Wimbledon: ho 'scoperto' l’incredibile mano di Matteo Berrettini. Non è quella di McEnroe, ma quasi

Editoriali del Direttore

Wimbledon: ho ‘scoperto’ l’incredibile mano di Matteo Berrettini. Non è quella di McEnroe, ma quasi

LONDRA – Berrettini non è solo servizio e dritto, come molti pensano. Parlano chiaro i risultati ed è evidente vedendolo da vicino. Da favorito con l’amico Auger-Aliassime

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

Diffidate delle immagini televisive. Il tennis è bello guardarlo dal vivo. E vederlo da vicino è tutta un’altra cosa. Sarà una considerazione banale, banalissima, ma mi viene spontaneo farla dopo aver visto Matteo Berrettini battere agevolmente Ivashka dalla primissima fila del campo 12, sul lato lungo del rettangolo, proprio di faccia al seggio arbitrale.

Anche noi giornalisti, certo spettatori privilegiati perché non paghiamo il biglietto, ci ritroviamo sempre più spesso in posizioni dalle quali si vedono magari discretamente bene i giocatori e discretamente male la palla. I giornalisti della carta stampata vengono sistemati in posti sempre più alti, sempre più lontani dall’azione. Ovunque. A Flushing Meadows, stadio Arthur Ashe da 20.000 spettatori, chi sta in piccionaia deve avere una vista d’aquila per scorgere la palla che pare una pallina di ping-pong e, quando viene scagliata a 230 km/h come in certi servizi, beh, allora si vorrebbe avere una telecamera incorporata come quelle che riprendono le palline da golf che fanno un percorso di 200 metri.

Il mestiere naturalmente aiuta a scorgere traiettorie, velocità ed effetti che magari possono sfuggire allo spettatore meno avvezzo, più casuale. E a tutto ci si abitua. I giornalisti che seguono un grande evento, uno Slam, un Masters 1000 dove ci sono tanti incontri che si giocano contemporaneamente su più campi, spesso si fermano in sala stampa a guardare le partite di cui dovranno scrivere sui monitor di cui sono provvisti.

 

Ciò accade anche perchè le giornate di un evento tennistico sono lunghissime, durano anche 14-16 ore. E spesso si rinuncia a seguire tanti match dal vivo, magari da lontano, avendo a che fare con sole, vento, freddo, caldo, con l’incubo di dover tornare indietro di corsa in sala stampa perché c’è la conferenza stampa di questo o quello. Va già bene, oggi, che sui telefonini si sa tutto al volo, si vede una partita e se ne può seguire un’altra (almeno il punteggio) o anche più d’una. Un tempo bisognava mettersi d‘accordo con qualcuno che ti dicesse “guarda che sta arrivano Caio, guarda che si è fatto male Tizio…”. Quando poi si è in chiusura di articolo, a tarda serata, nessun giornalista può concedersi di andare in giro per campi e match.

Ma, tralasciando il discorso giornalisti (che importa solo a loro), la maggioranza degli spettatori che conquistano un biglietto a Parigi piuttosto che a Wimbledon, va al tennis più per poter dire “C’ero anch’io…” o per il desiderio di partecipare a un evento trendy, che per seguire una partita da così vicino (c’è anche il problema economico). Ma, anche se so – per aver cercato a volte biglietti per familiari e amici – che trovare posti nelle prime fila di un evento tennistico rappresenta un vero salasso economico che non è alla portata di tutte le borse, devo però dire che quel che si vede e si può notare guardando una partita da vicino è tutta un’altra cosa.

Come detto sopra non capita quasi mai neppure a me. Il mio campo prediletto era il vecchio, e smantellato, Court One di Wimbledon. I posti stampa erano rasoerba, quasi imbucati, potevi leggere il logo sulle scarpe dei tennisti. Magari non vedevi benissimo la riga di fondocampo del lato più lontano, ma apprezzavi in modo incredibile tutti i gesti tecnici dei giocatori. E imparavi molto di più che guardando le partite da 15/20/30,  metri più in alto.

Normalmente, se mi trovo a poter scegliere da quale lato guardare una partita opto per il lato corto del rettangolo, come del resto insegna la posizione delle telecamere. Si inquadrano meglio gli spostamenti, i contropiedi, le aperture di angoli che un tennista si è procurato. Ma ieri per il match che Berrettini ha condotto magistralmente contro Ivaska, che ha qualità non indifferenti secondo me, il posto che ho trovato era – come dicevo – sul lato lungo proprio di faccia a dove si sedeva Matteo ai cambi campo. Di faccia quindi anche all’arbitro. Mai sedercisi dietro a quel seggio, se non sei il coach che vuol fare segni al giocatore senza essere visto, perché il seggio e il resto ti coprono parecchio la migliore visuale.

