Djokovic: "Le regole non sono quelle che ci avevano detto"

Focus

Djokovic: “Le regole non sono quelle che ci avevano detto”

Il numero uno del mondo durante il media day del Western & Southern Open: “Strano non avere Roger e Rafa qui”. Parlano anche Medvedev, Thiem e Serena

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Dalle prime reazioni dei giocatori dopo alcuni giorni nella bolla una cosa sembra chiara: gli sforzi della USTA per creare un ambiente confortevole anche con tutte le restrizioni dovute alla pandemia hanno dato i risultati sperati. Tutti coloro che sono stati interpellati durante il Media Day di venerdì a proposito della situazione logistica all’interno della bolla hanno promosso la sistemazione del Marriott hotel di Long Island a pieni voti.

Ci sono tantissime attività – ha spiegato Coco Gauff – pensavo che avrei dovuto passare due settimane chiusa in camera a guardare Netflix, ma non è per nulla così: ci sono giochi all’aperto [a Flushing Meadows], basket, la piscina, calcio, paddle tennis, un mini-golf a nove buche. Poi all’albergo c’è la PS4, ping-pong, i giochi da sala giochi. C’è anche una macchina per il karaoke ma non credo che sarà molto popolare, non so quanti vorranno mettersi a cantare davanti a tutti gli altri”.

Anche Andy Murray, certamente più esperto e scafato della teenager americana ha dato un voto positivo alla situazione logistica: “Inizialmente ero un po’ preoccupato per la situazione dell’alloggio, ma quando sono arrivato i miei dubbi sono spariti. La Plaza qui è bellissima, poi nell’albergo ci sono tante opportunità di svago e hanno, ogni sera ci sono i venditori di cibo ambulanti, possiamo farci consegnare piatti pronti [sembra che sia possibile ordinare gratuitamente da tutto il catalogo di Uber Eats, n.d.r.], e le stanze sono più che accettabili”.

Stefanos Tsitsipas aveva avuto anche lui più di un dubbio, considerando gli Stati Uniti come un luogo poco sicuro: “Poi però parlando con gli altri giocatori prima e infine arrivando qui mi sono convinto del contrario. Mi sono detto che se l’ATP e la USTA pensano che sia sicuro per noi giocare, probabilmente ne sanno più di me”. Come gli altri giocatori teste di serie, Tsitsipas è stato dotato di una suite personale sull’Arthur Ashe, di fianco a quella di Naomi Osaka, che dall’altro lato ha come “vicino” anche Denis Shapovalov. “Poi vedo sempre Zverev dall’altra parte dello stadio, che passa la maggior parte del tempo senza maglietta” ha confermato la giocatrice nipponica.

 
Andy Murray – The battle of Brits (via Twitter, @the_LTA)

Naturalmente alcuni hanno deciso di non alloggiare in albergo, ma di affittare una casa privata, per la quale hanno anche dovuto pagare la sicurezza privata 24 ore al giorno che controlla tutti i movimenti degli occupanti. “Ho considerato l’ipotesi di stare in una casa privata – ha detto Murray – ma il costo era astronomico, quindi ho ripiegato sull’albergo”. Stando a quanto fatto sapere dalla USTA nei primi giorni, il costo si aggirava intorno ai 40.000 dollari, cui bisogna aggiungere la spesa per la sicurezza ed altri extra incidentali come eventuali pulizie o cibo, arrivando quindi abbastanza vicini al premio per gli sconfitti al primo turno in singolare.

Non ho mai considerato altra soluzione se non la casa privata – ha spiegato il n.1 al mondo Novak Djokovic – si tratta sicuramente di un investimento, ma è un’opzione a disposizione di tutti i giocatori ed io ho scelto di avvalermene”. Forse non tutti i suoi colleghi la pensano allo stesso modo, ma Djokovic ha comunque detto di ritenersi fortunato a potersi permettere questa spesa.

Il giornalista di Sports Illustrated Jon Wertheim ha riportato che sono solamente tre i giocatori dell’ATP che hanno optato per l’abitazione privata invece dell’albergo, mentre tra le donne l’unica certa è Serena Williams: “Siccome ho avuto problemi di salute, la casa privata è certamente la soluzione migliore – ha affermato l’americana – in questo modo posso controllare meglio chi è più vicino a me, non c’è il servizio di pulizia, per cui mi sento più tranquilla”. Serena sembra aver preso molto sul serio la prevenzione al contagio da COVID-19: indossa sempre maschera e occhiali protettivi, e prende integratori vitaminici per rafforzare il suo sistema immunitario: “Visti i miei problemi di salute pregressi non voglio ammalarmi, e se mi ammalo, voglio che l’infezione avvenga con la forma più benigna, quindi assumo regolarmente vitamine che mi assicurano che se dovessi ammalarmi l’infezione sarà quella meno dannosa”. È proprio vero che non si finisce mai di imparare!

