Mariano Puerta confessa: “Ho mentito sul doping”

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Mariano Puerta confessa: “Ho mentito sul doping”

A 15 anni dalla positività all’antidoping durante il Roland Garros, Mariano Puerta ammette a ‘La Nacion’: “Sono stato irresponsabile. Ma non ho avuto alcun vantaggio, non voglio essere considerato come un imbroglione”

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. In questa prima parte, l’intervista esclusiva di Sebastian Torok con Mariano Puerta. Nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager dello stesso Puerta


Mariano Puerta risultò positivo all’antidoping nella finale del Roland Garros 2005, dopo aver perso contro lo spagnolo Rafael Nadal, diventando il caso di doping più scandaloso nella storia degli sport argentini dopo Diego Maradona ai Mondiali di USA ‘94. 15 anni dopo il processo e la sanzione, l’ex tennista ha rivelato a “La Naciòn” che la teoria usata nel suo appello per ridurre la pena era “una bugia”, ma la sua nuova spiegazione, lungi dal chiarire lo scenario, genera più controversie e ipotesi in una storia per nulla trasparente. Il quotidiano argentino ha contattato tre delle persone più influenti del suo team in quel momento (l’allenatore Andrés Schneiter, il preparatore atletico Darío Lecman e l’allora manager Jorge Brasero), e le loro versioni differiscono da quelle di Puerta.

Puerta è nato in una località della provincia di Cordoba di 62.000 abitanti, San Francisco, nel settembre 1978. Mancino e maratoneta nel gioco, era un talento eccezionale della “Legione”, un gruppo di tennisti argentini nati tra il 1975 e il 1982 che, dal 2000, si era distinto nel circuito rendendo il tennis popolare nel Paese per la prima volta dai tempi di Guillermo Vilas e Batata Clerc. Quella ‘cucciolata’ di giocatori aveva un conto in sospeso: la Coppa Davis. E un lato oscuro: i casi di doping. In totale si registrarono sette casi di positivi, e Puerta fu coinvolto in due di essi. È il primo recidivo nella storia del tennis.

 

Il 5 giugno 2005, Puerta giocò la finale del Roland Garros e perse 6-7(6) 6-3 6-1 7-5, in quella che sarebbe stata la prima delle dodici vittorie di Nadal a Parigi. 48 ore dopo aver lasciato il Bois de Boulogne, tornato a Buenos Aires, andò con la sua famiglia in un ristorante a Costanera e i presenti, dai cuochi ai commensali di turno, lo applaudirono in piedi. Solo quattro mesi dopo, quando si rese noto pubblicamente che era risultato positivo al doping in quella finale del Grande Slam, Puerta disse che si sentiva osservato, giudicato e trattato come un “imbroglione”.

Puerta entrò nella Top 10 il 9 agosto 2005, un privilegio per pochi. Ma tra il ragazzo formato dal padre, Rubén, e quello che smise di passare inosservato sotto occhi stranieri e dovette camminare con la security per i corridoi del Roland Garros nella prima settimana di giugno 2005, intercorse una carriera sconnessa e instabile, fra grandi istantanee e varie tempeste. Fra queste ultime, un intervento chirurgico al polso nel 2001, un rapido ritorno e la depressione; un primo caso di doping, nel 2003, e nove mesi di sospensione per aver consumato un farmaco per l’asma con clenbuterolo, una sostanza proibita considerata “anabolizzante”. Fra le prime, invece, tre titoli ATP e una performance magnifica nel tie di Coppa Davis contro l’Australia a Sydney nel 2005. Soprattutto, però, ci fu quel secondo caso di doping, nella finale contro Nadal, per etilefrina, che produsse ammende economiche e sportive. Ricevette una pena di otto anni ridotta a due (quando è stato stabilito che la quantità che aveva nel suo corpo era 50 volte inferiore a quello di cui avrebbe avuto bisogno per avere un effetto sulla sua prestazione) e dovette restituire i premi in denaro guadagnati per quel semestre, circa 887.000 dollari USA.

Nella sua deposizione davanti ai diversi tribunali (e in seguito davanti ai media), Puerta spiegò che, pochi minuti prima della finale a Parigi, si era seduto nel ristorante dei giocatori insieme all’attrice Sol Estevanez, che poi divenne sua moglie, per poi andare a cambiarsi per giocare la finale. Durante quel periodo, sua moglie beve dell’acqua con alcune gocce di Effortil, un farmaco usato per i dolori mestruali che contiene etilefrina. Poi, mentre la donna si era recata al bagno, Puerta tornò al tavolo e versò dell’acqua da una bottiglia che portava con sé nello stesso bicchiere. Ed è così che, secondo lui, gli entrò in corpo la sostanza in questione, prescritta per trattare la bassa pressione sanguigna ma che ha anche l’effetto di essere un potente stimolante cardiorespiratorio e, per questo motivo, è inclusa nell’elenco delle sostanze proibite.


L’INTERVISTA COMPLETA A PUERTA

Un decennio e mezzo dopo il fatto, Puerta ha confermato che la spiegazione data era falsa e che si trattò di una strategia dei suoi rappresentanti legali, guidata dal compianto Eduardo Moliné O’Connor, ex-vicepresidente della Corte suprema di giustizia, dirigente dell’Associazione argentina di tennis, membro dell’International Tennis Federation e del tribunale arbitrale per lo sport (TAS), tra il 1998 e il 2006.

