Puerta e il doping, il manager: "Era un grande giocatore, ma ha pagato per la sua arroganza"

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Puerta e il doping, il manager: “Era un grande giocatore, ma ha pagato per la sua arroganza”

Seconda parte del reportage de “La Naciòn” sul caso di Mariano Puerta. Dopo aver riportato le parole del diretto interessato, che ha ammesso di aver mentito sulle cause della sua positività, proseguiamo oggi con le versioni discordanti dei collaboratori del finalista del Roland Garros 2005

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. Dopo le ammissioni di Mariano Puerta a Sebastian Torok, ecco le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager di Puerta


L’INTERVISTA AL PREPARATORE ATLETICO LECMAN

“Parlo con un tono sommesso perché ho avuto un ictus”, dice Lecman non appena risponde alla chiamata. L’ex sollevatore di pesi, campione panamericano, ha subito un duro colpo otto anni fa e ha trascorso 20 giorni in coma, ma ha superato il peggio. Non poter camminare ed essere costretto a indossare i pannolini è un ricordo del passato. Si sta progressivamente riprendendo dall’afasia, il disturbo del linguaggio che deriva da una lesione cerebrale. Dice che adesso è felice, che ha un figlio di “un anno e tre mesi”, ha “tanto lavoro” e che insegna perfino per mezzo di Instagram. Inoltre, continua ad allenarsi quattro volte a settimana in modo da non “indurire il corpo”.

 

Durante la sua carriera nel sollevamento pesi e dopo vari inconvenienti nei suoi tentativi olimpici, il fantasma del doping ha aleggiato su Lecman. In un’intervista a La Naciòn del giugno 1999, quando gli venne stato chiesto perché gli atleti di questo sport fossero sempre stato sospettati, rispose così: Guarda, i casi di doping sono frequenti. C’è il doping, non te lo nego. Ora, dipende da ciascuno. Penso che quando raggiungi un certo livello devi assumerti delle responsabilità e devi comportarti da adulto”.

Il lavoro di Lecman con Puerta iniziò nel 2003. “Ti dico la verità: non lo sento da anni”, dice. E ascolta la nuova versione dell’ex tennista. Che un mio amico fabbricò le pillole in un laboratorio? No no no. Io non c’entro niente, risponde l’uomo che ha iniziato a sollevare pesi all’età di 14 anni, al Maccabi.

Questa spiegazione non è reale?
No no no. Io non c’entro niente. Non gli diedi niente.

Qualcuno dei tuoi amici ha fatto le pillole che Puerta ha consumato in quei sei mesi?
È una menzogna, scrivilo.

E cosa è successo?
Non lo so. Ti sto raccontando cosa è successo. Che strano, Mariano è un mio amico. Che strano. Non la vedo così. Appena finito gli manderò un messaggio WhatsApp. Lo chiamerò. Se lo ha fatto, è un peccato. Ma io non c’entro niente.

Prima della finale del Roland Garros eri andato a Parigi. Gli hai fornito nuove vitamine che avrebbero potuto risultare positive al test antidoping?
Non sono a conoscenza di questo. Lo allenavo. Era il migliore, era il migliore. Fece due anni senza potersi allenare. E nel 2007, quando è tornato, siamo andati insieme ai tornei. Quindi non sono a conoscenza di questo fatto.

Cosa pensi sia successo per essere risultato positivo al doping?
Non lo so. Io ero solo il preparatore atletico.

Non gli fornivi tu gli integratori vitaminici?
No no no. Vediamo… non era il mio lavoro.

Chi gli forniva allora gli integratori?
Non lo so.

Come hai reagito quando hai scoperto il doping?
Non ho capito niente e non ho capito cosa stesse succedendo. Dicevo: ‘È una pazzia. Cosa sta succedendo?’. Ero sorpreso. Sì sì. Inoltre, ero molto arrabbiato perché [Puerta] era una brava persona, a quel tempo.

Non hai mai chiesto in confidenza a Puerta cosa è successo?
No, è molto riservato.