Uno dei temi più caldi affrontati dai giocatori dell’ATP è stato quello dell’esclusione dal Western& Southern Open di Guido Pella e Hugo Dellien a causa della positività del loro preparatore fisico Juan Manuel Galavan. Daniil Medvedev si è domandato per quale motivo non sia stato possibile fare un altro test a Galavan per assicurarsi se la sua positività non fosse solo un errore del test, ignorando però che il test positivo è stato il secondo dei due amministrati durante il processo di check-in. Murray ha spiegato come la regola non sia stata applicata nello stesso modo nel quale era stata comunicata ai giocatori: “Tutti noi avevamo capito che l’esclusione dal torneo sarebbe avvenuta solamente se si fosse verificata una positività di un membro del team con il quale si divide la stanza. Infatti molti hanno detto che se avessero saputo che la regola era diversa probabilmente avrebbero portato meno persone con loro per diminuire il rischio”.

Daniil Medvedev – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La decisione di considerare anche la lunghezza dell’esposizione prima dell’ingresso nella bolla è dovuta al protocollo del Dipartimento della Salute della città di New York, cui la USTA deve necessariamente obbedire. “Ricordo la conference call che abbiamo avuto qualche settimana fa con il Capo Medico della USTA – ha riferito Djokovic – e alla specifica domanda era stato risposto che sarebbe successo esattamente l’opposto di quello che invece è accaduto a Pella e Dellien, i quali dovranno saltare Cincinnati e probabilmente anche lo US Open”.

Il serbo è stato molto duro con l’organizzazione, mettendo in risalto come ciò che è stato inserito nella liberatoria sia diverso da quello che era stato promesso: “La situazione è molto delicata, tutto cambia molto velocemente, non c’è nemmeno una regola su quanti casi positivi faranno sospendere il torneo”. In una intervista a Sports Illustrated, il Direttore del Torneo Stacey Allaster ha spiegato che non c’è un numero fisso ma che la valutazione sarà effettuata dal Dipartimento della Salute di New York in coordinazione con il Comitato Medico della USTA.

Nella giornata di giovedì si erano diffuse voci di una petizione fatta circolare da Djokovic per raccogliere firme al fine di chiedere la riammissione in tabellone per Pella e Dellien, ma Murray ha detto di non saperne nulla: “Mancava poco più di un giorno alle qualificazioni, era oggettivamente impossibile riuscire a fare qualcosa per cambiare la decisione“.

Djokovic, inoltre, ha anche dovuto spiegare i motivi che lo hanno spinto a decidere finalmente di partecipare allo US Open dopo aver per lungo tempo espresso grande perplessità: “Fino a una settimana prima di volare qui non sapevo se sarei venuto. Non ho cambiato idea dopo che Nadal ha comunicato la sua rinuncia: avevo deciso da mesi che sarei venuto se le condizioni si fossero sistemate al 100%, ma queste condizioni si sono allineate solamente molto tardi. I due fattori che mi hanno fatto dubitare erano la possibilità di essere esentati dalla quarantena al ritorno in Europa, così da poter giocare i tornei sulla terra subito dopo lo US Open, e la regola di squalifica automatica a seguito di un test positivo”.

È strano non avere Roger e Rafa qui – ha proseguito DjokovicMancheranno a tutti, non c’è dubbio, sono leggende del nostro sport. Ma a parte loro due e Wawrinka, gli altri ci sono tutti. Per cui non credo che si possa dire che questo torneo sarà significativamente diverso dagli altri e che l’eventuale vincitore del titolo si sarà aggiudicato un torneo di rango minore. So che alcuni stanno parlando di questo US Open in questi termini, ma non sono d’accordo”.

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

Pubblicato

il

By

Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.