Undici anni dopo aver dichiarato bancarotta in un tribunale di Buenos Aires, Puerta si è trasferito dal 2014 negli Stati Uniti, dove afferma di essere stato in grado di rialzarsi “finanziariamente”, dividendo le sue giornate tra l’insegnamento del tennis e l’attività nel settore immobiliare, e ha deciso di raccontare una versione sconosciuta. E la sua storia inizia riconoscendo che quella dichiarazione resa davanti al TAS, a Losanna, sul bicchiere della sua (ex) moglie, fu “una bugia” e che fu “irresponsabile” nell’uso delle sue vitamine. La spiegazione che abbiamo usato allora come strategia era una bugia. Ma non ho avuto un vantaggio sportivo e non voglio essere considerato come un imbroglione, ha detto l’ex tennista da Miami, dove ora risiede.

La nuova spiegazione di Puerta sul motivo che avrebbe finito per causare il test positivo al Roland Garros inizia nel dicembre 2004, quando terminò la stagione vincendo il Guadalajara Challenger e chiuse al 133° posto del ranking mondiale.

“Finii il torneo a Guadalajara e cominciai le vacanze viaggiando da lì con mia moglie a Puerto Vallarta – narra Puerta. – Poi andammo a Miami e prima di tornare andai in un locale GNC [General Nutrition Centers; un’azienda di integratori alimentari, ndr] per acquistare le vitamine da usare durante l’anno, come di consueto. Arrivai a Buenos Aires per la pre-season. Prima di andare a un challenger in Cile, dissi a Darío [Lecman, ndr]: ‘Ho dimenticato di comprare o non riesco a trovare la bottiglia di caffeina e ginseng’. Lui mi disse che aveva un amico che lavorava in un laboratorio, al quale poteva chiedere di farle, dato che rimaneva oltre l’orario di lavoro e ci risultava più economico. Dissi di sì e mi sembrava tutto normale. Prima del viaggio in Cile prendo quella bottiglia e parto per iniziare l’anno. Era una pillola che non usavo sempre, dipendeva da come mi sentivo. Se stavo bene e giocavo contro qualcuno che mi dava un po’ di tempo nello scambio, non la prendevo. Non era la stessa cosa giocare contro Agassi o contro Corretja. Contro Agassi mentre stavo terminando il mio swing, ricevevo di nuovo la palla. Contro Corretja avevo più tempo, perché colpiva la pallina in fase discendente”.

Quando Lecman ti ha informato che aveva un amico che produceva integratori vitaminici, ti sei fidato?
Sì, mi fidavo al cento per cento.

Ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, Lecman tornò a Buenos Aires poco prima del torneo sostenendo di aver avuto un problema personale, ma si scoprì che l’aveva fatto per eludere un controllo antidoping dopo che un funzionario l’aveva convocato per prelevare un campione. Nonostante ciò, ti fidavi sempre di lui?
Sì, ho sempre avuto fiducia in lui e riponevo una fiducia cieca nella mia squadra. Non avrei mai pensato che potesse qualcosa che mi avrebbe compromesso, perché tutto ciò che fosse risultato nocivo per me sarebbe stato nocivo anche per lui. Non si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Dunque, inizio a gareggiare. Perdo la finale a Buenos Aires e mi fanno un primo controllo antidoping. Arrivo in semifinale ad Acapulco ed ecco un altro controllo. Vinco a Casablanca e mi convocano per un altro controllo. Gioco un grande torneo a Montecarlo e mi controllano. Ad Amburgo ancora un altro controllo antidoping. Decido di dormire a Parigi il mercoledì prima dell’inizio del torneo. Avevo un gioco molto solido, dato che avevo vinto buone partite nel corso della stagione di terra battuta. Siamo andati con anticipo a Parigi. Partecipo al Roland Garros essendo, credo numero N.35 del mondo [37, ndr] e non avevo quella posizione di classifica da anni. Ero tornato! Dopo quello che avevo vissuto, potevo fare qualcosa di proposito? Impossibile!

Dopo il Roland Garros sei tornato a Buenos Aires e pochi giorni dopo sei tornato a viaggiare e competere. Ancora non avevi ricevuto nessuna notizia del doping?
Nulla! I tornei e i controlli si succedevano e niente. Andai in Australia per disputare la Davis, volai in Olanda per giocare ad Amersfoort, poi Kitzbühel, Sopot, Montreal, Cincinnati e tornai alla fine a Buenos Aires. Mi riposai qualche giorno, mi allenai, decisi di rompere con Schneiter e assumere Guillermo Pérez Roldán. Ero N.9 ATP. Firmai un precontratto milionario con Lotto. Era tutto perfetto con mia moglie e la famiglia. Parlai con il “Gringo” [Schneiter], con Guillermo, e chiudemmo, ma il venerdì di quella settimana [NdR: 8/19] mi chiamò mia madre per dirmi: ‘Hai tante lettere, vuoi che te le mandi?’ Risposi: ‘Sì mamma, mandamele’. Quando ricevetti le lettere, scesi le scale, cominciai ad aprirle, finché non ne vidi una un po’ strana. E quando la aprii… la mia pressione si abbassò di colpo. Cos’è questo!? Presi l’ascensore, entrai nell’appartamento con mia moglie che si stava preparando perché stavamo per partire. Mancavano solo pochi giorni all’inizio del torneo di New York. La lettera diceva che ero risultato positivo al Roland Garros. È stata una grande sorpresa e ha cambiato di nuovo la mia vita. Non avevo idea di cosa stessero parlando. Da lì è stato il caos. Non potevo più sbagliare perché ero recidivo. È iniziato un processo per scoprire da dove proveniva quella sostanza. Dovevo andare agli US Open, il mio manager chiamò Guillermo per informarlo. Gli avevamo dato la possibilità di non partecipare, ma è rimasto con me fino all’ultimo torneo di quell’anno. Caos!

Segue a pagina 2: le pillole contaminate, la strategia difensiva, la squalifica

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Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

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Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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