Camila Giorgi può sognare un posto da top-ten? A Tokyo l’ho scoperta diversa

Editoriali del Direttore

Camila Giorgi può sognare un posto da top-ten? A Tokyo l’ho scoperta diversa

Montreal ha schiuso un orizzonte. Ma la strada è ancora lunga per raggiungere Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci. L’US Open la prova del nove? O arriva troppo presto? Cincinnati non so neppure se lo giocherei…

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Sono contento, anzi contentissimo, per l’exploit di Camila Giorgi all’open del Canada. È riuscita finalmente, per la prima volta, a far filotto. A battere cioè una dopo l’altra 6 tenniste che ancora oggi che è salita a n.34 del mondo, le stanno tutte davanti in classifica tranne una: Mertens n.15, Podoroska n.36 (l’eccezione…), Kvitova n.11, Gauff n.24, Pegula n.26, Pliskova n.4. Una marcia travolgente, nel corso della quale ha perso un solo set, con la coriacea Pegula. E battere tre volte di fila Pliskova, recente finalista di Wimbledon, ex n.1 del mondo, e n.4 attuale è un’impresa nell’impresa che merita di essere sottolineata. C’è forse in campo maschile un italiano che sia stato capace di tanto? Cioè di battere per 3 volte di fila un top-4 del ranking mondiale? A me non pare.

Dei tre titoli vinti quello di Montreal – il 74mo nella storia WTA, mentre i titoli ATP sono 73 – non c’è dubbio che sia il più importante- Hertogenbosch 2015 sull’erba e Linz 2018  sul veloce indoor erano tornei di ben diverso livello. Però il fatto che Camila abbia vinto tre tornei su tre superfici diverse testimonia la sua completezza.

Quello di Montreal è un torneo che si può equiparare a quello vinto da Flavia Pennetta a Indian Wells nel 2014, quando Flavia battè Agnieszka Radwanska in finale dopo aver battuto negli ottavi… Camila Giorgi! Lei che proveniva dalle qualificazioni.

 

Di tornei più importanti vinti da tenniste azzurre ci sono soltanto i due Slam: il Roland Garros 2010 vinto da Francesca Schiavone, l’US Open 2015 vinto da Flavia Pennetta.

Tre tornei avevano vinto anche Silvia Farina (best ranking n.11 WTA ) e Rita Grande (n.24). Cinque Raffaella Reggi (n.13), otto Francesca Schiavone (n.4), 9 Sara Errani (n.5), dieci Roberta Vinci (n.7), 11 Flavia Pennetta (n.6), 12 Sandra Cecchini (n.15). Flavia ha però giocato 25 finali e Francesca 20.

Non ho difficoltà ad ammettere che sul conto di Camila, quando l’avevo vista a maggio perdere per l’ennesima volta a Roma – sei volte in 6 partecipazioni k.o. al primo o al secondo turno – avevo perso le residue speranze e l’avevo scritto chiaramente. L’avevo scritto chiaramente dispiacendomene. E paragonando il suo talento con quello di Fognini perché entrambi a mio avviso non erano riusciti a metterlo compiutamente a frutto.

Ma Fabio, che scalpi illustri li aveva sempre colti (4 volte Nadal, 3 volte Murray, tanto per citare quelli ottenuti a spese di due Fab Four), ma cui era sempre mancata la continuità necessaria per far davvero continuativamente bene in uno Slam o in un 1000, almeno intorno ai 32 anni, aveva fatto finalmente centro col botto in un grande torneo, Montecarlo 2019, riuscendo a issarsi finalmente nell’elite dei top-ten dopo esservisi avvicinato nel 2013 quando salì fino a n.13 ATP.

Beh, Camila i 32 anni non li aveva ancora raggiunti e occorreva forse che io avessi più pazienza. Flavia fece il suo ingresso fra le top-ten, prima in Italia, a 27 anni  e mezzo, ma i migliori risultati li ha conseguiti dopo i 30. Idem la Schiavone. Idem la Farina. E la Vinci. Unica eccezione la Errani.

Camila, scrissi allora dopo la delusione romana (seppur seguita a un match di 3 ore e 50 minuti conditi da 86 errori gratuiti con la Sorribes Torno, nel corso del quale era stata avanti 4-0 nel terzo set e anche 5-3), aveva vinto solo 2 tornei minori e perso 6 finali in altrettanti tornei minori. Ben altro mi attendevo da lei – avevo sognato per lei – dopo che a Wimbledon 2012, 9 anni fa!, aveva centrato gli ottavi di finale lasciando sognare prossime mirabolanti imprese. E il ricordo di averla avuto sul seggiolino posteriore della mia vespa rossa a Wimbledon era stato uno dei più simpatici e piacevoli della mia carriera di giornalista-vespista

Un lettore di Ubitennis aveva segnalato, subito dopo gli ultimi Internazionali d’Italia, come Camila fosse uscita 56 volte nei primi due turni in 70 partecipazioni ai maggiori tornei, cioè Slam, Premier, 500.

Le nove vittorie di allora contro le top-ten – diventate nei mesi successivi 13, mentre di quelle con le top-20 ho perso il conto: sono già 30? – mi facevano quasi rabbia, lo confesso.

Sottolineavano la sua straordinaria capacità di far male anche alle tenniste più forti del mondo nelle sue giornate di vena, e anche in tornei assai importanti, ma al contempo la sua incapacità a limitare le giornate di cattiva vena, quando fra doppi falli e errori gratuiti si raggiungevano numeri imbarazzanti.

Un piano B, di paziente attesa alla ricerca del suo tennis migliore…ma anche di qualche errore dell’avversaria, non veniva assolutamente preso in considerazione. Né sul campo, né fuori.

Scrissi a maggio “Camila è testarda come un mulo, però è anche dolce, ispira tenerezza, non si può non volerle bene anche se a volte ti irrita quando non spiccica parola…salvo le solite di circostanza. Ma, accidenti, quante volte le ho visto perdere il servizio quando doveva chiudere il match, quanti doppi falli l’hanno tradita in frangenti decisivi, quante volte il numero dei suoi errori gratuiti è stato molto più alto dei suoi vincenti sebbene questi fossero tantissimi?…Esternai anche la mia insofferenza ogni volta che lei, implacabilmente (tanto che pensavo fosse quasi una sfida con noi giornalisti…del tipo, ci fa o ci è?), si ostinava a ripetere: “Non è importante studiare il tennis della mia avversaria, io devo soltanto fare il mio gioco, il piano B non esiste”.

E se le chiedevi dei precedenti con la sua avversaria dell’indomani…nulla da fare! Non contavano! C’era il rifiuto di accennarvi. L’idea di una possibile strategia atta a sfruttare le carenze delle avversarie, non sembrava passarle per l’anticamera del cervello. A papà Giorgi neppure. Tirare, tirare sempre più forte, è sempre sembrata l’unica strategia.

Ebbene chi ha avuto la pazienza di ascoltate i miei interventi da Tokyo nelle quotidiana rubrica di Ubi Radio Olimpiadi che con Vanni Gibertini abbiamo messo in onda su Ubitennis – qualche migliaio di Ubi Radio ascoltatori lo può testimoniare – potrà dirvi che avevo parlato di aver scoperto in quei giorni giapponesi una Camila assolutamente diversa, più serena, più sorridente, espansiva, perfino estroversa. Come fosse improvvisamente cresciuta, maturata. Come se non ci fosse per lei più nulla da temere nell’aprirsi anche con un giornalista che…a detta di Flavia Pennetta “è sempre stato un tipo tosto…che non fa sconti gratuiti”. Per anni quando alle conferenze stampa c’era anche suo papà presente, sembrava che Camila si comportasse un po’ come la prima Ambra Angiolini in “Non è la Rai” quando Gianni Boncompagni le suggeriva in cuffia cosa doveva dire.

Invece ecco Camila a Tokyo, dove papà Sergio non c’era, improvvisamente disponibile a lasciarsi avvicinare, a parlare di tutto e di più, a farsi fotografare con giornalisti e fan, a raccontare le sue predilezioni in campo maschil-tennistico (“Mi piace da morire come gioca Nishikori!”), a parlare della sua passione per la moda, a raccontarsi perfino sui tapis-roulant della Technogym.

Tutti atteggiamenti che per anni si era ostinatamente rifiutata di concedere. Un’altra Camila, insomma. E questo a prescindere dai risultati, anche se le prime brillanti partite vinte a Eastbourne dove aveva battuto Sabalenka e Pliskova prima di doversi ritirare nella semifinale con la Kontaveit, sembravano averle restituito grande fiducia nel proprio tennis e già a Wimbledon, perfino dopo un match perduto, l’avevo vista molto più disinvolta e sicura di sé che non in passato.

Ubaldo con Camila Giorgi – Olimpiadi Tokyo 2020

Non sapevo a chi – se a qualcuno e non soltanto a lei stessa – attribuire una tale profonda metamorfosi. In discreta parte al savoir faire di Tathiana Garbin? Fra Tax e Camila avevo visto svilupparsi un ottimo feeling, certo ben diverso da quello che c’era stato ai tempi di Fed Cup fra Giorgi padre e figlia con Francesca Schiavone, per non parlare del rapporto altrettanto scadente intercorso con Corrado Barazzutti, decisamente troppo diverso da lei.

Apro un inciso a proposito dell’ex capitano e dei rapporti ventennali con la FIT. Apparentemente sono stati interrotti con scarso garbo. Barazzutti sarebbe venuto a conoscenza del mancato rinnovo del suo incarico -peraltro in scadenza – e della nomina a capitano di Davis di Filippo Volandri da comunicati stampa. E Corrado non avrebbe gradito, fino al punto di decidersi a interpellare un legale. Se poi nel frattempo si sia raggiunto un compromesso extragiudiziale dopo il coinvolgimento di legali dell’una e dell’altra parte, al momento non so. Vi terrò informati.

Tornando a Camila ora fra suoi sostenitori dell’ultima ora e della prima… il dibattito pare incentrarsi principalmente in questa seguente discussione: questi risultati sono a) frutto di un suo modificato atteggiamento, del fatto che è diventata più saggia, più prudente, compie scelte tattiche che prima non faceva, ha capito che anche i punti fatti su errori delle sue avversarie valgono quanto i punti che fa direttamente lei a suon di vincenti? E’, in altre parole, maturata tatticamente? Si trattiene un tantino di più, avrebbe imparato ogni tanto anche a difendere?

Oppure b) hanno ragione i sostenitori della prima ora, cioè quelli che dicono che Camila non avrebbe cambiato nulla, salvo un deciso miglioramento nel servizio, ma adesso le stanno però dentro molte più palle di una volta. E se andaste a rivedere certi punti che ha ripreso, ad esempio con la Pliskova per salvare il 4-2 nel primo set, si vede che Camila recupera anche palle quasi impossibili sulle quali in passato avrebbe tentato di sparacchiare colpi impossibili.

E’ evidente che Camila sta bene fisicamente ed è giusto ricordare che in passato è stata spesso fermata da tutta una serie di infortuni – al polso, all’addome, alle gambe. poi perfino il COVID –  che hanno contribuito non poco a stoppare ogni chance di continuità.

Ciò detto però io appartengo alla schiera di coloro che dicono che qualcosa è cambiata nella sua testa, nell’approccio alle sue partite. Basterebbe che rileggeste le sue dichiarazioni dopo ciascuna delle partite vinte a Montreal per rendersi conto che Camila ha aggiunto qualcosa che prima non avrebbe mai detto a seguito del solito refrain “Farò il mio gioco” che a mio avviso fin qui è stato il suo vero limite. Andate a rileggervele, match dopo match, e troverete spunti inediti. Che a mio avviso spiegano più di tante parole un suo radicale cambio di atteggiamento, psicologico e conseguentemente comportamentale.

Le sue sconfitte, spesso definite scriteriate perché prive di un minimo filo tattico, sono spesso state attribuite al padre, tipo esuberante, istintivo, non sempre allineato al politically correct imperante.

Papà Sergio ha ovviamente grossi meriti se è riuscito a creare in Camila una giocatrice in grado di arrivare fra le prime 30 del mondo (26 è il suo best ranking che ora sembra superabilissimo). Ma avrebbe potuto fare ancora meglio appoggiandosi a qualcun altro più competente tecnicamente, più esperto, un ex campione? La grande maggioranza delle persone che ho avuto modo di sentire in questi anni la pensava così.

Lui ha spinto tantissimo sul lavoro, sulla preparazione fisica. Ed è indubbio che poche tenniste abbiano oggi la forza atletica e l’esplosività di Camila. Tuttavia Sergio avrebbe forse – come sostiene anche Flavia Pennetta nella chiacchierata che abbiamo fatto oggi insieme in un collegamento attivato da Radio Sportiva – potuto essere un filino più umile e cercato chi integrasse tecnicamente il suo modo di fare coaching. Forse Camila avrebbe raggiunto prima che a 29 anni e 8 mesi un risultato come quello di Montreal. Mancheranno sempre le controprove però. E questo non è davvero il momento di risollevare certe antiche questioni. Anche se tanti campioni, e campionesse, si sono affidati a coach in accoppiata.  Ma godiamoci insieme questo grande momento. Non sciupiamo anche questo.

Camila ha sempre riposto nel padre grande, grandissima fiducia e sebbene questa sia parsa a molti eccessiva, resta il fatto che ci sono stati tantissimi genitori di successo di campionesse che si sono improvvisati tecnici di tennis senza aver mai preso una racchetta in mano: papà Graf, Capriati, Pierce, Williams, Seles, i primi papà che mi vengono in mente.

Camila e la sua famiglia hanno vissuto anche momenti difficili. La morte della giovane sorella ha segnato profondamente tutta la famiglia. E devo dire che nei confronti di mamma Giorgi Sergio si è sempre dimostrato molto ma molto sensibile e partecipe. Sempre profondamente legato. E tutta la famiglia Giorgi è stata sempre molto unita, anche quando sbarcare il lunario non era facile e i problemi economici, oggi fortunatamente superati, non erano di poco conto per aiutare Camila nella sua attività professionale. Anche i dissapori con la FIT le questioni legali, le minacce di ritorsioni economiche, la scelta obbligata di andare ad allenarsi in un circolo non affiliato alla FIT, non possono essere stati momenti sereni, capaci di mettere una ragazza e il suo coach nelle condizioni più ideali per affrontare una carriera professionale. Oggi Binaghi e tutto il clan federale parla in modo assolutamente diverso rispetto a come parlava qualche anno fa sul conto di Camila e suo padre. L’abbiamo dimenticato?
Giustamente Camila ha sentito l’esigenza di ringraziare l’amorosa assistenza che suo padre le ha dedicato per un quarto di secolo, dacché lei aveva 5 anni e prese in mano la prima racchettina con ben altra coerenza.
Anche la ostinazione con la quale Camila e il papà manager hanno respinto tutte le proposte commerciali di varie aziende d’abbigliamento è stata principalmente una prova d’amore nei confronti della signora Giorgi, cui – osservando i modelli Gio-Mila – va dato atto di grandi capacità di stilista.

Magari non è detto che tutte le ragazze potrebbero indossare agevolmente le mises di Camila, ma fossi stato nei panni di un manager Nike o Adidas, già anni fa avrei proposto un contratto prima a mamma Giorgi che alla figlia.

Ora mi auguro soltanto che il peso dell’impresa canadese si riveli un viatico e non un peso sulle spalle di Camila. Cincinnati sarà un ostacolo improbo, fin dal primo turno con la tenacissima Pegula. Non so neppure se sia saggio giocarlo! Lo US Open forse è già una prova del nove che arriva troppo presto.

Le quattro azzurre top-ten le stanno ancora parecchio davanti come risultati. Camila ha i mezzi – e lo ha dimostrato – per salire molto più in alto del suo best ranking (n.26). Ma da qui a dare per scontato un approdo tra le top-ten, ce ne corre. Il dibattito è aperto, fra ottimisti e pessimisti.

E’ vero che in questo periodo storico in cui non c’è più una tennista che domini come ha fatto Serena Williams nel terzo millennio, e prima di lei una Graf o una Seles, Una Navratilova o una Evert, e in cui hanno vinto Slam tenniste come la Kenin, la Krejcikova, la Andreescu (la canadese ha più numeri ma anche più problemi fisici di chiunque…), la Kerber, la Stephens, la Ostapenko, insomma sognare si può.

Già al prossimo US Open Camila (n.34) con due piccoli salti potrebbe anche essere testa di serie, ma se anche non lo fosse, io credo che nessuna tennista delle 32 favorite sarebbe contenta di incontrarla nei primi turni.

Si dice, discutendo di pallone, che in Italia ci siano 60 milioni di commissari tecnici. Il tennis è meno popolare del calcio, anche se proseguendo di questo passo il tennis (fra Berrettini, Sinner, Sonego, Musetti, Fognini, Camila) potrebbe diventare uno dei primi 5 sport italiani per il “termometro” dell’opinione pubblica.

E io avrei un sogno nel cassetto da…pseudo coach (perché sarò certamente presuntuoso, ma di tennis mi picco di capirne!): seguire per 15 giorni Camila a dicembre, se continuerà ad allenarsi vicino a casa mia, a Prato-Calenzano, per vedere…e studiare come si allena. Sarei curioso di sapere e capire se a papà Giorgi e a Camila la cosa farebbe piacere oppure no. Mi aprirebbero le porte o preferirebbero chiuderle?

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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Coppa Davis

Coppa Davis: l’Italia prima di quattro team a Bologna, ma potrebbe essere prima fra le otto di Malaga?

Perché no? Berrettini è supersolido. Strappargli il serviziò è un’impresa. Ma per un’Italia campione a Malaga Sinner deve crescere e non subire 7 break come a Bologna e New York. Due mesi sono pochi. Questa squadra è fortissima per anni

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Foto @RDO

Bravi, bravi azzurri. Missione compiuta. Non era scontata una settimana fa. Lo era diventato nel weekend.

Questa domenica francamente non ci poteva essere suspence, anche se c’erano i soliti banalissimi commenti del tipo “La palla è rotonda, non si sa mai, gli svedesi hanno battuto l’Argentina”.

Matteo Berrettini non poteva avere problemi con il meno forte dei fratelli Ymer, Elias, e infatti nei suoi dieci game di servizio ha perso solo sei punti. Due quando ha messo la prima (38 volte) e 4 quando ha fatto ricorso alla seconda (11 volte). Prestazione impressionante, sebbene in fase di risposta può sempre progredire, come ha osservato nel video con me Vincenzo Santopadre. Ma come poteva perdere? Gli sono bastati un break per set per vincere 6-4, 6-4, break nel nono  game del primo set e nel quinto del secondo per sbrigare comodamente la pratica. Senza ovviamente correre il minimo pericolo di un controbreak. Elias non è Mikael. Ci corre come il giorno e la notte, come ha potuto verificare più tardi – a sue spese – Jannik Sinner che contro il ventiquattrenne Mikael ha perso dopo sei successi in Davis la propria imbattibilità in singolare: 6-4,3-6,6-3. In doppio Jannik aveva perso già 3 volte su tre. Ma che Jannik non fosse il miglior Jannik lo si era già visto con Cerundolo, quando  pur vittorioso, 6-3,2-6,6-3, non aveva affatto convinto.

 

Fortunatamente quella vittoria di Berrettini e il conseguente 1-0 sulla Svezia ci bastava per sconfiggere l’ipotesi che la Svezia riuscisse nella mission impossible di batterci 3-0: cioè il risultato che le avrebbe consentito di chiudere il girone “bolognese” al primo posto, relegando noi al secondo ed eliminando la Croazia.

In un’ora e un quarto esatta Matteo ha sbrigato la pratica. L’Italia è prima, la Croazia è seconda. Le due squadre saranno a Malaga dove la fase finale comincia il 22 novembre, anche se l’Italia non gioca contro gli Stati Uniti fino a giovedì 24, giorno di festa per gli americani: è il Thanksgiving. Un primo ostacolo certamente duro. Forse più duro dell’eventuale secondo in semifinale.

La Croazia, vittoriosa 2-1 sull’Italia a Torino grazie alla vittoria di Gojo su Sonego e poi al doppio Pavic e Mektic, nonchè finalista un anno fa a Madrid (quando a vincere fu lo squadrone russo di Medvedev e Rublev, quest’anno banditi per via dell’aggressione russa all’Ucraina), sarà squadra temibilissima se rispolvererà Cilic al fianco di Coric e del solito duo Pavic-Mektic. Ma non l’affrontiamo di certo né nei quarti né nell’ipotetica semifinale.

Nei quarti contro gli azzurri gli USA potrebbero schierare Tiafoe al fianco di Fritz e hanno un doppio molto temibile in Sock e Ram. Chissà a fine novembre, dopo le finali ATP di Torino, se il n.1 azzurro sarà ancora Sinner oppure invece Berrettini?

C’è ancora un paio di migliaio di punti che potrebbe sovvertire ogni ordine, degli azzurri fra loro, degli azzurri con gli altri rivali che ancora aspirano a giocare a Torino e che da qui al 14 novembre si batteranno per conquistare quei tre posti che non sono ancora assegnati perché 5 sono già prenotati da Alcaraz, Ruud, Nadal, Tsitsipas e Djokovic.

E se battessimo gli Stati Uniti? Ci toccherebbe o il Canada, che schiera Auger Aliassime ma fin qui mai Shapovalov, oppure la Germania che ha battuto l’Australia. Questa sarebbe una sfida che potrebbe essere influenzata anche dallo stato di forma di Sascha Zverev: sul veloce indoor non ce ne sono tanti che giocano meglio di lui. Ha ancora due mesi per recuperare la condizione. Ma Struff n.2 non vale il nostro n.2, chiunque esso sia. E neppure il n.2 canadese Pospisil lo vale. Per questo dico che è più difficile battere gli USA che Canada o Germania. E anche con gli USA saremmo comunque favoriti, se si giocasse oggi. Ma mancano due mesi e la situazione può cambiare

Confesso che sono rimasto un po’ disorientato per la sconfitta patita da Sinner con Mikael Ymer. E’ chiaro che Jannik non aveva recuperato appieno dal trauma della partita persa con il matchpoint con Alcaraz. Io avevo scritto, dando sfogo alla mia immaginazione, tanti possibili pensieri che potevano aver affollato la mente di un ragazzo di 21 anni che aveva sognato di vincere il suo primo Slam, che aveva raggiunto il matchpoint contro chi non sarebbe diventato n.1 del mondo se avesse perso da lui.

Un fiorentino over 70 e un altoatesino di 21 anni appartengono a mondi troppo diversi perché i pensieri che affollano la mente dell’uno e dell’altro abbiano qualcosa in comune. Vi riscrivo qua i miei attribuiti surrettiziamente a lui (senza il suo benestare ovviamente e se lui ci dirà quelli suoi veramente provati ve li riferirò.

Ci sta di perdere una partita anche con il n.98 del mondo, nel giorno in cui non si gioca bene. E Jannik ha ammesso per primo che non ha certamente giocato bene. Senza invocare alibi che pure forse ci sono.

Ormai il tennis è così livellato che il n.98 può benissimo battere il n.11 senza che nessuno gridi allo scandalo o possa sbeffeggiare lo sconfitto come magari sarebbe successo una volta.

Io mi ricordo bene le imprecazioni che da direttore del torneo di Firenze –i cui incassi erano strettamente legati alla presenza di Panatta nelle fasi finali –mi trovai a lanciare quando in quattro edizioni del “mio” torneo Panatta perse da Dibley, Benavides, Fagel e Winitsky, giocatori (salvo forse il primo, l’australiano che aveva un gran servizio per l’epoca, 177 km l’ora! Le racchette erano di legno…), ma allora davvero il gap fra quelli che erano forti e gli altri era ampio, amplissimo. Quindi le sconfitte di un Panatta fuori condizione perché poco allenato, meritavano qualche nota di biasimo in più. E io ero inferocito. Molto più di lui.

Oggi invece per perdere con un giocatore molto peggio classificato basta in realtà pochissimo. I confini sono quasi impercettibili. La profondita del tennis maschile soprattutto è notevolissima. Una volta il numero 100 era quasi più un dilettante che un professionista.

Tutto ciò premesso però…c’è un però. Jannik ha vinto il secondo set, nell’entusiasmo generale, con il pubblico che invocava il suo nome, ma ciononostante ha perso subito il servizio nel primo game del set decisivo.

Recupera il break, ma ne subisce un altro nel quarto game. Recupera anche quello…ma riperde, per la terza volta nel terzo set e per la settima nel match di nuovo il servizio.

Insomma, nel giorno in cui Berrettini perde in un match che conta per il passaggio da prima della casse 6 punti in tutto, servendo il 75% di prime palle, vale a dire 3 ogni 4, Sinner perde sette volte il proprio game di battuta (non sette punti, sette game) servendo il 53% di prime, vale  a dire una ogni due.

Se i punti fatti con il servizio dipendono anche dalla qualità degli avversari – e come detto Mikael è di altra pasta rispetto a Eliah – le percentuali di prime dipendono sono da chi batte.

Matteo che rischia moltissimo la prima di servizio, battendo costantemente sopra i 200 km l’ora, ha servito anche il 78% di prime nella sua vita – quella con Elias è stata la quarta prestazione di sempre in termini di percentuale – e c’è chi lo definisce un robot per questa sua capacità che assomma tecnica e concentrazione.

Jannik è ancora molto lontano da quelle percentuali. Sta lavorando su tante cose, che abbia anche un po’ di confusione in testa ci sta.

Jannik ha spiegato – guardate il video della sua intervista -che effettivamente quando si gioca un match meno importante manca un po’ di adrenalina, di carica nervosa. “Non voglio togliere nulla a lui, è un amico e ha giocato molto bene” ha detto con apprezzabile fairplay. Ma è certo che ha giocato male anche perché dentro di sé non sentiva una super-motivazione. Anche se a dire il vero, ciò sarebbe stato più comprensibile se avesse giocato sul campo 17 di un qualche torneo davanti una cinquantina di spettatori. Giocando invece in casa davanti a un pubblico entusiasta come quello bolognese, è strano che non ne abbia avvertito la carica. Forse, come ha anche accennato, è stato lo stress della trasferta americana, l’amara conclusione…anche se all’inizio dell’US Open avrebbe probabilmente firmato per raggiungere il traguardo dei quarti.

Anche nelle cinque pallebreak per raggiungere il 4 pari nel terzo non è davvero stato il miglior Sinner. Ecco, secondo me Jannik – dei cui margini di progresso tanto spesso capita di parlare – deve migliorare soprattutto nella gestione dei punti importanti. Primi game di servizio di un set, quando si serve per il set o per il match, nelle palle break proprie e degli altri. Lì, in quelle occasioni, anche se ci si è trovati da cronisti tante volte anche ad acclamare il suo coraggio, è ancora un tantino troppo fragile, troppo discontinuo. Ma è giovane, 21 anni sono pochi per raggiungere i massimi livelli. Non tutti sono Nadal. Anche Roger Federer, classe 1981, ebbe un 2002 così così, nell’anno dei suoi 21 anni, sebbene avesse già lasciato intravedere nel 2001 battendo Sampras il suo grande talento.

Diamo tempo al tempo, in conclusione. Se gli bastassero i prossimi due mesi a fare un grande salto di qualità, per presentarsi solidissimo e fortissimo a Malaga, meglio, molto meglio per lui e per tutti. Per sognare la conquista di una seconda Coppa Davis, a 46 dalla prima di Santiago, non c’è comunque soltanto il 2022. Con questa squadra, in cui non solo Sinner deve migliorare, e certamente migliorerà, i sogni non sono miraggi.

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Editoriali del Direttore

50 anni fa… Bertolucci come Musetti, Barazzutti come Sinner, Panatta come Berrettini. Quante analogie. Ma è tutta colpa di Pietrangeli

Musetti è quello che gioca il tennis più bello ma oggi è il meno forte. Sinner sbaglia e diverte poco. Berrettini è esplosivo ma se non vanno servizio e rovescio… E Canè-Fognini?

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Lorenzo Musetti – Davis Cup by Rakuten Bologna Group Stage 2022 at Unipol Arena (Photo by Ion Alcoba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Quest’articolo me l’ha involontariamente ispirato Nicola Pietrangeli, alias mister Davis, quando l’ho intervistato venerdì sera.

Se guardaste il video sentireste che cosa Nicola dice senza peli sulla lingua come di consueto dei giovani giocatori azzurri che in questo momento sono protagonisti del cosiddetto Rinascimento del tennis italiano e stanno suscitando un entusiasmo incontenibile fra grandi e piccini a giudicare da quanto sto constatando in questi giorni a Bologna, dove quasi ogni punto azzurro nella Unipol Arena viene sottolineato da boati pazzeschi, neppure fossero tutti gol di Champions.

Ma forse un po’ Champions i nostri cominciano a esserlo davvero. E se vincessero la Coppa Davis questo loro status verrebbe certamente consacrato, anche se quelli della Squadra obietteranno che la loro Coppa Davis era un’altra cosa. Ed è vero, anche se le squadre che batterono in quell’indimenticabile 1976 – indimenticabile soprattutto per Adriano Panatta – Polonia, Jugoslavia, Gran Bretagna, Australia, Cile a dire il vero non erano team forti come quelle che l’ItalDavis del 2022 potrebbe affrontare a Malaga dal 22 novembre al 28. Un passo alla volta però. Intanto andiamo a Malaga dove, dopo aver battuto come da scontato pronostico i fratelli svedesi d’Etiopia Ymer – che sia scontato non lo dice Volandri né nessun altro, la responsabilità me la prendo io – e chiudendo così il nostro girone da primi, troveremo nei quarti gli Stati Uniti di Fritz, forse Tiafoe se lo recuperano (oppure uno fra Paul, Opelka o Isner) e il temibile duo Sock-Ram.

 

In un’altra video intervista Paolo Lorenzi dice – e io condivido – che dovendo scegliere fra il duo Sinner-Berrettini e qualunque duo americano, lui sceglierebbe la coppia di singolaristi italiani. Lui si manifesta ottimista anche sul doppio Fognini-Bolelli vs Sock-Ram, coppia… sincopata da discomusic. Io su questo resto invece un po’ perplesso anche se ho ammirato i nostri contro gli olimpionici Pavic-Mektic (prima che perdessero invece con Zeballos-Gonzalez).

Ma dopo questa lunga digressione torno ab ovo, e alla video-opinione espressa dal grande Pietrangeli (cui mi sono ahimè dimenticato di chiedere se non si fosse sentito un po’ bistrattato dal docufilm di Procacci, La Squadra, dove i suoi ex giocatori gli sparano un po’ molto addosso).

Musetti è il tennista che gioca meglio a tennis… ma non è il più forte. I più forti sono gli altri due, Sinner e Berrettini”. E poi si è sbilanciato su chi fra i due leader gli sembrasse più forte, ma io qui non ve lo dico sennò il video non me lo guardate!

Ma io ho fatto un salto all’indietro di quasi mezzo secolo – anno più anno meno – e mi sono detto che per me il tennista di allora che giocava meglio a tennis ma non era il più forte… era Paolo Bertolucci. A soffiare il posto in Davis a Paolo – come è successo qui a Bologna per l’appunto a Musetti – detto già allora “Braccio d’oro” quando ancora Bud Collins non lo aveva ribattezzato “Pasta Kid” fu Corrado Barazzutti che secondo me giocava meno bene a tennis, ma era però più solido, sotto più aspetti: per ambizione, grinta (il “Soldatino”), per spirito di sacrificio e costanza negli allenamenti, per regolarità e fisico sul campo. Barazzutti era più Sinner, Musetti è più Bertolucci.

Prima di dire che io all’inizio ero più “bertolucciano”  che “barazzuttiano”, mentre Rino Tommasi che aveva la vista più lunga la pensava al contrario – ma poi mi arresi come si rassegnò Bertolucci all’idea di fare il doppista della squadra – accenno alla terza similitudine a distanza di mezzo secolo, quella forse più discutibile, che concerne Adriano Panatta e Matteo Berrettini. La ritrovate alla fine dell’articolo.

Per la mia posizione pro Bertolucci, che in Davis ha vinto 8 singolari su 10 anche se tutti ricordano soltanto i suoi doppi al fianco di Adriano, a distanza di tanti anni riconosco che ero probabilmente influenzato da una ragione principale: da junior e da teenager di seconda categoria avevo incontrato Paolo due volte e avevo perso nettamente, facendo pochi game, ma soprattutto venendo dominato sul piano del gioco, senza che riuscissi mai a trovare una minima chiave tecnico-tattica per dargli fastidio. Aveva colpi pesanti, non solo quel magnifico rovescio, li alternava con smorzate superbe perché certo non gli mancava il tocco e  se andavo a rete non potevo faro sul rovescio e comunque mi infilava. Eppure avevo battuto due volte su due Roberto Lombardi che a quei tempi giocava abbastanza alla pari con Paolo…

Invece quando, a 23 anni affrontai Barazzutti agli Assoluti di Perugia 1973, e Corrado ne aveva 20 ed era così forte che in quel torneo avrebbe raggiunto la finale contro Panatta, non ebbi mai la sensazione che lui fosse ingiocabile come Paolo. Sapevo ovviamente che era molto ma molto più regolare di me, che non avrei avuto alcuna chance di lottare da fondocampo e di fare una gara di corsa e decisi allora di fare una partita tutta d’attacco, serve&volley dalla prima palla all’ultima (fu anche ripresa dalla Rai, telecronista Guido Oddo), salvo qualche palla corta per chiamarlo a rete (come faceva molto meglio di me il mio consocio del CT Firenze Pierino Toci che lo batté infatti diverse volte).

Si giocava tre set su cinque e persi 3 set a zero, 7-5,6-2,7-5, ma dopo aver condotto 5-2 sia nel primo sia nel terzo set. Gli andavo a rete sul rovescio, seguendo il servizio, e lui giocava sempre la risposta in lungolinea. Io ci andavo prima. Insomma persi come era ampiamente previsto, anzi scontato, e magari lui mi avrà anche sottovalutato – sebbene non fosse suo costume sottovalutare nessuno… semmai per pigrizia Paolo avrebbe potuto farlo – ma non mi dette alcuna impressione di irresistibilità. Sbagliava molto meno di me, correva molto più di me. Non avrei mai detto che Corrado sarebbe diventato n.7 del mondo. Mentre non mi sorpresi affatto quando vidi Bertolucci vincere tre volte il torneo di Firenze, arrivare in semifinale a Roma, nei quarti a Parigi, trionfare a Amburgo, salire fino a n.12 delle classifiche ATP nell’agosto 1973. Un mese prima che io giocassi con Barazzutti.

Poi, può anche essere che ad influenzarmi fosse anche il fatto di aver giocato tre tornei di doppio al fianco di Paolo, vincendoli tutti e tre, sia pure a livello junior o di seconda categoria. E ai campionati a squadre di prima Paolo e io battemmo 6-0 al quinto Victor Crotta (davisman in Russia proprio in doppio accanto a Marzano) e Giorgio Fachini, che era metà della seconda coppia italiana alle spalle di Pietrangeli Sirola: l’altra metà era Michele Pirro. Merito di Paolo naturalmente, però anch’io nel mio piccolo feci la mia parte.

Giocando al fianco di Paolo potevo apprezzare la sua grande classe, in risposta soprattutto, ma anche a rete e dappertutto.

Mi ritrovai a giocare invece in doppio contro Barazzutti, a Bari di sicuro, lui con Francesco d’Alessio che lo aveva ingaggiato e io con Roberto Pellegrini con il quale avevamo vinto i campionati italiani di seconda categoria e perdemmo dopo essere stati ben avanti, direi due set a uno e break, ma posso sbagliare. Ma certo è che anche lì Barazzutti non mi parve nulla di eccezionale, né al servizio, né nella risposta (salvo la grande regolarità), né a rete nelle volée. Cioè, mi spiego: lui faceva poca figura, ma era terribilmente continuo ed efficace.

A Paolo e alla sue chances di essere il secondo singolarista di Coppa Davis nocque una vittoria! Accadde a Baastad 1974: vinse soltanto 8-6 al quinto contro uno dei mille Johansson schierati dalla Svezia, Leif, biondo come tutti i veri vichinghi, pallido slavato. Per la Svezia, in quella semifinale di Davis zona A, giocava un certo Bjorn Borg. Che batté 6-4,4-6,9-7,6-3 Panatta, nonostante ne soffrisse il gioco, tant’è che ci perse 6 volte su 16 e tutte le due che lo incontrò al Roland Garros, 1973 e 1976, le sole due sconfitte a Parigi di Bjorn.

Quel rischio di sconfitta evitata per miracolo e che avrebbe potuto compromettere il successo dell’Italia che invece approdò alle semifinali contro il Sud Africa – si perse a Johannesburg – persuase Mario Belardinelli che da allora in avanti sarebbe stato più saggio schierare sempre Barazzutti in singolare per tenere fresco Paolo per il doppio.

Mi aspettavo allora una diversa reazione d’orgoglio di Paolo, un impegno maggiore come singolarista per non cedere il passo a Corrado, ma Paolo, sia pur senza mollare, secondo me decise più o meno inconsciamente di lasciar perdere. Ma a me non tolse mai la convinzione, anche se nel tennis contano i risultati e non l’eleganza né lo stile, che avrebbe potuto fare molto di più. Oggi nessuno sembra vaticinare per Musetti un avvenire migliore di quello di Sinner, però capisco Pietrangeli quando dice che gli piace di più vedere giocare Musetti e che il tennis del carrarino è più bello. Che sia per via del rovescio a una mano? Quello di Pietrangeli era fantastico. Sull’unico setpoint che conquistai contro Nicola a Napoli, altra sconfitta in tre set di un match tre su cinque – quanti ne ho persi! – mi infilò di rovescio come un tordo. Non lo vidi neppure arrivare.

Arrivo dopo queste interminabili digressioni a Panatta e Berrettini. Certo molto diversi come giocatori. Diverse racchette, diversissime prese nell’impugnare il dritto. Quella continental che aveva Panatta non ce l’ha più nessuno. Simili però i rovesci slice, e gli approcci a rete. Nonché la capacità di mascherare la smorzata. E si riconosceva la buona giornata di Adriano immediatamente dalla giornata del rovescio. Se funzionava il rovescio funzionava tutto. Se era in ritardo sulle gambe –altra analogia con Matteo – era fritto. Se arrivava a rete per gli avversari passarlo era un problema quasi irrisolvibile. Come lo è passare Berrettini. Il metro e 96 di Berrettini oggi equivale al metro e 83/84 di Panatta 50 anni fa. Se a Adriano entrava il servizio erano dolori per tutti. Idem Berrettini.

Panatta ha fatto più risultati importanti di Barazzutti, ma Barazzutti è stato più continuo. Per ora Berrettini – analogamente – ha fatto più risultati di Sinner: una finale a Wimbledon, tre semifinali in tre Slam diversi, mentre Jannik finora si è sempre fermato nei quarti, in tutti i Majors. Ma Sinner è 5 anni più giovane di Berrettini, così come Barazzutti era 3 anni più giovane di Panatta. Qualche similitudine mi pare ci sia, quantomeno abbastanza da giustificare un titolo che sulle prime vi può essere apparso… poco indovinato o addirittura provocatorio. Ma io mi sono divertito a scriverlo. Spero anche voi a leggerlo.

Post scriptum molto post: anche perchè si riferisce a epoca più recente e non a 50 anni fa. Nel cercare analogie, anche se i risultati non sono paragonabili (come non lo erano neppure quelli delle similitudini fatte sopra), che ne dite di Paolo Canè e Fabio Fognini? Non c’è dubbio che Fognini è stato più forte, però anche Canè (salito a n.26 e non n.9) nelle sue giornate migliori era capace di giocare un tennis super brillante, talentuoso, fantasioso, spettacolare, imprevedibile, tutt’altro che robotico. Tale da meritare il prezzo del biglietto. Soprattutto in Coppa Davis. Come a Cagliari con Wilander o a Prato con Pernfors. Ricordate Bisteccone Galeazzi che si entusiasmava per… il Turbo-Rovescio di Paolino La Peste? Come per Fabio tutti dicevano sempre: ah se fosse stato più continuo, ah come mai non ha vinto molto di più, non ha sprecato molto di tutto quel talento? La testa, i nervi…Clerici aveva ribattezzato Paolino addirittura “Neuro”. A Fognini, o Fogna che dir si voglia, è stato detto e scritto di tutto, per tutte le volte in cui perdeva la testa, in cui si comportava male. A suo tempo anche a Canè. Ma la mia similitudine, come tutte le altre, non va certamente presa alla lettera, non va scandagliata in profondità. E’ stato, più che altro, un divertissement. Con la speranza che nessun si offenda per essere stato paragonato a qualcun altro. I campioni hanno sempre un discreto ego. Non vorrebbero mai essere paragonati a qualcun altro. Ed è vero che tutti sono, in realtà, esemplari unici.

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