grado consentito dalla legge” e non è valida “laddove la legge non consenta lo sgravio di responsabilità legali attraverso un accordo privato”.

Inoltre questo accordo non protegge in alcuna maniera da responsabilità penali, che comunque non sono da escludere nel caso in cui ci possano essere danni seri o anche irreversibili alla salute di qualcuno e quando si possa configurare una qualche negligenza da parte della USTA.

Si può pensare ciò che si vuole sull’opportunità di proporre un documento del genere, ovviamente dipende molto dalla sensibilità personale e dal background culturale. Nel contesto statunitense non è tutto sommato sorprendente che un’azienda cerchi di tutelarsi nel miglior modo possibile spingendosi quanto più possibile vicino al limite. Data la situazione attuale, è probabile che questo documento abbia ottenuto più risonanza di quanto abbia mai ottenuto qualcosa di simile in passato, anche se non troppo diverso.

Non è infrequente che, per eccesso di prudenza, ci si spinga “troppo in là” nella stesura di questi documenti: basti citare l’esempio di uno dei documenti che noi giornalisti dobbiamo firmare per ottenere le credenziali per lo US Open. Fino a un paio di anni fa, il documento richiedeva che i giornalisti accreditati non riportassero alcuna notizia che non fosse già di pubblico dominio. Questo per evitare che venissero fornite informazioni “riservate” sulla salute dei giocatori a chi volesse scommettere sugli incontri.

L’intenzione era chiara e legittima, ma il risultato proponeva una norma che di fatto annullava l’essenza stessa del giornalismo. Dopo che la contraddizione è stata fatta notare dai rappresentanti della stampa americana (noi l’avevamo notata qualche anno prima, ma ovviamente noi non contiamo nulla), la stesura della norma è stata cambiata aggiungendo che facevano eccezione le notizie riportate durante lo svolgimento del proprio ruolo di giornalista durante la copertura del torneo. In altre parole, se io passeggiando nelle zone riservate dello US Open avessi visto un giocatore X che si era appena fatto male una caviglia e stava zoppicando un’ora prima di andare in campo, se lo avessi scritto su Twitter o sul sito in modo tale che diventasse di dominio pubblico avrei potuto farlo, ma se avessi chiamato in privato un mio amico comunicando l’informazione solo a lui (e poi lui magari andava a scommettere) avrei commesso una violazione del regolamento.

In conclusione, è da vedere come si comporteranno i giocatori, che hanno ottenuto il testo di questa liberatoria in anticipo e possono eventualmente farla vedere a un loro legale (possibilmente abilitato nello Stato di New York) oppure possono ricevere delucidazioni da parte di ATP e WTA. Per il momento non si sono registrate defezioni in quantità significativamente più elevata del solito, ma la prossima settimana saranno le più critiche.

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John Millman: “Kyrgios, Hurkacz e Fritz molto pericolosi all’Australian Open”. Questione di palline

Il tennista di Brisbane si è allenato con le palline dell’Happy Slam e mette le mani avanti: “Leggere e veloci anche in condizioni umide”

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John Millman - Coppa Davis 2020 (via Twitter, @TennisAustralia)

Il n. 148 ATP John Millman avverte che Nick Kyrgios, Hubert Hurkacz e Taylor Fritz saranno per tutti avversari “molto pericolosi al prossimo Australian Open”. Cosa ha portato Millman, trentatré anni ed ex n. 33 ATP, a questa considerazione? Ha avuto modo di giocare con loro in questi giorni? È venuto a conoscenza di un decisivo salto di qualità dei tre colleghi (in ogni caso già di assoluto valore)? O magari di un diabolico piano che i tre avrebbero ordito? No, semplicemente ha colpito qualche palla nei pressi di casa sua. Non palle qualunque, bensì quelle che saranno usate tra poco più di un mese a Mebourne.

Il complesso rapporto aussie con questo modello di palla affonda le sue radici nel decennio passato, quindi facciamo un passo indietro, precisamente all’epoca della loro introduzione, tenendo presente che ogni cambiamento è sempre guardato con sospetto in ogni campo, figuriamoci su quello fragile dei tennisti.

Tennis Australia è passata da Wilson a Dunlop firmando un accordo quinquennale nel 2019 con l’azienda giapponese che ha prodotto un modello ad hoc chiamato… Australian Open (così, per non sbagliare) con il logo AO in bella vista. Che è anche divertente quando ve ne finisce una nel campo di fianco e, alla vostra richiesta di restituirla, il tipo replica, “questa con scritto OV?”. E c’è chi si domanda perché l’Australia sia chiamata il continente sottosopra.