Ebbene, da quella posizione che non avrei scelto, ho potuto ammirare giocate e aspetti tecnici di Matteo che mi hanno lasciato basito. Eppure quante volte lo avrò visto giocare ormai? Più vicine alle 100 che a 50. Come tutti ho sempre apprezzato la potenza e la precisione di certi dritti, di certi servizi (anche ieri sparati a 133 miglia orarie, 214 km), l’efficacia di certe smorzate. Ma mai come ieri ho potuto scorgere da meno di cinque metri e con la testa all’altezza del paletto della rete, certi suoi tocchi, dropshot e contro-dropshot, dritti davanti a sé come incrociati, il riflesso della reazione di fronte a un rimbalzo che all’ultimo costringeva a una correzione del polso assolutamente imprescindibile.

L’erba del campo 12, e lo avrebbe raccontato lo stesso Matteo nella rituale intervista post match, è più lenta. A volte la palla si acquattava improvvisamente, proprio nei pressi della rete. E la qualità delle reazioni di Matteo, insieme al tocco di palla che mi ha fatto vedere in quelle situazioni che sono state diverse, mi ha fatto scoprire un Berrettini per me inedito. Mai descritto prima, né dal sottoscritto né da altri. Certo qualcun altro ha sottolineato il suo tocco di palla, apprezzandone certe smorzate improvvise, ma io ieri gli ho visto tirar su anche con il rovescio a una mano palle che non si alzavano dall’erba per giocare slice rasorete pazzeschi, veloci e non puramente rallentati come sono in genere quelli quelli solo difensivi, e in grado di calare subito dopo aver superato la rete fino a cadere sulle stringhe di Ivashka che si era precipitato a rete. E vi assicuro che forse solo il miglior Federer sarebbe riuscito a replicare ad alcuni di quei passanti.Passante calante, punto vincente!” soleva dire Maestro Rino Tommasi.

Per carità Matteo non ha ancora, né avrà mai anche perché le racchette non sono più quelle di una volta, la mano di John McEnroe. Quella che spinse Gianni Clerici a dire in una famosa telecronaca che oggi verrebbe forse censurata perché non abbastanza politically correct: “Anche senza essere gay, da uno che ha una mano così mi farei certamente accarezzare!”. Con Rino Tommasi al suo fianco che trasalì, rimanendo per una volta senza parole!

Matteo Berrettini – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Quando si segue un match in TV, ci si distrae spesso, si sente dire il punteggio, non ci si sofferma sulle squisitezze tecniche. Ed è perfino peggio quando si segue un match in tribuna stampa, dove non si può godere nemmeno del replay televisivo… che peraltro solo il bravo regista espetto di tennis è capace di cogliere se il punto è stato tecnicamente superlativo. Inoltre il replay ti mostra quasi sempre, per esigenze di tempo, le fasi finali del punto, ma non è detto che la prodezza tecnica – se non è un tweener sul quale anche il regista più sprovveduto è avvertito – non sia sfuggita.

Ecco, io ieri ero entusiasta di certe cose che ho visto fare da Matteo. Anche al volo, sia chiaro. Ma le drop-volley sono già un patrimonio più comune fra i top-player. E mentre le vedevo mi spiegavo tante cose, come fra le altre prerogative tanta sua costanza nell’ottenere quei risultati che sui giornali d’oggi tutti riassumono ed evidenziano. Primo italiano nei quarti dopo Sanguinetti (’98), dopo De Morpurgo, Pietrangeli (2 volte), Panatta e Sanguinetti, primo italiano nei quarti in tre superfici diverse. Precisando che de Morpurgo e Pietrangeli (come Rod Laver campione di 2 Grand Slam) non avrebbero comunque potuto riuscirci in tempi in cui 3 Slam su 4 si giocavano sull’erba. Lui comunque sull’erba ha anche vinto Stoccarda (che nessuno dei vecchi quartofinalisti poteva vincere) e il Queen’s (e lì sì che avrebbero potuto, ma non ci sono andati neppure vicino).

I soliti ricercatori del… pelo nell’uovo sosterranno magari che in fondo Matteo ha semplicemente onorato il suo status di testa di serie n.7, affrontando e battendo sempre giocatori di ranking inferiore. Essi paiono dimenticare però che quel seeding i giocatori se lo conquistano in 12 mesi di prestazioni. Se Berrettini è n.7 lo è perché merita di essere n.7 e quindi di non incontrare  prima dei quarti nessuno classificato meglio di lui. Poi, certo, poteva trovare a Wimbledon avversari con un ranking fra il 33 e il 40, invece che fra il 59 e l’80, idem negli altri Slam dove ha fatto così bene. Però, come diceva non ricordo più chi, uno può battere soltanto gli avversari che gli si parano davanti. E anche i discorsi sulle “weak era”, avanzati in altre situazioni e per altri giocatori (quasi sempre dai tifosi di un tennista e detrattore di un altro), lasciano il tempo che trovano.

