Novak Djokovic e il vaccino obbligatorio: "Inaccettabile"

Interviste

Novak Djokovic e il vaccino obbligatorio: “Inaccettabile”

Il serbo ha parlato con il New York Times dei motivi che lo hanno spinto a partecipare allo US Open e delle polemiche degli ultimi mesi. L’Adria Tour, l’assenza di Federer e Nadal e il coronavirus

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Novak Djokovic - US Open 2018 (foto Art Seitz)

Qui il link all’articolo originale. Il New York Times ha un paywall, ma con la creazione di un profilo si possono leggere alcuni articoli gratuitamente


Completato il volo transatlantico, Novak Djokovic era seduto sul divano di una spaziosa casa che ha affittato vicino a New York, immersa nel verde e lontana dalla confusione della città – questa è una delle concessioni che ha ottenuto al termine delle trattative con la USTA. Djokovic si era appena messo una camicia dopo essersi abbronzato per un po’ sulla terrazza.

“Trovarsi in questo tipo di ambiente, sereno e verde, è una benedizione”, ha detto il serbo durante un’intervista su Zoom. “E ne sono grato, perché ho visto l’albergo dove risiederà la maggior parte dei giocatori. Non voglio sembrare arrogante o cose del genere, e so che la USTA ha fatto del suo meglio per garantire gli alloggi e organizzare le bolle cosicché i giocatori potessero effettivamente venire qui e competere, ma per molti di loro è dura non poter aprire le finestre ed essere confinati ad una piccola stanza d’albergo.

 

Organizzare lo US Open durante la pandemia di coronavirus è stato un percorso accidentato e tortuoso. Le pretese e le lamentele di Djokovic – pubbliche e private – non hanno reso la vita più facile per la USTA. Ma a differenza di molte altre star del gioco, fra cui Rafael Nadal e Roger Federer, Djokovic si è effettivamente presentato ai nastri di partenza al termine di questa lunga e inaspettata pausa del tennis mondiale. È ancora N.1 ATP e il suo record nel 2020 è un perfetto 18-0, lo stesso che aveva quando il tour si è fermato a marzo per la pandemia.

Eppure, durante l’interruzione forzata della stagione il suo ruolo non è proprio stato quello del vincitore. Ha generato polemiche mettendo in dubbio l’efficacia dei vaccini e affermando che l’acqua può essere influenzata dalle emozioni umane. Inoltre, ha intaccato la sua credibilità (e il suo brand) organizzando a giugno l’Adria Tour, una serie di esibizioni di beneficenza in Serbia e Croazia che aveva delle serie mancanze in termini di distanziamento sociale e decoro, causando così un cluster di casi di Covid-19. La manifestazione è stata cancellata dopo la seconda tappa, e molti giocatori di alto profilo e membri dei loro staff sono risultati positivi al tampone.

Djokovic e sua moglie Jelena erano fra loro, e hanno fatto isolamento per due settimane con i giovani figli nella loro città natale di Belgrado, Serbia. “Abbiamo cercato di fare qualcosa con le giuste intenzioni”, ha detto Djokovic dell’Adria Tour. “Certo, ci sono alcuni passaggi che si sarebbero potuti svolgere diversamente, ma dovrò sentirmi incolpare a vita per un errore? OK, se deve andare così va bene, lo accetterò, perché è l’unica cosa che possa fare. Dimmi tu se sia giusto o meno nei miei confronti, ma io so che le mie intenzioni erano giuste e corrette, e se potessi organizzare di nuovo l’Adria Tour, lo farei.

Djokovic ha mostrato molte emozioni diverse durante l’intervista di questa settimana, passando da un atteggiamento di scusa ad uno di sfida, e ha detto di aver utilizzato la lunga pausa per rendere più profonde la connessione con la sua famiglia e la comprensione di questioni riguardanti l’ecologia e la salute. “Credo che questa sia una fase di grande trasformazione per il nostro pianeta e per tutti noi, e credo che forse sia l’ultimo campanello d’allarme a nostra disposizione, l’ultima chance”, ha detto.