 

Tra i tennisti che non avevano visto di buon occhio il cambio, i primi a farsi sentire furono lo stesso Millman e Bernard Tomic. Il primo, anch’egli con l’intento di evitare confusione o fraintendimenti, aveva direttamente usato la parola sh*t per descrivere il comportamento di quelle palline in condizioni fredde e umide: È davvero difficile generare ritmo quando fa freddo, le palle sono alquanto morte”. Non possiamo tuttavia non ricordare le caratteristiche tecniche di Millman, un contrattaccante che di suo non genera colpi che bucano le corde avversarie, e che qualsiasi palla sfreccia e rimbalza di più nel caldo secco che nel freddo impregnata di umidità. Basti pensare a Rafael Nadal, amante dei soleggiati pomeriggi parigini, preoccupato alla vigilia dell’edizione ottobrina del Roland Garros 2020. Poi, vabbè, lì vince sempre lui, quindi non un grande esempio.

Per quanto riguarda Tomic, che solo un paio di settimane fa ha vinto un torneo ITF battendo diversi giocatori top 2000, aveva detto: “Non ho la sensazione che sia una palla così buona. Da quanto sento, sono piuttosto scadenti”. Il termine usato era cheap che significa anche a buon mercato e Craig Tiley, CEO di Tennis Australia e direttore dell’AO, aveva preso la, ehm, palla al balzo per rimarcare che conveniente non significa scadente.

Anche Roger Federer, incalzato dai giornalisti, aveva espresso qualche moderata perplessità sulle nuove protagoniste di feltro: “Sono completamente diverse da quelle degli ultimi anni. Capisco ciò che dicono gli altri, di notte lo spin non decolla in modo straordinario”. Ad Ashleigh Barty invece piacevano e disse di non trovare grosse differenze con le Wilson. Torniamo così al presente e a Millman che ha twittato:

“La scorsa settimana mi sono allenato con le palle Dunlop AO 2023. In generale, le trovo leggere e rapide, specialmente quando sono nuove. Non di facilissimo controllo perfino in condizioni di umidità. Kyrgios, Hurkacz e Fritz tutti molto pericolosi all’AO.” Insomma, il contrario di quanto detto all’epoca della loro introduzione;. Quindi, o il produttore ne ha rivoluzionato le caratteristiche oppure…

John ha poi aggiunto che, rispetto alle Wilson US Open, “danno la sensazione di essere un po’ più leggere, specie se nuove. Non sono sicuro di come si comportino sui campi di Melbourne, ma a Brisbane contribuiscono a creare condizioni relativamente veloci”. Evidentemente interessato, si è fatto subito vivo Taylor Fritz, domandandogli se siano diverse dalle solite Dunlop, il modello ATP che ha sostituito le Head nel Tour e Millman ha confermato. Non resta che aspettare qualche settimana per valutare la lungimiranza di John. Nel frattempo, però, ci è sembrato sentire Nick, Hubi e Taylor fregarsi le mani.

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Il 2023 delle possibili prime volte: dalla semi Slam di Sinner, ai sette top 50 a caccia di un titolo

Dal primo quarto Slam di Musetti, al taboo finali per Krajinovic, passando per la prima vittoria in un major di Cerundolo. La nuova stagione si apre con diversi atleti pronti a ritoccare i propri record personali

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Jannik Sinner – Vienna Erste Bank Open 2022 (© e|motion/Bildagentur Zolles KG/Photographer)

Con le vittorie di Lajovic e Van Assche nei Challenger di Maspalomas e Maia è calato definitivamente il sipario sulla stagione tennistica, dopo che il circuito maggiore aveva chiuso i battenti con il trionfo di Djokovic alle Nitto ATP Finals di Torino. Per i tennisti adesso è tempo di ricaricare le batterie e affinare la preparazione (magari giocando qualche ricca esibizione) per ripartire tra meno di un mese in Australia e India. E quale miglior momento se non l’off-season per valutare quali possano essere i nuovi traguardi da raggiungere nel corso della nuova stagione?

Il 2023, infatti, si aprirà con diversi atleti a caccia di risultati e titoli che possano rilanciarli dopo una stagione interlocutoria, o consacrarli dopo gli exploit dell’anno in corso. Nella stagione appena conclusa non sono mancate le sorprese con ben 12 tennisti che hanno conquistato il primo titolo della loro carriera. Ma sono in molti ancora a caccia del primo trofeo da mettere in bacheca, o di risultati a livello Slam che possano dare una svolta a ranking e carriera.