Piuttosto, e già prima ancora che Felix Auger Aliassime mettesse a nudo ancora una volta certe fragilità mentali e probabilmente anche tecniche di Sasha Zverev che ha un primo servizio da fenomeno e un secondo servizio inaffidabile e quindi alla resa dei conti modestissimo – Zverev non ha mai battuto un top-10 in uno Slam (neanche Berrettini per la verità, che sinora è 0-4): proprio sicuri che sia un caso? – mi chiedevo ancora sul campo 12: ma quanti tennisti contemporanei hanno oggi la la mano vellutata di Matteo?

Non sarà anche questo aspetto, oltre al gran servizio (che può ancora progredire in termini di percentuale) e il formidabile dritto (idem), l’ottimo senso della posizione a rete quando decide di scendere (mai ancora serve&volley fin qui, è un altro piccolo aspetto migliorabile, servirebbe a prendere di sorpresa un avversario che si limiti ogni tanto a cercare di rispondere preoccupandosi di evitare solo il dritto di Matteo…) a renderlo più forte di tanti? Forse anche di alcuni, come Zverev appunto (ma anche Thiem se non Tsitsipas), che lo precedono?

Auger-Aliassime, suo prossimo avversario, saprebbe fare quel che sa fare Matteo? Mentre mi pongo questo interrogativo al momento la mia risposta sarebbe: no! Poi però prendo un attimo le distanze da me stesso, perché mi rendo conto che il mio giudizio è magari influenzato da un match giocato in discesa contro Ivashka. Quando sei più tranquillo, anche se momenti critici ci sono sempre in quasi tutti i match, ti riescono più facilmente tutte le cose. Perfino a Federer contro Sonego sono riuscite nel secondo e nel terzo cose magiche prodezze che nel primo set non aveva mostrato. Tuttavia, secondo me, resta il fatto che – salvo situazioni mentali e di risultati non preventivabili – a diversi altri top 10 le cose che ho visto fare a Matteo non riuscirebbero.

Questo mercoledì gioca contro un giovincello che, incoraggiato dall’aver superato ostacoli temibili come Kyrgios e Zverev, sarà in piena fiducia ed eccitato all’idea di aver raggiunto per la prima volta un  quarto di finale in uno Slam, senza aver nulla da perdere contro l’italiano che lo aveva battuto nella finale di Stoccarda ed è molto meglio classificato di lui. Chi vivrà vedrà. Consentitemi di essere ottimista almeno quanto Santopadre – a breve sarà online l’intervista che gli ho fatto ieri – e Matteo.

E in fondo non credo che possa costituire motivo di distrazione per Matteo l’impegno di Ajla Tomljanovic, che stasera sfida da sfavorita la numero uno del mondo Ash Barty. Durante il match vinto da Tomljanovic contro Raducanu (che si è ritirata per problemi respiratori), Matteo era in tribuna a interpretare il ruolo di primo tifoso. Probabilmente sarà così anche oggi, per prendersi una piccola pausa prima di dedicarsi anima e – soprattutto – corpo alla sfida contro Auger-Aliassime, che vale una semifinale a Wimbledon.

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Australian Open

Fabio Fognini che cosa pensi di fare da grande? Berrettini e Sinner sono da semifinale?

Sognare costa poco, ma dando retta al ranking, Berrettini è il primo candidato a un posto in semifinale così come Sonego lo è per i quarti…contro Matteo. E Sinner, dopo il forfait di Ruud, lo è per i quarti: contro Tsitsipas?

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Dal record di partecipazione, 10 azzurri nel tabellone maschile, si passa al record degli eliminati al primo turno, sette su dieci, ma direi che il record che conta è il primo e non il secondo che è più una boutade.

E poi dopo aver visto il sorteggio direi che era tutto abbastanza prevedibile. Berrettini, Sinner e Sonego sono i nostri migliori giocatori, tutti e tre compresi fra le teste di serie, n.7, n.11 e n.25 ed è normale che abbiano superato il primo turno. Il solo ad aver perso un set è stato Berrettini che incontrava in Nakashima il giocatore più forte, il solo compreso fra i primi 100, e dopo aver perso ill primo set ha rischiato forte di cederne un altro perché non stava neppure bene, ma ha dimostrato anche in questa occasione una solidità di nervi non comune per venir fuori da una situazione preoccupante. Prima di dire che cosa mi aspetto dai nostri 3 tenori – vabbè, non è una definizione originale, ma mica potevo chiamarli Fab 3 – mi pare si debba spendere qualche commento su Fabio Fognini.