Il campione ha affermato che i suoi sintomi sono stati lievi, e che sono durati quattro o cinque giorni. Ha dichiarato di non aver avuto febbre ma di aver avvertito un senso di debolezza; ha anche avuto una parziale perdita dell’olfatto e del gusto, e quando ha ricominciato ad allenarsi c’è stata una perdita in termini di resistenza. Djokovic, che predilige una dieta a base di piante e l’uso di cure naturali quando possibile, ha detto di aver tenuto d’occhio le proprie condizioni molto attentamente, cercando in particolare di individuare effetti del virus a lungo termini, una questione ampiamente dibattuta.

Ho fatto una TAC al torace, ed è tutto a posto. Ho anche fatto diversi tamponi prima di venire a New York da quando sono risultato negativo la prima volta”, ha detto. “Ho fatto gli esami del sangue, delle urine, delle feci, tutto ciò che si poteva fare. Farei della prevenzione in ogni caso, ovviamente, ma ora più che mai, perché non abbiamo un’idea precisa di cosa stiamo affrontando”.

Novak Djokovic – Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Djokovic, che è venuto a New York senza la famiglia, è atterrato sabato, così da “abituarsi” alle insolite restrizioni del torneo e così da “essere a posto quando arriverà il momento di giocare”. Esordirà al Western & Southern Open, evento combined spostato dalla consueta sede appena fuori Cincinnati a quella dello US Open, di modo da creare una bolla di due tornei. Giocherà in singolare e in doppio, facendo squadra con il suo connazionale Filip Krajinovic – il suo primo match sarà domenica o lunedì. Entrambi i tornei saranno giocati a porte chiuse allo USTA Billie Jean King National Tennis Center nel Queens, dove i giocatori e il loro staff di supporto dovranno essere testati regolarmente e non potranno spostarsi dai rispettivi alloggi o dalla sede del torneo senza il permesso dell’organizzazione.

Sono stato molto vicino a non venire, ha detto Djokovic, che ha dichiarato di aver deciso di volare a New York a meno di una settimana dal suo arrivo, e solo dopo che i giocatori avevano ricevuto la garanzia dai governi europei che non avrebbero dovuto fare la quarantena una volta tornati in Europa dallo US Open.

“C’era tanta incertezza”, ha detto. “E ancora adesso ci sono molte cose che non sono chiare”. Ha poi aggiunto: “Voglio giocare, è il motivo per cui sono qui. Personalmente, non ho paura di trovarmi in una situazione pericolosa per la mia salute. Se ne avessi, con ogni probabilità non sarei qui. Sono cauto, ovviamente, devo essere responsabile e rispettare le regole e le restrizioni come tutti gli altri, ma delle cose sono imprevedibili. Può succedere qualunque cosa sia in campo che fuori”.

Djokovic ha affermato che l’esperienza con il coronavirus non gli ha fatto cambiare idea sui vaccini. Ha detto che si troverebbe a dover prendere una decisione difficile se un potenziale vaccino anti-Covid venisse reso obbligatorio per continuare a competere nel circuito.

“Ho visto che i media internazionali hanno un po’ decontestualizzato le mie parole, scrivendo che sono contro qualunque tipo di vaccino”, ha affermato. Il mio problema con i vaccini è l’idea di essere costretto a introdurre qualcosa nel mio corpo. È una cosa che non voglio, per me è inaccettabile. Non sono contrario a qualunque tipo di vaccino, anche perché chi sono io per parlarne quando ci sono persone specializzate in questo campo che hanno salvato delle vite in tutto il mondo? Sono sicuro che ci siano dei vaccini con pochi effetti collaterali che hanno aiutato le persone e contribuito a fermare la diffusione di alcune infezioni”.

Tuttavia, Djokovic si è detto preoccupato per un eventuale vaccino per il coronavirus: “Come possiamo aspettarci di risolvere il problema quando il virus, da quello che capisco, muta regolarmente?”

