Pavlyuchenkova e Krejcikova, la finale che non ti aspetti (Crivelli). Djokovic contro Nadal. L'emozione ha 15 anni (Mastroluca). La sfida infinita (Crivelli). «Che gioia quelle urla di Djokovic» (Imarisio). Semidei sulla terra (Azzolini)

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Pavlyuchenkova e Krejcikova, la finale che non ti aspetti (Crivelli). Djokovic contro Nadal. L’emozione ha 15 anni (Mastroluca). La sfida infinita (Crivelli). «Che gioia quelle urla di Djokovic» (Imarisio). Semidei sulla terra (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 11 giugno 2021

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Pavlyuchenkova e Krejcikova, la finale che non ti aspetti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La disfida delle “Ova”, Pavlyuchenkova contro Krejcikova, si iscrive di diritto tra gli epiloghi più sorprendenti della storia degli Slam. Qualche lingua malandrina arriverà senz’altro a sostenere che si tratterà di una delle finali meno nobili di sempre, se si esclude qualche edizione degli Australian Open in versione torneo nazionale durante gli anni 70, ma in un tennis femminile senza più riferimenti saper cogliere l’occasione dopo due settimane che richiedono comunque un grande controllo delle emozioni è un segno di talento. Sarà poi la storia, come sempre, a mettere nel giusto posto colei che domani alzerà il trofeo. Della coppia di inattese protagoniste, la Pavklyuchenkova è senza dubbio quella di maggior blasone, avendo un passato da doppia vincitrice Slam juniores (Australia e Parigi nel 2006), 12 tornei all’attivo e il numero 13 del mondo raggiunto nel 2011 (ora è 32). Famiglia di sportivi, è allenata dal padre e dal fratello, anche se è passata da Mouratoglou. Superando ieri la Zidansek è diventata la giocatrice che ha impiegato più Slam a raggiungere la finale, 52, battendo il record della Vinci a New York 2015, 44: «Ognuna ha il suo percorso, il mio è stato più lungo ma ora voglio divertirmi». La sua rivale, la ceca Krejcikova, numero 33, è l’ottava non testa di serie ad arrivare in fondo a Parigi, dove è ancora in corsa pure in doppio e può eguagliare la Pierce del 2000, unica nell’era Open a fare doppietta. Ha annullato un match point sul 5-3 del 3′ set alla greca Sakkari, poi sull’8-7, al 4′ match point a favore, ha avuto una chiamata sbagliata dall’arbitro (palla buona e invece era fuori) ma non si è disunita, dedicando una volta di più il trionfo a Jana Novotna, l’unica che credette in lei. Benedizione postuma.

Djokovic contro Nadal. L’emozione ha 15 anni (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