La sconfitta che fa più male forse è la sua. Anche perché è stata nettissima e contro un giocatore, Griekspoor, che anni fa lui avrebbe ridicolizzato. Invece Fabio ha raccolto 9 miseri game in tre set in un’oretta e tre quarti di tennis da dimenticare. La metà del suo avversario.

 

Non intendo assolutamente infierire nei confronti di Fabio. Mi aspetto che qualche maligno pensi che non si aspettasse altro che di farlo, visti i rapporti spesso polemici tenuti da Fognini nei confronti miei, di Ubitennis e dei suoi collaboratori, però mi pare che Fabio da un bel po’ non sia più lui.

a 35 anni è difficile tornare ad essere quello che si era se non si ha – o quantomeno si mostra di non avere – più neppure grande fiducia nelle proprie possibilità. E forse neppure la voglia di continuare a giocare. Tanto Murray appare irriducibile, tanto Fabio pare sconsolato, sfiduciato, quasi rassegnato.

Figurarsi se mi permetto di dargli consigli. Anche perché lui farebbe certamente il contrario di quel che io gli consigliassi. Ma giocare senza pensare di poter vincere non ha molto senso. Sono abbastanza sicuro che a lui non piaccia viaggiare, lasciando Flavia e tre bambini a Arma di Taggia, o anche in Spagna, per fare figure che non avrebbe mai fatto.

C’è il doppio, meno male, e l’amicizia con Bolelli che può essere uno stimolo a continuare. Qualche risultato, abbiamo visto, lì arriva ancora se non si affrontano i più forti della specialità come quelli che non gli hanno dato scampo in Davis a Torino, e questo lo può tenere su di morale.

Del resto tanti tennisti che non si sentivano di lasciare da un momento all’altro il tennis, l’agonismo, il circuito, gli amici frequentati per anni (nel caso di Fabio quasi una ventina d’anni fra carriera junior e adulta), si sono rifugiati nel doppio e hanno continuato a giocare e anche a guadagnare dei bei soldini fino a 40 anni e oltre.

Ovviamente quello dei soldi per Fabio è l’ultimo dei problemi, beato lui.

Fra moglie e marito – senza mettere il dito – i Fognini hanno guadagnato 30 milioni di dollari (lordi) di soli premi ufficiali.  Quanto da  sponsor, esibizioni, gettoni di presenza in Davis e Fed Cup non ho idea. E mica sono l’agente delle tasse. Ma la coppia Fognini potrà mantenere serenamente i 3 figli e i figli dei figli, forse anche i pronipoti.

Fabio è stato il miglior tennista che abbiamo avuto dal tramonto di Panatta e&. Miglior come talento puro dei tre migliori tennisti italiani di oggi, quei tre tenori che abbiamo visto essere ancora in gara a Melbourne.

Sono contento per lui che proprio poco prima che l’anagrafe e qualche problema fisico gli facessero pagare dazio, Fabio si sia tolto la soddisfazione di entrare finalmente fra i top-ten (n. 9 il 15 luglio– dopo essere stato n. 13 del mondo per un breve periodo nell’estate di 9 anni fa: chiuse l’anno a n.16) e di vincere un Masters 1000 a Montecarlo 2019. A febbraio perderà la seconda metà di quei 1000 punti congelati da allora e il suo ranking peggiorerà notevolmente.

Con Montecarlo ha vinto 9 tornei, ma purtroppo negli Slam non ha raggiunto grandissimi traguardi, un solo quarto di finale a Parigi 2011 quando battè annullando caterve di matchpoint Montanes negli ottavi ma facendosi così male da non poter disputare i quarti contro Djokovic.

Si fosse programmato meglio sarebbe probabilmente riuscito a qualificarsi una volta per un Masters che invece ha solo sfiorato.

Gli sono mancati dei centimetri per servire meglio, in tempi in cui i più forti tennisti oggi sono quasi tutti più vicini ai 2 metri che al metro e 90, ma forse ancora di più una testa per uno sport che è durissimo proprio per gli aspetti psicologici che comporta.