Il serbo ha detto che la dirigenza della USTA inizialmente era restia all’idea di consentire ai giocatori di affittare delle abitazioni private durante lo US Open. Dopo un po’ gli organizzatori hanno ceduto, ma hanno imposto delle norme severe. Djokovic dovrà pagare non solo per l’affitto, ma anche per la security 24/7 approvata e monitorata dalla USTA; il compito del servizio di sicurezza, infatti, sarà anche di far rispettare gli stessi protocolli imposti agli altri giocatori – in questa situazione l’organizzazione del torneo non si fiderà ciecamente dei giocatori. “Per me è fondamentale aver investito i miei soldi in questo modo, perché mi aiuterà a sentirmi meglio”, ha detto Djokovic. Potrò recuperare meglio e passare un po’ di tempo all’aria aperta anche quando non sarò alle partite”.

È venuto a New York con il massimo consentito di membri del team, vale a dire tre, un’altra concessione che ha ottenuto dalla USTA, che inizialmente voleva ridurre il numero a uno. Fra i coinquilini di Nole c’è Goran Ivanisevic, l’ex-campione di Wimbledon che fa parte dell’équipe del serbo e che ha a sua volta contratto il coronavirus durante l’Adria Tour, come successo ad altri giocatori e ad altri coach. Per chi stava seguendo da lontano, le conseguenze della manifestazione parevano logiche, vista la mancanza di norme di sicurezza: era consentito l’ingresso ai tifosi; le mascherine erano consigliate ma non obbligatorie; i giocatori si sono abbracciati e dati il cinque, e hanno perfino ballato il limbo a stretto contatto in una discoteca di Belgrado.    

“Sono d’accordo, in discoteca le cose si sarebbero potute svolgere diversamente, ha detto Djokovic. “La serata è stata organizzata dagli sponsor, hanno invitato loro i giocatori. Noi ci sentivamo a nostro agio, l’evento era stato un successo ed eravamo tutti molto felici”.

Djokovic ha detto che l’Adria Tour, concepito per aiutare i giocatori di bassa classifica provenienti dai Paesi della ex-Jugoslavia, è stato organizzato in cooperazione con i governi nazionali e con le Federtennis. In quel momento, sia in Serbia che in Croazia i numeri erano bassi, e c’erano poche restrizioni. “Abbiamo fatto tutto quello che ci hanno chiesto, e abbiamo rispettato le regole sin dal primo giorno, ha detto Djokovic, che però ha capito in fretta che la percezione dall’estero era molto diversa. “Quando un americano o un australiano guardavano ciò che stava accadendo in Serbia, dicevano cose tipo, ‘Oddio, ma siete matti? Cosa stanno facendo queste persone?’”, ha detto. “Davvero, lo capisco”.

Ci sono state critiche anche in Croazia, soprattutto per la gestione dell’evento da parte della federazione locale. Ciononostante, Djokovic (che in accordo con sua moglie ha fatto grosse donazioni per la lotta al coronavirus in Serbia e in Italia) continua a sostenere che sia valsa la pena di organizzare l’Adria Tour per via delle risorse economiche che ha generato per la regione. “Ad essere onesti, non penso di aver fatto niente di male”, ha affermato. “Sono dispiaciuto per le persone che hanno preso il virus. Ma mi sento in colpa per tutti coloro che l’hanno contratto da lì in avanti in Serbia, in Croazia, e in tutta la regione? Ovviamente no. È una caccia alle streghe, onestamente. Come si può incolpare una sola persona per tutto?

Djokovic ha 33 anni, ma questo sarà il primo Slam su 61 della sua lunga e trionfale carriera senza i suoi più grandi rivali – né Nadal né Federer saranno presenti. Nadal, 34 anni e campione uscente dello US Open, ha scelto di dare la priorità alla stagione su terra battuta, che nel calendario riconfigurato dell’annata tennistica seguirà a stretto giro lo US Open. Federer, 39 anni, non ha in programma di giocare altri match nel 2020, dopo essersi operato due volte al ginocchio in pochi mesi. A New York, i Big Three saranno ridotti a uno.   

