Sul ritiro dei fratelli Bryan: non potevano giocare uno contro l'altro e sono diventati un doppio da leggenda

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Sul ritiro dei fratelli Bryan: non potevano giocare uno contro l’altro e sono diventati un doppio da leggenda

Il New York Times ha omaggiato il duo più vincente di sempre, che qualche giorno prima dello US Open ha annunciato il ritiro. “Non volevamo salutare senza i tifosi”

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Bryan brothers, ATP Finals 2017 (foto di Alberto Pezzali Ubitennis)

Dopo la notizia del ritiro di Julia Goerges, che ha colto un po’ tutti di sorpresa, abbiamo deciso di ripescare la traduzione di un articolo del New York – che trovate qui in versione originale. Parla delle del ritiro di Bob e Mike Bryan, la coppia di doppio più vincente della storia del tennis, che ha deciso di lasciare il tennis senza concedersi la passerella dello US Open perché il torneo si è disputato senza tifosi: avrebbero voluto salutare il tennis di fronte a uno stadio pieno, ma non ci sono riusciti.


Da rive opposte ma ancora sulla stessa lunghezza d’onda, i gemelli Bob e Mike Bryan, il team di doppio maschile di maggior successo nella storia del tennis, si sono ritirati a 42 anni.

Entrambi sentiamo che è il momento giusto“, ha detto Mike Bryan, più anziano del fratello… di due minuti. “A questa età ci vuole tanto sacrificio per andare in campo e competere. Amiamo ancora giocare, ma non riusciamo più a preparare i nostri corpi per il tennis professionistico. Il recupero è molto più duro adesso. Ci sentivamo competitivi quest’anno, l’anno scorso, l’anno prima. Vogliamo dare l’addio adesso che possiamo ancora giocare del buon tennis“.

 

I Bryan, californiani esuberanti ed eccezionalmente disponibili coi fan, il cui marchio di fabbrica era l’esultanza “petto contro petto”, sono stati cresciuti anche sportivamente dai genitori, Wayne e Kathy, entrambi maestri di tennis, che li hanno formati per diventare campioni e ambasciatori del gioco. “Avevamo già allora un progetto“, ha detto Wayne Bryan in un’intervista telefonica.

I fratelli Bryan hanno vinto tanto durante i loro 22 anni di carriera professionale: 16 titoli del Grande Slam in 30 finali e un totale di 119 titoli di coppia – i due hanno praticamente sempre giocato insieme. Sono stati appaiati al N.1 per un totale di 438 settimane, e hanno terminato 10 stagioni in testa al ranking ATP di doppio.

Tutti questi sono record dell’Era Open, spesso con ampi margini. Forse ci sono stati doppisti migliori – John Newcombe, Roy Emerson e John McEnroe vanno certamente menzionati, poiché giocavano in epoche in cui il doppio aveva più valore e in cui le stelle del singolare lo giocavano – ma i Bryan hanno accorciato il divario fra le specialità grazie a un mix di carisma e longevità. Nessuna squadra maschile ha conseguito gli stessi risultati (né firmato più autografi); gli australiani Todd Woodbridge e Mark Woodforde occupano, ad una considerevole distanza, la seconda posizione a livello di titoli nell’era Open, con 11 Slam e 61 titoli ATP.

Al loro apice, tra il 2012 ed il 2013, i Bryan detenevano tutti e quattro i titoli dello Slam e la medaglia d’oro olimpica, spesso travolgendo gli avversari grazie alla loro energia positiva, alla connessione quasi telepatica in campo e a stili complementari. “Siamo stati praticamente inarrestabili durante quegli anni“, ha detto Bob durante una chiamata su Zoom. “Anche quando ci trovavamo sotto di un break continuavamo a sorridere; il nostro gioco non era mai intaccato da sensazioni negative“.

Hanno avuto diverse dispute fraterne nel corso degli anni: nel 2006, Bob ruppe la chitarra di Mike dopo una discussione tra i due a Wimbledon (vinsero comunque il titolo). Si sono tuttavia addolciti con l’allungarsi della carriera, in un’epoca in cui i progressi nella nutrizione, nell’allenamento e nel recupero hanno permesso a molte star del tennis di prolungare la propria carriera: basti pensare a Roger Federer, 39 anni, e Serena Williams, 38.