Non avendo mai avuto la continuità dei Fab Four, quelli sì veri fenomeni e stiamo constatando anche in questi giorni di cosa sia capace Andy Murray, i 35 anni di Fognini pesano di più, sono quasi come i 40 di un Federer. Nadal e Djokovic, vaccino a parte, reggono ancora alla grande, ma da Fognini ormai non credo ci si possa più aspettare vittorie in qualche torneo che conta. Qualche exploit magari ancora sì, perché di talento ne ha da vendere e quindi qualche bella giornata gli potrà anche capitare. Ma tre di fila non credo proprio. Il mio non vuole assolutamente essere un De Profundis, perché una partita ben giocata da Fognini varrà sempre il prezzo del biglietto, ma quante di queste partite riuscirà ancora a giocare? Cosa vuoi fare da grande caro Fabio? Ai posteri…  

E sempre posteri saranno anche quelli che vedranno a che punto del ranking mondiale sarà capace di issarsi Lorenzoo Musetti.

Speravo proprio che Lorenzo ce la facesse contro de Minaur e invece dopo un illusorio primo set, vinto in rimonta come avrete constatato dalla nostra cronaca e dalla sua intervista , è purtroppo sceso di intensità, ha perso sempre più campo. Tuttavia, anche se era certamente dispiaciuto, non credo possa avere troppi rimpianti.

De Minaur, classe 1999, fra meno di un mese compierà 23 anni. Ha cioè 3 anni più di Lorenzo (che è nato nel marzo 2002) e a quest’età tre anni di differenza sono un abisso.

Ho fiducia che fra tre anni Lorenzo sarà un altro giocatore.

Questa, come le altre sconfitte degli altri 6 azzurri eliminati ci stavano tutte. E salvo Travaglia che ha lottato parecchio, fino ai crampi, con Bautista Agut, e ha almeno vinto un set quando avrebbe potuto vincerne anche due –nel primo ha servito per il set ma ha perso il game a 15 – tutti gli altri hanno perso 3 set a zero. Dominati.

Ho scritto questo editoriale quando i “tre tenori” dovevano scendere in campo e spero di non portare loro male se dico che in teoria potrebbero arrivare tutti e tre nei quarti.

Se ciò accadesse, visto che per centrare quel traguardo Sonego e Berrettini, i gemelli diversi, si troverebbero l’un contro l’altro armati, avremmo la certezza di uno di loro due in semifinale. Roba da stropicciargli gli occhi, perché a seguito del ritiro di Ruud testa di serie n.8 nel settore di Sinner, Jannik è rimasto come il miglior classificato lì.

Quindi Sinner è il maggior candidato a raggiungere i quarti, proprio come Berrettini, ma senza avere sul suo cammino tennisti del calibro di Alcaraz e Korda che invece Matteo potrebbe dover affrontare. Per carità, il Braveheart Murray che ha vinto al quinto con Basilashvili e che a fine anno scorso  battè proprio Sinner non sarà certo avversario arrendevole, ma secondo me Sinner è più solido di Basilashvili…sebbene quando c’è da chiudere un set con il servizio a disposizione tende un po’ troppo spesso a irrigidirsi e a perderlo.

Forse sarebbe stato meglio per lui incontrare  Murray subito, già al secondo turno, perché lo scozzese sarebbe ancora stanco per la battaglia del primo turno, dopo la finale di domenica scorsa. Invece dovrà giocare contro il giapponese Taro Daniel e probabilmente avrà modo di recuperare.

C’è anche de Minaur nel settore di Sinner, ma Sinner oggi come oggi è ben più forte di Musetti. E De Minaur è comunque un tennista con limiti ben definiti.

Sinner giocherà da favorito i prossimi 3 match con Johnson, Murray e de Minaur. Se li vince eccolo nei quarti, probabilmente contro Tsitsipas, il n.4 del seeding e il più abbordabile rispetto a Medvedev, Zverev e secondo me anche rispetto a Nadal (che è n.6).

Sinner ha battuto a Tsitsipas a Roma, dove ci ha anche perso. E per quanto con il greco abbia perso 2 volte su 3 potrebbe – se arrivassero entrambi a scontrarsi – il traguardo della semifinale non sarebbe un traguardo impossibile.

Ben più difficile sarebbe l’eventuale semifinale con Medvedev, nonostante il matchpoint avuto a Torino…quando però il russo un momento sbadigliava (o si fingeva disinteressato) e un altro momento faceva numeri e recuperi da prestigiatore.

Lo so che mi sono spinto troppo in là, nemmeno io fossi parente del Mago Ubaldo, però se ho detto del tutto illogiche fatemelo pure presente. Non mi offendo. E non ho scritto che due italiani giocheranno due semifinali eh. Diciamo che, sebbene io guardi soprattutto a Berrettini contro Alcaraz con grandissima preoccupazione, quasi maggiore di quella che proverei alla vigilia di un Sonego-Monfils – ma attenzione già stanotte a Otte perchè a New York mi impressionò e non sarà facile domarlo, batte molto bene – magari sotto sotto ci spero. Voi no?