“È strano, perché quei due sono leggende del nostro sport, e la loro assenza si farà sentire, pubblico o non pubblico”, ha detto Djokovic. Allo stesso tempo, però, ha voluto rimarcare che il loro forfait (e quello di altri otto Top 100, fra cui il vincitore dello US Open del 2016, Stan Wawrinka) non sminuirà il valore del torneo, dato che “la stragrande maggioranza” dei top player sarà presente. Federer detiene il record maschile di Slam, a quota 20. Nadal ne ha 19. Djokovic ne ha 17 e ha dichiarato che “ovviamente” l’obiettivo del diciottesimo titolo è stato un fattore decisivo per la decisione di attraversare o meno l’Atlantico.

“Uno dei motivi per cui continuo a giocare a questo livello è che voglio raggiungere nuove vette nel mondo del tennis”, ha detto. Ha aggiunto che due record di Federer rimangono fra i suoi obiettivi principali, quello di Slam vinti e quello per il maggior numero di settimane (310) da primo in classifica – Djokovic è a 282 settimane, e potrebbe superare lo svizzero entro marzo.

Nole afferma di sentirsi pronto al termine della più lunga pausa della sua carriera, ma non può avere la certezza di esserlo davvero, e sarebbe stato contento di trattare per giocare lo US Open al meglio dei tre set invece che al meglio dei consueti cinque. “Forse è una conversazione che in futuro dovremmo avere, perché queste circostanza sono veramente insolite”, ha detto.

La sua presenza, per quanto difficile da ottenere, ha dato una grande spinta ad entrambi i tornei di New York. Ha vinto lo US Open tre volte, e ha portato a casa tre degli ultimi cinque Slam. L’assenza dei Big Three in toto avrebbe alimentato a dismisura i dibattiti sulla legittimità di questo Slam. “Non posso dire che sia la ragione principale per cui sono qui, ma è certamente una delle ragioni”, ha affermato. “Prima di tutto, devo pensare a me stesso, alla mia salute, alla mia condizione fisica, e se al mio team vada bene essere qui. Una volta accertati questi punti, ovviamente ho anche avvertito la responsabilità di venire in quanto top player. È importante che il nostro sport vada avanti.  

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Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Focus

“Sonego è migliorato tanto nel rovescio e nel servizio”

Il coach Gipo Arbino entusiasta dei progressi del torinese in partenza per l’Australian Open. Il sogno delle ATP Finals forse non è una chimera

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Con una preparazione invernale del tutto inedita (per durata) e a poche ore dalla prima conferenza stampa sulle ATP Finals torinesi che tanto sogna, Lorenzo Sonego è in partenza per l’Australia con molte certezze e con un bagaglio tecnico decisamente migliorato.

Forte di un finale di stagione strabiliante (primi ottavi in un major e la finale di Vienna condita dal successo sul numero 1 Djokovic), il tennista torinese ha sfruttato al meglio le settimane di preparazione in vista della nuova stagione: “Solitamente ne abbiamo tre a disposizione, questa volta, con lo slittamento degli Australian Open, otto abbondanti. Sono contento del lavoro che abbiamo svolto”, ci confida Lorenzo a margine dell’ultimo allenamento prima della partenza.

Ed è altrettanto contento il suo storico coach Gipo Arbino: “Abbiamo lavorato per perfezionare i suoi punti forti e per migliorare qualche situazione. Lorenzo ha potenziato ancora di più il suo servizio, sia migliorando la percentuale di prime palle, sia alzando la velocità in modo particolare della seconda, che adesso viaggia intorno ai 150-160 km/h. Sono poi molto soddisfatto anche del suo rovescio: è migliorato non solo sullo scambio, ma anche in risposta”.

