Perché il pubblico deve stare in silenzio durante le partite di tennis?

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Perché il pubblico deve stare in silenzio durante le partite di tennis?

Con gli appassionati che stanno tornando molto lentamente negli stadi, questo articolo di Atlas Obscura cerca di spiegare una delle convenzioni più consolidate del gioco

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Dettaglio pubblico, finale Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)
 
 

Gli stadi del tennis stanno cominciando a riempirsi nuovamente, dopo la pausa forzata per la pandemia, ma a Tokyo si giocherà (non solo a tennis) senza pubblico sugli spalti. Questo articolo pubblicato da Atlas Obscura circa un anno fa, prima dell’inizio dello US Open 2020 a porte chiuse (quest’anno invece ci sarà il pubblico) approfitta di questo particolare momento storico per chiedersi da dove nasca l’imposizione al silenzio del pubblico delle partite di tennis. Qui il link all’articolo originale


Ladies and gentlemen, quiet please. Players are ready. Thank you”. Questo è un ritornello comune durante le partite di tennis, specialmente quelle rumorose, che poi non sono particolarmente chiassose per gli standard di quasi tutti gli altri sport maggiori. È una frase pronunciata dal giudice di sedia, la più alta carica in loco. Stranamente, se ci si pensa un attimo, il pubblico non è mai offeso da questo rimbrotto. A volte lo applaudono. “Sì”, sembra dire il pubblico del tennis. “Dicci di stare zitti.”

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In questo periodo stiamo capendo come l’assenza di energia del pubblico influenzi gli atleti professionisti nelle loro prestazioni. Il tema di come si sentirà quell’assenza nel tennis è ancora più interessante, perché anche quando c’è un pubblico pagante a una partita di tennis, questo non dovrebbe fare rumore, al di là dell’occasionale sospiro d’ammirazione.

Il tennis è uno sport profondamente strano, una guerra di logoramento psicologica, fisiologica, gladiatoria. Ma come ha fatto il silenzio del pubblico ad essere così strettamente associato a questo sport, al punto che gli spettatori letteralmente applaudono quando viene detto loro di fare silenzio?

Il silenzio tra gli spettatori del tennis, per quanto ben consolidato, non è una regola ufficiale. Le linee guida di Wimbledon, il più serio e solenne dei tornei di tennis, affermano: “L’uso di qualsiasi comportamento antisociale, aggressivo, fastidioso o pericoloso, un linguaggio volgare, offensivo, razzista o incline a gesti osceni, la rimozione di magliette o qualsiasi indumento volti ad offendere l’avversario, e arrampicarsi su qualsiasi edificio, muro o altra struttura o attrezzatura sono vietati e possono comportare l’espulsione dai terreni del club“. Questo è quanto. Non una parola sul silenzio durante il gioco. Che il silenzio non sia ufficialmente richiesto è di per sé una tradizione.

Il libro “Spalding’s Lawn Tennis Annual” del 1923, che include le regole del gioco e riassume le stagioni precedenti, fa eco a questo principio. Ci sono lunghi elenchi di regole, afferma, che non sono scritte – anche se sono implicite – riguardanti l’etichetta e il decoro. Queste includono “astenersi dal parlare ad alta voce mentre è in corso una partita“, “non applaudire né incitare mentre è in corso uno scambio“, e altro ancora.

Le origini e l’evoluzione del tennis, come quelle di quasi tutti gli sport organizzati, sono discordanti e poco chiare. Ci sono molti sport della stessa famiglia generale del tennis in cui una palla viene colpita avanti e indietro tra gli avversari. Spesso citato dagli storici come il nonno del tennis è un gioco francese chiamato “jeu de paume”, o “gioco della mano“, che, come suggerisce il nome, si giocava senza racchetta.

Giunti al sedicesimo secolo, erano state aggiunte racchetta e rete, e il gioco riscosse successo tra i reali e l’aristocrazia d’Europa, specialmente in Inghilterra, dove Enrico VIII era un fervente giocatore ed appassionato. In quel periodo iniziò ad essere conosciuto con alcuni nomi diversi, fra cui “tennis“, il cui etimo è di origine incerta (alcuni suggeriscono che derivi dal francese “tenez”, che significa “Ecco, prendi questo“, fondamentalmente una variazione di “Fore!“, usato nel golf, ma non vi sono documenti scritti che attestino che qualcuno abbia mai gridato “Tenez!” prima di un servizio). Talora quello che si giocava veniva chiamato “royal tennis” o “court tennis”. Questa forma è in realtà ancora giocata in numero estremamente limitato, e viene chiamata pomposamente “real tennis” [in italiano si chiama pallacorda, ndr].