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Australian Open

Chi dei gemelli diversi, Berrettini e Sonego, ha più chances di centrare gli ottavi?

Strapiombo Kenin, delusione Gauff, dispiacere Jabeur. Febbrile attesa Brit per Murray contro… chiunque e per Raducanu-Stephens

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A un boomerang dall’Australia risponde un boomerang dalla Francia. Novak Djokovic dovrà decidere cosa farà da grande. Cioè a 35 anni. Il pensionato coerente con le sue libere opinioni? Il tennista professionista che rispetta tutte le stesse regole che rispettano i suoi colleghi? Molte alte strade non le vedo. Salvo che il COVID ci faccia la grazie di scomparire dalla terra con la stessa rapidità con cui si affacciato in Cina e poi nel resto del mondo.

Ma su quest’ultima ipotesi perfino coloro che accusano di ipocondria coloro che contano tristemente i 5 milioni e 500.000 morti disseminati nel globo dal Covid, sembrano poco ottimisti, pur tenendosi attaccati quasi morbosamente _ e per questo morbo davvero non pare ci sia vaccino che funzioni – alle proprie convinzioni NoVax.

Il caso Djokovic ha tenuto banco per tutto questo fine2021-inizio2022, e penso che ci terrà compagnia ancora per qualche mese, ci piaccia o no. E certamente ancora l’anno prossimo a gennaio quando si capirà se a) Djokovic vorrebbe giocare il prossimo Open d’Australia mettendo una pietra sopra a quanto successo quest’anno, b) se le autorità australiane gli apriranno uno spiraglio per evitargli i tre anni di semaforo rosso al Paese.

 

Io mi auguro entrambe le cose, a scanso di equivoci.

Ma siccome oggi volevo parlare di tennis e in fondo nella prima giornata dell’open d’Australia non è poi successo granchè, eviterò di asfissiarvi con un editoriale troppo lungo.

Cominciamo da sciovinisti. Gli italiani. Ce n’erano 8 in gara, hanno vinto in 5. Le due sconfitte, Fognini con Griekspor, Caruso con Kecmanovic per me non sono sorprese. Per quella della Paolini con la Ruse, assai peggio classificata della nostra, preferisco non pronunciarmi perché non conosco abbastanza la tennista rumena. So che ha 24 anni e che ha avuto come best ranking il n.87, ma non ricordo di averla vista giocare abbastanza a lungo. Certo che il punteggio è netto. Come sono netti anche i due punteggi patiti da Fognini e Caruso (per l’appunto i due che lo scorso anno si presero a male parole).

E le cinque vittorie? Mi sono svegliato stamattina, erano le 8 e mezzo, con una grande apprensione. Ero andato a letto poco prima delle quattro del mattino, con Berrettini che aveva salvato diverse pallebreak ma non il primo set. Mentre di occasioni ne aveva avute pochissime con Nakashima, dal servizio con una motion simile a quella del grande Pete Sampras.

Grande sollievo quando stamani ho visto che Matteo aveva vinto in 4 set. Non ci avrei giurato, anche perché i commenti che si udivano indirizzati al suo angolo (leggi Santopadre) erano piuttosto negativi “Ehi ma questo non sbaglia mai! Ma che devo fare? Quante righe prende?” e così proseguendo. Bene che approda al secondo turno e bene anche trovarsi di fronte Kozlov piuttosto che Vesely il quale, con il servizio mancino che si ritrova, in giornata di vena contro Matteo che ha nella risposta il punto più debole, era meglio riuscire ad evitare. Penso che l’ostacolo vero sarà Alcaraz. E più Alcaraz che forse in ottavi Carreno Busta o Korda (che ha fatto fuori brutalmente Norrie, n.12, con Harris n.30, una delle due teste di serie eliminate on the first day. Lo spagnolino allievo di Juan Carlos Ferrero ha avuto il Covid ma lo si è visto allenarsi come un assatanato.

Sonego ha regolato con discreta tranquillità Querrey che per nostra fortuna non è più quello che eliminò Djokovic a Wimbledon e tanti altri giocatori in carriera. Lorenzo deve cercare di vendicare la sconfitta patita con l’ostico tedesco Otte a New York.