 

Merito, secondo Gipo, anche di un lavoro mirato sul piano atletico e tecnico (con Fabio Nervi e con il video analyst Danilo Pizzorno) e di una qualità sempre alta degli allenamenti svolti. Sui campi del Circolo della Stampa Sporting Lorenzo ha infatti incrociato la racchetta nel corso degli ultimi due mesi con l’amico e spesso compagno di doppio Andrea Vavassori, Federico Gaio (ora anche lui di stanza a Torino agli ordini del direttore tecnico del circolo Fabio Colangelo) e Roberto Marcora (oggi 180 ATP). Sono passati dallo Sporting anche l’emergente Giulio Zeppieri, seguito da Piero Melaranci e da Umberto Rianna, e il classe ’98 Enrico Della Valle (444 ATP). Senza dimenticare la settimana trascorsa a Manacor, dove l’azzurro si è confrontato con il promettente finlandese Ruusuvuori, il talentuoso Felix Auger Aliassime e ovviamente il padrone di casa, Mr. 20 Slam Rafa Nadal.

Tra i vari sparring partner (come Marco Corino e Gianluca Bellezza) si è fatto notare Edoardo Zanada, uno dei cinque talenti piemontesi, premiati con la borsa di studio Torino Tennis Talents, che cercano di seguire la strada tracciata proprio da Lorenzo. Il progetto, realizzato da I Tennis Foundation, ha l’obiettivo infatti di sostenere e aiutare concretamente quei giovani talenti che non hanno alle spalle grandissimi successi da junior ma hanno tennis e determinazione a sufficienza per tentare la scalata al grande tennis. Che poi è quanto avvenuto con Sonego: “Io credo tantissimo in questo progetto perché Lorenzo non era un predestinato – spiega ancora Gipo Arbino, parte integrante dell’iniziativa – Era un ragazzino che si è presentato qui allo Sporting a fare una prova per entrare a giocare nella SAT.  Dalla sua c’era il vantaggio che giocando a calcio aveva un grande senso del rimbalzo e grandi capacità tecniche, quindi era evidentemente portato. Sono quindi convinto che la valorizzazione dei ragazzi in età giovanile dia più chance per tirare fuori dei giocatori”.

Il progetto, portato avanti dall’associazione di Simone Bongiovanni, consentirà ai cinque ragazzi (oltre a Zanada, anche Alessia Tagliente, Chiara Fornarsieri, Ludovico Madiai e Mario Alarcon) di poter disputare tornei fuori regione e anche fuori nazione: “È importantissimo avere un aiuto economico per poter girare e fare esperienze che ti servono veramente, perché anche se perdi al primo turno comunque ogni sconfitta ti insegna qualcosa – spiega Sonego, testimonial dell’iniziativa – Per me ogni partita è un insegnamento. Lo dico sempre a Gipo: io o vinco o imparo, perché da ogni sconfitta ho imparato le cose più importanti del tennis. Non conta l’età in cui arrivi o cosa succede durante il percorso. È fondamentale applicarsi e dare tutto quello che hai, sia dentro che fuori dal campo, perché poi il campo è importante, ma sono le piccole cose che fanno la differenza ogni volta che sali di gradino e giochi ad un livello superiore. Un consiglio che mi sento di dare oggi a questi ragazzi è che nonostante l’età bisogna crederci sempre, continuare a lavorare e inseguire il proprio sogno, ma con assoluta serenità e passione”.

Impossibile non fare un accenno con Lorenzo al torneo dei Maestri, nella sua città dal prossimo 14 novembre: “Le ATP Finals sono con gli Slam il torneo più importante del mondo. Appena ho saputo la notizia che Torino avrebbe ospitato cinque edizioni, ho pensato che un giorno mi piacerebbe riuscire a qualificarmi. È un sogno, che vorrei raggiungere, perché giocare in casa sarebbe un’emozione fantastica. Ho visto da spettatore una volta quelle di Londra e sono sicuro che Torino saprà fare altrettanto bene”.

Per raggiungerlo o quantomeno mettersi nelle condizioni di rendere la rincorsa meno proibitiva, servirebbe partire subito forte in questo inizio di 2021, anche se Lorenzo ha dimostrato di giocare bene su tutte le superfici e quindi di poter far punti nel corso dell’intera stagione. Guarda caso lo Slam australiano è proprio il torneo in cui Lorenzo nel 2018 ha fatto il suo primo grande exploit, qualificandosi nel main draw da numero 219 (sconfiggendo tra gli altri Tomic) e superando il primo turno con il successo in quattro set su Robin Haase, all’epoca 43 ATP. Nell’edizione 2020 Lorenzo era stato invece stoppato all’esordio da Nick Kyrgios in tre set, ma con due di questi finiti al tie-break.