 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

Continua a leggere

ATP

ATP Vienna: Berrettini avanza, le Finals sono una certezza

Ordinaria giornata di lavoro all’Erste Open per Matteo: Popyrin dà battaglia per un set

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - Vienna 2021 (Foto Felice Calabro’)
[3]M. Berrettini b [Q]A. Popyrin 7-6(3) 6-3

Se Sinner dovrebbe offrire una cena di pesce a Hurkacz, certo Berrettini almeno un caffettino lo potrebbe proporre allo scozzese, visto che oggi Matteo si è guadagnato la matematica certezza di staccare il biglietto per le Nitto ATP Finals, unico italiano della storia a fare il bis. Ma lasciando da parte la matematica che tanto ci appassionerà nelle prossime due/tre settimane andiamo a vedere cos’è successo in campo. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Una massima che in pratica si applica in tutti quei casi in cui due giocatori molto simili si incontrano allora 9 volte su 10 quello un po’ migliore tende a vincere. Certo, nei casi in cui coincidono la giornata ottima e la giornata mediocre, ma non è stato questo il caso e Berrettini ha portato a casa il match. 

Popyrin nel 2019 agli US Open aveva dato filo da torcere all’italiano prima di cedere in quarto set. Stasera, facendo le dovute proporzioni è successa un po’ la stessa cosa; il primo set si è mantenuto sui binari dell’equilibrio con Berrettini che ha fatto ampiamente il suo dovere sia sulla prima che sulla seconda, mentre l’Australiano, pur concedendo qualcosina in più della seconda, ha sbarrato la strada egregiamente con la prima. Insomma in una partita dominata dai servizi (come si vede anche dai dati) ha portato inevitabilmente il primo set al tie break. 

Un tie break nel quale entrambi i giocatori hanno accusato segni di nervosismo, con ben 4 minibreak nei primi 7 punti. Poi però Matteo ha ripreso il comando delle operazioni con l’uso intelligente di alcune palle sui piedi di Popyrin (molto intelligente l’uso dello slice lungolinea da parte del romano in alcune occasioni). In generale proprio la capacità di manovrare quando lo scambio si avviava e le combinazioni servizio e dritto non riuscivano a uccidere lo scambio è emersa con chiarezza la superiorità di Berrettini, come emerge dalle statistiche.

 

Il secondo set comincia così sulla falsariga del primo, con un Popyrin che perde un po’ di intensità al servizio, con Berrettini che arrivava più minacciosamente a palla break nel quarto game, nel quale però l’australiano riusciva in qualche modo a salvarsi. La sentenza era però nell’aria e veniva rimandata solo di un turno di servizio, chiuso da Matteo con sicurezza. Emblematico il punto che ha concesso il break a Berrettini, che grazie ad una velenosa risposta bloccata che finiva bassa sui piedi di Popyrin portava quest’ultimo all’errore e a consegnarsi ad una sconfitta in due set; sconfitta onorevole ma tutto sommato netta se consideriamo che l’avversario di Matteo non è riuscito in tutta la partita ad arrivare nemmeno a palla break. Nell’intervista post partita il tennista romano ha poi parlato ad ampio raggio, soprattutto in chiave Finals: 

Sono ovviamente contento e molto orgoglioso di essere il primo italiano ad arrivare per due volte alle Finals e a raggiungere questo risultato… Rispetto al 2019 ho un livello di consapevolezza diverso: allora era stata un risultato completamente inatteso ed è stata un’esperienza fantastica poter aver preso parte a quell’evento; oggi la situazione è diversa: ho raggiunto maggior maturità e consapevolezza dei miei mezzi e sono convinto di poter far parte dell’elite del tennis…Rispetto a quello che erano i miei obiettivi e le mie aspettative, devo dire che anche in considerazione di quanto si stato complicato il 2020 – sia sotto il profilo agonistico che sotto il profilo personale – non mi aspettavo di riuscire a tagliare il traguardo delle Finals con tanto anticipo e con questo margine: pensavo fosse un obiettivo raggiungibile ma il come è andato oltre le aspettative…Essere a Torino sarà una grande festa, con le Finals organizzate in Italia e un italiano a rappresentare il nostro paese nella crema del tennis mondiale…rispetto alle mie condizioni fisiche al momento mi sento bene; giocare indoor è sempre una cosa particolare, giocare aiuta a trovare il feeling giusto, per cui ascolterò il mio corpo e se non ci saranno problemi confermerò la mia schedule per la fine anno che prevede appunto Vienna, Bercy, le Finals e la Davis”.

Continua a leggere

ATP

ATP San Pietroburgo, passano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

Pubblicato

il

Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement