Camila Giorgi può sognare un posto da top-ten? A Tokyo l’ho scoperta diversa

Editoriali del Direttore

Camila Giorgi può sognare un posto da top-ten? A Tokyo l’ho scoperta diversa

Montreal ha schiuso un orizzonte. Ma la strada è ancora lunga per raggiungere Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci. L’US Open la prova del nove? O arriva troppo presto? Cincinnati non so neppure se lo giocherei…

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Sono contento, anzi contentissimo, per l’exploit di Camila Giorgi all’open del Canada. È riuscita finalmente, per la prima volta, a far filotto. A battere cioè una dopo l’altra 6 tenniste che ancora oggi che è salita a n.34 del mondo, le stanno tutte davanti in classifica tranne una: Mertens n.15, Podoroska n.36 (l’eccezione…), Kvitova n.11, Gauff n.24, Pegula n.26, Pliskova n.4. Una marcia travolgente, nel corso della quale ha perso un solo set, con la coriacea Pegula. E battere tre volte di fila Pliskova, recente finalista di Wimbledon, ex n.1 del mondo, e n.4 attuale è un’impresa nell’impresa che merita di essere sottolineata. C’è forse in campo maschile un italiano che sia stato capace di tanto? Cioè di battere per 3 volte di fila un top-4 del ranking mondiale? A me non pare.

Dei tre titoli vinti quello di Montreal – il 74mo nella storia WTA, mentre i titoli ATP sono 73 – non c’è dubbio che sia il più importante- Hertogenbosch 2015 sull’erba e Linz 2018  sul veloce indoor erano tornei di ben diverso livello. Però il fatto che Camila abbia vinto tre tornei su tre superfici diverse testimonia la sua completezza.

Quello di Montreal è un torneo che si può equiparare a quello vinto da Flavia Pennetta a Indian Wells nel 2014, quando Flavia battè Agnieszka Radwanska in finale dopo aver battuto negli ottavi… Camila Giorgi! Lei che proveniva dalle qualificazioni.

 

Di tornei più importanti vinti da tenniste azzurre ci sono soltanto i due Slam: il Roland Garros 2010 vinto da Francesca Schiavone, l’US Open 2015 vinto da Flavia Pennetta.

Tre tornei avevano vinto anche Silvia Farina (best ranking n.11 WTA ) e Rita Grande (n.24). Cinque Raffaella Reggi (n.13), otto Francesca Schiavone (n.4), 9 Sara Errani (n.5), dieci Roberta Vinci (n.7), 11 Flavia Pennetta (n.6), 12 Sandra Cecchini (n.15). Flavia ha però giocato 25 finali e Francesca 20.

Non ho difficoltà ad ammettere che sul conto di Camila, quando l’avevo vista a maggio perdere per l’ennesima volta a Roma – sei volte in 6 partecipazioni k.o. al primo o al secondo turno – avevo perso le residue speranze e l’avevo scritto chiaramente. L’avevo scritto chiaramente dispiacendomene. E paragonando il suo talento con quello di Fognini perché entrambi a mio avviso non erano riusciti a metterlo compiutamente a frutto.

Ma Fabio, che scalpi illustri li aveva sempre colti (4 volte Nadal, 3 volte Murray, tanto per citare quelli ottenuti a spese di due Fab Four), ma cui era sempre mancata la continuità necessaria per far davvero continuativamente bene in uno Slam o in un 1000, almeno intorno ai 32 anni, aveva fatto finalmente centro col botto in un grande torneo, Montecarlo 2019, riuscendo a issarsi finalmente nell’elite dei top-ten dopo esservisi avvicinato nel 2013 quando salì fino a n.13 ATP.

Beh, Camila i 32 anni non li aveva ancora raggiunti e occorreva forse che io avessi più pazienza. Flavia fece il suo ingresso fra le top-ten, prima in Italia, a 27 anni  e mezzo, ma i migliori risultati li ha conseguiti dopo i 30. Idem la Schiavone. Idem la Farina. E la Vinci. Unica eccezione la Errani.

Camila, scrissi allora dopo la delusione romana (seppur seguita a un match di 3 ore e 50 minuti conditi da 86 errori gratuiti con la Sorribes Torno, nel corso del quale era stata avanti 4-0 nel terzo set e anche 5-3), aveva vinto solo 2 tornei minori e perso 6 finali in altrettanti tornei minori. Ben altro mi attendevo da lei – avevo sognato per lei – dopo che a Wimbledon 2012, 9 anni fa!, aveva centrato gli ottavi di finale lasciando sognare prossime mirabolanti imprese. E il ricordo di averla avuto sul seggiolino posteriore della mia vespa rossa a Wimbledon era stato uno dei più simpatici e piacevoli della mia carriera di giornalista-vespista

Un lettore di Ubitennis aveva segnalato, subito dopo gli ultimi Internazionali d’Italia, come Camila fosse uscita 56 volte nei primi due turni in 70 partecipazioni ai maggiori tornei, cioè Slam, Premier, 500.

Le nove vittorie di allora contro le top-ten – diventate nei mesi successivi 13, mentre di quelle con le top-20 ho perso il conto: sono già 30? – mi facevano quasi rabbia, lo confesso.

Sottolineavano la sua straordinaria capacità di far male anche alle tenniste più forti del mondo nelle sue giornate di vena, e anche in tornei assai importanti, ma al contempo la sua incapacità a limitare le giornate di cattiva vena, quando fra doppi falli e errori gratuiti si raggiungevano numeri imbarazzanti.

Un piano B, di paziente attesa alla ricerca del suo tennis migliore…ma anche di qualche errore dell’avversaria, non veniva assolutamente preso in considerazione. Né sul campo, né fuori.

Scrissi a maggio “Camila è testarda come un mulo, però è anche dolce, ispira tenerezza, non si può non volerle bene anche se a volte ti irrita quando non spiccica parola…salvo le solite di circostanza. Ma, accidenti, quante volte le ho visto perdere il servizio quando doveva chiudere il match, quanti doppi falli l’hanno tradita in frangenti decisivi, quante volte il numero dei suoi errori gratuiti è stato molto più alto dei suoi vincenti sebbene questi fossero tantissimi?…Esternai anche la mia insofferenza ogni volta che lei, implacabilmente (tanto che pensavo fosse quasi una sfida con noi giornalisti…del tipo, ci fa o ci è?), si ostinava a ripetere: “Non è importante studiare il tennis della mia avversaria, io devo soltanto fare il mio gioco, il piano B non esiste”.

E se le chiedevi dei precedenti con la sua avversaria dell’indomani…nulla da fare! Non contavano! C’era il rifiuto di accennarvi. L’idea di una possibile strategia atta a sfruttare le carenze delle avversarie, non sembrava passarle per l’anticamera del cervello. A papà Giorgi neppure. Tirare, tirare sempre più forte, è sempre sembrata l’unica strategia.

Ebbene chi ha avuto la pazienza di ascoltate i miei interventi da Tokyo nelle quotidiana rubrica di Ubi Radio Olimpiadi che con Vanni Gibertini abbiamo messo in onda su Ubitennis – qualche migliaio di Ubi Radio ascoltatori lo può testimoniare – potrà dirvi che avevo parlato di aver scoperto in quei giorni giapponesi una Camila assolutamente diversa, più serena, più sorridente, espansiva, perfino estroversa. Come fosse improvvisamente cresciuta, maturata. Come se non ci fosse per lei più nulla da temere nell’aprirsi anche con un giornalista che…a detta di Flavia Pennetta “è sempre stato un tipo tosto…che non fa sconti gratuiti”. Per anni quando alle conferenze stampa c’era anche suo papà presente, sembrava che Camila si comportasse un po’ come la prima Ambra Angiolini in “Non è la Rai” quando Gianni Boncompagni le suggeriva in cuffia cosa doveva dire.

Invece ecco Camila a Tokyo, dove papà Sergio non c’era, improvvisamente disponibile a lasciarsi avvicinare, a parlare di tutto e di più, a farsi fotografare con giornalisti e fan, a raccontare le sue predilezioni in campo maschil-tennistico (“Mi piace da morire come gioca Nishikori!”), a parlare della sua passione per la moda, a raccontarsi perfino sui tapis-roulant della Technogym.

Tutti atteggiamenti che per anni si era ostinatamente rifiutata di concedere. Un’altra Camila, insomma. E questo a prescindere dai risultati, anche se le prime brillanti partite vinte a Eastbourne dove aveva battuto Sabalenka e Pliskova prima di doversi ritirare nella semifinale con la Kontaveit, sembravano averle restituito grande fiducia nel proprio tennis e già a Wimbledon, perfino dopo un match perduto, l’avevo vista molto più disinvolta e sicura di sé che non in passato.

Ubaldo con Camila Giorgi – Olimpiadi Tokyo 2020

Non sapevo a chi – se a qualcuno e non soltanto a lei stessa – attribuire una tale profonda metamorfosi. In discreta parte al savoir faire di Tathiana Garbin? Fra Tax e Camila avevo visto svilupparsi un ottimo feeling, certo ben diverso da quello che c’era stato ai tempi di Fed Cup fra Giorgi padre e figlia con Francesca Schiavone, per non parlare del rapporto altrettanto scadente intercorso con Corrado Barazzutti, decisamente troppo diverso da lei.

Apro un inciso a proposito dell’ex capitano e dei rapporti ventennali con la FIT. Apparentemente sono stati interrotti con scarso garbo. Barazzutti sarebbe venuto a conoscenza del mancato rinnovo del suo incarico -peraltro in scadenza – e della nomina a capitano di Davis di Filippo Volandri da comunicati stampa. E Corrado non avrebbe gradito, fino al punto di decidersi a interpellare un legale. Se poi nel frattempo si sia raggiunto un compromesso extragiudiziale dopo il coinvolgimento di legali dell’una e dell’altra parte, al momento non so. Vi terrò informati.

Tornando a Camila ora fra suoi sostenitori dell’ultima ora e della prima… il dibattito pare incentrarsi principalmente in questa seguente discussione: questi risultati sono a) frutto di un suo modificato atteggiamento, del fatto che è diventata più saggia, più prudente, compie scelte tattiche che prima non faceva, ha capito che anche i punti fatti su errori delle sue avversarie valgono quanto i punti che fa direttamente lei a suon di vincenti? E’, in altre parole, maturata tatticamente? Si trattiene un tantino di più, avrebbe imparato ogni tanto anche a difendere?

Oppure b) hanno ragione i sostenitori della prima ora, cioè quelli che dicono che Camila non avrebbe cambiato nulla, salvo un deciso miglioramento nel servizio, ma adesso le stanno però dentro molte più palle di una volta. E se andaste a rivedere certi punti che ha ripreso, ad esempio con la Pliskova per salvare il 4-2 nel primo set, si vede che Camila recupera anche palle quasi impossibili sulle quali in passato avrebbe tentato di sparacchiare colpi impossibili.

E’ evidente che Camila sta bene fisicamente ed è giusto ricordare che in passato è stata spesso fermata da tutta una serie di infortuni – al polso, all’addome, alle gambe. poi perfino il COVID –  che hanno contribuito non poco a stoppare ogni chance di continuità.

Ciò detto però io appartengo alla schiera di coloro che dicono che qualcosa è cambiata nella sua testa, nell’approccio alle sue partite. Basterebbe che rileggeste le sue dichiarazioni dopo ciascuna delle partite vinte a Montreal per rendersi conto che Camila ha aggiunto qualcosa che prima non avrebbe mai detto a seguito del solito refrain “Farò il mio gioco” che a mio avviso fin qui è stato il suo vero limite. Andate a rileggervele, match dopo match, e troverete spunti inediti. Che a mio avviso spiegano più di tante parole un suo radicale cambio di atteggiamento, psicologico e conseguentemente comportamentale.

Le sue sconfitte, spesso definite scriteriate perché prive di un minimo filo tattico, sono spesso state attribuite al padre, tipo esuberante, istintivo, non sempre allineato al politically correct imperante.

Papà Sergio ha ovviamente grossi meriti se è riuscito a creare in Camila una giocatrice in grado di arrivare fra le prime 30 del mondo (26 è il suo best ranking che ora sembra superabilissimo). Ma avrebbe potuto fare ancora meglio appoggiandosi a qualcun altro più competente tecnicamente, più esperto, un ex campione? La grande maggioranza delle persone che ho avuto modo di sentire in questi anni la pensava così.

Lui ha spinto tantissimo sul lavoro, sulla preparazione fisica. Ed è indubbio che poche tenniste abbiano oggi la forza atletica e l’esplosività di Camila. Tuttavia Sergio avrebbe forse – come sostiene anche Flavia Pennetta nella chiacchierata che abbiamo fatto oggi insieme in un collegamento attivato da Radio Sportiva – potuto essere un filino più umile e cercato chi integrasse tecnicamente il suo modo di fare coaching. Forse Camila avrebbe raggiunto prima che a 29 anni e 8 mesi un risultato come quello di Montreal. Mancheranno sempre le controprove però. E questo non è davvero il momento di risollevare certe antiche questioni. Anche se tanti campioni, e campionesse, si sono affidati a coach in accoppiata.  Ma godiamoci insieme questo grande momento. Non sciupiamo anche questo.

Camila ha sempre riposto nel padre grande, grandissima fiducia e sebbene questa sia parsa a molti eccessiva, resta il fatto che ci sono stati tantissimi genitori di successo di campionesse che si sono improvvisati tecnici di tennis senza aver mai preso una racchetta in mano: papà Graf, Capriati, Pierce, Williams, Seles, i primi papà che mi vengono in mente.

Camila e la sua famiglia hanno vissuto anche momenti difficili. La morte della giovane sorella ha segnato profondamente tutta la famiglia. E devo dire che nei confronti di mamma Giorgi Sergio si è sempre dimostrato molto ma molto sensibile e partecipe. Sempre profondamente legato. E tutta la famiglia Giorgi è stata sempre molto unita, anche quando sbarcare il lunario non era facile e i problemi economici, oggi fortunatamente superati, non erano di poco conto per aiutare Camila nella sua attività professionale. Anche i dissapori con la FIT le questioni legali, le minacce di ritorsioni economiche, la scelta obbligata di andare ad allenarsi in un circolo non affiliato alla FIT, non possono essere stati momenti sereni, capaci di mettere una ragazza e il suo coach nelle condizioni più ideali per affrontare una carriera professionale. Oggi Binaghi e tutto il clan federale parla in modo assolutamente diverso rispetto a come parlava qualche anno fa sul conto di Camila e suo padre. L’abbiamo dimenticato?
Giustamente Camila ha sentito l’esigenza di ringraziare l’amorosa assistenza che suo padre le ha dedicato per un quarto di secolo, dacché lei aveva 5 anni e prese in mano la prima racchettina con ben altra coerenza.
Anche la ostinazione con la quale Camila e il papà manager hanno respinto tutte le proposte commerciali di varie aziende d’abbigliamento è stata principalmente una prova d’amore nei confronti della signora Giorgi, cui – osservando i modelli Gio-Mila – va dato atto di grandi capacità di stilista.

Magari non è detto che tutte le ragazze potrebbero indossare agevolmente le mises di Camila, ma fossi stato nei panni di un manager Nike o Adidas, già anni fa avrei proposto un contratto prima a mamma Giorgi che alla figlia.

Ora mi auguro soltanto che il peso dell’impresa canadese si riveli un viatico e non un peso sulle spalle di Camila. Cincinnati sarà un ostacolo improbo, fin dal primo turno con la tenacissima Pegula. Non so neppure se sia saggio giocarlo! Lo US Open forse è già una prova del nove che arriva troppo presto.

Le quattro azzurre top-ten le stanno ancora parecchio davanti come risultati. Camila ha i mezzi – e lo ha dimostrato – per salire molto più in alto del suo best ranking (n.26). Ma da qui a dare per scontato un approdo tra le top-ten, ce ne corre. Il dibattito è aperto, fra ottimisti e pessimisti.

E’ vero che in questo periodo storico in cui non c’è più una tennista che domini come ha fatto Serena Williams nel terzo millennio, e prima di lei una Graf o una Seles, Una Navratilova o una Evert, e in cui hanno vinto Slam tenniste come la Kenin, la Krejcikova, la Andreescu (la canadese ha più numeri ma anche più problemi fisici di chiunque…), la Kerber, la Stephens, la Ostapenko, insomma sognare si può.

Già al prossimo US Open Camila (n.34) con due piccoli salti potrebbe anche essere testa di serie, ma se anche non lo fosse, io credo che nessuna tennista delle 32 favorite sarebbe contenta di incontrarla nei primi turni.

Si dice, discutendo di pallone, che in Italia ci siano 60 milioni di commissari tecnici. Il tennis è meno popolare del calcio, anche se proseguendo di questo passo il tennis (fra Berrettini, Sinner, Sonego, Musetti, Fognini, Camila) potrebbe diventare uno dei primi 5 sport italiani per il “termometro” dell’opinione pubblica.

E io avrei un sogno nel cassetto da…pseudo coach (perché sarò certamente presuntuoso, ma di tennis mi picco di capirne!): seguire per 15 giorni Camila a dicembre, se continuerà ad allenarsi vicino a casa mia, a Prato-Calenzano, per vedere…e studiare come si allena. Sarei curioso di sapere e capire se a papà Giorgi e a Camila la cosa farebbe piacere oppure no. Mi aprirebbero le porte o preferirebbero chiuderle?

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Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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Editoriali del Direttore

Chi vuole biglietti sicuri a Wimbledon si affretti, costano poco

Niente click-baiting, è solo una reazione istintiva all’annuncio dell’All England Club che offre 1250 biglietti del campo n.1 per i prossimi 5 anni a prezzi incredibili

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Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Lì per lì, leggendo che l’All England Club aveva messo in vendita 1.250 biglietti per il campo n.1 e per 5 anni mi sono subito detto (2022-2026): guardiamo con attenzione. Fosse la volta buona che, sacrificandosi un po’, si arriva a conquistarne uno? Un affare non sarà di certo, però diamogli un’occhiata. E sono andato a leggere curioso la mail che mi è stata spedita, quasi che l’incalzare degli anni non mi avesse un pochino ammaestrato. Macché. Addirittura ho pensato che un biglietto solo, se vuoi fare un vero piacere a qualcuno cui tieni, di solito non basta. Devi averne due. Tutti amano viaggiare e vedere tennis in compagnia di qualcuno.

Dopo 47 anni di “persecuzioni” subite incessantemente da carissimi amici che mi tirano per la giacchetta, “Ma non avresti per caso un biglietto per farmi venire a Wimbledon? È il mio sogno…” e che vorrei esaudire, eccomi lì a spiegare pazientemente ogni volta che no, i biglietti a Wimbledon si trovano soltanto iscrivendosi al ballot, al sorteggio. E anche che le richieste sono centinaia di migliaia da tutto il mondo. E il ballot resta per quasi tutti l’unica soluzione, salvo che per pochissimi privilegiati, dignitari di corte, membri anziani dell’All England Club (fra i quali i vincitori dei Championships… se non si sono comportati male), giocatori finché sono in gara e con pochissimi biglietti solo per i campi sui quali giocano, perché sul centre court ci stanno soltanto 14.979 posti, non uno di più, contando a parte il Royal Box e la tribuna stampa.

Così mi sono documentato, speranzoso. I 1250 posti “Debenture Holders” – che sarebbero gli obbligazionisti che hanno “prestato” i loro soldi a Wimbledon a rate in cambio di biglietti dei Championships – sono per 11 giorni soltanto e per il campo n.1. Il Court 1 se non altro ha il tetto dal 2019 (lo hanno ultimato 10 anni dopo il centre court). Hai quindi la certezza di assistere ai match in programma anche se piove, ma tenendo presente che semifinali e finali femminili e maschili – dal giovedì in poi – di regola si giocano soltanto sul centre court.

 

Vero che dal 2022, ora che è stato abolito il tradizionale “Middle Sunday”, la domenica di mezzo che era destinata al riposo, c’è un giorno in più di gare, ma i britannici mettendo in vendita 11 giorni coprono per l’acquirente anche la possibilità che per motivi climatici o qualsiasi altra evenienza, si possano giocare match importanti sul n.1 anche nella giornata di giovedì della seconda settimana dei Championships.

Ma veniamo al dunque. Sapete quanto chiede l’All England Club agli “obbligazionisti” per 55 biglietti, cioè un biglietto al giorno per 11 giorni dei prossimi 5 anni? 46.000 sterline! VAT (la nostra IVA) inclusa… salvo che l’incidenza della VAT cambi nei prossimi 5 anni (sempre meglio cautelarsi). Dividendo 46.000 sterline per 55 significa semplicemente che per garantirsi un biglietto sicuro al giorno bisogna farsi carico della modica cifra di 836,36 sterline a biglietto, ovviamente anticipandola sin d’ora. Al cambio odierno 974 euro. E non sei sul Centre Court, non sai quel che ti può capitare.

Però l’All England Club si affretta a ricordare al colto e all’inclita che il Court One è stato il palcoscenico di alcune delle star più eccitanti del tennis… e che, udite udite, quest’anno ha ospitato addirittura Emma Raducanu nella sua ascesa verso gli ottavi di finale. Ma non si ferma lì: si premura di ricordarci anche che su quel campo nel 2019 avvenne la strepitosa performance di Coco Gauff contro Venus Williams, sempre nel suo percorso verso gli ottavi di finale. Insomma, amici, potrebbe capitarvi anche un ottavo di finale davvero epico (beh io ci ho visto Berrettini-Aliassime… e a suo tempo il trionfo di Quinzi). 

Chi volesse… “investire” 1.948 euro al giorno per assicurarsi una coppia di biglietti e fare le p.r. di maggior appeal, ora sa tutto. Occorre farsi avanti entro il 29 ottobre. Si riceverà risposta positiva o negativa entro il 12 novembre. Si pagherà la prima rata entro il 19 novembre. Si riceverà il certificato obbligazionario il 6 dicembre. Si pagherà la seconda rata il 30 marzo 2022. Il valore nominale del prestito obbligazionario verrà restituito il 3 agosto 2026.

Tutto chiaro? State correndo a mandare i soldi? Eppure sono certo che qualche banca, qualche grande azienda che ha necessità di fare p.r. con i suoi clienti, presenti o futuri, quei soldi li troverà. Bravi gli organizzatori a gestire i loro introiti così. Spero che non legga questo articolo Angelo Binaghi. Ora che Roma sembra destinata a poter disporre finalmente degli agognati 10 giorni di gare, gli occhi al presidente brillavano come quelli di Paperon de’ Paperoni alla vista della sua piscina piena di dollari.

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Editoriali del Direttore

US Open: Djokovic meritava il Grande Slam più di chiunque. Ha perso per sempre il treno?

Era più stanco o più stressato? Ha vinto più Medvedev o ha perso più lui? Non è il Superman dalla forza mentale che si credeva. Il pianto di un uomo che ha comunque colto un successo fin qui sfuggitogli

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Ho scritto mille volte, nel corso dei vari dibattiti su chi meritasse di essere il più forte fra i tre grandi di questo terzo millennio, di non tifare per nessun tennista in particolare, ma di tifare di volta in volta per la storia giornalisticamente più bella da scrivere.

Ad esempio la vittoria di Federer su Nadal sulla terra rossa e viceversa quella di Nadal su Federer sull’erba, tanto per esprimere in sintesi un’idea.

Così non ho alcuna difficoltà ad ammettere che domenica sera ho sperato fortemente in un successo di Djokovic, perché quella sarebbe stata una vittoria epica, certamente storica. E per quanto riguarda me personalmente forse unica, perché se sono passati 52 anni dall’ultima di Rod Laver non è affatto detto che avrò il privilegio di poter celebrare un futuro Grande Slam. L’ottuagenario australiano di Rockhampton era in tribuna e resta – almeno per un altro anno – il membro solitario del club più esclusivo della storia moderna del tennis.

 

So bene che i fan più sperticati di Federer e Nadal tifavano Medvedev soprattutto temendo il sorpasso nel numero di Slam vinti, che ora rimangono 20 per ciascuno e non è neppure detto – come ho subito accennato nel video che ho registrato tre ore dopo la conclusione della finale – che in futuro sia modificato, perché se oggi come oggi a dispetto della bruciante batista Djokovic sembra dei tre il candidato più probabile ad accrescerne il numero, i vari Medvedev, Zverev, Tsitsipas, non sono per nulla disposti a farsi da parte senza colpo ferire.

Mi fa piacere che anche grande parte del pubblico dell’Ashe Stadium, sebbene maleducato e scorretto oltre ogni dire, abbia sentito la vicenda allo stesso mio modo. E mi fa piacere anche che per una volta Djokovic abbia potuto sentirsi “speciale”, come ha detto luianche se immagino che avrebbe preferito uscire fra i ‘buuuh’ ma vittorioso. Per una vita si era trovato invece, soprattutto contro Federer ma anche contro Nadal, negli scomodi e indesiderati panni vestiti ieri sera da Medvedev. Quando Nole vinse la finale di Wimbledon 2019, a seguito di quei due match point svaniti per Federer, il pubblico inglese – anch’esso privo di un minimo fairplay – riuscì a togliergli perfino la voglia di esultare al loro cospetto.

Certo può anche essere che molti presenti all’Ashe Stadium abbiano incoraggiato l’improbabile “resurrezione” di Djokovic sul 6-4 6-4 5-2 perché viene naturale tifare per l’underdog, lo sfavorito, e per godersi più a lungo un match per il quale si è pagato un biglietto abbastanza salato, però credo che possa aver prevalso anche il desiderio di assistere a un evento sportivamente storico. Forse anche per poter raccontare agli amici, o a se stessi, “quel giorno c’ero anch’io”. Il mio modo di vivere e “sentire” il tennis non mi consente di amare e capire chi tifa contro. Mi sta bene e capisco invece chi tifa per. Eppure ho tanti amici, perfino tra alcuni colleghi, che non fanno mistero di tifare contro un giocatore perché non vogliono che possa superare il loro prediletto.

Una volta chiarito come sento e penso… e starei per aggiungere ‘ammesso che a qualcuno interessi’, ma tanti lettori però me lo hanno spesso chiesto, dico la mia sul match. Medvedev ha giocato da fenomeno, direi simil miglior Djokovic “uomo di gomma” quando c’è stato da recuperare palle “disumane”, correndo come non è normale che corra un uomo di un metro e 98 centimetri, anche se è magro come un giunco (seppur più duro di un bambù), ma dire che Djokovic era teso come una corda di violino, tanto da non riuscir mai a liberarsi dalle sue streghe, è dir poco.

Forse soltanto se gli fosse riuscito quel break all’inizio del secondo set, quando è stato 0-40 sul servizio di Medvedev nel secondo game, avrebbe potuto ritrovar se stesso. L’occasione a mio avviso l’ha avuta sulla prima palla break, quando il vero Djokovic avrebbe recuperato la smorzata di Medvedev senza metterla in bocca al russo. Sulle altre è arrivato l’ace n.9, poi un rovescio slice deficitario (come quasi tutti nella serata serba: le gambe di Djoker sembravano di legno, macché di gomma!) prima dell’ace n.10 e un altro punto per Medvedev peso come una mazzata decisiva alla psiche già turbata di Nole.

Fra due giocatori di simil livello le vittorie di uno sull’altro si spiegano quasi sempre con una giornata buona di un tennista e una giornata meno buona dell’altro. Però è sempre difficile dire fino a che punto una partita l’abbia vinta uno e persa l’altro. Ci si addentra nel gioco delle percentuali. E se dicessi che l’ha persa più Djokovic passerei per suo tifoso. Se dicessi che l’ha vinta più Medvedev passerei invece per tifoso di Federer o Nadal, o tutti e due.

Ma un’opinione va espressa. Intanto, dati a Medvedev i meriti di Medvedev, perché il russo che diventa il terzo Slam-winner del suo Paese dopo Safin e Kafelnikov ha servito davvero come un Isner/Opelka in buona giornata – 3 punti appena persi in tutto il primo set in 5 game di servizio contro il miglior ribattitore del mondo hanno indirizzato per l’uno e per l’altro un po’ tutto il match – va scelto il tipo di analisi per spiegare la deludente partita di Djokovic: era più stanco o più stressato, se non vogliamo cavarcela con un pilatesco “tutti e due”?

Chi propende per la stanchezza dice che Nole è stato in campo quasi sei ore più di Medvedev e sottolinea che il russo ha passeggiato in tutti i suoi incontri, avendo lasciato un solo set – e dopo aver vinto i primi due – al perticone olandese dal nome impronunciabile come quelli di certi ciclisti fiamminghi e che non scrivo altrimenti… faccio un refuso! (van de Zandschulp, ndR!). Alla fine Novak ha perso nove set (se si contano anche gli ultimi tre, che un po’ vanno contati perché in quanto persi contano eccome) e Medvedev uno soltanto.

Ma la tesi della stanchezza mi convince poco. In fondo Novak si era fermato per quasi un mese, dalla sconfitta olimpica di Tokyo in poi. E i set persi a Flushing, salvo i i due con Zverev, sembravano più frutto di distrazione che altro. Non si è mai avuta la sensazione, nel corso di tutte quelle partite salvo che nella semifinale di venerdì con il tedesco campione olimpico, che quelle partite Novak potesse perderle. Anche contro Berrettini… sì, c’è stato un primo set di straordinario livello e intensità, cui però ha fatto seguito un 6-2 6-2 6-3.

Secondo me l’ipotesi stanchezza fisica si regge quindi soltanto sulla semifinale lottata, ma vinta 6-2 al quinto, contro Zverev. Certo ad una modesta stanchezza fisica può aggiungersi la stanchezza mentale. Dopo quello che era successo a Tokyo, trovarsi indietro di un set, e per 6-2, contro Zverev, poteva aver prosciugato qualche energia nervosa. Ma chi non aveva scritto che Djokovic si era dimostrato ancora una volta campione indistruttibile, quasi robotico? I 34 anni di Novak non li cita mai nessuno – a differenza di quanto accadeva per Federer e anche per Nadal – perché all’uomo di caucciù non si richiede un certificato anagrafico.

Insomma, io propendo decisamente per la teoria dell’iper stress che colpì a suo tempo – leggi 2015 e match con Roberta Vinci – Serena Williams. Nessun tennista meglio di Serena può capire cosa sia successo a Novak.

Ma con una differenza sostanziale. Sul conto di Serena  e del suo diritto a essere considerata la più forte tennista almeno della sua epoca, nessuno ha mai dubitato. Invece Djokovic, dopo aver sofferto e lottato moltissimpo per ergersi al livello degli altri due mostri… nati prima di lui, è riuscito a instillare il dubbio di poter essere considerato più forte di loro, ma senza averne mai l’assoluta certezza. Conquistare il Grande Slam, più ancora che sorpassarli come numero di Slam (che potrà sempre riuscire a fare), poteva dare il colpo decisivo alla storia da scrivere.

Sulle sue spalle c’era quindi un peso ancora più grosso che su quelle di Serena. E contro Medvedev non riusciva a spingere la palla, a tenere l’iniziativa nemmeno quando avrebbe potuto. Sentendosi disperatamente impotente ha pensato che l’unica strada possibile fosse quella di buttarsi a rete ogni piè sospinto. C’è andato 47 volte. Mai così tante a mia memoria in passato. Non era lui. Vero è, tuttavia, che quanto gli è accaduto va considerato piuttosto come una sorpresa. A molti, e anche a me, Nole – dopo quei sei mesi di confusione mentale, il guru della seconda metà del 2016 – sembrava essersi trasformato nell’incarnazione di una sorta di Superman capace di portare la forza mentale a livelli sconosciuti per la razza umana. E invece, non solo perché lo abbiamo visto per la prima volta anche piangere su un campo da tennis, commovendosi come sarebbe capitato a tanti, accorgendosi di essere caro e “speciale” per uno stadio intero, lo abbiamo improvvisamente riscoperto terrestre, umano. Uomo anche fragile come tutti noi comuni mortali nelle nostre giornate meno brillanti.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Ma forse c’entra anche il fatto che il Medvedev di 9 mesi fa nella finale dell’Open d’Australia conquistato per la nona volta da Djokovic era lontano parente del russo ammirato domenica notte?

Diciamolo una volta per tutte: i risultati contraddittori di più partite giocati dagli stessi protagonisti di livello ravvicinato sono la prova provata di come ogni partita possa fare storia a sé, perché anche accennandone solo alcune restano troppe le componenti di tipo tecnico (la superficie è solo una di quelle…), fisico (impossibile essere sempre al 100 per 100 della condizione così come ritrovarsi nelle identiche condizioni dell’avversario nel corso di un torneo, perché non saranno mai stati uguali avversari, orari, incontri disputati, campi, clima), mentale (non sono mai uguali gli obiettivi diversi dalla ordinaria aspirazione alla vittoria, mai uguali le condizioni di stress, il vissuto, i desiderata), casuale (un net fortunoso e sfortunato su un punto importante, un infortunio, una pallata scagliata che colpisce un giudice di linea, oppure un altoparlante che irradia musica a tutto volume sulla palla break e consente a un giocatore di rigiocarsela con maggior chance è un esempio casuale …ma non così casuale in questa circostanza!).

New York ha rovesciato il match di Melbourne come fosse un calzino. Ma anche se qualcuno avrà giudicato Djokovic un po’ ruffiano – o, peggio, ipocrita se gli sta sulle scatole – quando ha detto: “Il mio cuore è pieno di gioia e sono l’uomo più felice perché mi avete fatto sentire speciale sul campo, non mi ero mai sentito così”, io invece credo che sia stato sincero.

Perché a suo modo anche Djokovic ha vinto qualcosa, una vittoria diversa dalle altre e dallo Slam numero 21, ma non meno importante e significativa. Per un campione l’amore della gente conta tanto. Djokovic ha probabilmente un po’ sofferto il suo ruolo subalterno nei confronti dei due primi Fab. Lo è stato per l’opinione pubblica ed è umano che potesse farsene un complesso, seppure mai confessato. Chi, del resto, lo avrebbe confessato?

Ma per chi come me crede di conoscerlo abbastanza, anche per averlo incrociato e visto fuori dal campo da tennis – come a Montecarlo in tante preparazioni del tradizionale Players Show in cui ho visto Novak far di tutto, dal presentatore al cantante, dal ballerino all’autore di sketch – Nole è migliore dell’immagine che molti hanno di lui.

E’ un ragazzo intelligente e ricco di personalità, un sentimentale, un generoso che d’istinto si butta anche in imprese complesse dalle quali molti altri rifuggirebbero (la PTPA è una di quelle) e nelle quali – vedi Adria Tour e più che l’organizzazione della stessa i contorni “social” ad essa costruiti attorno – è stato certamente un po’ superficiale, certamente non impeccabile.

Ma poiché tutto ciò c’entra poco con quanto è successo domenica sera, qui mollo. Concludo dicendo che lui è secondo me il tennista più completo, anche se stilisticamente forse l’interprete del tennis meno elegante, dei celebri Fab Four. Ma, grazie al fatto che si è dimostrato capace di vincere Slam e Masters 1000 a ripetizione su tutte le superfici degli Slam e pure indoor, è stato alla fine il più vicino a realizzare il Grande Slam, oltre che l’unico a vincerli consecutivamente sia pure non in un “calendar year”.  Per questo motivo trovo che meritasse più lui degli altri di conquistare quanto gli è appena sfuggito. E mi dispiace che abbia fallito questo appuntamento con la storia. Medvedev è stato il primo a vincere una finale con un Fab Four. Ed è stato indiscutibilmente migliore di Novak domenica notte. Nonostante quel gioco sgraziato, storto, davvero poco ortodosso, da sconsigliare a chiunque insegni tennis, lontano mille anni luce dal tennis classico eppur unico di Roger Federer – lo so, suona come un ossimoro, ma per me è unico anche quello del mancino di Maiorca – Daniil vincerà altri Slam. Però non sarebbe crollato il mondo se avesse aspettato ancora un altro Slam. Per me, insomma, era meglio se Medvedev ne vinceva anche due – o pure tre – nel 2022, ma non nel 2021. Temo infatti che anche per Nole, come prima per Roger e Rafa, sia passato un treno che non ripasserà. 

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