La pallacorda o court tennis, come viene chiamato negli Stati Uniti, è uno sport folle. Si deve immaginare un campo da squash – più piccolo di un campo da tennis, chiuso su tutti e quattro i lati, con un soffitto. Ci sono lunghi tendoni su tre lati del campo, situati a metà del muro, e questi lati del campo sono chiamati “penthouses“. Non solo si può colpire la palla usandoli come sponda, ma si deve servire dalla parte superiore di essi con un bizzarro pallonetto in top. Ci sono poi parecchie aperture nel muro nelle quali è possibile infilare la pallina, come a pinball, chiamate “galleries”. E c’è una protuberanza anomala solo su un lato del campo, chiamata “tambour“, dalla quale possono anche essere giocati i colpi. La racchetta è piccola, pesante, di legno, e asimmetrica come il campo stesso; la testa è inclinata da un lato, come se si fosse sciolta e fosse colata da una parte durante la costruzione.

Ma questo sport assolutamente eccentrico può essere la chiave per capire perché il pubblico del tennis moderno debba stare in silenzio. Poiché la pallacorda deve essere giocata in una stanza chiusa, è praticamente impossibile che questa possa contenere un pubblico numeroso. Gli spettatori si siedono su un lato e su una balconata, fine della storia. “I limiti fisici dello spazio facevano sì che non più di cento persone potessero assistere alla gara“, afferma Rob Lake, storico e sociologo del tennis. Lake è andato a una recente partita dei mondiali court tennis e l’arena al completo contava forse 60-70 persone al massimo. Le origini del tennis non comprendono stadi enormi e nemmeno gradinate, ma piuttosto pochi re, regine e principi sparpagliati per una stanza amorfa.

Campo Court Tennis

La pallacorda era comicamente aristocratica. I campi erano difficili e costosi da costruire, l’attrezzatura è sempre stata fatta a mano e quindi non a buon mercato e, soprattutto, le persone che la amavano volevano che rimanesse un gioco di svago e ricchezza. Le partite di pallacorda erano eventi sociali, posti dove farsi vedere, forse per trovare un coniuge per una nipote o un nipote ribelle, o per chiudere un affare. Il pubblico – il pubblico esultante e chiassoso, che amava bere – ne era escluso.

A partire dal diciannovesimo secolo, il tennis cominciò ad aprirsi, a poco a poco, senza mai abbandonare le proprie radici. Nel 1874, il maggiore Walton Clopton Wingfield stabilì le regole per un nuovo gioco chiamato “lawn tennis”, che si ispirava al court tennis e a vari altri sport con racchetta. Giocato su un prato a forma di clessidra, il tennis di Wingfield si diffuse rapidamente nella natìa Inghilterra. Solo pochi mesi dopo arrivò negli Stati Uniti. Il primo torneo di Wimbledon si svolse nel 1877, seguito dal primo US Open nel 1881. Fu una creazione di enorme successo, probabilmente favorita dal fatto che Wingfield vendeva kit da tennis in una scatola, contenente tutto il necessario, per meno di 200 dollari di oggi. Non tutti lo sanno, ma questo tennis, quello che conosciamo e amiamo oggi, con piccole variazioni, ha mantenuto il nome di “lawn tennis” fino a non molto tempo fa – l’USTA ha eliminato la parola “lawn” dal suo nome solo nel 1975.

L’aumento di popolarità del tennis fu netto, ma lo sport mantenne le sue radici di campo elitario per diversi motivi. Uno di questi è il concetto di dilettantismo, che non significa esattamente ciò che si potrebbe immaginare. Il tennis era uno sport dichiaratamente dilettantistico, e i tornei più grandi non furono giocati dai professionisti fino al 1968. Il dilettantismo in questo caso non significa che i giocatori non fossero bravi, ma piuttosto che quelli che giocavano a tennis non avevano realmente bisogno di farlo. Era un divertissement e le persone ricche ci giocavano con lo stesso atteggiamento con cui scrivevano poesie o suonavano il piano. Sarebbe stato considerato volgare o da plebei guadagnarsi da vivere con esso.