Inizio di stagione che vedrà come appuntamento clou l’Australian Open. Sin dalla trasferta “Down Under” c’è già chi è certo di tagliare un traguardo storico a livello personale: Constant Lestienne. Il francese, infatti, farà il suo esordio in un main draw di uno Slam all’età di trent’anni. Lestienne, autore di un ottimo finale di stagione, è l’unico tennista dell’attuale top 100 a non aver raggiunto questo traguardo.

 

Detto del francese Lestienne, occorre rimarcare come vi siano molti tennisti ancora a caccia del primo sorriso a livello Slam. Sorprende pensare che in Australia vi potrebbe essere una testa di serie che non ha mai vinto un match nel tabellone principale di uno Slam. Stiamo parlando di Francisco Cerundolo, attuale numero 30 del ranking ATP, che a livello Slam vanta un bilancio di 0 vittorie e 4 sconfitte. Quest’anno Cerundolo farà il suo esordio nell’Happy Slam, dove vanta come migliore risultato un secondo turno nelle qualificazioni nel 2021. Che sia l’occasione giusta per l’argentino di cancellare questo zero dal suo curriculum?

L’argentino in questa classifica si trova in ottima compagnia. Con lo ‘zero’ alla voce successi vi è anche lo svizzero Marc Andrea Huesler (che vanta due sconfitte raccolte lo scorso anno tra Wimbledon e New York). Huesler  può comunque consolarsi del fatto di aver già un titolo in bacheca, conquistato a Sofia ai danni di Holger Rune. Completano la lista dei top 100 a caccia di una prima volta, l’altro argentino Etcheverry, i Next Gen Lehecka, Tseng – protagonisti a Milano del torneo dedicato ai migliori giovani – e lo statunitense Ben Shelton, autore di una prepotente cavalcata a livello Challenger e capace di sconfiggere Ruud a Cincinnati.

Cerundolo è l’unico top 50 senza una vittoria Slam ma l’argentino può vantare un titolo ATP nel suo palmares conquistato quest’anno a Bastad nel derby con il connazionale Baez. Tuttavia, sono ben 7 i top 50 che inizieranno la stagione con l’obiettivo di vincere un trofeo ATP. Colui che si trova più in alto in classifica è Alejandro Davidovich Fokina, numero 31 del ranking che ha disputato la sua unica finale a Montecarlo, inchinandosi solo al greco Tsitsipas. Scorrendo il ranking seguono l’olandese volante Botic Van de Zandschulp, che nella sua unica finale raggiunta ha dovuto fare i conti con dei problemi respiratori che lo hanno messo fuori causa dopo 7 game. A seguire vi sono Ruusuvuori, arresosi a Pune contro l’esperto Joao Sousa, e Rinderknech, che ad Adelaide ha ceduto il passo al padrone di casa Kokkinakis.

Se i tennisti sopra citati hanno avuto una sola occasione, Brooskby ne ha perse 3 (Newport, Dallas e Atlanta) così come lo slovacco Molcan (Belgrado, Marrakech e Lione). Anche se colui che ha la serie negativa più lunga sta poco fuori la top50. Stiamo parlando di Filip Krajinovic, numero 54 del mondo, che alla voce finale perse vede a fianco il numero cinque‘. Discorso a parte merita Jack Draper. Il Next gen britannico è l’unico top 50 a non aver mai giocato una finale a livello ATP, ma vista la giovane età e il percorso di crescita non mancherà molto al raggiungimento di tali traguardi.

Tra coloro che potranno raggiungere tante prime volte in questa stagione vi è l’argentino Pedro Cachin, numero 56 del ranking ATP. Il classe ’95 è il tennista con il ranking più alto a non aver mai raggiunto nemmeno una semifinale a livello ATP e anche quello col miglior ranking a non aver mai giocato un Masters 1000. Con pochi punti da difendere nei primi mesi dell’anno, i 1000 nordamericani di inizio stagione potrebbero essere per lui l’occasione per festeggiare questo traguardo.

Tornando a parlare di tornei Slam, Ruusuvuori, Baez e Rinderknech sono i tre top 50 che cercheranno di raggiungere per la prima volta il terzo turno in un Major. A caccia, invece, del primo approdo alla seconda settimana di uno Slam vi sono il giapponese Nishioka, l’imprevedibile Bublik, Jack Draper e Alex Molcan.

