Tutto quello che avreste voluto sapere sulla robotica nel tennis (ma non avete mai osato chiedere)

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Tutto quello che avreste voluto sapere sulla robotica nel tennis (ma non avete mai osato chiedere)

Quanto siamo lontani da un torneo di tennis tra robot? Risposta breve: ancora lontani, ma meno di ieri. Risposta lunga: 👇🏻👇🏻

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La tecnologia sta cambiando i modi convenzionali di praticare sport ricreativi e competitivi. Questo articolo, che illustra le modalità di impiego della robotica nel tennis – per il momento al posto dei raccattapalle, in futuro con l’idea di sostituire gli ‘attori protagonisti’, cioè i giocatori – inaugura una serie che verrà completata da altri due articoli:

  • Comparativa attuale del mercato dei sensori da tennis, analizzandone le caratteristiche fisiche e le metriche che possono offrire
  • Analisi degli strumenti di raccolta dei dati tennistici, che possono poi essere resi fruibili per mezzo di una applicazione (app) oppure in un ‘cruscotto di comando’ (Dashboard).

Addentriamoci nel tema di oggi. La robotica è un ramo interdisciplinare dell’ingegneria e della scienza che include ingegneria meccanica, ingegneria elettrica, informatica e altre scienze e si occupa della progettazione, costruzione, funzionamento e utilizzo di robot, nonché di sistemi informatici per il loro controllo, meccanismi di retro-analisi sensoriale ed elaborazione delle informazioni. Le sue applicazioni hanno registrato una crescita esplosiva negli ultimi anni, favorite anche dal tempo ridotto dedicato alle attività domestiche o commerciali. 

Considerando che quasi dall’oggi al domani, dopo la nascita dell’auto alla fine del XIX secolo, abbiamo avuto gli sport motoristici, ha senso che ora la robotica provi a farsi strada nelle competizioni sportive moderne. Per capire l’ammontare degli investimenti destinati allo sport e tempo libero è stata inoltrata una email alla federazione internazionale della robotica, per chiedere lumi sulle eventuali cifre di questi investimenti. Ci è pervenuta una risposta negativa. Senza dubbio questi sviluppi potrebbero provenire dai paesi dell’Est asiatico, dati i recenti esempi di competizioni sportive tra robot, li organizzate. Analizziamo ora un paio di esempi.

 

Ski Robot Challenge (SCI)

Al recenti giochi olimpici di Pyeongchang, svoltisi nel febbraio del 2018 si è tenuta una competizione tra robot sciatori presso la stazione sciistica di Welli Hilli, in una pista per principianti. Otto squadre provenienti da università, istituti e aziende private hanno gareggiato per un premio da 10.000 dollari nel torneo denominato Ski Robot Challenge. Le squadre hanno dovuto soddisfare requisiti specifici per far competere uno ski-bot, che doveva essere alto più di 50 cm, stare su due “gambe” con giunture simili a gomiti e ginocchia, avere un sistema di alimentazione indipendente e utilizzare sci e bastoncini. Inoltre le macchine sono state dotate di sensori per rilevare i pennoni blu e rossi sul loro percorso e girare mentre scendevano lungo la collina come dei principianti. Alle squadre sono stati assegnati punti per il numero di bandierine evitate e il tempo più veloce per raggiungere il traguardo. Gli organizzatori hanno dichiarato di aver sostenuto la sfida per promuovere la tecnologia robotica della Corea del Sud durante le Olimpiadi.

Forpheus (PING PONG)

Che ci si creda o no, il tennistavolo è il sesto sport più popolare del nostro pianeta, con circa 875 milioni di fan in tutto il mondo. Questa statistica è diventata molto più chiara da comprendere a un evento svoltosi nel 2019, quando centinaia di spettatori si sono affollati per mettere alla prova le loro abilità di gioco contro Forpheus.

Sviluppato da Omron, Forpheus è ora alla sua quinta generazione ed è stato adattato a un tavolo da ping-pong di dimensioni standard. Sebbene possa mancare di aspetto umano, il robot vanta capacità di percezione di cui anche il più grande giocatore sarebbe orgoglioso. Infatti con le sue cinque telecamere, Forpheus può seguire simultaneamente il suo avversario e la palla, al punto da monitorare la rotazione del colpo e rispondere con alcune risposte ingannevoli.