LE PAROLE DELL’ALLENATORE SCHNEITER

Il legame giocatore-allenatore tra Puerta e Schneiter non è iniziato, secondo la testimonianza dell’attuale tecnico del cileno Cristian Garin [numero 18 ATP], con tutte le carte in tavola. Schneiter, N.62 ATP in doppio nel marzo 2003, era N.133 al termine di quella stagione, e valutò il ritiro da giocatore per allenare Puerta e Franco Squillari. “A dicembre iniziammo la pre-season e un giorno Puerta mi chiamò dicendomi che era risultato positivo in un controllo antidoping e che sarebbe stato fuori per nove mesi perché sospeso [da ottobre 2003 a luglio 2004]. Avrei dovuto saperlo prima di prendere una decisione così importante. Quello che ho fatto è stato restare con Squillari e continuare a giocare, fino al ritorno di Mariano”.

Quando Mariano tornò, nel luglio 2004, al Challenger italiano di San Benedetto, era N.384. Il rendimento di Puerta fu un crescendo. In quella stagione, dopo aver vinto quattro Challenger e un Futures, finì 133 in classifica. Nel 2005 arrivò l’esplosione, con la finale a Buenos Aires, le semifinali ad Acapulco, il titolo a Casablanca, l’ottavo a MonteCarlo e la finale al Roland Garros. Il lavoro di Gringo Schneiter proseguì per poche settimane dopo Parigi, fino a Cincinnati. E poi lo stesso Puerta [salito al nono posto] lo informò che voleva rompere la collaborazione.

Dopo aver appreso che Puerta aveva dichiarato che la teoria del bicchiere era falsa, Schneiter ha commentato: “Quando in un’intervista [del dicembre 2005, ndr] dissi che la teoria del bicchiere sembrava un film di fantascienza, Quique Estevanez mi chiamò per dirmi che mi avrebbe denunciato e portato in tribunale. Sapevo che stava mentendo. È un bene che lo dica. All’epoca era convinto che fosse accaduto un fatto del tipo, ‘sono andato un attimo negli spogliatoi, mia moglie ha avuto un problema mestruale, sono tornato, ho bevuto nel bicchiere, c’erano residui nell’acqua’. Wow. Era una roba da film”.

Qual è la tua versione dei fatti?
Io ero cosciente di quello che stava accadendo e lui era molto rilassato al riguardo. Sono successe due cose strane che sfuggirono di mano. Lecman non era con noi ai tornei e Darío ha una storia sportiva accidentata. Mariano, quando ha vinto la semifinale [contro Davydenko, ndr], ha invitato Darío a venire. Da quando Darío è arrivato a Parigi, ci sono state delle piccole cose che mi sono sfuggite, perché sono stati soli per molto tempo e di più non posso dire. In quel lasso di tempo non l’avevo sott’occhio. Nella partita con Davydenko, Mariano soffrì uno strappo di due millimetri alla gamba, e non so se gli sia stato dato qualcosa per questo. Mariano ha preso una pillola, tutto l’anno, di caffeina con ginseng che abbiamo usato per attivarci, mezz’ora prima di iniziare le partite. È vero che la faceva un laboratorio. Non che l’abbia comprato da un GNC, no. Ma l’ha presa tutto l’anno. Infatti, quando giocò con Nadal ad Acapulco, era notte, erano le quattro del mattino e Mariano era ancora sveglio; non riusciva a dormire. Se era un po’ giù, la prendeva. Io allenavo anche Squillari e prendeva la stessa pillola. Era consentita a livello di protocollo. Mariano era stato controllato cinque volte prima del Roland Garros. Perché è risultato positivo nella finale? Questa è la parte che non riesco a spiegare. Non lo so.

Puerta cosa ti ha detto?
Glielo chiesi. E mi disse che non lo sapeva. Ho rotto con lui dopo Cincinnati. Quando ritornammo in Argentina, mi lasciò un sabato mattina e la domenica sera successiva mi chiamò per andare a casa sua, dato che era risultato positivo al doping. Era una settimana prima dello US Open.

Quando ti ha detto che non lo sapeva, gli hai creduto?
No. Sapevo che mi aveva mentito. Dopo non so cosa dire, perché niente mi è sfuggito. L’unica cosa che mi è sfuggita è che Lecman arrivò a Parigi un giorno prima della finale e li ho persi di vista un po’ quel giorno. Non metto nemmeno un’unghia nel fuoco per nessuno dei due. Da parte mia, posso dirti che non prendeva nulla di strano. Controllavo tutto quello che potevo e non ci fu mai un problema. Infatti, l’anno precedente viaggiai due mesi con una bilancia, affinché potesse dimagrire. Ho fatto di tutto per dargli fiducia, per tirarlo su di morale. Era fuori peso forma, senza convinzione nei suoi mezzi. Poi ottenne questo, dal nulla mi lasciò, dal nulla risultò positivo al doping, dal nulla sono successe un sacco di cose, e non mi pagò. Oggi non ho rapporti con lui. Due cose mi hanno ferito: mi era vicino. Anche Guillermo Pérez Roldán era un mio amico e ho visto da dietro le quinte tutto quello che ha fatto per stare con Mariano. Ero molto arrabbiato con lui e con Pérez Roldán, con il quale anche non parlo più perché era mio amico e ho visto le e-mail che mandava a Mariano, chiedendogli di allenarlo di nuovo, dato che me le ha mostrate. Tutto scoppiò dopo il Roland Garros. È così: quando li prendi in una brutta situazione, nessuno vuole lavorare con loro; dopo quando sono bravi, sì.

Hai parlato con Lecman in quel momento?
Sì, ho parlato con Lecman. È un altro con cui non parlo più. Ebbi la sensazione che non fossero onesti in molte cose. Non gli ho creduto. Si sono detti di tutto, si sono incolpati a vicenda e due anni dopo, quando Puerta è ritornato a giocare, erano di nuovo insieme. Allora, lei cosa ne pensa? Sembrava un accordo tacito tra loro su qualcosa che non ho mai capito. Posso assicurarti che mi hanno lasciato fuori da questo ‘casino’. E posso assicurarti sui miei figli che non ho dato niente a Puerta.

Trasse vantaggio Puerta in finale con Nadal?
No, al contrario. Se fosse stato bene in finale, non avrebbe perso quella partita. Puerta giocò con una gamba. Ci furono mille palle dove lui non corse.

Quando Lecman arrivò a Parigi avesti dei timori?
No. Quando Mariano ruppe con me mi chiamò un giorno per dirmi che era risultato positivo, e fu una sorpresa. Non riuscivo a capire. In quel Roland Garros prese le massime precauzioni. Prima di iniziare il torneo Mariano accusò un mal di denti e il medico del torneo ci consigliò di andare da un dentista che però era lontano. Puerta non volle andare, ne trovammo un altro, andammo, gli prescrisse tre farmaci da prendere e io gli dissi: ‘Resisti fino a domani con qualunque cosa, fatti un sorso di alcol, o qualcosa di simile. Domani andrò molto presto a parlare con il medico del torneo’. E così fu. Il giorno successivo, il dottore tirò fuori un libro, si mise a controllare i farmaci, disse che era consentito e che poteva acquistare il farmaco prescritto. Puerta lo prese alle 10 del mattino del giorno successivo. Quando saltò fuori la faccenda del doping, Mariano mi chiese se mi ricordassi cos’aveva preso. Non ne avevo idea, ma il medico del Roland Garros controllò e si ricordò. Comunque, non aveva niente a che fare con la sostanza dopante.

È passato molto tempo dall’ultima volta che hai parlato con Puerta?
Quanto tempo fa è successo il fatto della positività al doping?

Quindici anni.
Dunque, sono quindici anni che non parlo con lui.