Nelle due settimane di quarantena, Sonego si allenerà con Dusan Lajovic (oggi 26esimo giocatore del pianeta ma già top 20), proprio il primo dei quattro tennisti che ha sconfitto durante la splendida settimana viennese dello scorso ottobre.

Insomma, tanti buoni auspici per un ragazzo che, tra vittorie sull’erba (Antalya 2019) e scalpi prestigiosi, ha tutte le intenzioni di continuare a stupire.

Matteo Musso

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Giornata no per Berrettini tra campo e “politica”

Sconfitto da Bublik nei quarti di Antalya sprecando non poco, Matteo è molto critico con Tennis Australia per la controversa querelle della “doppia bolla”

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Matteo Berrettini - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Matteo Berrettini è corrucciato mentre risponde alle domande dei giornalisti in conferenza stampa ad Antalya. Da pochi minuti ha ceduto ad Alexander Bublik il pass per le semifinali del 250 turco: la prima sconfitta dell’anno fa sempre un po’ fatica ad andare giù, soprattutto se le occasioni per evitarla sono state parecchie. “Ho disputato un buon primo set, ho anche avuto due palle per il doppio break, ma ho giocato un brutto game sul cinque a quattro, quando avrei dovuto chiudere. Perso il tie break sono sceso, soprattutto a livello di energie mentali. Lui ha alzato il livello, anche al servizio. È andata così“.

Il kazako d’importazione è tennista notoriamente insondabile, non disabituato a cambiare marcia quando sembra impantanato nelle sabbie mobili, e viceversa. “Però l’ho visto centrato, di solito non esserlo con costanza è il suo problema principale – continua Matteo -. Oggi Sasha è migliorato con il passare del match; le tante palle corte che nel primo set non gli riuscivano si sono trasformate in vincenti quando ha iniziato a definire meglio la tattica per giocarle. Lo sanno tutti, è un giocatore pericoloso con un gran servizio, quando è di luna buona può mettere in difficoltà chiunque“. Il primo grande obiettivo stagionale è comunque previsto qualche settimana più in là, quindi non è il caso di crucciarsi troppo. “Ho bisogno di mettere partite nelle gambe, di competere. La sconfitta che oggi fa male, si rivelerà un utile esercizio nei prossimi giorni“.

E nelle prossime ore occorrerà imballare i bagagli, perché la trasferta australiana incombe. “Andrò a Dubai e da lì, il quattordici, volo per l’Australia. Ancora non ho deciso se partire subito e trascorrere nell’Emirato un paio di giorni oppure farci solo scalo, fermandomi qui in Turchia fino a giovedì. Stiamo valutando il da farsi in questi minuti“. Se le modalità della partenza sono ancora incerte, l’approdo sicuro sarà Melbourne, nella “bolla grande”. Le modalità – e le tempistiche – scelte da Tennis Australia per gestire l’isolamento dei tennisti dopo il pasticciaccio del Westin Hotel non sembrano trovare il gradimento di Matteo. “Nulla contro i colleghi che andranno ad Adelaide, dopotutto gli organizzatori hanno garantito per loro e per noi le stesse possibilità di allenarsi, ma un altro sconvolgimento del programma a pochi giorni dalla partenza avrebbero potuto risparmiarselo. Credo che l’intera situazione non sia stata gestita nel modo migliore“.

 

Per Berrettini – che si allenerà nella prima settimana con Felix Auger-Aliassime per poi unirsi nella seconda al “contingente” Medvedev-Bautista – la trasferta australiana non significherà solo Happy Slam. “L’ATP Cup (in programma a Melbourne Park dal primo al cinque febbraio, NdR) è un appuntamento a cui tengo molto. Si gioca per il team, finalmente davanti al pubblico. Ma la gran parte dei miei pensieri è indirizzata altrove“. Facile capire dove.

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