Puerta e il doping, il manager: "Era un grande giocatore, ma ha pagato per la sua arroganza"

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Puerta e il doping, il manager: “Era un grande giocatore, ma ha pagato per la sua arroganza”

Seconda parte del reportage de “La Naciòn” sul caso di Mariano Puerta. Dopo aver riportato le parole del diretto interessato, che ha ammesso di aver mentito sulle cause della sua positività, proseguiamo oggi con le versioni discordanti dei collaboratori del finalista del Roland Garros 2005

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. Dopo le ammissioni di Mariano Puerta a Sebastian Torok, ecco le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager di Puerta


L’INTERVISTA AL PREPARATORE ATLETICO LECMAN

“Parlo con un tono sommesso perché ho avuto un ictus”, dice Lecman non appena risponde alla chiamata. L’ex sollevatore di pesi, campione panamericano, ha subito un duro colpo otto anni fa e ha trascorso 20 giorni in coma, ma ha superato il peggio. Non poter camminare ed essere costretto a indossare i pannolini è un ricordo del passato. Si sta progressivamente riprendendo dall’afasia, il disturbo del linguaggio che deriva da una lesione cerebrale. Dice che adesso è felice, che ha un figlio di “un anno e tre mesi”, ha “tanto lavoro” e che insegna perfino per mezzo di Instagram. Inoltre, continua ad allenarsi quattro volte a settimana in modo da non “indurire il corpo”.

 

Durante la sua carriera nel sollevamento pesi e dopo vari inconvenienti nei suoi tentativi olimpici, il fantasma del doping ha aleggiato su Lecman. In un’intervista a La Naciòn del giugno 1999, quando gli venne stato chiesto perché gli atleti di questo sport fossero sempre stato sospettati, rispose così: Guarda, i casi di doping sono frequenti. C’è il doping, non te lo nego. Ora, dipende da ciascuno. Penso che quando raggiungi un certo livello devi assumerti delle responsabilità e devi comportarti da adulto”.

Il lavoro di Lecman con Puerta iniziò nel 2003. “Ti dico la verità: non lo sento da anni”, dice. E ascolta la nuova versione dell’ex tennista. Che un mio amico fabbricò le pillole in un laboratorio? No no no. Io non c’entro niente, risponde l’uomo che ha iniziato a sollevare pesi all’età di 14 anni, al Maccabi.

Questa spiegazione non è reale?
No no no. Io non c’entro niente. Non gli diedi niente.

Qualcuno dei tuoi amici ha fatto le pillole che Puerta ha consumato in quei sei mesi?
È una menzogna, scrivilo.

E cosa è successo?
Non lo so. Ti sto raccontando cosa è successo. Che strano, Mariano è un mio amico. Che strano. Non la vedo così. Appena finito gli manderò un messaggio WhatsApp. Lo chiamerò. Se lo ha fatto, è un peccato. Ma io non c’entro niente.

Prima della finale del Roland Garros eri andato a Parigi. Gli hai fornito nuove vitamine che avrebbero potuto risultare positive al test antidoping?
Non sono a conoscenza di questo. Lo allenavo. Era il migliore, era il migliore. Fece due anni senza potersi allenare. E nel 2007, quando è tornato, siamo andati insieme ai tornei. Quindi non sono a conoscenza di questo fatto.

Cosa pensi sia successo per essere risultato positivo al doping?
Non lo so. Io ero solo il preparatore atletico.

Non gli fornivi tu gli integratori vitaminici?
No no no. Vediamo… non era il mio lavoro.

Chi gli forniva allora gli integratori?
Non lo so.

Come hai reagito quando hai scoperto il doping?
Non ho capito niente e non ho capito cosa stesse succedendo. Dicevo: ‘È una pazzia. Cosa sta succedendo?’. Ero sorpreso. Sì sì. Inoltre, ero molto arrabbiato perché [Puerta] era una brava persona, a quel tempo.

Non hai mai chiesto in confidenza a Puerta cosa è successo?
No, è molto riservato.


LE PAROLE DELL’ALLENATORE SCHNEITER

Il legame giocatore-allenatore tra Puerta e Schneiter non è iniziato, secondo la testimonianza dell’attuale tecnico del cileno Cristian Garin [numero 18 ATP], con tutte le carte in tavola. Schneiter, N.62 ATP in doppio nel marzo 2003, era N.133 al termine di quella stagione, e valutò il ritiro da giocatore per allenare Puerta e Franco Squillari. “A dicembre iniziammo la pre-season e un giorno Puerta mi chiamò dicendomi che era risultato positivo in un controllo antidoping e che sarebbe stato fuori per nove mesi perché sospeso [da ottobre 2003 a luglio 2004]. Avrei dovuto saperlo prima di prendere una decisione così importante. Quello che ho fatto è stato restare con Squillari e continuare a giocare, fino al ritorno di Mariano”.

Quando Mariano tornò, nel luglio 2004, al Challenger italiano di San Benedetto, era N.384. Il rendimento di Puerta fu un crescendo. In quella stagione, dopo aver vinto quattro Challenger e un Futures, finì 133 in classifica. Nel 2005 arrivò l’esplosione, con la finale a Buenos Aires, le semifinali ad Acapulco, il titolo a Casablanca, l’ottavo a MonteCarlo e la finale al Roland Garros. Il lavoro di Gringo Schneiter proseguì per poche settimane dopo Parigi, fino a Cincinnati. E poi lo stesso Puerta [salito al nono posto] lo informò che voleva rompere la collaborazione.