Se mai lo incontrassi, cosa gli chiederesti?
Che mi dica cosa ha preso e perché prese qualcosa. Penso che abbia preso qualcosa senza saperlo e che ci sia stata negligenza. Non era qualcosa che ha preso apposta e ha detto: ‘Prendo questo e se funziona, funziona’. Era tipico di lui: pensava di essere immortale e io ero agitato, perché vedevo che era rilassato. Gli dicevo: ‘Idiota, non possiamo risultare positivi al doping’. E lui non sembrava conscio del rischio. Ed era un recidivo! Stavo impazzendo ed ero stressato.

Quindi, il tuo più grande sospetto si concentra sull’arrivo di Lecman prima della finale.
Darío lo puoi incastrare facilmente da quel lato, dato che aveva già avuto problemi in passato. È capace di avergli detto: ‘Prendi questo, sarai tirato come un violino, non sentirai niente nella gamba, non succederà niente’. E quel ‘non succederà niente’ erano quei milligrammi di etilefrina che furono trovati facendolo risultare positivo. O forse fu lui a dire a Lecman, a cui non fregava nulla: ‘Darío, dammelo, giocherò come mi viene’. Non so cosa sia successo di preciso, ma sembra che ci fosse qualcosa di simile, perché dopo hanno continuato a lavorare insieme.

Lecman non era solito accompagnare Puerta ai tornei?
Mai. Quella fu la prima volta. E poi ci accompagnò a Montreal e Cincinnati. Quella domenica sera Mariano mi chiamò per dirmi che era risultato positivo all’antidoping, andai nel suo appartamento, in realtà quello di Estevanez, che stava nello stesso palazzo, là a Sucre e Figueroa Alcorta. Entrai, e stavano tutti riuniti e lui mi disse: ‘Sono risultato positivo all’antidoping al Roland Garros’. E mi venne spontaneo di chiedere: ‘Cosa?! Cos’hai preso?’. E lui mi disse: ‘Non lo so’. So che quella risposta era una bugia. So che mi mentì.

Lo sai o lo sospetti?
Abbiamo condiviso cose come marito e moglie. Tutti i giorni, per un anno e mezzo. Ci conoscevamo, sapevamo quando uno mentiva o diceva la verità. Gli dicevo: ‘Hai mangiato quella cosa?’. Mi diceva di no, ma sapevo che mi stava mentendo. Abbiamo fatto questo giochetto 4000 volte insieme e sapevo quando mi mentiva o no. Percepisco che non si sia comportato onestamente con quella risposta.

Segue a pagina 2: la versione del manager

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Caos Covid-19 al Roland Garros: tra la minaccia legale di Dzumhur e i dubbi per il freddo

Zapata Miralles e il bosniaco sono stati mandati a casa per i contatti con i rispettivi allenatori, positivi al test del torneo ma negativi al ritorno in patria. Il medico del torneo: “Con pioggia e umidità serviranno più tamponi per distinguere un raffreddore dal Covid”

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Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Roland Garros 2020, le entry list aggiornate. SORTEGGIO ALLE 18

Continuano le polemiche sulla gestione dei controlli sanitari per l’accesso ai tornei. Il caso Paire ad Amburgo si proietta chiaramente sul Roland Garros, dove già sono stati cinque gli esclusi dal tabellone maschile delle qualificazioni. Il comunicato del torneo parla di due positività accertate tra i giocatori e di tre esclusi cautelativamente in quanto a contatto con un coach risultato positivo. Lo spagnolo Bernabe Zapata Miralles (144 ATP) è stato mandato a casa perché il suo allenatore Carlos Navarro era risultato positivo asintomatico, ma i due hanno fatto sapere – una volta rientrati a Valencia – che per entrambi il tampone di controllo ha dato esito negativo.

Situazione simile per il numero 114 del mondo Damir Dzumhur e il suo coach Petar Popovic: “È uno scandalo come è stata gestita la cosa – ha dichiarato il bosniacoandrò in tribunale e sono sicuro che vinceremo. Abbiamo subito un’ingiustizia e una discriminazione“. Il portale bosniaco Klix.ba dà conferma del fatto che Dzumhur – che nel frattempo ha pubblicato in una storia Instagram il referto del test negativo di Popovic – si sia mosso per affidare la questione a un avvocato portando in giudizio la Federazione francese.