Hanno raggiunto almeno una volta i quarti di finale a livello Slam i primi 22 del mondo. Colui che è meglio posizionato in classifica a non aver raggiunto questo obiettivo è Lorenzo Musetti, seguito da altri due top 30 quali Daniel Evans e Miomir Kecmanovic.

Se ci si sposta al livello superiore, sono ben 2 degli attuali top10 a non aver mai raggiunto una semifinale di uno Slam: il numero 8 al mondo Andrey Rublev e il numero 9 Taylor Fritz. Se ci si sposta alla top15 vanno considerati anche Rune e Sinner. Per il classe 2003 danese bisogna tuttavia considerare solo il 2022 come stagione vera nel circuito, riuscendo già a raggiungere un quarto al Roland Garros e trionfare nel 1000 di Bercy. Per Sinner, invece, tanta solidità con i quarti raggiunti in tutti e 4 gli Slam. Fisico permettendo, si chiede al tennista altoatesino lo step necessario per spostare in avanti l’asticella.

Si arriva al capitolo finale Slam: oltre a Rublev e Fritz, altri due top10 non hanno mai giocato per il titolo più ambito: Hurkacz e Auger-Aliassime. I numeri sono già impietosi se si guarda a chi ha in bacheca un torneo del Grande Slam. Nella top15 di fine anno solo in 4 possono vantare un Major nel loro palmares: Alcaraz, Nadal, Djokovic e Medvedev, in rigoroso ordine di classifica.

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Diriyah Tennis Cup: Medvedev vola in finale. Berrettini in coppia con Rublev per il titolo in doppio

Dopo la sconfitta in singolare, arriva il successo in doppio per Matteo Berrettini. Battuti Zverev e Thiem

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Daniil Medvedev - ATP Finals, Torino 2022 (Credits Photo Giampiero Sposito:FIT)

Il russo conquista la finale della Diriyah Tennis Cup con la vittoria su Stan Wawrinka. In doppio, Matteo Berrettini in coppia con Andrey Rublev vincono e convincono. Domani le finali.
La prima semifinale della Diriyah Tennis Cup ha visto opposti Daniil Medvedev, vittorioso ieri su Alexander Zverev e Stan Wawrinka, che ha avuto ragione dell’altro russo in gara Andrey Rublev in una giornata particolarmente ventosa.

Il campione in carica della Diriyah Tennis Cup, Daniil Medvedev proverà a riconfermarsi domani dopo il successo del 2019. Il russo ha avuto ragione nella prima semifinale del torneo-esibizione saudita di uno stanco Stan Wawrinka. In un’ora e 21 minuti, Daniil ha archiviato la pratica elvetica con un doppio 6-4. Decisivi due break, uno per set: uno nel nono gioco che ha portato il russo a servire per chiudere il primo set; nel secondo, dopo aver subito un break subito ripreso, il set e la partita sono stati decisi dal break agguantato nel quinto gioco.

Una partita tutto sommato abbastanza divertente, sebbene Wawrinka sia apparso un po’ più stanco del suo avversario. Medvedev è ricorso spesso al drop-shot e al serve-and-volley facendo divertire il pubblico. Attende per la finale di domani il vincente tra Cameron Norrie e Taylor Fritz, in campo stasera non prima delle 18:00 ora italiana.

 

La prima semifinale di doppio (tabellone al quale partecipano gli sconfitti dei quarti e del primo turno), ha visto opposte le coppie formate da Matteo Berrettini in coppia con Andrey Rublev contro due grandi amici quali Alexander Zverev e Dominic Thiem, entrambi reduci da seri infortuni.

Un match godibile con scambi divertenti vinto dalla coppia italo-russo in due set (6-3 7-6(3)). Nel primo set, grazie al break ottenuto strappando il servizio a Thiem, un po’ sottotono e ancora non al 100% della forma, Matteo e Andrey chiudono 6-3. Il secondo set è più equilibrato e si giunge giustamente al tie-break. Qualche pasticcio, soprattutto nella zona delle rete, commesso della coppia germanofona regala la finale agli avversari.

Berrettini e Rublev attendono di conoscere la coppia avversaria che sarà la vincente del match Tsitsipas/Kyrgios contro Stricker/Hurkacz, in programma intorno alle 20, ora italiana. Come nella scorsa edizione, anche quest’anno un azzurro sarà protagonista della giornata conclusiva: nel 2019 fu Fabio Fognini in singolare ad affrontare in finale Daniil Medvedev, al quale cedette 6-2 6-2.

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