Bob, mancino, aveva il servizio più potente e un gioco più esplosivo. Mike, destro, era più continuo in risposta ed era provvisto di un gioco di volo solidissimo. Anche per conto proprio sapevano farsi valere: Bob ha vinto il titolo NCAA [campionato universitario americano, ndr] in singolare nel 1998 da sophomore [secondo anno] quando frequentavano la Stanford University, dove vinsero anche due titoli di coppia.

Bob e Mike Bryan – Montecarlo 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Ma insieme i gemelli trascendevano il gioco, ed erano anche più in pace con sé stessi. Nel singolare i paragoni fra i due erano inevitabili, e questo poteva generare tensione. Da junior, i loro genitori solitamente non permettevano loro di giocare l’uno contro l’altro nei tornei – se finivano contro, a turno si ritiravano e facevano passare l’altro. Ma quando giocavano in doppio diventavano un tutt’uno: trionfi e sconfitte erano sempre condivisi.

Molti ragazzi che giocano a tennis sognano di essere il numero uno al mondo nel singolare“, ha detto Wayne Bryan. “Ma con due gemelli identici, con lo stesso DNA, gli stessi genitori, lo stesso metodo di allenamento e lo stesso tennis club, le cose possono diventare parecchio competitive. Come puoi essere il numero uno al mondo se sei il numero due nella tua camera da letto? Per questo motivo non abbiamo mai voluto che giocassero né che competessero l’uno contro l’altro. Sono nati per giocare in doppio“.

Wayne Bryan è un ex-giocatore di punta della University of California di Santa Barbara, mentre Kathy Bryan è stata undicesima d’America. Entrambi facevano gli istruttori, ed erano fra i proprietari del Cabrillo Racquet Club di Camarillo, in California, che all’epoca disponeva di 17 campi da tennis e una sala fitness.

I ragazzi hanno iniziato presto, colpendo palloncini con le racchette il salotto all’età di due anni e vincendo il loro primo titolo di doppio a sei. All’età di otto anni, si erano già prefissati l’obiettivo di raggiungere la vetta del ranking, e avevano attaccato un post-it a riguardo sul frigorifero di casa.

Per certi versi ci si potrebbe chiedere: quale altra coppia avrebbe potuto diventare la migliore se non loro?” ha detto Kathy Bryan sul successo dei suoi figli. “Avevano un ambiente ideale per crescere: da una parte il nostro amore e dall’altra il fatto che vivessimo di tennis e avessimo esperienza nel gioco”. Ma Kathy Bryan sa bene che non era tutto così scontato. “Pensavamo, come potranno elevarsi al di sopra delle schiere di altri grandi giocatori che popolano il mondo del tennis?

I Bryan non avevano una televisione, di modo da incoraggiare i figli a concentrarsi sul tennis, sull’istruzione, e anche su un’altra passione di famiglia: la musica. I gemelli avrebbero infatti in seguito fondato anche la Bryan Brothers Band, suonando concerti tra un match e l’altro mentre viaggiavano per il mondo, con Bob alla tastiera e Mike alla batteria o alla chitarra.

A Stanford, quando furono assegnati a diversi dormitori come matricole, Bob mise un materasso sul pavimento della stanza di Mike in modo da poter dormire con il fratello. Per buona parte della loro vita adulta hanno condiviso un conto in banca. Si chiamano e mandano messaggi più volte al giorno anche se Bob risiede a Hallandale Beach in Florida con sua moglie Michelle e i tre figli piccoli, mentre Mike e sua moglie Nadia sono rimasti a Camarillo con il figlio nato da poco.