CARICA VIRALE – L’allenatore aveva spiegato così la sua versione in un’intervista a L’Equipe: “Ho superato 20, 25 test tra gli USA, l’Italia e anche qui a Parigi, dove siamo arrivati sei giorni fa. Tuttavia siccome ho già contratto il virus due mesi e mezzo fa, può darsi che ci siano degli anticorpi che possano ancora far risultare il mio test positivo”. L’organizzazione del Roland Garros – è la loro accusa principale – non gli avrebbe consentito di effettuare in loco il tampone di controllo, per scongiurare l’ipotesi che il primo non fosse attendibile. Al ritorno in Serbia, Popovic è risultato negativo ben due volte.

Bernard Montalvan, responsabile medico del torneo, ha spiegato però il protocollo stabilito dal comitato scientifico parlando sempre al quotidiano francese: “Non vengono effettuati due tamponi, ma lo stesso viene analizzato da due macchine differenti a distanza di cinque ore e serve un responso univoco da parte di entrambe per dichiarare la positività. Può rimanere una carica virale bassa anche in chi ha già avuto il virus a luglio e sviluppato anticorpi, come nel caso di Popovic. Per questo abbiamo sconsigliato ai giocatori di condividere le stanze con i loro coach“.

Damir Dzumhur – Parigi-Bercy 2018 (foto Erika Tanaka)

IL PESO PSICOLOGICO – Rimanendo aperta la questione della diversità dei protocolli nei singoli Paesi – il motivo per cui Paire in Germania ha potuto giocare -, Montalvan ha reso pubblico un tema latente tra le righe sin dalla nuova calendarizzazione del Roland Garros in autunno. “Il freddo autunnale previsto nelle due settimane del torneo probabilmente ci costringerà a fare più tamponi, perché non sarà semplice distinguere una febbre a 38 con il naso che cola per un raffreddore da un ipotetico caso di Covid“. Problematica oggettiva che verso l’inverno complicherà la vita al mondo intero, ma con una specificità per i tennisti.

È impossibile rinchiuderli in una bolla – ha concluso Montalvan -, viaggiano in aereo, cambiano alberghi ogni settimana, per quanto si possano prendere tutte le precauzioni rimangono una delle popolazioni sportive maggiormente esposte al rischio. Capisco che per loro è anche psicologicamente difficile, sono giovani e possono essere fermati da un test positivo anche se si sentono in forma (ne aveva parlato Schwartzman a Roma, dopo la finale, ndr). Cerchiamo anche di ascoltarli, pur dovendo rispettare le regole in vigore. Capisco bene che per gli atleti sia un periodo logorante anche dal punto di vista mentale“.

 

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WTA Ranking: Halep può chiudere il 2020 al n.1

La rumena ha solo una possibilità per terminare in vetta la stagione per la terza volta in carriera: vincere il suo terzo slam a Parigi. Giorgi cede 5 posizioni

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Quattordici match vinti consecutivamente da Simona Halep, tre tornei di fila conquistati nel 2020, di cui due al rientro dal lockdown. E benché affermi, come da copione, di andare a Parigi senza alcuna pressione, è indubbio che al Roland Garros Simona si giochi le sorti di questa disgraziata stagione. Vincendo a Parigi tornerebbe n.1 del mondo e chiuderebbe l’anno in vetta per la terza volta in carriera. E incamererebbe il terzo slam, continuando un trend che la vedrebbe vincitrice di almeno un major dal 2018 in poi. Al contrario, chiuderebbe in Francia una buona stagione “di transizione” verso un 2021 in cui, si spera, questa nuova normalità consenta al Tour di avere una continuità che finora è mancata.

Il primo trionfo a Roma consolida la seconda posizione in classifica della rumena. Il forfait di Osaka al Roland Garros mette al riparo Simona dall’eventualità di cedere una posizione alla giapponese. Le altre dirette inseguitrici non hanno alcuna possibilità di scalzarla dal n.2: Pliskova, le cui condizioni dopo la drammatica finale a Roma sono tutte da verificare, non riuscirebbe a sopravanzare Halep nemmeno se vincesse lo slam rosso e se Simona uscisse al primo turno. Purtroppo (o per fortuna) il nuovo sistema di calcolo del ranking, messo a punto per minimizzare lo stravolgimento del calendario dovuto all’emergenza sanitaria, rende inevitabilmente la classifica molto statica.

Ed è per questo che non si vedono grossi movimenti, soprattutto nei piani alti della classifica. In top10, recupera un posto Svitolina (n.5) ai danni di Kenin (n.6), brutalizzata da Azarenza (stabile al n.14) al Foro. In top20, due posizioni in più per Muguruza (n.15), ottima semifinalista a Roma, che scavalca Keys (n.16) e Martic (n.17). Scorrendo la classifica delle prime 100, i movimenti più significativi sono quelli di Putintseva (+3, n.27), Kuznetsova (+5, n.33), Blinkova (+6, n.59), Sorribes Tormo (+8, n.70), vincitrice a Cagnes-sur-Mer, Kovinic (+13, n.73) e Bolsova (+10, n.97). Scende di 5 posti Venus Williams (n.75).

 
Classifica WTA Variazione Giocatrice Tornei Punti
1 0 Ashleigh Barty 17 8717
2 0 Simona Halep 17 7255
3 0 Naomi Osaka 16 5780
4 0 Karolína Pliskova 20 5205
5 1 Elina Svitolina 24 4740
6 -1 Sofia Kenin 25 4700
7 0 Bianca Andreescu 10 4555
8 0 Kiki Bertens 25 4335
9 0 Serena Williams 13 4080
10 0 Belinda Bencic 25 4010
11 0 Petra Kvitova 16 3736
12 0 Aryna Sabalenka 25 3615
13 0 Johanna Konta 18 3152
14 0 Victoria Azarenka 17 3122
15 2 Garbiñe Muguruza 17 3016
16 -1 Madison Keys 16 2962
17 -1 Petra Martic 23 2850
18 0 Elena Rybakina 27 2546
19 0 Marketa Vondrousova 17 2538
20 0 Elise Mertens 28 2490
21 0 Anett Kontaveit 20 2330
22 0 Angelique Kerber 21 2271
23 0 Alison Riske 23 2256
24 0 Maria Sakkari 26 2240
25 0 Jennifer Brady 24 2165
26 0 Karolína Muchova 17 1982
27 3 Yulia Putintseva 26 1955
28 1 Dayana Yastremska 25 1925
29 -2 Amanda Anisimova 19 1905
30 -2 Donna Vekic 25 1880
31 0 Ekaterina Alexandrova 28 1775
32 0 Qiang Wang 23 1706
33 5 Svetlana Kuznetsova 18 1631
34 -1 Sloane Stephens 21 1573
35 -1 Ons Jabeur 22 1573
36 -1 Magda Linette 29 1573
37 0 Barbora Strycova 21 1570
38 -2 Anastasia Pavlyuchenkova 22 1570
39 0 Saisai Zheng 24 1510
40 0 Shuai Zhang 26 1475
41 0 Julia Görges 21 1423
42 0 Veronika Kudermetova 29 1388
43 0 Jeļena Ostapenko 24 1360
44 0 Kristina Mladenovic 28 1335
45 0 Caroline Garcia 28 1325
46 1 Marie Bouzkova 23 1314
47 3 Polona Hercog 24 1310
48 -2 Anastasija Sevastova 23 1288
49 -1 Fiona Ferro 26 1267
50 -1 Rebecca Peterson 24 1255

CASA ITALIA

Settimana dove prevale il segno negativo nel ranking delle italiane. Camila Giorgi perde 5 posizioni e scende al n.74. Perdono terreno anche Cocciaretto, Errani, Gatto-Monticone, Trevisan, Di Giuseppe e Pieri. Fanno eccezione Jasmine Paoline (+5, n.94) e soprattutto Di Sarra che guadagna ben 80 posizioni (n.332) dopo la vittoria all’ITF di Tarvisio.

Classifica WTA Variazione Giocatrice Punti Tornei
74 -5 Camila Giorgi 930 24
94 5 Jasmine Paolini 755 30
130 -2 Elisabetta Cocciaretto 549 21
150 -1 Sara Errani 446 27
156 -1 Giulia Gatto-Monticone 432 27
159 -1 Martina Trevisan 429 27
195 -2 Martina Di Giuseppe  339 30
290 -3 Jessica Pieri 209 28
300 0 Martina Caregaro 195 19
314 1 Stefania Rubini 180 21
321 2 Bianca Turati 172 13
332 80 Federica Di Sarra 158 17
336 -1 Lucia Bronzetti 155 23
356 -3 Cristiana Ferrando 136 23
386 7 Lucrezia Stefanini 122 25
409 -5 Deborah Chiesa 112 20
433 -2 Camilla Scala 100 14
435 -1 Camilla Rosatello 99 18
459 0 Gaia Sanesi 91 16
466 -1 Angelica Moratelli 89 21

NEXT GEN RANKING

Non c’è nessun nuovo ingresso nella top10 delle giovani under20. Si scambiano tra loro le posizioni Yastremska (n.2) e Anisimova (n.3), Gauff (n.51) e Swiatek (n.53), Gracheva (n.89) e Potapova (n.92). (Nel Next Gen ranking del 2018 rientrano le giocatrici nate dopo il 1° gennaio 2000).

Posizione Variazione Giocatrice Anno Classifica WTA
1 0 Bianca Andreescu 2000 7
2 1 Dayana Yastremska 2000 28
3 -1 Amanda Anisimova 2001 29
4 1 Cori Gauff 2004 51
5 -1 Iga Swiatek 2001 53
6 1 Varvara Gracheva 2000 89
7 -1 Anastasia Potapova 2001 92
8 0 Leylah Fernandez 2002 100
9 0 Kaja Juvan 2000 103
10 0 Ann Li 2000 110

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Area test

Toalson S-Mach Pro, la scelta ibrida per potenza e controllo

Recensione e test della Toalson S-Mach pro in versione 310 e 295 grammi, un ibrido che soddisferà l’agonista alla ricerca di una valida alleata in campo

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Una racchetta da prendere in considerazione per l’agonista in cerca di un attrezzo di livello è sicuramente la Toalson S-Mach Pro 97. Questo marchio potrebbe sembrare non troppo famoso ma in realtà non è così: si tratta di un’azienda giapponese con oltre 60 anni di storia che produce telai e corde in Giappone, già questo dovrebbe dire parecchie cose in termini di qualità dei suoi prodotti. Toalson inoltre mette direttamente a disposizione, tramite il proprio sito, anche telai con piatto corde molto piccolo per allenamenti specifici, macchine incordatrici e altro.

La S-Mach Pro 310 grammi

A livello di racchette Toalson propone principalmente due linee di prodotto: la S-Mach Pro e la S-Mach Tour. Entrambe le serie hanno modelli in diverse opzioni di peso. La S-Mach Pro è l’oggetto di questo test, proposta in versione 310 grammi con bilanciamento a 31 centimetri e mezzo e in versione 295 grammi, con bilanciamento a 33 centimetri. Entrambe hanno un piatto corde ampio 97 pollici, il che specifica da subito che si tratta di racchette che si rivolgono a giocatori esigenti che cercano telai altrettanto performanti. Il profilo di questo telaio è variabile dai 23 millimetri del manico ai 21 degli steli passando per i 24 del cuore. Differenze cromatiche per i due pesi: il nero opaco domina il telaio, con l’aggiunta di piccole serigrafie e della scritta Toalson e S-Mach in blu elettrico per la versione 310 grammi e in verde per la versione 295 grammi. Il risultato finale, votato al minimalismo, è molto elegante, un fattore questo spesso apprezzato.

A livello di tecnologie impiegate su questa racchetta, costruita con un materiale proprietario dal nome Premium Carbon 30T, spicca il Flex Torque System, un sistema che ha nella struttura esagonale in zona cuore della racchetta la soluzione per prevenire perdita di potenza anche in occasione di colpi non centrati oltre alla riduzione di vibrazioni.

 

Caratteristiche tecniche

S-Mach Pro 310 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 310 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 31,5 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

S-Mach Pro 295 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 295 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 33 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

La S-Mach pro 295 grammi

In campo

Iniziamo con la 310 grammi: la rigidità dinamica è elevata, di fatto la sensazione di avere una racchetta tosta e reattiva si percepisce subito non appena si colpisce la palla con vigore. Il livello di flessione della racchetta è abbastanza basso in termini di localizzazione, e cioè in zona steli, ne consegue un impatto molto solido nello sweet pot. Lo schema di incordatura è un 16 x19 molto classico a livello di spaziature, una soluzione affidabile e senza fronzoli.

La versione pesante della Mach-S Pro è compatta negli impatti, che risultano pieni e molto solidi proprio grazie alla rigidità del telaio. Il livello di potenza “gratuita” è buono, per avere risultati maggiori bisogna lavorare di braccio, a questa potenza però si abbina in controllo di palla e la relativa precisione. Il taglio in back spin esce molto rapido e profondo. A livello di spin possiamo dire che il telaio non è progettato per essere una spin-machine, le rotazioni ci sono, funzionano bene su colpi con leggero effetto ma non è un telaio per gli amanti dello spin estremo.

Questo si ripercuote anche a livello di servizio: i migliori risultati si hanno quando si colpisce di piatto o in slice. Con leggero taglio insomma, questo telaio asseconda molto bene il gesto producendo ottimi risultati. Pur essendo una 97 pollici, con i limiti che ne conseguono a livello di impostazione di gioco, risulta più “gestibile” rispetto alle competitor, decisamente più esigenti.

La versione 295 grammi è invece diversa nell’impatto, che non risulta più pieno e compatto come con la 310 grammi. La mancanza di peso è ovviamente la causa di tutto ciò ma questo si traduce in una maggiore maneggevolezza e in una reattività nettamente maggiore. La 295 grammi è veloce, graffiante, delle due è quella maggiormente indicata per chi cerca maggiore spin. Potrebbe essere un’ottima soluzione per chi è in cerca di un telaio che non arrivi a pesare intorno ai 330 grammi, un attrezzo più difficile da gestire rispetto alla versione leggera che conserva le caratteristiche della serie ma in versione più aggressiva dal punto di vista della gestione, la Toalson ideale per i giocatori di attacco, per chi ama andare a rete e beneficiare di un attrezzo dal peso giusto per coniugare precisione da fondo campo, rotazioni e gestione della palla nel gioco di volo.

Entrambe le racchette comunque forniscono una sensazione di ibrido, la potenza e la facilità di uscita di palla tipica delle racchette profile con le caratteristiche di solidità di impatti e controllo delle classiche.

S-Mach Pro 295 grammi

Conclusione

Le due racchette coprono due tipi di giocatori differenti proponendo soluzioni leggermente diverse ma conservando il core delle qualità del prodotto: è come se fosse la stessa racchetta customizzata a livello di peso. Chi ama colpire in maniera pulita con leggera rotazione e che ha una buona tecnica di base troverà nella versione 310 grammi una fida alleata capace di rispecchiare in campo i gesti tecnici prodotti.

Chi invece ama giocate più arrotate e un gioco più veloce a livello di braccio potrà orientarsi verso la versione 295 grammi, specie gli amanti del gioco di rete (doppisti?) potranno beneficiare degli impatti solidi con una maneggevolezza superiore.

Si tratta di racchette comunque indirizzate entrambe ai giocatori attivi, non cioè ai controattaccanti da fondo campo soprattutto per via della dimensione del telaio, 97 pollici.

Racchetta testata con corde String Project Keen 1.18 (tensione 23/22) e String Project Armour 1.24  (23/22)

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