E’ notevole l’opportunità che ha di raggiungere gli ottavi, approfittando del vuoto lasciato dall’espulsione di Djokovic. Né Otte né il vincitore di Paul-Kecmanovic sono avversari scarsi…ma al terzo turno è difficile che possa capitare di meglio. Testa di serie n.25 Lorenzo è il miglior in classifica rispetto ai tre che ho citato. Qualcosa dovrebbe pur dire, anche se il ranking non è anche un ranking di specialità, cioè di superficie.

Voglio mettere alla prova i lettori – mi serve capire chi legge e chi “posta” commenti eh – chiedendo loro: secondo voi ha più chances di raggiungere gli ottavi Sonego oppure Berrettini? Son curioso di leggere come la pensiate.

Delle ragazze, anche se ho parlato con la mia vicina di casa Martina Trevisan subito dopo la sua vittoria sulla giapponese Hibino (sostituta dell’ultimo momento della cinese Zheng…sempre occhi a mandorla erano), non ho visto che Camila Giorgi con la nervosissima Potapova che ricordavo aver visto bambina tredicenne superpromettente al torneo junior pasquale di Firenze.. Talmente nervosa che dopo aver concesso pallabreak sul 4-5 e subito il set è scomparsa di scena nel secondo: 6-0. Di Camila …mi ha fatto piacere vedere che apparentemente non sta male. Il suo forfait ritiro nel torneo precedente mi aveva preoccupato. La Martincova non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile come (sulla carta) la Barty al terzo turno.

Non avendo viste le loro partite vi rimando alle cronache dei vittoriosi match della Trevisan (che ha però la Badosa al secondo) e della Bronzetti sulla Gracheva: bravissima Lucia, complimenti perché vincere all’esordio in uno Slam è sempre una piccola grande impresa. Ma anche lei ha l’ostacolo Barty e subito. Si toglierà la soddisfazione di giocare su un grande campo, con tanto pubblico. Quanti pagherebbero? Lei invece con i 154.000 dollari australiani del secondo turno, uscendo dalle qualificazioni, ha già fatto Bingo.

Chiusa la pagina azzurra, accennato all’exploit di Korda ai danni di Norrie (che non penso valga la classifica che ha), sarei stato curioso di guardare dal basso lo scontro fra Opelka e Anderson (2m,11cm contro 2m,03; solo Opelka-Isner avevano raggiunto altezze più elevate) vinto dal primo.

Mentre Nadal che perde solo 7 game con Giron conferma che Rafa, almeno a livello di tornei 250 ATP, sta benino. Non ha nemmeno troppo bisogno di sollecitare il piede malato.

Fra le donne è successo forse qualcosa più importante fuori dal campo, la Jabeur n.9 del seeding che si è ritirata – e davvero dispiace perché oltre a essere la tennista araba più forte di sempre è anche una ragazza deliziosa e che gioca un tennis piacevole come poche – anche se sul campo va registrata la sorprendente netta sconfitta di Coco Gauff  con una delle tante Wang Qiang  (la riconosco a fatica, ammetto, ma so che è la più forte delle omonime) e anche la nuova battuta d’arresto della Kenin, campionessa a Melbourne del 2020, con Madison Keys finalista US Open 2017.

La Kenin perde i 2000 punti che la classifica congelata le aveva lasciato in dotazione, scenderà intorno alla sessantesima posizione …me lo segnala la redazione più informata sulle vicende dei punti congelati che prima o poi dovremo riprendere a discutere perché sono quasi certo che ben poche ne conoscano, o ricordino, tutte le implicazioni e variabili.

Mi appresto stanotte a fare nuovamente le ore piccole. Abbiamo in campo i 6 azzurri del tabellone maschile che non abbiamo visto nella prima giornata.

De Minaur Musetti sarebbe il match più intrigante fra tutti, ma anche uno dei più duri, tranne che per il Travaglia-Bautista Agut e Mager-Rublev. Ma non è che con Cecchinato-Kohlschreiber e Seppi-Majchrzak  si possano fare nottate tranquille e senza caffè. Quanto a Sinner con Joao Sousa beh, non ci faccia scherzi. Se non vince lui allora davvero buona notte.

Se avessi dovuto pagare un biglietto per vedere qualche match della seconda giornata avrei scelto, oltre a Musetti-de Minaur, certamente Murray Basilashvili e Stephens-Raducanu. Si fosse giocato due set su tre anche il maschile avrei puntato su Murray. Tre su cinque forse il georgiano. Se si giocasse su un set su due…non mi perderei mai Kyrgios. Sapendo che già dal secondo set può succedere di tutto. Nel match di cartello femminile…se lo si fosse giocato su un campo periferico avrei avuto il dubbio che la Stephens potesse anche giocare un match distratto, come tanti dei suoi. Ma questo genere di match lei invece lo adora. E allora penso che vincerà. Anzi, lo pensa il Mago Ubaldo.

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Editoriali del Direttore

Caso Djokovic – Ha prevalso la ragion di Stato. E’ stata una scelta politica ma credo sia giusto così

Dalla vicenda escono male tutti, Craig Tiley in testa. Poi Djokovic e non per essere andato a Melbourne. Ma per come ci è andato. Male anche l’Australia. Bravi soltanto tutti i giudici

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Mi spiace che manchi il n.1 del mondo ad uno Slam. Non uno qualsiasi, soprattutto in Australia, dal momento che Novak Djokovic lo aveva vinto 9 volte e le ultime tre. Ma sono anche d’accordo con Rafa Nadal quando dice con buon senso e senza voler infierire su un Djokovic in disgrazia, “Nessun giocatore al mondo, è più importante di un evento”.

E mi pare il caso di ricordare qui che quando, in solidarietà allo jugoslavo Nikki Pilic squalificato dalla sua federazione per essersi rifiutato di giocare gratis in Coppa Davis, un’ottantina di tennisti boicottarono l’edizione di Wimbledon 1973 – vinta dal ceco Jan Kodes sul russo della Georgia Alex Metreveli (nei loro Paesi allora guai a scioperare!) – il chairman dell’All England Committe H.David disse: “The Championships are more important than any player” (non credo ci sia bisogno di tradurre).

E i Championships – gli inglesi chiamano così il torneo di Wimbledon come se nessun altro “campionato” potesse lontanamente pretendere di valere quanto quello dell’All England Lawn Tennis Club – nel ’73 batterono il record d’affluenza, dando più che ragione al loro Chairman.

 

A questo punto lasciatemi anche dire un bel “meno male!”… che finalmente torneremo a scrivere e parlare di tennis giocato dopo questa lunga saga che ha stressato particolarmente tutto Ubitennis per via del continuo affluire di notizie imprevedibili e contradditorie fra loro, ma anche delle migliaia di commenti che ci hanno sommerso, giorno dopo giorno. Talvolta abbiamo addirittura dovuto chiuderne l’accesso perché non ce la facevamo a moderarli tutti. E’ stato uno sforzo immane anche perché alcuni lettori hanno scritto papiri infiniti, mentre altri non si sono stancati di ripetere lo stesso concetto decine di volte, così come non hanno cessato di lanciarsi strali e “beccarsi” fra pro-Djokovic e anti-Djokovic, fra SìVax e NoVax.

 E queste ultime baruffe ci hanno messo sovente molto più in difficoltà all’atto di moderarli, perché implicavano spesso competenze da medici, da giuristi, perfino da statisti, quali certo non siamo.

Devo dire che non mi ha sorpreso affatto la conclusione della saga Djokovic. Chi mi aveva chiesto nei giorni scorsi un pronostico conosce la risposta che gli ho dato.

Era francamente contro ogni logica pensare che Djokovic potesse sfangarla  contro il Governo australiano dopo tutto quello che ha attraversato l’Australia, il Paese più rigido del mondo nell’affrontare la pandemia e anche il Paese dove le regole vengono applicate generalmente con un rigore tale che io mi sono permesso spesso in passato – anche per esserne stato vittima  in un’occasione – di considerarlo assolutamente esagerato.

Ci sono ragioni storiche che hanno dato origine a questa tendenza: i primi abitanti australiani “deportati” dall’Inghilterra non erano davvero persone che si potessero mandare in giro a briglia sciolte.

Pochi ricorderanno ormai l’editoriale che scrissi quando la saga Djokovic cominciò. Il titolo era (e sono dovuto andare a cercarlo in cima alla home page, sotto la voce di menu Editoriali): Il caso Djokovic: Sospettare è populismo? Mostrare equilibrio è pilatesco? Forse sono Ponzio Pilato.

Si scrivono tante cose, facendo questo mestiere, e non sempre si ricordano. Così ho voluto controllare se avessi scritto qualche bestialità. Può capitare.

Se vi va leggetelo oggi (rileggetelo?) anche voi. Non mi pare di dover fare sostanziali correzioni.

Allora Djokovic non aveva ancora compromesso la sua immagine col commettere tutta quella serie di comportamenti poco esemplari e certamente superficiali in epoca pandemica: mancati distanziamenti a volto scoperto, interviste da “positivo” nascondendo di esserlo ai colleghi dell’Equipe, nessun controllo sulla crocetta che barrava il “non ho effettuato alcun viaggio negli ultimi 14 giorni” prima del volo Marbella-Dubai-Melbourne.

A pagina 2 Djokovic tradito da Tiley

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