Siamo ancora migliori amici, e il nostro legame è più forte che mai“, ha detto Mike. “Potete immaginare quanto possa essere difficile fra fratelli andare d’accordo tutto il tempo. E invece siamo riusciti a resistere così a lungo pur sopportando situazioni di forte pressione e pur mangiando e trascorrendo ogni allenamento assieme. Per molte persone il rapporto si sarebbe inaridito, noi invece siamo stati bravi a tenere in piedi il nostro ‘matrimonio’. Qualche volta abbiamo avuto bisogno di farci consigliare in terapia, ma alla fine ha funzionato, e guardandoci alle spalle ciò che abbiamo fatto è qualcosa di cui andare orgogliosi, soprattutto perché siamo riusciti a farlo rimanendo sempre insieme”.

Bob Bryan e Mike Bryan – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Anche ritirarsi in coppia era importante. Il piano per il 2020 era quello di fare un tour d’addio, per poi smettere dopo lo US Open. La pandemia l’ha però mandato a rotoli, causando lo stop del tour per cinque mesi. I gemelli hanno giocato il World Team Tennis tra fine luglio e inizio agosto, ma quando è arrivata la conferma che lo US Open si sarebbe giocato a porte chiuse hanno deciso di ritirarsi invece di partecipare.

Non stavamo giocando quest’ultima stagione per ottenere punti o per fare soldi“, ha detto Bob. “Volevamo ringraziare tutti e goderci l’atmosfera per un’ultima volta. Il pubblico – è questo ciò che rende magico lo US Open per noi. Facciamo un plauso all’organizzazione di Flushing Meadows per essere riuscita ad organizzare il torneo nonostante le mille avversità, per essere riuscita a restituire il tennis ai tifosi in TV, e per aver dato ai giocatori l’opportunità di competere di nuovo e guadagnare soldi. Ma non era il modo in cui volevamo salutare”.

Una volta i Bryan pensavano che si sarebbero ritirati dopo aver vinto le Olimpiadi di Londra 2012, dove vinsero l’unico titolo importante che mancava nel loro palmarès, e hanno anche dovuto smettere improvvisamente di giocare insieme nel 2018, quando Bob si è infortunato gravemente all’anca e ha scelto di operarsi. Mike aveva continuato la stagione con Jack Sock, vincendo Wimbledon e lo US Open, raggiungendo così un totale di 18 Slam di doppio maschile, due in più del fratello.

Dopo essersi riuniti nel 2019, hanno vinto altri tre tornei. “Non vedevo l’ora che tornasse“, ha detto Mike a Bob, il quale durante il suo recupero ha più volte presenziato agli allenamenti di Mike e Sock con un bastone da passeggio.

Non è sempre stato tutto rose e fiori“, ha aggiunto Mike. “Sono passato attraverso un divorzio, una situazione non facile nemmeno per Bob o per il nostro rapporto, perché condizionava il nostro tennis. Non ho giocato al mio miglior livello per un anno o due perché non ero felice. Ma per fortuna abbiamo sempre avuto l’un l’altro nei momenti di difficoltà”.

Il loro ultimo titolo – il centodiciannovesimo – è arrivato a Delray Beach, in Florida, lo scorso febbraio, in quello che si è rivelato anche essere il loro ultimo torneo ATP. Da lì sono volati alle Hawaii e hanno vinto la loro ultima partita ufficiale, un tie di Coppa Davis contro l’Uzbekistan, chiuso con una vittoria americana poco prima dello stop del tour.

Durante la pausa forzata, i fratelli e le loro famiglie inizialmente si sono stanziati a Camarillo, mettendosi in quarantena nella stessa abitazione con i genitori. Entrambi hanno capito col passare dei mesi che la fiamma competitiva stava pian piano affievolendosi. Hanno in programma di continuare a giocare esibizioni, ma al momento la famiglia è la nuova priorità che hanno in comune.