Dopo aver appreso che Puerta aveva dichiarato che la teoria del bicchiere era falsa, Schneiter ha commentato: “Quando in un’intervista [del dicembre 2005, ndr] dissi che la teoria del bicchiere sembrava un film di fantascienza, Quique Estevanez mi chiamò per dirmi che mi avrebbe denunciato e portato in tribunale. Sapevo che stava mentendo. È un bene che lo dica. All’epoca era convinto che fosse accaduto un fatto del tipo, ‘sono andato un attimo negli spogliatoi, mia moglie ha avuto un problema mestruale, sono tornato, ho bevuto nel bicchiere, c’erano residui nell’acqua’. Wow. Era una roba da film”.

Qual è la tua versione dei fatti?
Io ero cosciente di quello che stava accadendo e lui era molto rilassato al riguardo. Sono successe due cose strane che sfuggirono di mano. Lecman non era con noi ai tornei e Darío ha una storia sportiva accidentata. Mariano, quando ha vinto la semifinale [contro Davydenko, ndr], ha invitato Darío a venire. Da quando Darío è arrivato a Parigi, ci sono state delle piccole cose che mi sono sfuggite, perché sono stati soli per molto tempo e di più non posso dire. In quel lasso di tempo non l’avevo sott’occhio. Nella partita con Davydenko, Mariano soffrì uno strappo di due millimetri alla gamba, e non so se gli sia stato dato qualcosa per questo. Mariano ha preso una pillola, tutto l’anno, di caffeina con ginseng che abbiamo usato per attivarci, mezz’ora prima di iniziare le partite. È vero che la faceva un laboratorio. Non che l’abbia comprato da un GNC, no. Ma l’ha presa tutto l’anno. Infatti, quando giocò con Nadal ad Acapulco, era notte, erano le quattro del mattino e Mariano era ancora sveglio; non riusciva a dormire. Se era un po’ giù, la prendeva. Io allenavo anche Squillari e prendeva la stessa pillola. Era consentita a livello di protocollo. Mariano era stato controllato cinque volte prima del Roland Garros. Perché è risultato positivo nella finale? Questa è la parte che non riesco a spiegare. Non lo so.

Puerta cosa ti ha detto?
Glielo chiesi. E mi disse che non lo sapeva. Ho rotto con lui dopo Cincinnati. Quando ritornammo in Argentina, mi lasciò un sabato mattina e la domenica sera successiva mi chiamò per andare a casa sua, dato che era risultato positivo al doping. Era una settimana prima dello US Open.

Quando ti ha detto che non lo sapeva, gli hai creduto?
No. Sapevo che mi aveva mentito. Dopo non so cosa dire, perché niente mi è sfuggito. L’unica cosa che mi è sfuggita è che Lecman arrivò a Parigi un giorno prima della finale e li ho persi di vista un po’ quel giorno. Non metto nemmeno un’unghia nel fuoco per nessuno dei due. Da parte mia, posso dirti che non prendeva nulla di strano. Controllavo tutto quello che potevo e non ci fu mai un problema. Infatti, l’anno precedente viaggiai due mesi con una bilancia, affinché potesse dimagrire. Ho fatto di tutto per dargli fiducia, per tirarlo su di morale. Era fuori peso forma, senza convinzione nei suoi mezzi. Poi ottenne questo, dal nulla mi lasciò, dal nulla risultò positivo al doping, dal nulla sono successe un sacco di cose, e non mi pagò. Oggi non ho rapporti con lui. Due cose mi hanno ferito: mi era vicino. Anche Guillermo Pérez Roldán era un mio amico e ho visto da dietro le quinte tutto quello che ha fatto per stare con Mariano. Ero molto arrabbiato con lui e con Pérez Roldán, con il quale anche non parlo più perché era mio amico e ho visto le e-mail che mandava a Mariano, chiedendogli di allenarlo di nuovo, dato che me le ha mostrate. Tutto scoppiò dopo il Roland Garros. È così: quando li prendi in una brutta situazione, nessuno vuole lavorare con loro; dopo quando sono bravi, sì.

Hai parlato con Lecman in quel momento?
Sì, ho parlato con Lecman. È un altro con cui non parlo più. Ebbi la sensazione che non fossero onesti in molte cose. Non gli ho creduto. Si sono detti di tutto, si sono incolpati a vicenda e due anni dopo, quando Puerta è ritornato a giocare, erano di nuovo insieme. Allora, lei cosa ne pensa? Sembrava un accordo tacito tra loro su qualcosa che non ho mai capito. Posso assicurarti che mi hanno lasciato fuori da questo ‘casino’. E posso assicurarti sui miei figli che non ho dato niente a Puerta.

Trasse vantaggio Puerta in finale con Nadal?
No, al contrario. Se fosse stato bene in finale, non avrebbe perso quella partita. Puerta giocò con una gamba. Ci furono mille palle dove lui non corse.

Quando Lecman arrivò a Parigi avesti dei timori?
No. Quando Mariano ruppe con me mi chiamò un giorno per dirmi che era risultato positivo, e fu una sorpresa. Non riuscivo a capire. In quel Roland Garros prese le massime precauzioni. Prima di iniziare il torneo Mariano accusò un mal di denti e il medico del torneo ci consigliò di andare da un dentista che però era lontano. Puerta non volle andare, ne trovammo un altro, andammo, gli prescrisse tre farmaci da prendere e io gli dissi: ‘Resisti fino a domani con qualunque cosa, fatti un sorso di alcol, o qualcosa di simile. Domani andrò molto presto a parlare con il medico del torneo’. E così fu. Il giorno successivo, il dottore tirò fuori un libro, si mise a controllare i farmaci, disse che era consentito e che poteva acquistare il farmaco prescritto. Puerta lo prese alle 10 del mattino del giorno successivo. Quando saltò fuori la faccenda del doping, Mariano mi chiese se mi ricordassi cos’aveva preso. Non ne avevo idea, ma il medico del Roland Garros controllò e si ricordò. Comunque, non aveva niente a che fare con la sostanza dopante.

È passato molto tempo dall’ultima volta che hai parlato con Puerta?
Quanto tempo fa è successo il fatto della positività al doping?

Quindici anni.
Dunque, sono quindici anni che non parlo con lui.

Se mai lo incontrassi, cosa gli chiederesti?
Che mi dica cosa ha preso e perché prese qualcosa. Penso che abbia preso qualcosa senza saperlo e che ci sia stata negligenza. Non era qualcosa che ha preso apposta e ha detto: ‘Prendo questo e se funziona, funziona’. Era tipico di lui: pensava di essere immortale e io ero agitato, perché vedevo che era rilassato. Gli dicevo: ‘Idiota, non possiamo risultare positivi al doping’. E lui non sembrava conscio del rischio. Ed era un recidivo! Stavo impazzendo ed ero stressato.

Quindi, il tuo più grande sospetto si concentra sull’arrivo di Lecman prima della finale.
Darío lo puoi incastrare facilmente da quel lato, dato che aveva già avuto problemi in passato. È capace di avergli detto: ‘Prendi questo, sarai tirato come un violino, non sentirai niente nella gamba, non succederà niente’. E quel ‘non succederà niente’ erano quei milligrammi di etilefrina che furono trovati facendolo risultare positivo. O forse fu lui a dire a Lecman, a cui non fregava nulla: ‘Darío, dammelo, giocherò come mi viene’. Non so cosa sia successo di preciso, ma sembra che ci fosse qualcosa di simile, perché dopo hanno continuato a lavorare insieme.

Lecman non era solito accompagnare Puerta ai tornei?
Mai. Quella fu la prima volta. E poi ci accompagnò a Montreal e Cincinnati. Quella domenica sera Mariano mi chiamò per dirmi che era risultato positivo all’antidoping, andai nel suo appartamento, in realtà quello di Estevanez, che stava nello stesso palazzo, là a Sucre e Figueroa Alcorta. Entrai, e stavano tutti riuniti e lui mi disse: ‘Sono risultato positivo all’antidoping al Roland Garros’. E mi venne spontaneo di chiedere: ‘Cosa?! Cos’hai preso?’. E lui mi disse: ‘Non lo so’. So che quella risposta era una bugia. So che mi mentì.

Lo sai o lo sospetti?
Abbiamo condiviso cose come marito e moglie. Tutti i giorni, per un anno e mezzo. Ci conoscevamo, sapevamo quando uno mentiva o diceva la verità. Gli dicevo: ‘Hai mangiato quella cosa?’. Mi diceva di no, ma sapevo che mi stava mentendo. Abbiamo fatto questo giochetto 4000 volte insieme e sapevo quando mi mentiva o no. Percepisco che non si sia comportato onestamente con quella risposta.

Segue a pagina 2: la versione del manager

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Australian Open

Australian Open: Berrettini può battere Rafa Nadal, ma deve servire meglio che con Monfils. E non solo…

Perché ha battuto Monfils. Forse sono sfuggiti alcuni degli straordinari progressi di Matteo. Perché sono andato a letto sognando anche Sinner in semifinale

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Confesso che me l’ero vista brutta per Matteo Berrettini quando sembrava si fosse accesa la spia rossa della benzina in riserva a metà del quarto set e lo vedevo tirarsi la racchetta sulle gambe e lamentarsi con il proprio angolo: “Non ho gambe, non ho gambe…”.

L’inerzia della partita sembrava decisamente passata nelle mani di Monfils. Sennonchè, come per la verità ho visto tante volte accadere nel tennis in tutti questi anni, quando un giocatore che si crede spacciato riesce a rimontare 2 set di handicap, ecco che proprio nel momento in cui la rimonta è riuscita c’è quel momento di rilassamento che lo punisce. Basta poco, pochissimo, per ridare fiato ed energie all’avversario rimontato che sembrava in crisi.

È proprio quello che è successo nel primo game del quinto set quando Monfils, avanti 30-0, si è concesso un paio di errori gratuiti. Poi c’è stato quel gran lob di Matteo e Monfils che ha tentato il tweener che non ha sorpreso Matteo, felicemente vigile a rete. E da lì è cambiato tutto. 4-0 con due break addirittura e match in mano al nostro gladiatore.

 

Del gladiatore Matteo ha un po’ anche l’aspetto, almeno per come ce lo si può immaginare attraverso la cinematografia. Russel Crowe? Magari no anche se al paragone nell’enfasi del momento mi ci sono lasciato andare, nel mio quotidiano video di un minuto per Instagram. Però non trovate che un po’ il viso dell’antico romano Matteo lo abbia?

Matteo è parso per anni un guerrier fragile. Ha patito mille infortuni il nostro dacchè gioca a tennis, polso, caviglie, schiena, polpacci, muscoli addominali. Quel fisico, così alto e longilineo, non poteva non essere fragile. Per liberarsi da tanti, troppi infortuni, Matteo ha dovuto lavorare duro, molto duro, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Altrimenti non sarebbe arrivato dove è arrivato.

Oggi è n.6 virtuale del mondo e domani chissà. Ma chiuse il 2018 da n.54 del mondo! Sembra un secolo fa e invece non sono passati 4 anni. Eppure a me pareva che avesse qualità tennistiche e di temperamento straordinarie già allora e non ho mai mancato di sostenerlo (sia lui, sia le mie teorie su lui).

I risultati parlano per lui. Sette volte è arrivato a giocare cinque set: ebbene, in sei occasioni è stato lui a vincere. Ha perso solo quella strana partita con Sandgren due anni fa a Melbourne. Invece tanto con Alcaraz che con Monfils ha saputo vincere al quinto set dopo aver perso terzo e  quarto set. Reagendo da campione a una serie di momenti difficili.

Probabilmente – come mi ha detto Matteo in conferenza stampa e mi ha confermato anche il suo bravissimo allenatore Vincenzo Santopadre – il nostro eroe, primo azzurro di sempre in semifinale Down Undersi è reso conto non appena si è trovato sotto di un break a metà quarto set che non era il caso di spendere tutte le residue energie (poche) per cercare di recuperare quel set,.

Ha capito intelligentemente – quando si dice l’esperienza! – che era meglio tenere un po’ di riserva per il quinto e cominciarlo subito con grande attenzione. Proprio quell’attenzione – chissà se Matteo l’ha pensato – che Monfils sulle ali dell’entusiasmo forse non avrebbe saputo tenere. Monfils è stato tenerissimo quando nella sua conferenza stampa ha poi detto: “Nei momenti decisivi Matteo fa sempre la cosa giusta, io mai…ma non ho ancora perso la speranza di riuscirci un giorno anche in uno Slam

Negli Slam, che è il tennis vero, dove la qualità tecnica deve accompagnarsi anche alla tenuta atletica e alla sagacia tattica per tutte le circostanze che si possono verificare in match che superano sempre le due ore e mezzo e non di rado sfiorano (o superano) le tre e quattro ore, Matteo Berrettini ha imparato a gestirsi alla grande. Lo ha ormai dimostrato in parecchie occasioni.

Non a caso ha vinto dal gennaio 2021 qualcosa come venti partite contro tutti i diversi avversari che ha incontrato. E ne ha perse solo tre, tutte e tre con il solo Djokovic, al Roland Garros, a Wimbledon e all’US Open. Ma senza essere dominato dal n.1. Sempre in 4 set. Insomma, dopo aver battuto tutti gli altri che gli si erano parati contro sul suo cammino ha tenuto testa alla grande anche al n.1 del mondo, due volte strappandogli il primo set e un’altra il terzo (facendolo sudare freddo anche nel quarto).

Ha insomma dimostrato di essere un tennista completo con una continuità notevolissima – quattro quarti di finale consecutivi – su quattro superfici diverse. E, come ho ricordato nei giorni scorsi  il re dei tiebreak, ha mostrato una solidità mentale a prova di bomba, vincendo quasi sempre i tiebreak anche con quei giocatori con i quali ha perso. Ho già ricordato più volte che ne ha vinti due su due con ciascuno dei primi due del mondo, Djokovic e Medvedev, sebbene abbia perso 4 volte con Novak e 3 con Daniil.

Non sono andato a rivedere tutti i risultati con i tiebreak vinti, ma di sicuro, oltre a quelli contro i top-2, alcuni me li ricordo: Alcaraz, Aliassime, Carreno, Ivashka…

Potrà ripetersi contro Rafa Nadal? Per i corsi e ricorsi vichiani lo ritrova per l’appunto dopo avere battuto Monfils nei quarti all’US Open 2019. Due anni e mezzo fa.

Quel giorno Berrettini giocò un gran primo set, migliore di quanto molti lo considerassero allora capace. Berrettini è sempre stato un po’ sottovalutato…tranne che da Ubitennis. Matteo arrivò infatti al doppio setpoint, 6-4 nel tiebreak, ma non riuscì a sfruttarli. Sbagliò una volee e gioco una palla corta… troppo corta e  che non avrebbe dovuto tentare. Perse 8 punti a 6 il tiebreak…quando ancora li perdeva!  

Ma l’attuale Berrettini non è più quello, non è più un novizio. È un altro Berrettini. E anche Nadal è probabilmente – certezze non se ne possono nutrire – un altro Nadal. Solo che il romano è cresciuto in tutto, fiducia, colpi, testa, fisico e Nadal no. Rafa, anzi, forse è un tantino in calo. Anche se ha vinto 9 partite di fila in Australia dall’inizio dell’anno e dopo un break agonistico di oltre 4 mesi (dal torneo di Washington in poi). Ma a giugno avrà 36 anni e…un po’ umano è anche lui.

Matteo ha finito di giocare i suoi 5 set diverse ore dopo Nadal, ma anche se entrambi godranno di due giorni di riposo, i 10 anni che li separano potrebbero farsi sentire sulle articolazioni di Nadal che durante il suo match con Shapovalov non è stato nemmeno tanto bene.

Non credo insomma che possa essere quello stesso Nadal che battendo Roger Federer vinse l’Australian Open 2009 – il suo unico Australian Open – dopo aver lottato inesauribilmente per 5 ore e 14 minuti contro Verdasco in una semifinale che non dimenticherò mai. Anche se il punteggio sono andato a ricercarlo ora: 6-7,6-4,7-6,6-7,6-4.

Quella partita battè in durata il record di 18 anni prima, quel memorabile 14-12 al quinto con cui Boris Becker (che avrebbe poi vinto il torneo diventando n.1 del mondo) superò il nostro Omar Camporese nel 1991. Forse la miglior partita in assoluto che io abbia visto giocare a Omar.

Quell’extraterrestre d’allora, Rafa Nadal, contro ogni pronostico battè poi a distanza di 24 ore anche Roger Federer nonostante tutti pensassero che il maiorchino sarebbe stato semi-moribondo per via della maratona con Verdasco. Ma, il tempo passa per tutti, anche per il fenomeno Nadal, e avere quasi 36 anni non è come averne 23.

Se ci fosse stato un solo giorno di intervallo come allora -. Federe aveva goduto di un giorno di riposo in più, questo è il primo anno in cui le semifinali a Melbourne si giocano nello stesso anno – allora Matteo sarebbe stato secondo me addirittura favorito, oggi come oggi.

Con due giorni per recuperare forse però l’irriducibile Nadal si sarà ripreso. E per quanto Rafa continui a dire “Sono contento così, che io vinca uno Slam in più o in meno rispetto a Federer o Djokovic, non cambia nulla per me, sono contento comunque e mi considero comunque molto fortunatoad avere la vita che ho vissuto”, l’occasione di conquistare lo Slam n.21 staccando i rivali di sempre fino all’amato Roland Garros, sarà certamente per Rafa uno stimolo e una motivazione motivo in più per non arrendersi fino all’ultima palla. Non che ne abbia bisogno, almeno in genere.

Contro Monfils Matteo ha servito meno bene che contro Carreno Busta. Con lo spagnolo aveva messo il 77% di prime palle, con il francese  appena il 61%. E ciò sebbene in molte occasioni Matteo abbia preferito mettere la prima a velocità più basse per scegliere semmai l’angolo piuttosto che l’ace. Oppure anche per seguire la battuta a rete approfittando della lontananza dalla riga di fondo di Monfils.  Ha fatto serve&volley 7 volte (più del solito) e ha fatto 5 punti. Cercando meno gli ace ne ha fatti molto meno, 12 ace invece dei 28 nei tre set con Carreno.

 E soltanto un terzo delle volte che ha servito è riuscito a non far rispondere Monfils. Mentre Carreno Busta non aveva risposto due volte su tre (o 49%).

Curioso il fatto che contro Alcaraz, nell’altro match di 5 set, Matteo avesse vinto 159 punti (come lo spagnolo) e questa volta contro Monfils 156, tre di meno (ma sei più di Monfils). In entrambi i match l’equilibrio è stato notevolissimo, nonostante il 6-2 dell’ultimo set con Monfils.

Ma quel che volevo significare è che stavolta ha dovuto impegnarsi e soffrire molto più da fondocampo, sia per le caratteristiche tecniche di Monfils, ma soprattutto perché il servizio di Matteo è stato inferiore al solito.

Se vuol battere Nadal – è qui dove volevo arrivare –  Matteo dovrà servire meglio. Anche Nadal a volte decide di rispondere da molto dietro la riga di fondo. Quindi anche con lui Matteo potrebbe tentare la carta del serve&volley, sia per togliergli la tranquillità nella risposta, sia per sottrarsi ad estenuanti palleggi che in linea di principio favoriscono Rafa. Solo che il serve&volley dovrà farlo negli angoli opposti a quelli usati per Monfils.

La traiettoria esterna in kick seguita dal serve&volley dovrà essere usata nei punti pari, anziché nei vantaggi. Con Monfils Matteo l’ha usata su un paio di pallebreak. Contro Rafa non funzionerebbe con altrettante probabilità. Sul 15-40 allora? Beh, meglio non ritrovarcisi però, perché anche se annullasse la prima pallabreak ci sarebbe comunque la seconda.

Nadal non ha mai avuto alcun problema quando doveva affrontare i giocatori che basano il loro tennis sul ritmo, sui palleggi. Ma quelli che battono bene come il miglior Berrettini – quello visto con Carreno – li soffre. Per questa ragione penso che quella di Matteo non sia una “mission impossible anche  se il dritto mancino pesantissimo e arrotato di Rafa che ha fatto sempre patire Roger Federer certamente raccoglierà decine e decine di puntia spese del rovescio di Matteo. Inevitabilmente. Il rovescio di Matteo è ancora oggi, nonostante gli indubbi progressi, assai inferiore a quello dello svizzero nei suoi panni. L’unica differenza a suo favore nei confronti di Federer sono quegli 11 centimetri in più d’altezza: il dritto di Nadal, pesante com’è, gli piegherà spesso la racchetta impegnata disperatamente a reggere quei topponi con lo slice, ma la palla di Rafa non supererà la spalla di Matteo come invece accadeva con la spalla di Roger.

Per finire quest’articolo ribadisco la sensazione che Sinner possa battere Tsitsipas, anche se quando leggerete questo articolo pubblicato non molto prima della mezzanotte, probabilmente saprete già il risultato e magari sarò stato smentito. Ma i pronostici, come diceva il grande Rino Tommasi che penso sempre, li sbaglia solo chi li azzarda.

I precedenti, come ricordiamo nell’articolo di presentazione scritto da Tommaso Mangiapane dicono che l’ateniese ha vinto 2 incontri su 3 e che tutti e tre si sono giocati sulla terra rossa, due con esito opposto proprio a Roma.

Beh, intanto, così come per Berrettini contro Nadal, Sinner negli ultimi 12 mesi ha certamente fatto più progressi piuttosto che Tsitsipas. Il greco poi è reduce da una lotta di 5 duri set con Fritz che dopo la recente operazione al gomito non si sa che riflessi possa aver comportato, sebbene lui abbia detto l’altro giorno di non avvertire più alcun dolore. E glielo auguro. Ma poi, almeno secondo me, Sinner è certamente più forte su questi campi in cemento piuttosto che sulla terra rossa, anche se il suo primo quarto di finale in uno Slam lo conquisto al Roland Garros e questo sarà soltanto il secondo.

Vedremo. Certo anche solo poter andare a letto sognando di avere due italiani in semifinale ad uno Slam come quell’unica volta nel 1960 a Parigi quando i nostri eroi furono Nicola Pietrangeli (battè Haillet e poi Ayala) e Orlando Sirola (perse da Ayala) mi farà dormire benissimo fino a dopo le cinque quando Sinner scenderà in campo. Aggiungo però una postilla che vi prego di non riferire – resti tra noi! – a Nicola Pietrangeli. Nel ’60 i professionisti erano banditi dal circuito dei dilettanti, Alcuni di loro, penso a Rosewall, Hoad, Gonzales, Sedgman, erano assai più forti di quasi tutti i dilettanti..che poi, anche queto resti tra noi, tanto dilettanti non erano. Erano semmai professionisti di Stato.

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Editoriali del Direttore

Australian Open- L’Italtennis ha scoperto un campione che tutto il mondo ci invidia: Berrettinner!

A Melbourne nella Rod Laver Arena l’Italia sarà rappresentata alla grande, prima nei quarti di finale e poi – io credo – anche in semifinale. Monfils e Tsitsipas non fanno paura al nostro n.1

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Jannik Sinner - Matteo Berrettini (foto Facebook/Twitter @atpcup)

Era l’ora. L’Italia ha finalmente il più forte tennista del mondo. Si chiama Mattjannik Berrettinner. Di nickname, o diminutivi, ne ha due, Matt e Jann. Berrettinner ha una personalità complessa. Ha decisamente qualcosa del tennista robot. Con lui dall’altra parte della rete gli avversari subiscono il carisma, restano disorientati, non sanno come affrontarlo perché non ha alcun punto debole. Che attacchi o si difenda, il risultato non cambia, lui ne esce vincente. E’ come se in sé Berrettinner avesse meccanicamente concentrato ed assemblato almeno le carratteristiche di due essere umano. Diversissimi tra loro, ma vincenti, irresistibili.

Il suo cognome tradisce in evidenza le origini internazionali, i genitori si sono adeguati ai costumi angloamericani al momento di battezzarlo, Matteo sarebbe in realtà il primo name e Jannick il middle name, ma lui non se ne dà per inteso, è comunque italiano purosangue anche se parla il tedesco e l’inglese come l’italiano, tanto da sembrare quasi… trimadrelingua.

Dall’Alto-Alto Adige alla capitale del Lazio, scendendo giù fino al più profondo Sud, dalle nostre parti non era proprio mai nato un simile fenomeno con una racchetta in pugno. L’Italia ne è entusiasta, i tricolori sventolano ovunque, perfino sui giornali color rosa il tennis spazza via il calcio… dalle ultime pagine.

 

Il destino è segnato, il futuro è suo e Angelo Binaghi, fortunato presidente della nostra Federtennis gode come un picchio, sognando di restare su quella amata poltrona per almeno un altro ventennio, in modo da organizzare le finali ATP e di Coppa Davis – via via – in tutte le città della Sardegna. Ma, in alternativa ove mancassero sedi sufficientemente attrezzate nell’isola, anche nel resto della Penisola.

Il nostro fenomeno ce lo stanno già invidiando in tanti. Ne parlano tutti da Melbourne a Sydney e non solo. Perché dal ’73, 49 anni fa quando a Parigi ci fece far bella figura Panattucci non avevamo più vissuto questi stessi momenti di gloria, chariots of fire, che stiamo provando in questi giorni. Quarti di finale per ora, ma tutti parlano già di semifinali. E ne hanno più d’un motivo. Se lo dicono i bookmakers…

Oggi come oggi c’è un solo rivale che può temere il nostro Berrettinner. E’ nato in Canada, è più o meno un coetaneo in progresso come lo è lui, ma è un cittadino del mondo: si chiama Shapolassime e non teme di competere con il nostro supercampione. Forse perché è il solo tennista capace di impugnare con successo la racchetta sia con la mano destra che con la mancina. Quelle non sono doti che hanno tutti, anche se si è sempre saputo che Toni Nadal si piccò di impostare il nipotino da mancino sebbene Rafa fosse destro. Aveva visto lungo zio Toni. Era come se avesse immaginato che un campione svizzero del futuro quel dritto mancino non lo avrebbe mai digerito e assorbito.

Ma, torniamo a noi e  state tranquilli cari lettori di tennis e Ubitennis: per 8/10 anni sentiremo parlare di lui, di Berrettinner, dei suoi trionfi, un’infinità di volte, fin dai primi quarti di finale aussies del 2022…Vedrete se il mondo non lo vedrà protagonista anche delle prime semifinali, tramite Discovery (e dove altro sennò?) con le immagini provenienti live dalla terra dei canguri, laggiù Down Under. Io mi sento di scommetterci, anche se non potrei. L’ho detto anche nel mio quotidiano lancio d’ogni pomeriggio su Instagram …A proposito, volete decidervi a diventare Ubitennis follower se vorrete saperne di più su Berrettinner? Ne parlerò quasi ogni giorno. Per anni.

Berrettinner è il tennista più completo che sia mai esistito, tant’è che si è proposto di allenarlo perfino John McEnroe insieme a Boris Becker – mica male come accoppiata! –  e sembra assolutamente in grado di oscurare la fama e i risultati di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic. Non c’è mai stato tennista più completo di lui.

Roger Federer ha sempre servito bene, ma insomma di rovesci ne abbiamo visti anche di migliori. Tant’è che riconoscevi le sue grandi giornate proprio da quanto fosse centrato il suo colpo decisamente più debole.

Se non fosse mai arrivato coach Ljubicic a insegnargli il rovescio coperto anziché quello pervicacemente bloccato con il taglio sotto alla palla su cui andava nozze quel terribile mancinaccio maiorchino, Roger avrebbe smesso di vincere poco dopo i 30 anni, con Wimbledon 2012.

Rafa Nadal come serviva e come volleava prima di diventare un over 30 pure lui? Per carità bravo, anzi bravissimo sulla terra rossa – e chi lo discute? – ma insomma gli altri suoi Slam around the world in bacheca sono stati solo 7, proprio come un McEnroe qualsiasi. Bravo Rafa a centrare 14 quarti di finale in Australia, certo, ma un solo Slam a Melbourne dice che ‘sto gran fenomeno ovunque e dovunque non è poi stato’.

Novak Djokovic? Mah,  insomma, di partite, tornei, Slam, ne ha vinti anche lui – mi pare 20 come gli altri due – ma uno che abbraccia gli alberi per farsi forza dove vuoi che vada, soprattutto se è così testone da non vaccinarsi quando il 97% degli altri tennisti lo fa e finisce per pagar cara la sua gran testardaggine? Contento lui…

In attesa che Luca Baldissera proponga qui la sua celeberrima rubrica lanciata da Ubitennis e felicemente intitolata gli “Spunti Tecnici”, ecco che da International Coach quale sono e mi onoro d’essere, mi accingo a spiegare quelle caratteristiche tecniche, atletiche e mentali di Berrettinner che ne fanno un assoluto fenomeno.

Berrettinner è un tipo molto particolare, estroso, parrebbe quasi che avesse due personalità, anche nel modo di vestire, di acconciarsi, di truccarsi. Un giorno si tinge i capelli di rosso, si veste con i completini orribili della Nike e si fa chiamare Jann. Un altro giorno se li tinge di nero, si mette la roba più classica tutta bianca oppure tutta nera della Boss e preferisce che lo si chiami Matt, quasi che gli desse fastidio quel nome assai più originale, meno banale con cui lo battezzarono i genitori: Mattjannick. Un nome che sa di matto…o di extraterrestre?

Rispetterò, senza capire ma adeguandomi, questa debolezza del nostro SuperEroe Berrettinner, per addentrarmi nell’analisi tecnica del suo tennis assolutamente irresistibile.

A pagina 2 Berrettinner al microscopio, colpo per colpo

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ATP

Australian Open: Berrettini ritrova Monfils, il compasso per chiudere il primo grande cerchio

Per i bookmakers favorito l’azzurro: il suo successo quotato a 1.55 contro il 2.45 che premia la vittoria del francese E anche Sinner con Tsitsipas è dato per favorito

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Matteo Berrettini all'Australian Open 2022 (Credit: @atptour on Twitter)

Matteo Berrettini è chiamato all’appuntamento con la storia. C’è da dire, a onor del vero, che in questi ultimi tempi il telefono del venticinquenne romano ha metaforicamente squillato diverse volte, al punto che la “storia” sembra quasi diventata routine.

Al raggiungimento del suo quinto quarto di finale in uno Slam, infatti, Berrettini è diventato il primo italiano nella storia a tagliare questo traguardo nei quattro major: nessuno prima di lui c’era riuscito. Nel suo primo quarto di finale slam, ironia della sorte, il romano aveva di fronte proprio Gaël Monfils. Erano gli US Open 2019: fu una partita con diverse storie da raccontare al suo interno, emozione contro esperienza, potenza contro talento. Vinse Matteo, che si impose al tiebreak del quinto set con lo score di 3/6, 6/3, 6/2, 3/6, 7/6 (5).

Da quella partita si aprì un cerchio, che allora nessuno sapeva quanto grande potesse rivelarsi e di cui oggi, certamente, abbiamo una forma più nitida. L’eventuale terza semifinale slam in carriera rappresenterebbe per Berrettini la chiusura dello stesso cerchio, che ha probabilmente iniziato a farsi più stretto e limitato. Andrà tracciata una nuova prima curva, quella di un nuovo cerchio delle ambizioni, che si fa sempre più grande.