Il dilettantismo a quel tempo significava non solo che non venivi pagato, ma che giocavi in ​​un certo modo“, dice Nancy Spencer, una sociologa di tennis all’ Università di Bowling Green State che ha anche giocato da pro. Era un gioco da gentiluomini perché semplicemente non veniva preso sul serio come gli sport professionistici. C’erano sentiti dibattiti sull’uso di determinati colpi, come la volée o il pallonetto perché questi, anche se non contro le regole, erano considerati antisportivi. Il pallonetto, ad esempio, faceva fare una figura poco dignitosa all’avversario, che doveva voltarsi e inerpicarsi in una corsa all’indietro per poi cercare di rimandare la pallina in qualche modo. Ovviamente in alcuni casi è utile se il tuo obiettivo è vincere, ma allora l’obiettivo non era vincere, almeno non a costo di usare modi considerati cattivi e indecorosi.

Il gioco del tennis non era stato concepito per essere preso sul serio, il che si rifletteva nel modo in cui veniva giocato e guardato“, dice Lake. Giocare a tennis, e anche giocarlo bene, era un segno di ricchezza e buona educazione ma non di sudore, pratica e fatica. Il sudore, la pratica e la fatica, infatti, erano visti come profondamente poco à la page. Il libro del 1923 recita: “Ricorda che il tennis è uno sport amatoriale, giocato per sé stesso e non a scopo di lucro. La maggior parte dei tornei perde denaro. Le partite danno piacere agli spettatori e ai giocatori e il tuo atteggiamento nei confronti di queste gare dovrebbe sempre essere regolato da questa considerazione“. Che lusso! Nessuno ha bisogno di farlo, nessuno verrà danneggiato materialmente se perde o aiutato se vince. Il torneo perde soldi, perché cosa sono i soldi, in ogni caso?

Agli albori del lawn tennis, il pubblico era decisamente patrizio. Lo US Open si svolgeva al Newport Casino di Newport nel Rhode Island, un posto molto chic; Wimbledon si trovava nell’omonimo ed elegante sobborgo londinese. Il New York Times e altre pubblicazioni si occuparono dello US Open per i suoi primi decenni, ma erano più interessate alle feste, agli ospiti e alle celebrità che al gioco. In Inghilterra, Wimbledon faceva parte dei circoli estivi delle upper classes, insieme alla Oxford-Cambridge Boat Race, alla corsa dei cavalli dell’Epsom Derby e al British Open di golf. Il tennis non era fatto per gli appassionati di sport, ma piuttosto per gli aristocratici e per coloro che aspiravano a diventare come loro.

Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti guardavano alla Gran Bretagna come a un modello di comportamento“, afferma Lake. “L’impero britannico era al suo apice e la classe media americana aspirava a diventare come i britannici non solo nello sport, ma anche a livello di portamento“. Inizialmente, la Gran Bretagna era il riferimento assoluto per come il tennis doveva essere: riservato, sofisticato, ricco senza essere pacchiano.

Il pubblico era già di per sé poco incline a essere rumoroso, proprio per via delle sfumature gentili, eleganti, raffinate del tennis. Ma c’è un’altra sfaccettatura nella faccenda del dilettantismo: i giocatori erano spesso della stessa classe sociale – e razza – del loro pubblico. Questo non è sempre il caso negli sport professionistici, dove i giocatori sono stati a lungo trattati come beni da acquistare, vendere e scambiare. In quel libro del 1923, una delle regole recita: “Appena prima di una partita, anche se lo conosci, non cercare di conversare con un giocatore o di auguragli buona fortuna. Lascialo in pace; la sua mente è già abbastanza occupata in quel momento“. I giocatori e gli spettatori erano socialmente equivalenti.

I giocatori professionisti di baseball o basket si esibiscono per i loro soldi, e praticano il loro sport come lavoro. Certo, oggi gli stipendi sono astronomici, ma non lo sono sempre stati, e lo sport professionistico è stato a lungo considerato un lavoro fisico, fondamentalmente operaio, che richiedeva poca istruzione o pochi privilegi per eccellere. Le edizioni dello US Open disputate a Newport, d’altra parte, qualche volta avevano come premio per il vincitore una botte di vino raro.

First US Tennis Championships in Newport Casino, Rhode Island, 1881

Sembra probabile che, con l’assenza di necessità o incentivi per la vittoria, nessuno si preoccupasse davvero del tennis come sport. Il risultato? Silenzio mentre un giocatore sta servendo. È un uomo di Harvard! Uno con i soldi! Proprio come noi! Sii gentile e aiutalo con un po’ di silenzio mentre cerca di servire.

Il tennis iniziò a diffondersi ulteriormente, ma prendendo una strada diversa rispetto ad altri sport. Il basket, creato, codificato e reso popolare più o meno nello stesso periodo, è stato adottato dalla YMCA e dal suo ethos da “cristiani muscolosi”. “La YMCA stava cercando di creare uomini cristiani forti e robusti, e il tennis non si adattava alla loro idea di come quel tipo di persona dovesse essere“, dice Lake. L’YMCA voleva che quante più persone possibile giocassero a basket. “Si ritiene spesso che quegli sport [baseball, basket, calcio, football americano e altri, nota nell’originale] siano cresciuti man mano che abbiamo cessato di essere agricoltori e man mano che si è diffusa la credenza che la pratica degli sport rafforzasse la virilità, lo spirito di collaborazione e il lavoro di squadra“, afferma Joel Drucker, giornalista scelto come storico dell’International Tennis Hall of Fame, che si trova proprio a Newport. Il tennis non ha niente di tutto ciò. È uno sport uno contro uno o due contro due, senza contatto fisico. È sempre stato considerato stravagante tra gli altri grandi sport.

Il tennis richiede aree piuttosto ampie, che all’epoca dovevano essere curate al minimo dettaglio, ed è terribilmente inefficiente in termini di spazi per lo sport. Possono giocare al massimo quattro persone contemporaneamente, ma di solito sono solo due, e lo spazio serve a poco al di là del gioco. Il basket può essere giocato su qualsiasi superficie dura, ha bisogno di un solo canestro per una partitella, e può essere facilmente giocato da dieci persone in un’area che è circa la metà di quella di un campo da tennis. Il baseball può essere giocato in un pratone o in strada. Il calcio è di casa quasi ovunque, su qualsiasi superficie, allorché ci sia abbastanza spazio per correre e calciare o lanciare il pallone.

Fra gli sport creati o codificati alla fine del dicannovesimo secolo, dice Drucker, “il tennis non è pastorale come il baseball o urbano come il basket“. Il tennis era essenzialmente suburbano.

Col tempo, poi, il tennis divenne uno sport da country club. Per molto tempo, questo non ha significato che il tennis fosse popolare solo ed esclusivamente nei circoli della noblesse, ma piuttosto che i giocatori dovevano accumulare punti giocando letteralmente solo in quei posti per qualificarsi ai tornei. Quei circoli esclusivi, tra cui il Marylebone Cricket Club di Londra e il West Side Tennis Club di New York, avevano un’influenza incredibile su com’era lo sport, su chi giocava e su come giocava.

Tecnicamente, le autorità tennistiche che organizzavano i tornei non consentivano discriminazioni. Erano i circoli a farlo, escludendo di fatto gli atleti neri ed ebrei dai livelli più alti. Fu necessario l’intervento del ​​sindaco di New York City e di Eleanor Roosevelt per costringere il West Side Tennis Club a porre fine alle sue politiche discriminatorie negli anni Cinquanta. Queste politiche avevano permesso al tennis di rimanere quello che era sempre stato: un’attività, non uno sport, per i bianchi delle zone residenziali (le donne, vale la pena notare, sono entrate a far parte in modo significativo e condiviso dal mondo del tennis prima che in qualsiasi altro sport. Le più grandi star del tennis del mondo, da Suzanne Lenglen negli anni Venti a Serena Williams oggi, sono state spesso donne).

Nel complesso, i poteri che controllavano il tennis volevano mantenerlo com’era. “Il tennis non ha mai avuto, dal punto di vista della leadership, persone particolarmente entusiaste che diventasse uno sport di massa“, afferma Lake. Fu solo nel primo decennio dopo che i professionisti furono ammessi ai tornei, nel 1968, che il tennis si aprì alle masse. L’introduzione di campi in cemento, che erano poco costosi da costruire e mantenere, insieme alla nuova popolarità della sua versione professionistica, fece sì che i parchi e le scuole di tutto il paese iniziassero a costruire campi da tennis pubblici – circa 250.000 negli Stati Uniti, ad oggi. Ma l’inefficienza dello spazio significava ancora che era più adatto per i sobborghi, e molti dei suoi taciti standard e tradizioni si sono perpetuati, anche se oramai sono quasi reliquie.