Semplicemente, la spinta che per tanti anni ci ha fatto alzare dal letto per andare in palestra (e che ci faceva pensare 24 ore al giorno al tennis) non c’è più“, ha concluso Mike.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell’ATP

Cosa è successo nei primi dodici mesi di Andrea Gaudenzi a capo dell’ATP, perché è nata la PTPA di Djokovic e Pospisil e perché non può coesistere con l’ATP. Il nodo, come sempre, sono i soldi (delle TV e per i giocatori)

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Manca un mese a quello che sarà un Natale (in teoria) festeggiato in modo diverso dal solito, seguito poi da una notte di San Silvestro che vivremo priva delle illusioni che da sempre l’accompagnano: ciò che ha funestato il 2020 non svanirà il primo di gennaio. La parte positiva è che alcuni buoni propositi, invece di essere traditi nel giro di pochi giorni, potrebbero rimanere validi per parecchio tempo – “andrò in palestra cinque volte alla settimana… se mai le riapriranno”.

Non si scappa invece per quanto riguarda l’anno tennistico, più precisamente il circuito ATP terminato domenica scorsa, la cui gestione può quindi essere valutata. Ce ne dà lo spunto l’intervista rilasciata da Andrea Gaudenzi a SportsPro, nella quale il presidente dell’Associazione dei Professionisti torna a parlare dei suoi progetti per il tennis tra le cui ruote la pandemia ha infilato più di un bastone. Vediamo allora dove si propone di arrivare e come intende farlo, Gaudenzi, ma anche come ha gestito la sua prima stagione, oggettivamente travagliatissima e non solo a causa della pandemia.

“Il tema è l’unità” esordisce. “Si tratta prima di tutto di trovare un modo perché giocatori e tornei possano davvero lavorare insieme e crescere nella stessa direzione invece di passare il 90 per cento del tempo in conversazioni deleterie che alla fine sottraggono energie, tempo e denaro. Dovendo ridiscutere i montepremi ogni due anni, è molto difficile ragionare su come risolvere i problemi e migliorare nel lungo periodo”. Com’è noto, il CdA dell’ATP, composto dal presidente, da tre rappresentanti dei tornei e da tre dei giocatori, è il luogo di composizione di questi interessi a prima vista (ma anche a seconda) contrapposti: più soldi per una parte significano meno soldi per l’altra. “La seconda cosa” prosegue Gaudenzi, “è cercare di convincere tutti a spostare l’attenzione sui fan perché, in ultima istanza, siamo al loro servizio. Sono loro che comprano i biglietti, guardano gli incontri in TV, leggono i media e sono i destinatari dei nostri sponsor”. L’idea è allora di lavorare insieme superando l’approccio di parte, sia esso dei tennisti o dei tornei.

 

PTPA E ATP: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Va da sé, quindi, che la nascita della PTPA non poteva essere accettata di buon grado da Gaudenzi. Se l’assenza di un’associazione di categoria dei tennisti è sempre stata ingombrante, con i risultati ottenuti dai rappresentanti dei giocatori all’interno dell’ATP evidentemente ritenuti non adeguati, la tempistica di questa creazione, nel momento più complicato per il tennis con i circuiti pro appena ripartiti grazie a notevoli sforzi organizzativi, non ha contribuito ad attrarre simpatie urbi et orbi. Né hanno giovato dichiarazioni (poco) implicitamente belligeranti come quella di Vasek Pospisil, secondo il quale la neonata associazione nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Non c’è neanche da leggere tra le righe. È come se Darth Vader dicesse che “ finché non terminiamo i lavori, la Morte Nera e il vostro inutile pianeta possono coesistere”. Ma, anche senza l’ausilio della cultura pop, è chiaramente impossibile la convivenza con l’ATP come è attualmente strutturata.

Novak Djokovic – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Per fare un esempio, diciamo che, all’interno del Board ATP, i rappresentanti dei tornei raggiungono un determinato accordo con i rappresentanti dei giocatori; poi, arrivano quelli della PTPA e dicono che quell’accordo non va bene e vogliono negoziare altre condizioni per i loro affiliati: non può funzionare. Inoltre, è stata introdotta, ad hoc e all’ultimo minuto, la regola peraltro ineccepibile secondo cui, detta semplicemente, chi vuole ‘demolire’ l’ATP non può ricoprire cariche all’interno dell’ATP stessa. L’effetto, invero sbalorditivo, della nuova sigla è stato di compattare tutti gli organi che governano il tennis internazionale, immediatamente allineati alla risposta dell’ATP. Sbalorditivo perché il disallineamento di ATP, WTA, ITF e dei quattro Slam è il tratto distintivo dell’ultima decade tennistica. Andrea è da poco tornato sull’argomento ribadendo che “è l’ora dell’unità non dei conflitti. Combatterci non porta a nulla e ci perdono tutti. I tornei hanno bisogno dei giocatori e i giocatori hanno bisogno dei tornei”.

Non va neppure dimenticato, tuttavia, che tra la primavera e l’estate erano state diverse le voci dei giocatori ad alzarsi critiche nei confronti di Andrea Gaudenzi. Marco Trungelliti riteneva opportuno un taglio delle retribuzioni da parte dei dirigenti, un gesto dall’innegabile valore simbolico. Nick Kyrgios non usava mezzi termini nel suo “Amico, ti sei davvero preso cura dei giocatori in questo periodo… Sul serio, che ne dici di collaborare davvero con noi?”. Gilles Simon twittava (anche se in fretta cancellava) “Cari Massimo [Calvelli, il CEO dell’ATP] e Andrea, vi faccio solo sapere che siamo tornati in campo. Le vacanze sono finite. Spero di vedervi presto”, subito sostenuto da Reilly Opelka.

Certo, gli animi erano particolarmente inquieti perché lo stop forzato del Tour significava nessun reddito e non si possono non considerare le difficoltà oggettive legate alla gravità di una situazione senza precedenti, ma, probabilmente, la comunicazione di quel periodo avrebbe meritato una più attenta gestione. Per questo, che si parlasse di un sindacato dei giocatori ormai dagli anni ’90 ma che la sua creazione sia avvenuta quest’anno, è forse dipeso anche da un altro motivo, vale a dire che la nuova leadership ATP era percepita come debole, almeno rispetto alle precedenti.

PARLIAMO DI SOLDI: DIRITTI TV E MONTEPREMI

Durante la precedente esperienza triennale come amministratore non esecutivo per ATP Media, Andrea ha capito quanto sia importante cogliere le opportunità offerte dall’era digitale per uno sport con le caratteristiche del tennis che sembrano studiate per farlo apparire un prodotto poco appetibile alla TV lineare: l’aleatorietà di orari di inizio e durate dei match, il non sapere quando gioca chi fino alla sera prima. Senza abbandonare la fetta di appassionati che fruiscono dei servizi tradizionali (“ancora molto significativa; nella musica ci sono voluti quindici anni per invertire il rapporto di acquisto 80/20 tra CD fisici e digitale”), Gaudenzi rileva che le società media OTT, distribuendo tramite internet contenuti accessibili da diversi dispositivi, rappresentano la soluzione perfetta: “Campi multipli, disponibilità quotidiana, globale”.

E sottolinea l’importanza di un prodotto forte sia maschile sia femminile in correlazione con un pubblico altrettanto eterogeneo, circostanza che rende enormemente valida la cosiddetta ‘argomentazione esclusiva di vendita’. A questo proposito, è spuntata l’idea di una fusione tra ATP e WTA. Non bisogna però dimenticare che gli introiti del circuito femminile ammontano a poco più di un quarto dell’omologo maschile e per questo una tale proposta non ha l’appoggio incondizionato di tutti gli attori. Per completezza di informazione, i ricavi dei quattro Slam insieme valgono il 58% della torta. Una torta che è però troppo piccola rispetto alle potenzialità.

Fonte: documento confidenziale ATP di 92 pagine (visionato da Open Court)

Secondo i dati raccolti dal chairman, il quarto sport al mondo per popolarità con oltre un miliardo di fan racimola appena l’1,4 per cento della totalità della vendita dei diritti ai media, una cifra inferiore ai 700 milioni di dollari. “Ogni fan porta un’entrata di 50 centesimi di dollaro; per il golf è di 3 dollari”. Il problema, di nuovo, è la frammentarietà dell’offerta, addirittura all’interno della stessa ATP. Si torna così al discorso di assumere una posizione comune mettendo i fan davanti a tutto, perché i detentori dei diritti “parlano alle stesse persone. Inoltre, non sono in competizione tra loro, dal momento che occupano spazi diversi nel calendario. Wimbledon non è in concorrenza con l’Australian Open, proprio come i nostri tornei non sono in competizione diretta con loro”.

L’idea del faentino è di fissare un incremento annuo dei montepremi pari al 2,5%, la divisione a metà dei profitti tra organizzatori e tennisti (con tanto di revisori contabili indipendenti per valutare i bilanci dei tornei), l’allargamento di alcuni Masters 1000 in termini di tabelloni e durata, con ATP 250 programmati durante la seconda settimana, la concessione di un determinato status ai tornei per un periodo più lungo per offrire più certezze agli investitori e dunque opportunità di crescita (sul modello di Indian Wells, il fiore all’occhiello del Tour, forte della sua licenza trentennale).

Nell’attesa di sviluppi in questo senso, è stata senza dubbio apprezzabile e apprezzata la decisione di comprimere il prize money destinato a chi arriva in fondo a favore di un aumento della somma destinata ai perdenti dei primi turni negli eventi disputati dalla ripresa. A questo riguardo, un’altra nota positiva è l’essere riuscito a offrire una seconda parte di stagione quasi completa, con anche l’introduzione di quattro nuovi tornei e relativi piccoli incentivi per gli organizzatori; una differenza enorme rispetto a quanto è riuscita a fare WTA, per quanto penalizzata in misura molto maggiore dalla cancellazione dello swing asiatico e, forse, dall’assenza totale o parziale di alcune protagoniste come Barty, Andreescu e Halep.

Ottima anche la gestione del coup del Roland Garros, egoisticamente lanciatosi su due settimane che non gli appartenevano, evitando una dura contrapposizione e negoziando invece uno slittamento che ha permesso la disputa di una breve stagione sul rosso. Da mettere su un piatto della bilancia (ognuno decida su quale dei due) anche l’adozione del nuovo sistema di classifica biennale, nelle dichiarate intenzioni volto a proteggere chi non può o non vuole viaggiare durante la pandemia, ma che ha prodotto storture anche enormi nel ranking – per tacere di iniziative estemporanee, come i punti delle ATP Finals 2019 sottratti all’inizio della scorsa settimana e poi di nuovo aggiunti dopo un paio di giorni.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tornando ai piani del romagnolo trapiantato nel Regno Unito, si ripresenta il tema della frammentazione. I nostri tornei hanno 64 siti web, 64 app. Una ridondanza non necessaria e controproducente che si traduce nella mancanza di dati per gestire strategicamente i rapporti con gli attuali fruitori e quelli potenziali. Biglietti, merchandising, abbonamenti TV:Non siamo in grado di offrire un luogo unico in cui trovare tutto il tennis perché non abbiamo quel tipo di piattaforme”. Superare questa lacuna non può che portare a un’ulteriore diffusione del nostro sport.

Se da un lato il coronavirus ha distratto sforzi e impegno dalla realizzazione dei piani originariamente studiati, ha anche “mostrato chiaramente che dobbiamo lavorare insieme”. Il riferimento di Gaudenzi è sempre ai vari enti del tennis. “In questo momento, abbiano i quattro Slam, la WTA, l’ATP, alcuni ‘250’ e l’ITF che vanno sul mercato in cicli differenti, separatamente, con strategie diverse”. Per fare l’esempio dell’Italia, pure con il vantaggio dell’eccezionalità di Supertennis che trasmette in chiaro il Tour WTA e la maggior parte degli ATP 500 e 250, occorre rivolgersi ad altre due piattaforme (Sky ed Eurosport) per vedere gli Slam e i Masters 1000. Una possibilità presa in considerazione è il modello di GolfTV, canale monotematico realizzato grazie ad un accordo a lungo termine sui diritti con il PGA Tour. Perché il COVID-19, con gli stadi vuoti, ha anche accelerato la tendenza della necessità di raggiungere gli appassionati attraverso i media. Anche perché, meno dell’uno per cento di quel miliardo è raggiungibile in loco, per definizione”.

L’opportunità è chiara e presente, i mezzi per coglierla e sfruttarla altrettanto, ma il percorso per arrivarci è ancora molto lungo e accidentato. Tra critiche e buoni propositi, Andrea Gaudenzi merita comunque di poter portare a termine il proprio mandato triennale, con l’augurio che nei prossimi due anni possa essere il tennis – e non la gestione del virus – al centro del progetto.

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In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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Focus

Piccola guida al ranking ATP 2021

Tutto quello che c’è da saper sulle modalità di compilazione del ranking per la prossima stagione

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(via Twitter, @atptour)

L’ATP ha ufficializzato le modalità di calcolo del ranking in vista della stagione 2021. Prima di andare a esaminarle, vale la pena di ripercorrere le varie tappe che hanno portato a quest’ultima modifica.

A marzo, a causa dell’emergenza Covid-19, l’associazione dei giocatori si è infatti vista costretta prima a sospendere i tornei e poi a “congelare” le classifiche (a partire dal 16 marzo) dal momento che era impossibile per tutti guadagnare punti. Anche per quanto riguarda statistiche e record (numero di settimane al numero uno et similia) il conteggio si è temporaneamente arrestato. Il congelamento è stata una prima, momentanea, misura d’emergenza cui doveva necessariamente seguire una mini riforma che garantisse una transizione quanto più possibile equa e indolore al momento della ripartenza del circuito.

Per questo motivo, a luglio l’ATP ha deliberato un’estensione del periodo di validità del ranking a 22 mesi (da marzo 2019 a dicembre 2020), invece dei canonici dodici. All’interno di questa finestra, venivano considerati ai fini del ranking i migliori 18 risultati, inserendo solo il migliore di un eventuale torneo disputato due volte. L’intento era ovviamente quello di tutelare i giocatori che non avessero voluto assumersi il rischio di giocare o quelli che non fossero stati in condizione di farlo, a causa delle eventuali restrizioni dei rispettivi paesi d’origine. A ottobre, l’estensione è stata ulteriormente prolungata fino alla settimana del 1° marzo 2021, inclusa. La partecipazione ai tornei rimarrà pertanto non obbligatoria anche nei primi due mesi del 2021.

 

Come funzionerà dunque il ranking ATP nel 2021? Ecco un piccolo vademecum per orientarsi nelle classifiche della prossima stagione.

I FANTASTICI 19 – Ai fini del calcolo del ranking di un giocatore, verranno presi in considerazione 19 risultati e non 18 come negli anni passati. Questi includono i quattro Slam, gli otto Masters 1000 obbligatori (escluso dunque Montecarlo) e i sette migliori risultati ottenuti negli altri tornei (Rolex Montecarlo Masters, ATP Cup, ATP 500, ATP 250, Challenger, ITF). Le ATP Finals 2021 conteranno come evento addizionale per coloro che si qualificheranno.

RACE TO TURIN E RACE TO MILAN – Ai fini della qualificazione alle ATP Finals di Torino e alle Next Gen ATP Finals di Milano, verranno considerati i punti raccolti nel corso dell’anno solare. Le due Race saranno dunque stilate sulla base dei soli risultati ottenuti nei tornei del 2021. C’è dunque la possibilità che a fine anno la posizione di un giocatore nella Race to Turin non coincida con il suo ranking ATP.

TORNEI “DOPPIONI” – I giocatori che hanno preso parte allo stesso evento due volte nell’arco dei 24 mesi dell’estensione (marzo 2019 – marzo 2021), si vedranno conteggiare i punti derivanti dal migliore risultato tra i due. Se ben interpretiamo la regola, i punti dei tornei che non si sono disputati nel 2020 e che hanno una collocazione in calendario successiva alla settimana del 1° marzo 2021 scadranno regolarmente. Per intendersi, Fabio Fognini non può mantenere i 1000 punti della vittoria a Montecarlo del 2019 nel caso non dovesse replicare il successo nella prossima stagione, visto che il torneo si gioca tradizionalmente ad aprile.

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