 

Una vittoria domattina (l’inizio del match è previsto per le 11 circa) sarebbe ancora più soddisfacente per Berrettini, che diventerebbe il primo italiano di sempre a raggiungere una semifinale agli Australian Open. Per lui sarebbe la terza in totale, dopo quella gli US Open 2019 e Wimbledon 2021: andrebbe ad eguagliare Adriano Panatta (che le ha raggiunte tutte al Roland Garros), issandosi dietro solo a Nicola Pietrangeli (5 semifinali slam).

Oltre al già citato successo nei quarti dello US Open 2019, Berrettini ha vinto un’altra volta contro Monfils, nella fase a gironi dell’ATP Cup 2021 (6/4, 6/2 il punteggio). I quarti di finale nel primo slam dell’anno sono il miglior risultato ottenuto da entrambi, con il francese che va alla ricerca della sua prima semifinale in Australia. Inoltre, il transalpino non ha mai battuto un top10 agli Australian Open (e arriva da nove sconfitte consecutive nei major contro i primi dieci giocatori del mondo), motivo per cui sarà certamente un match imperdibile.

Per Monflis si tratta del decimo quarto di finale in carriera a livello slam (quattro al Roland Garros e quattro agli US Open completano il quadro). Tuttavia, il francese ha raggiunto le semifinali solo in due occasioni (Roland Garros 2008 e US Open 2016).

Berrettini stando ai bookmakers parte favorito: i betting analyst di Snai vedono un suo successo a 1,55, mentre il passaggio in semifinale del francese è visto a 2,45. Tuttavia, potrebbero avere un peso le dodici ore e venti trascorse sul campo nei primi quattro turni. Rispetto all’allievo di Vincenzo Santopadre, Monfils è stato impegnato più di cinque ore in meno (per la precisione sette ore e trentanove minuti). Ma il trentacinquenne francese ha dieci anni in più rispetto a Matteo (è il secondo giocatore più anziano tra gli otto rimasti in tabellone dopo Rafael Nadal). Tra l’altro, l’unico match vinto in tre set da Berrettini è poi proprio l’ultimo disputato (7/5, 7/6, 6/4 a Carreño Busta), in cui è rimasto in battaglia meno di due ore e mezza.

Il numero uno italiano dovrà necessariamente affidarsi al suo gran servizio: emblematici, da questo punto di vista, gli 80 ace messi a segno in quattro match, il numero più alto di ace messi a segno tra i tennisti rimasti (Berrettini è terzo in questa speciale classifica, dietro ai 95 di Cressy e gli 85 di Cilic, ma entrambi sono già stati eliminati). Monfils non spicca in questa speciale classifica, posizionandosi in undicesima posizione (53 ace realizzati).

Attualmente numero sette del mondo, Berrettini potrebbe arrivare al best ranking di numero sei a fine torneo, a meno che Sinner o Auger-Aliassime vincano il titolo. Il francese, invece, ha iniziato la rassegna australiana da ventesima forza della classifica mondiale (peggior classificato tra i tennisti ancora in corsa), ma anche lui può vantare un best ranking di numero sei. La scorsa stagione, inoltre, il romano ha messo in bacheca due titoli – Belgrado 1 e Queen’s – mentre Monfils si è spinto al massimo fino alla finale di Sofia, sconfitto da Jannik Sinner. Ma quest’anno ha iniziato molto bene il 2022 vincendo il titolo ATP ad Adelaide 1.

Proprio l’altoatesino, come Berrettini, può ambire a raggiungere la semifinale. E anche lui è ritenuto favorito contro Tsitsipas: un successo del giovane altoatesino paga 1,72 su Planetwin365, mentre la vittoria del classe 1998 greco è in quota a 2,09. Se entrambi dovessero riuscire nel loro intento rappresenterebbero la quinta “coppia italiana” nella storia a centrare un simile traguardo, dopo Gianni Cucelli e Rolando Del Bello (Roland Garros 1948), Beppe Merlo e Nicola Pietrangeli (Roland Garros 1956), Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola (Roland Garros 1960) e Paolo Bertolucci e Adriano Panatta (Roland Garros 1973). Berrettini e Sinner, eventualmente, sarebbero dunque i primi a raggiungere le semifinali “in coppia” al di fuori del major parigino.

Tra le altre cose, il duello tra Monfils e Berrettini mette di fronte due tennisti le cui compagne sono di nazionalità diversa. Il francese, infatti, è sposato dal 16 luglio 2021 con l’ucraina Elina Svitolina, mentre l’italiano è innamorato di Ajla Tomljanovic – nata a Zagabria ma cittadina australiana – dal 2019.

Sarà una partita tutt’altro che facile per Berrettini. Monfils è un avversario ostico per chiunque e ha, tra le sue caratteristiche, alcuni momenti di lucida follia in cui gli riesce qualunque cosa. Matteo dovrà essere bravo ad arginare queste situazioni e a prendere il sopravvento nelle poche occasioni che avrà a disposizione. Difficile, infatti, che si verifichi una pioggia di palle break: fondamentale sarà la concretezza. E, perché no, anche la voglia di chiudere finalmente un cerchio per tracciarne uno nuovo, iniziando a guardare verso nuovi orizzonti.

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