La sfida delle sfide. Rafa Nadal, tredici volte campione del Roland Garros, contro Novak Djokovic, di fronte per la 58^ volta. Il prossimo capitolo della rivalità con più episodi nell’era Open può disegnare le gerarchie della stagione e cambiare l’eredità dei due campioni. Il maiorchino, numero 3 del ranking ATP è a due partite dal record assoluto di titoli nei major: vincendo a Parigi per la 14° volta salirebbe a quota 21, superando Roger Federer. Qui ha perso solo due partite, l’ultima proprio contro l’attuale numero 1 del mondo nei quarti di finale dell’edizione 2015. Se dovesse ripetersi, Djokovic potrebbe lanciarsi verso il Grande Slam, impresa mai più riuscita dopo il leggendario 1969 di Rod Laver. Djokovic è in vantaggio 29-28 negli scontri diretti, ma Nadal ha vinto 19 delle 27 sfide sulla terra battuta. «Rafa è il mio più grande rivale in carriera. L’attesa che c’è prima di affrontarlo, in ogni occasione, su qualunque superficie, non ha paragoni» ha detto il serbo. Contro Djokovic, ha spiegato Nadal, «sai che devi giocare il tuo tennis migliore. Ma devi farlo contro uno dei più grandi campioni di sempre». Si sono incontrati per la prima volta nel 2006, proprio al Roland Garros, nei quarti di finale. Djokovic si ritirò quand’era sotto 6-4 6-4. Nadal spiccava per il look che l’ha reso il perfetto avversario di Roger Federer. Scendeva in campo con la bandana, la maglietta senza maniche, i pantaloncini a pinocchietto bianchi. Quel Nadal, che entro pochi mesi sarebbe diventato numero 1 del mondo, attirava l’attenzione per i bicipiti gonfi, per un tennis di grande vigoria fisica, di corsa e resistenza. II suo diritto mancino a uncino, che rappresenta il suo ineguagliabile contributo all’evoluzione tecnica del gioco, era un’arma a cui gli avversari faticavano ad adattarsi. II suo modo di occupare lo spazio con una presenza spesso sfiancante trasformava ogni sfida in una maratona. Riguardando il giovane Nole in quella prima sfida contro Nadal, si riconoscono alcune tracce del campione che avrebbe battuto il record di settimane da numero 1 del mondo attraverso l’elasticità, la consistenza, la riproducibilità tecnica del gesto elevata alla perfezione. Era soprattutto un giocatore che lottava con il suo corpo, che spesso si ritirava per problemi respiratori, colpi di calore o crampi. Fin troppi secondo l’ex numero 1 del mondo Andy Roddick, che nel 2008 lo avrebbe accusato nemmeno troppo velatamente di esagerare i suoi malesseri. Non era un malato immaginario, però. Era intollerante al glutine, come avrebbe capito all’inizio del 2010 il dottor Igor Cetojevic. Per chi vince, c’è in palio la finale con il più pronto degli sfidanti, dei giovani ormai arrivati alle porte del paradiso del tennis. Il sorteggio ha disegnato un tabellone con i Fab 3 (Nadal, Djokovic, Federer) da un lato e il meglio della nouvelle vague dall’altra. In semifinale sono arrivati Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev. Tsitsipas, avanti 5-2 negli scontri diretti, non ha ancora giocato finali Slam. Ha un tennis più completo, ma il tedesco a Parigi ha mostrato un evidente salto di qualità.

La sfida infinita (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ancora loro. E non ci sorprende. Nel grande mare degli Slam, quando la fatica si allunga su due settimane richiedendo una gestione perfetta delle proprie risorse fisiche e mentali e le partite possono trasformarsi in battaglie di aspra durezza, Nadal e Djokovic navigheranno con la bussola del talento, dell’esperienza e del carisma. Non a caso Wilander e Becker, dallo scranno di ascoltati opinionisti tv, non hanno dubbi su come finirà il Roland Garros: «Rafa è nettamente favorito, ancora e sempre. Poi viene Nole». Starà agli altri due eletti di questa tornata, Tsitsipas e Zverev, al momento simboli più luminosi. della generazione che verrà, tentare di sradicare le convinzioni più tenaci, ma non c’è dubbio che quella odierna tra Nadal e Djokovic sia una volta di più la partita con la lettera maiuscola, l’incrocio più atteso fin da quando il computer li ha messi dalla stessa parte del tabellone, conseguenza distorta della testa di serie numero 3 assegnata al maiorchino seguendo pedissequamente la classifica e non il palmarès (e del resto a Parigi funziona così da sempre). La semifinale parigina ha una portata che travalica il sorteggio e il semplice conteggio numerico della loro rivalità, che oggi arriva al 58′ episodio. Perché in gioco non c’è soltanto l’accesso da favorito al match che vale la Coppa dei Moschettieri, bensì un posto in prima fila nell’ambito possesso degli Slam. Se Nadal dovesse vincere il 14° titolo al Bois de Boulogne, salirebbe a 21 Major staccando Federer. Soprattutto, ne metterebbe tre di distanza tra sé e Djokovic, l’avversario più pericoloso in questa corsa leggendaria. Non a caso, a differenza dello spagnolo che sulla spinta di 105 partite vinte in carriera sulla terra francese non si lascia mal avvolgere dalle spire della tensione, durante e dopo il successo su Berrettini il numero uno del mondo si è lasciato travolgere da comportamenti non all’altezza del suo blasone, dallo sputo alla riga dopo un punto contestato al calcio ai tabelloni pubblicitari, fino all’urlo belluino che ne ha accompagnato l’ultimo punto vincente. Non giustificabile, ma comprensibile: «Come sempre non sarà come qualsiasi altra partita. Diciamocelo, è la sfida più difficile che si possa immaginare: giocare sulla terra contro Nadal, su un campo nel quale ha costruito enormi successi in carriera, in una semifinale di uno Slam. Non c’è niente di più grande di questo. Certo, ogni volta che ci confrontiamo, salgono la tensione e le aspettative, le vibrazioni sono diverse quando dall’altra parte della rete c’è lui. Ma è per questa ragione che la nostra rivalità è storica per il nostro sport e sono un privilegiato a poterla vivere». Nadal si è preso gli applausi da una folla di tifosi pure nel massacrante allenamento di ieri: «Quando affronti Djokovic, sai che ti troverai davanti il bello e il brutto del tennis. Il bello, perché sai che devi giocare il tuo miglior tennis e andare oltre i tuoi limiti. Ti aspetta una partita in cui sai cosa devi fare se vuoi davvero concederti delle possibilità e andare avanti nel torneo. Averlo di fronte è sempre una grande sfida, e in fondo chi pratica sport ha sempre sognato di vivere momenti come questi. Il brutto, invece, è che devi sfidare uno dei migliori giocatori della storia e anche se sei al massimo, non è scontato che tu vinca». L’eterno romanzo dei giganti.

«Che gioia quelle urla di Djokovic. Non sono un predestinato ma so come far paura» (Marco Imarisio, Corriere della Sera)

Matteo Berrettini, la rigiochiamo?

Se lo portavo al quinto set, si navigava in mare aperto. Non posso dire che sarei stato favorito. Contro Djokovic non lo sei mai. Ma fisicamente stavo bene, forse meglio di lui.

Si sente danneggiato dalla pausa dovuta al coprifuoco che ha interrotto II match?

Non mi ha fatto bene, questo è certo. Mi ha tolto qualcosa. Prima dell’interruzione, l’inerzia del match era cambiata a mio favore. Al rientro, ero un po’ bloccato con le gambe e ho avuto un calo di tensione. Lui invece ha usato il tempo per riorganizzare le idee. Quella sosta ha fatto girare ancora la partita. Potevo vincerla. Da un lato mi fa piacere, dall’altro mi rode.

A che cosa pensa un giocatore sotto due set a zero contro il numero uno del mondo?

Stai attaccato al servizio. Non importa il resto, ma tieni la battuta. Così lui deve fare ancora più attenzione nei suoi turni di battuta e comincia a sentire la pressione, come in effetti è avvenuto. Sono risalito così.

Si aspettava che Djokovic desse di matto?

Sinceramente, no. Comunque mi ha fatto piacere. Significa che ha sentito paura. E sono stato io a mettergliela addosso. Si era reso conto che stava rischiando grosso. Urlando così si è liberato dalla tensione. II fatto che non ci fosse pubblico e si giocasse nel silenzio ha amplificato l’effetto.

Come si ricomincia ogni volta?

Prendendo il buono di ogni esperienza. La partita con Novak dimostra che il livello per puntare ancora più in alto c’è. Lui ha disputato più di cinquanta quarti di finale in uno Slam. Io, appena due. Mentre parliamo, sono sul treno che da Parigi mi porta a Londra, dove da oggi comincio la preparazione per Wimbledon. C’è sempre un altro torneo, c’è sempre un’altra possibilità.

Chi vince oggi tra Djokovic e Nadal?

Nadal è favorito. Ma Novak tira sempre fuori qualcosa di extra, sembra avere risorse sovrumane. Proprio per questo la finale dell’anno scorso mi ha sorpreso. Non per il risultato, ma per la facilità con cui Rafa ha vinto. Secondo me questa volta sarà una battaglia.

Perché si paria così tanto di Sinner e di Musetti e così poco di lei?

Ho fatto un percorso diverso. Non sono mai stato un predestinato. A 18 anni ero ancora molto indietro. Quindi capisco che ci sia tutto questo clamore intorno a loro. Sono ancora più giovani di me, fanno impressione. Per me rappresenta uno stimolo ulteriore. Una sana competizione, per non farmi superare da loro. Ammetto che certe volte me la prendo un po’. Non solo per me. Vedo quello che fa Lorenzo Sonego, e tutti gli altri nostri giocatori, per fortuna ne abbiamo molti, e sembra quasi che non conti nulla. Ma che posso farci, funziona in questo modo, così va la vita.

Lo Slam che sogna di vincere?

Wimbledon. Ma non è che se vinco Parigi, o New York mi dispiace, sia chiaro. Mi accontenterei volentieri…

Ci siamo quasi?

Manca ancora un pezzettino. Devo imparare a tenere alti i giri del motore, continuando a investire su me stesso. Quei mostri non sono eterni. Bisogna farsi trovare pronti. E comunque vada, mai smettere di crederci.

Semidei sulla terra (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gli dei sono tra noi, dicevano. Uno il figlio del mare, l’aria da pirata, progenie di Poseidone forse, che aveva come simboli il tridente e il toro. L’altra invece figlia di Fitness, che però nessuno ricorda nel Dodekatheon, il Club delle vere divinità, non più di 12 ma capaci di far casino per 36, spesso in lite fra loro, sempre agitate dal vento dei sospetti. Stefanos Tsitsipas e Maria Sakkari, la Grecia che va alla riscossa. Semifinalisti assieme a Parigi, e tra i primi venti nelle rispettive classifiche. Ma curiosamente ribaltati nei corredi ribonucleici, lui ammantato da un dna tutto cuore e passione, lei invece di muscoli, di cui si ricoperta come un giubbotto in questi anni di tennis. Basta poco per eleggerli a semidei, due tipi così. E ricamarci sopra, figli di avventure infinite a corredo di una genealogia sterminata, scesi dal monte che nasconde la vetta tra le nuvole, destinati a una storia in comune, con l’approvazione di Afrodite, dea dell’amore. Ieri, però, la giovane Barbora Krejcikova, con il suo nome crepitante di sberle pronte all’uso, era così mal disposta nei confronti di Maria Sakkari da tirarla giù a racchettate ogni qual volta la greca abbia preso lo slancio per tentare di salire in alto. Avanti nel primo set, Maria, poi ripresa e sorpassata. Avanti anche nel secondo, salvato d’un soffio dal ritorno della ceca di Brno. Infine giunta per prima al match point, sul 40-30 del 5-3, per essere artigliata dalle unghie affilate di Barbora e condotta cinque volte a un passo dal baratro, nel quale è piombata al 16° game tra osceni palleggi spinti all’altezza della seconda fila di sedie, ed errori arbitrali a dir poco ingenerosi e tutti a sfavore della ceca. Krejcikova va in finale contro Pavlyuchenkova, Sakkari se ne va trattenendo le lacrime. Fermiamoci qui. Dopo tanta Italia, in semifinale è comparsa la Grecia, che di tennisti ne ha due e non più di due, Stefanos e Maria. È la prima volta, anche perché la Grecia ha svolto fin qui un ruolo diverso, quello di rifornire di campioni l’altrui cambusa tennistica, nella multiforme accezione di tennisti greci nati altrove da famiglia greca, o da greci migranti verso altri mondi: Pete Sampras, Mark Philippoussis, Nick Kyrglos. Stefanos e Maria sono i primi greci “in purezza” del tennis, per nascita e scuola. «Siamo due eccezioni, io e Stefanos, due greci nei primi venti quando il tennis nel nostro Paese quasi non esiste. Dovrò allontananni dalla famiglia per migliorare». […]

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Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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Collins è la nuova regina di Palermo (Vannini)

La rassegna stampa di lunedì 26 luglio 2021

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Collins è la nuova regina di Palermo (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

Una finale vera, stizzosa anche, fatta di urla reciproche fra due giocatrici che ad Amburgo 20 giorni fa, se n’erano dette di tutti i colori. Ma alla fine è la favorita Danielle Collins a iscrivere il proprio nome sul 32simo Palermo Ladies Open e a diventare la prima americana a vincere il torneo siciliano. Il suo primo titolo Wta,

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Crolla sul piano fisico Elena Gabriela Ruse

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Ma la Collins ha replicato il copione della semifinale, rimontando nel 1° set da 2-4, con una serie di risposte di rovescio di altissima scuola. Nel 2°, la Rusé sul 2 pari ha avuto quasi un mancamento, sono intervenuti i medici con sosta di una decina di minuti, poco gradita dalla Collins che se n’è lamentata col supervisor ma non si è smontata e alla ripresa ha chiuso 6-4, 6-2. Oggi la sua classifica salirà fino al n. 35 del Mondo.

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Mastroluca). La Collins spezza la meledizione (Vannini)

La rassegna stampa di domenica 25 luglio 2021

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ai Giochi Olimpici, diceva Pierre De Coubertin, l’importante non è tanto vincere quanto partecipare. Hugo Dellien, battuto da Novak Djokovic all’esordio nel torneo olimpico di tennis, ha confermato che il principio può valere ancora. Al momento della stretta di mano, infatti, gli ha chiesto la maglia come ricordo del giorno più importante della sua carriera. Il numero 1 del mondo l’ha accontentato, come il boliviano ha potuto documentare sui suoi profili social.

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Dopo la partita, Djokovic ha chiesto di iniziare il programma più tardi, rispetto all’orario fissato per le undici del mattino ora di Tokyo, a causa del caldo insopportabile all’Ariake Tennis Park. «Non capisco perché non partire alle tre del pomeriggio, ci sarebbero sette ore di luce almeno e poi ci sono i riflettori su tutti i campi» ha detto il numero 1 del mondo. CAOS CALDO. A causa del caldo estremo, la locale agenzia per l’ambiente ha invitato i cittadini a non praticare attività fisica all’aperto per il rischio di infarti.

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Anche il russo Danil Medvedev, numero 2 del mondo, si è lamentato delle durissime condizioni e ha protestato per la durata dei cambi campo, di soli sessanta secondi e non di un minuto e mezzo come nei tornei Atp. MARATONA SONEGO.II russo potrebbe affrontare negli ottavi Lorenzo Sonego, che sotto questo sole opprimente ha rimontato un set salvato un match point prima di completare il 4-6 7-6(6) 7-6(3) sul giapponese Taro Daniel, dopo una partita durata tre ore e sette minuti.

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Sonego è in stanza con i grandi amici Lorenzo Musetti e Fabio Fognini. BENE FOGNINI, KO ERRANI. Il ligure, che non ha partecipato alla cerimonia d’apertura senza pubblico e con le delegazioni in forma ridotta, ha sconfitto un altro giocatore di casa, Yuichi Sugita, sostenuto anche dal carrarino (che poi si è spostato a tifare Sinego), battuto invece dall’esperto australiano John Millman.

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Al prossimo turno, incontrerà il bielorusso Egor Gerasimov, numero 79 del mondo, che non ha mai incontrato in carriera. Il caldo ha messo in difficoltà anche la russa Anastasia Pavlyuchenkova, che ha chiesto assistenza medica durante il 6-1 6-0 su Sara Errani.

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La Collins spezza la maledizione (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

La prima finale della carriera per Danielle Collins, 27 anni, risultati eccellenti negli Slam (semifinale in Australia 2019. quarti a Parigi l’anno scorso), ma mai la soddisfazione di alzare un trofeo; la seconda in venti giorni per Elena Gabriela Ruse, romena esplosa con il successo di Amburgo partendo dalle qualificazioni, esattamente come adesso a Palermo.

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Semifinali diverse per caratura e durata La prima si è trascinata per tre ore con la Ruse che contro la francese Dodin pareva avvertire la fatica, andava sotto di un set e nel secondo chiamava il medical time out.

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Altra qualità nella sfida fra due tenniste che hanno frequentato le prime 25 del mondo. La Collins cambiava marcia vincendo sette giochi consecutivi dal 2-4 iniziale per la Mang, chiudendo il primo set con quattro fenomenali risposte di rovescio. La cinese sembrava non crederci più, e la statunitense, reduce ad aprile da un intervento per endometriosi, spezzava la maledizione delle semifinali perse. Un precedente fra le due, molto recente ad Amburgo: vinse la Ruse in tre set. BRONZETTI. Palermo ha consacrato la crescita di una nuova promessa italiana. l quarti di Lucia Bronzetti, i secondi di fila dopo Losanna, sono uno raggio di luce. Spiega Francesco Piccari, allenatore della 23enne riminese: «Fanno notizia questi 15 giorni, ma i miglioramenti di Lucia sono evidenti da almeno quattro mesi. Ha cominciato l’anno con due vittorie e una semifinale nei tornei minori e da allora ha preso fiducia.

[…]

“Ora riposerà per qualche giorno, ieri ha fatto il vaccino, poi ad Anzio prepareremo la stagione sul cemento. Per classifica non entrerà nei tornei americani pre-US Open, e giocherà direttamente le qualificazioni a New York”.

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