Basti pensare a Wimbledon, oggi costruito e commercializzato come un evento estivo elegante ed estremamente inglese, con champagne, fragole, cappelli a bombetta, erba verde, e un dress code per i partecipanti che consente qualsiasi colore, purché sia ​​bianco. “Non è la realtà di come è la Gran Bretagna“, dice Lake, il cui accento tradisce il fatto che abbia trascorso parecchi anni in Inghilterra. “È un po’ come la Gran Bretagna vuole essere pensata e considerata, storicamente. È una specie di ricostruzione artificiale“. Quando le persone vanno a Wimbledon, partecipano a questa recita del “tennis in un giardino inglese”, uno slogan che Wimbledon ha effettivamente usato per molto tempo. È, come è sempre stato, un luogo in cui farsi vedere ed esibirsi secondo i canoni della tradizione nobiliare inglese.

A pagine 2: il ruolo delle folla e alcune possibili spiegazioni

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ATP Seoul: sconfitta all’esordio per Kecmanovic, in attesa di Ruud e Norrie

Peggior sconfitta del 2022 per il serbo, contro il lucky loser Kovacevic. Vincono Albot e Munar

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Miomir Kecmanovic - Miami 2022 (foto Twitter @atptour)

Solo quattro match di singolare in programma nella prima giornata dell’Eugene Korea Open di Seoul, ma subito una piccola sorpresa. Il serbo Miomir Kecmanovic deve già fare le valigie. Numero 7 del seeding, Kecmanovic ha perso in due set (6-4 6-4) dall’americano Aleksandar Kovacevic, numero 222 del mondo. È sicuramente la sconfitta peggiore dell’annata di Kecmanovic, che nel corso della stagione ha fatto segnare risultati importanti su cemento, come i quarti di finale a Indian Wells e Miami e gli ottavi all’Open d’Australia. Per Kovacevic invece è la prima vittoria in un match del circuito maggiore, arrivata con un pizzico di fortuna visto che aveva perso nell’ultimo turno di qualificazione ed è stato poi ripescato.

Classe 1998, ha finito il college solo l’anno scorso e si sta affacciando sul Tour ATP: “È un po’ surreale” ha detto. “Guardo queste partite in TV ogni giorno. Considero molti di questi ragazzi miei coetanei e sento che sto giocando a un livello abbastanza buono, ma solamente il fatto di essere là fuori in un evento ATP nel main draw… Onestamente pensavo di aver bisogno di un po’ più di esperienza prima di fare bene“. Al prossimo round sfiderà il vincente di O’Connel-Tseng.

Il torneo entrerà poi nel vivo all’arrivo in Corea del Sud di Casper Ruud e Cameron Norrie, testa di serie numero 1 e 2, oltre che a Taylor Fritz (n. 3). Il terzetto è partito da Londra, dove era in campo per l’edizione della Laver Cup vinta per la prima volta dal Team World, domenica 25 settembre. A conoscere già il suo avversario è Cam Norrie: sarà il giapponese Uchida, reduca da una vittoria agevole contro il numero 471 al mondo Seong Chan Hong, wild card coreana. Bene anche il moldavo Radu Albot, che ha eliminato il lucky loser Moriya in due set. Ben più rapido invece l’esordio di Jaume Munar: il suo avversario, il qualificato giapponese Watanuki (che aveva eliminato proprio Moriya nelle ‘quali’ in un derby) ha dovuto ritirarsi dopo appena 3 game.

 

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ATP Sofia e Tel Aviv: sfumano i main draw per Andreas Seppi e Luca Nardi

Per Seppi l’ultimo tabellone principale fu a s’Hertogenbosch. Nardi manca l’occasione di giocare la quarta partita ufficiale ATP

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Si è concluso il cammino verso i tabelloni principali del Garanti Koza Sofia Open e del Watergen Open per Andreas Seppi e Luca Nardi.

Per Seppi, sconfitto in tre set dal francese Geoffrey Blancaneaux sfuma la possibilità di entrare per la sesta volta in stagione in un main draw ATP; l’ultima è stata a s’Hertogenbosch. Peccato perché l’altoatesino era partito forte vincendo il primo set in cui ha comandato gli scambi e servito con grande costanza. Il secondo set parte male con break immediato sull’ 1-0 per Blancaneaux che mette subito Seppi nella posizione di dover rincorrere. Il terzo set è deciso, come il precedente, da un unico break nel quinto gioco, dopo che l’italiano ha sprecata l’occasione di mettersi avanti nel punteggio nel game precedente. Dopo due ore e mezza di gioco Seppi cede 2-6 6-3 6-4.

Giornata amara anche per il diciannovenne Luca Nardi che all’ATP 250 di Tel Aviv esce per mano dell’israeliano Edan Leshem, 64 76(4), in poco più di un’ora e tre quarti di partita. Leshamn, già giustiziere di Lorenzo Giustino al primo turno di qualificazioni, toglie così la possibilità a Nardi di disputare la quarta partita della sua giovane carriera a livello ATP. Nel primo set il break arriva nel game più lungo della partita, il nono, dove Nardi è bravo a tornare sotto nel punteggio dopo essere stato in svantaggio 0-40. Il secondo è la cartina tornasole dell’attuale livello di Nardi: dopo il break inziale l’azzurro si ritrova sopra 5-2 nel punteggio ma la poca esperienza maturata ha permesso all’avversario di tornare in partita. Leshman recupera il break di svantaggio e porta Nardi al tie-break dove chiude i giochi per 7 punti a 4 aggiudicandosi così il main draw del Watergen Open.

 

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Federer e la Laver Cup, legame fortissimo: “Auguro ai miei avversari un ritiro dal tennis come il mio”

Prima di lasciare Londra, il fuoriclasse svizzero ha ribadito il suo apprezzamento per l’evento e il format, specificando: “Non sarò capitano di Team Europe, al momento non è nei piani. Non sono nemmeno interessato a rivestire ruoli politici. Ci sarò sempre, pur senza incarichi, se potrò dare una mano al tennis”.

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2022 (foto via Twitter @LaverCup)

Il legame tra Roger Federer e la Laver Cup è destinato a rimanere indissolubile, dopo che la quinta edizione di Europa-Resto del Mondo ha fatto da cornice all’ultimo atto della sua carriera. Innegabilmente, anche per il torneo – che già di per sé ha dimostrato di funzionare – essere stato “scelto” per un appuntamento da libri di storia dello sport ha rappresentato uno slancio promozionale significativo. Al punto da spingere gli addetti ai lavori a ragionare anche su quello che può essere un binomio d’immagine inscindibile, tra la Laver Cup e il marchio Federer, pur con un fisiologico cambio di prospettiva.

AMBASCIATORE – “Mi dispiace non aver ottenuto la vittoria,- ha raccontato prima di lasciare la capitale britannica -, l’ho detto anche negli spogliatoi a Andy (Murray), perdere non mai è divertente. Però questo fine settimana è stato per me comunque straordinario. Non vedo l’ora di essere a Vancouver per la prossima edizione, ovviamente in una veste diversa“. Pensiero che ha fatto venire in mente, a più di qualcuno, l’ipotesi di una suggestiva successione in panchina. “No, il mio ruolo non sarà quella di capitano – ha voluto subito smentire -, visto che Borg sta facendo un ottimo lavoro, la sua sostituzione non è nei piani attuali, un giorno chissà. Anche il format è solido e non subirà sostanziali modifiche, in cinque anni siamo stati in città fantastiche, anche Londra con la O2 Arena non ha tradito le attese. Magari più avanti estenderemo l’orizzonte anche oltre il Nord America. Come ho detto, intendo rimanere nel mondo del tennis e dare una mano, ma in questa fase senza un incarico ufficiale“.

L’AUGURIO – L’aspetto emotivo, allo scorrere dei titoli di coda, ha comunque avuto il predominio mediatico su quello del campo. Al netto delle considerazioni sulla prima vittoria di Team World, Federer ha tenuto a sottolineare come la Laver Cup sia intesa dai protagonisti come tutt’altro che un’esibizione: “C’è un bel clima, ma rimane sport e l’atmosfera agonistica in campo deve essere feroce, dura, così la manterremo sempre. Poi ci sono altri aspetti: durante la settimana mi è piaciuto molto cenare con Novak ed Andy, li ho conosciuti meglio, sono felice di aver trascorso del tempo con loro, vedere come lavorano gli altri campioni. Momenti che non tolgono nulla all’intensità di una rivalità sportiva. Venerdì essere circondato da quelli che sono stati i miei più grandi avversari è stata un’emozione unica. Auguro a loro di vivere le stesse sensazioni uniche e speciali nel giorno in cui decideranno di lasciare il tennis giocato. Per me è stato davvero bellissimo.

 

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