Naomi Osaka: la regina del cemento - Pagina 2 di 4

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Naomi Osaka: la regina del cemento

Con la vittoria all’Australian Open di Naomi Osaka, è emerso un verdetto chiaro: gli Slam sul duro hanno trovato la giocatrice da battere

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Naomi Osaka - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Osaka contro Muguruza. Ne è uscita, a mio avviso, una grandissima partita, che i numeri da soli non fotografano sino in fondo. Perché se è vero che il saldo vincenti/errori non forzati di Osaka è stato positivo (+4, 40/36) quello di Muguruza è risultato negativo (-4, 24/28). Ricordo che nel tennis i punti non sono tutti uguali, e in questo match nei frangenti più importanti il livello di gioco si è regolarmente alzato, rendendo il confronto straordinariamente intenso.

In fondo si fronteggiavano due tenniste con alcune affinità sul piano mentale. Così come Osaka, infatti, anche Muguruza vanta un palmarès inusuale: dei sui 7 titoli complessivi, 2 sono Slam. Segno che quando sono davvero “sul pezzo”, sono giocatrici in grado di proporre tennis di qualità assoluta. Dopo l’ottimo Slam australiano dello scorso anno, quando era arrivata a un solo set dal vincere la finale, Garbiñe ha nuovamente dimostrato di cosa è capace, e probabilmente il fatto di scendere in campo non da favorita l’ha aiutata a esprimersi ancora meglio. Del resto per fare match pari contro l’Osaka delle scorse settimane era obbligatorio sfoderare grandi prestazioni.

Punteggio finale: 4-6, 6-4, 7-5 in 1 ora e 57 minuti. Per le sue possibilità, Muguruza è stata straordinaria al servizio; non solo per incisività (8 ace, solo 2 doppi falli), ma ancora di più per percentuale di prime: addirittura il 79%. Grazie a questa solidissima base è riuscita a costruire un impianto tattico nel quale ha riequilibrato il piccolo deficit sulla diagonale dei dritti (del tutto prevedibile) con la leggera prevalenza su quella dei rovesci.

 

Delle sette giocatrici incontrate da Naomi a Melbourne, Garbiñe è stata l’unica a dare l’impressione, almeno per alcuni tratti, di poter incidere in prima persona sul destino del match, al di là degli alti e bassi di Osaka. Nel terzo set, quando il confronto si è fatto più intenso, ha saputo approfittare dello scoramento che aveva colpito Naomi dopo un incredibile errore a un metro dalla rete (un dritto al rimbalzo, spedito fuori quando bastava appoggiarlo) per aumentare il proprio livello di aggressività, e staccarsi nel punteggio.

Verso il finale di match, la regia televisiva ha mostrato un dato significativo: nel terzo set oltre un quarto dei colpi di Muguruza erano stati effettuati con i piedi dentro la linea di fondo, a fronte dello zero di Osaka. È la famosa attitudine alla aggressività territoriale che contraddistingue Garbiñe e che, a dispetto delle apparenze, la rende una giocatrice speciale del panorama contemporaneo (ne avevo parlato qui: “Garbiñe Muguruza e la terra di nessuno“). Sempre in linea con questa spinta all’avanzamento, nel terzo set ha anche vinto 8 punti su 8 a rete. Eppure non è bastato.

Cosa ha permesso ad Osaka di avere la meglio? Sul piano tecnico Naomi è riuscita ad ovviare a una giornata in cui la prima di servizio entrava poco (solo il 41% nel terzo set), con una buona efficacia della seconda, e una notevole continuità in risposta. E poi, al dunque, ha saputo ricavare soluzioni efficaci da entrambi i colpi al rimbalzo, sfoderando rovesci lungolinea determinanti. Al contrario di Garbiñe, che nel finale di match ha lasciato riaffiorare l’aspetto erratico del dritto, punto debole dei suoi colpi al rimbalzo.

Senza entrare nel dettaglio del punteggio, la svolta definitiva del set finale è arrivata sul 3-5, 15-40: doppio match point Muguruza. Naomi ha annullato il primo grazie a un ace, e il secondo al termine di uno scambio pesantissimo concluso da un dritto lungo di Muguruza. Arrivata sull’orlo del precipizio, Osaka ha così alzato il proprio livello e ha definitivamente vinto il braccio di ferro, conquistando quattro game di fila. E 8 degli ultimi 10 punti, a sancire il successo dopo aver strappato il servizio due volte di fila alla avversaria.

Al termine del match la mia sensazione (sensazione, e come tale indimostrabile) è che Muguruza avesse giocato molto vicina ai suoi massimi, mentre Osaka era stata più lontana dal migliore rendimento. Ma la facilità con cui Naomi riesce a imprimere potenza e la capacità di giocare bene nei momenti decisivi, hanno fatto la differenza.

A proposito di questo match, in molti hanno parlato di finale anticipata. A torneo chiuso, credo proprio che sia la migliore definizione possibile per una partita nella quale entrambe le giocatrici hanno dimostrato perché nel loro curriculum si trovano vittorie Slam e il numero 1 del ranking.

Il primo set perso contro Muguruza è stato l’unico lasciato per strada da Osaka in tutto il torneo. Le avversarie dei turni successivi non sono davvero riuscite a dare la sensazione di poter vincere il match. Non Hsieh Su-Wei (6-2, 6-2), che pure nel passato vantava confronti molto tirati con Osaka. Ma in questo caso i suoi deliziosi “trucchi” non sono stati sufficienti a scardinare l’efficacia del tennis potente e lineare di Naomi. Pensando a questa partita, ma anche a quella contro Jabeur, mi è tornata in mente una scena tratta dal primo film della saga di Indiana Jones:

Perché, per quanto si possa essere dotati a maneggiare un’arma da taglio, contro qualcuno che dispone di un’arma da fuoco diventa molto complicato avere la meglio. O, se vogliamo rifarci alla storia militare, certi match ricordano gli ultimi assalti di cavalleria contro eserciti equipaggiati di artiglierie moderne: assalti quasi sempre destinati al massacro. Ma, sia chiaro, non è detto che non si possa apprezzare un certo tipo di tennis: perché anche se di rado riesce ad avere la meglio, rimane, almeno per me, straordinariamente divertente.

a pagina 3: Semifinale e finale contro Williams e Brady

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Un Happy Slam non troppo felice

Lunedì prossimo comincia l’Australian Open. Da Ashleigh Barty a Simona Halep da Naomi Osaka a Serena Williams, ecco come ci arrivano le principali favorite

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

C’è stato un periodo nel quale si parlava dell’Australian Open come dell’Happy Slam, e la definizione sembrava perfetta; ma evidentemente erano altri tempi. Nel 2020 la vigilia era stata condizionata dal problema degli incendi, tanto intensi da mettere in dubbio la qualità dell’aria e lo svolgimento stesso del torneo. Poi, nel 2021, la questione della pandemia.

Rispetto al gennaio 2020, nello sport tutto è diventato più complicato, e le difficoltà sono particolarmente grandi per il tennis, strutturato da sempre in modo itinerante. Di fronte agli ostacoli della pandemia, infatti, nulla è più intricato che cercare di tenere vivo un “circus” nomade: qualsiasi superamento di confine si trasforma in una impresa, dato che per ogni paese ci sono regole sanitarie differenti, concepite (giustamente) in base alle condizioni delle diverse nazioni.

Dunque anche quest’anno l’Happy Slam sarà un po’ meno gioioso e spensierato, ma già il fatto che si sia riusciti ad organizzarlo rappresenta un elemento positivo. È chiaro però che le precauzioni richieste avranno una ricaduta anche sugli aspetti tecnici. La quarantena, obbligatoria per tutti coloro che già non risiedevano in Australia, ha determinato un avvicinamento all’impegno poco ortodosso, e solo al termine del torneo potremo scoprire quali protagoniste si sono adattate meglio a questa forzatura.

 

In questo momento sono in corso tre WTA500, organizzati per consentire di mettere nelle gambe qualche match ufficiale prima dello Slam. Il primo torneo è lo Yarra Valley Classic (in sintesi: Melbourne 1) con al via tra le prime otto Barty, Kenin, Pliskova, Kvitova, Williams, Muguruza, Martic e Vondrousova. Il secondo torneo è il Gippsland Trophy (Melbourne 2) con queste prime otto teste di serie: Halep, Osaka, Svitolina, Sabalenka, Konta, Swiatek, Mertens, Muchova.

E infine c’è il Grampians Trophy (Melbourne 3), riservato alle giocatrici bloccate in albergo, che sicuramente partiranno da una condizione atletica precaria. Dopo la rinuncia di Andreescu (che ha deciso di rientrare direttamente nello Slam), le  otto teste di serie annunciate sono Bencic, Azarenka, Rybakina, Sakkari, Kontaveit, Brady, Kerber, Riske. Quando inizierà lo Slam, sarà giusto ricordarsi soprattutto dei loro nomi (e delle altre 20 sfortunate, vedi QUI), perché in pochi giorni è quasi impossibile recuperare la condizione fisica ideale, e quindi qualche controprestazione appare fisiologica.

Per tutte queste ragioni siamo di fronte a uno Slam anomalo. Non solo: normalmente la maggior parte delle giocatrici preferisce optare per un calendario più diluito, che esclude impegni agonistici nella settimana a ridosso dello Slam. In sostanza, esattamente il contrario di quanto accade in questi giorni. Ma c’è anche da ricordare un aspetto positivo: tornerà il pubblico, anche se non al 100%, e sicuramente aiuterà a rendere più intense le partite.

Se consideriamo la recente attività delle prime favorite, il quadro generale è molto variegato. Sabalenka, per esempio, ha vinto gli ultimi tre tornei WTA disputati (Ostrava e Linz nel 2020, Abu Dhabi nel 2021), mentre altre giocatrici di vertice sono ferme da parecchio. Diverse tenniste non giocano tornei ufficiali dal Roland Garros 2020 (terminato all’inizio di ottobre). Ma c’è di peggio: Osaka è ferma dallo US Open (inizio di settembre), Barty da febbraio 2020; Andreescu ha disputato il suo ultimo match addirittura alle Finals del 2019.

Inutile dire che in questa situazione avanzare dei pronostici è difficilissimo. Si prospetta uno Slam aperto a ogni risultato. Ed è un peccato che con tante protagoniste interessanti al via, non si possa fare in modo che siano nella condizione di dare il meglio. In questa cornice di assoluta incertezza, rimane infine da ricordare il tema ricorrente del confronto generazionale. Tutti gli ultimi Slam, infatti, sono stati appannaggio di tenniste giovani: dallo US Open 2018, l’unica eccezione è stato il successo di Simona Halep a Wimbledon 2019. Il prossimo Major rafforzerà questa tendenza?

Ho provato a riassumere la condizione delle prime sedici teste di serie, che non corrispondono alle prime 16 del ranking perché mancheranno Kiki Bertens (alle prese con i postumi di un intervento al tendine d’Achille) e Madison Keys (fermata dalla positività al Coronavirus).

a pagina 2: Le teste di serie dalla 16 alla 9

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Maria Sakkari, figlia d’arte

Da Angeliki Kanellopoulou a Maria Sakkari come da Julia Apostoli a Stefanos Tsitsipas: in Grecia il tennis professionistico è una questione di famiglia

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Maria Sakkari

Ci avviciniamo alla fine della quarantena australiana e per il momento, se si tratta di tennis giocato, bisogna ancora rifarsi alle partite di Abu Dhabi, dei primi giorni del 2021. Fra le protagoniste negli Emirati va sicuramente ricordata Maria Sakkari: cinque match affrontati, quattro vittorie, contro avversarie di nome; tutte vincitrici Slam. Nell’ordine: Potapova, Gauff, Muguruza e la testa di serie numero 1 Kenin. Va bene, forse ho un po’ esagerato con Potapova e Gauff, ma uno Slam lo hanno davvero vinto, anche se da junior: Potapova Wimbledon 2016 e Gauff il Roland Garros 2018.

Questi i punteggi delle partite di Sakkari contro Muguruza e Kenin: 7-5, 6-4 a Garbiñe, 2-6, 6-2, 6-0 a Sofia, con dieci game vinti consecutivamente nel finale di match. Maria si è fermata in semifinale contro la super Sabalenka degli ultimi tornei, che dopo avere concluso il 2020 con la doppietta di Linz e Ostrava, ha tenuto aperta la sua striscia vincente anche nel 2021 ad Abu Dhabi. Per Sakkari rimane comunque un ottimo inizio di stagione in continuità con l’ascesa degli ultimi anni.

 

Del resto è un periodo positivo per tutto il tennis greco, che forse per la prima volta propone contemporaneamente tennisti competitivi sia a livello femminile che maschile. Stefanos Tsitsipas è ormai entrato in Top 10 ATP, mentre Maria Sakkari sta provando a superare nei risultati la miglior giocatrice dell’era Open, Eleni Daniilidou, che vanta come best ranking il numero 14 raggiunto nel 2003, cinque titoli WTA, e che è stata capace di sconfiggere Justine Henin nel 2005 a Wimbledon.

Tstitsipas e Sakkari hanno in comune un aspetto: sono entrambi figli d’arte. Tstitsipas con il padre coach di tennis, e la madre giocatrice professionista (Julia Sergeyevna Apostoli, russa naturalizzata greca) ex numero 132 WTA. La mamma di Maria Sakkari, Angeliki Kanellopoulou, è stata una giocatrice ancora più forte: numero 1 di Grecia, con un best ranking WTA da numero 43 nel 1987.

a pagina 2: I primi anni di Maria Sakkari

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Russia 2: Veronika Kudermetova

Il lungo percorso compiuto prima della affermazione ad alti livelli della attuale numero 2 di Russia Kudermetova, recente finalista del torneo di Abu Dhabi

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Veronika Kudermetova - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

In attesa che il Tour superi la tormentata quarantena australiana e torni a offrire tennis giocato, continuiamo l’analisi delle giocatrici impegnate nel primo torneo dell’anno, il WTA500 di Abu Dhabi. Dopo l’articolo di martedì scorso dedicato a Ekaterina Alexandrova, proseguo con la linea russa: è il momento di Veronika Kudermetova. Per Kudermetova quella negli Emirati è stata una settimana molto positiva, dato che per la prima volta in carriera è riuscita a raggiungere la finale di un WTA500 (nuova definizione dei Premier che assegnano 470 punti alla vincitrice).

Durante il torneo Kudermetova ha sconfitto Kontaveit, Turati, Badosa, Svitolina, Kostyuk, e ha perso soltanto da Aryna Sabalenka (che tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 vanta una striscia vincente aperta di 15 match). A conferma dell’ottimo momento di Veronika c’è il best ranking raggiunto proprio questa settimana (numero 36) e il primato nazionale mancato di poco: sarebbe diventata numero 1 di Russia (superando Alexandrova) se avesse vinto la finale.

 

Va sottolineato però che tutti i discorsi sul ranking sono ingessati dalle regole introdotte con la pandemia, regole che tendono a mantenere lo status quo, e di fatto sfavoriscono le tenniste in crescita come Kudermetova. Se per esempio nel 2020 si fossero conteggiati solo i risultati ottenuti nell’anno solare, Veronika avrebbe concluso la stagione al numero 29 invece che al 46. Tenendo poi conto della finale raggiunta negli Emirati Arabi mercoledì scorso, staremmo parlando di una giocatrice senza dubbio nelle prime 30 del mondo.

Potrebbe sembrare insensato continuare a riferirsi a un ranking virtuale, calcolato secondo i metodi precedenti, ma credo aiuti a individuare le giocatrici che stanno facendo meglio, pur nelle mille difficoltà che il periodo propone. Sappiamo infatti che si sta giocando meno del solito e questo rende più difficile la costruzione di quei momenti positivi che, grazie a condizioni di forma e di entusiasmo sopra la media, si traducono in significativi salti di qualità.

Per quanto riguarda Kudermetova, ci sono almeno due aspetti della sua carriera che, a mio avviso, la rendono particolarmente interessante: le difficoltà affrontate per finanziare la propria formazione nel periodo da teenager, e il confronto con le coetanee nate nel 1997, visto che che per il tennis femminile quella del 1997 è considerata una annata speciale. Veronika infatti è nata nello stesso anno di giocatrici di successo e precocissime come Bencic, Ostapeniko, Osaka, oltre che Konjuh (purtroppo fermata dagli infortuni) e Kasatkina, sua “gemella” russa con la quale ha condiviso i primi anni di carriera da junior. Cominciamo proprio da quegli anni.

a pagina 2: I primi anni di Veronika Kudermetova

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