Un controller analizza la velocità della palla con una telecamera che ha una risoluzione di mille fotogrammi (frames) al secondo, consentendo di prevedere dove atterrerà e reagirà di conseguenza. La componente AI può anche determinare dove atterrerà la risposta di FORPHEUS con una precisione che ha un margine di errore di 5 centimetri. Tutto questo viene proiettato su uno schermo in modo tale che i “giocatori” umani possano preparare e migliorare il loro gioco.

E ORA VENIAMO AL TENNIS

Nel caso del tennis si può di buon grado convenire che vi possono essere due impieghi possibili per le macchine:

  • Un uso per compiti più facili, al fine di rimpiazzare la funzione dei raccattapalle, come il seguente video ne dà visione.
  • Un impiego più ambizioso, al fine di sostituire i giocatori.

Potremmo considerare un esempio di tennis robotico il seguente esempio…

…anche se la nostra immaginazione ci porterebbe a intravedere due umanoidi scambiare colpi di tennis come nell’illustrazione qui sotto.

C:\Users\OLYMPIA\Desktop\Personal Andrea\UBITENNIS\robots-playing-tennis.jpg

Proviamo a immaginare la scena. Un robot scaglia una prima di servizio a 400 km/h e un altro risponde, in modo tale che inizia uno scambio mozzafiato, di oltre 300 colpi. A un certo punto, interviene l’occhio di falco che stabilisce che la palla è fuori di un soffio. Questo scenario è scaturito durante una tavola rotonda organizzata verso la fine del 2019 sull’utilizzo dei dati e delle tecnologie nel tennis, ed è un’ipotesi evocata da Chris Brauer, direttore dell’innovazione presso l’Institute of Management Studies (Università di Londra). Tuttavia siamo ancora distanti dall’immaginare un torneo tra robot umanoidi, come ipotizzato da Brauer, perché vi sono ancora delle difficoltà tecniche da risolvere, nonostante i recenti progressi fatti adottando approcci di deep learning (tecniche di apprendimento ‘profondo’ basate su reti neurali artificiali).

Un lavoro di sviluppo di un algoritmo che una macchina potrebbe utilizzare per “vedere” dove si trova la palla e indovinare dove andrà dopo, è stato condotto nel 2015 da Robert Chin. L’articolo originale è disponibile qui. Robert sostiene che per aiutare un robot a vedere una palla, si deve prima pensare alla palla come a un oggetto che vola nell’aria. Infatti i robot possono rilevare oggetti in movimento limitati a un singolo piano, come il suolo, ma la complessità aumenta quando l’oggetto si muove nello spazio tridimensionale. Ad esempio, è più facile insegnare a un robot a prendere una palla che rotola piuttosto che una palla lanciata.

Fortunatamente, quando i giocatori impartiscono rotazione alla palla si crea una curvatura caratteristica nella traiettoria che può essere modellata da equazioni, e dunque il passaggio inverso consente di partire dalle equazioni per modellare la traiettoria di un servizio.

C:\Users\OLYMPIA\Desktop\Personal Andrea\UBITENNIS\T ROBOTS\Trajectories -Equations.JPG

Guardando una partita, noi esseri umani usiamo la posizione del giocatore e del rimbalzo come suggerimenti per indovinare dove è diretta la palla. Anche le macchine robotiche possono usare questi segnali, ma il tennis è un gioco veloce e un robot giocatore di tennis avrebbe un eccesso di informazioni da elaborare in un breve lasso di tempo. Per rilevare un oggetto rotondo di un certo colore, come una pallina da tennis, calcoli computazionali piuttosto complessi estraggono le informazioni scansionando migliaia di pixel in un fotogramma.

Sebbene il lavoro del dottor Chin sia stato superato da recenti tecniche di deep learning (GANs), lo abbiamo contattato per rivolgergli alcune domande.

A pagina due: il parere dell’esperto e le conclusioni: quanto siamo lontani da un torneo tra robot?

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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