US Open: Andy Murray ha ragione da vendere. Le responsabilità di ATP e Slam. Tsitsipas “ammaestrato” da Djokovic?

Editoriali del Direttore

US Open: Andy Murray ha ragione da vendere. Le responsabilità di ATP e Slam. Tsitsipas “ammaestrato” da Djokovic?

Di sicuro il tennista greco ha perso simpatie e fan. Murray mi piace più fuori dal campo che dentro. Ma ha giocato nuovamente grandissimo tennis. A sorpresa. Anche sui vaccini ha le idee chiare. Altri meno. Proposte Ubitennis per i toilettes-breaks. Camila Giorgi, no così non va

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Non era previsto che io scrivessi un editoriale prima di stanotte/domani mattina, a commento dell’Italian Day/Night con 11 azzurri in campo nella seconda giornata dello US Open. Ciò anche perché oggi avrebbe dovuto essere una giornata fiorentina dedicata interamente alla famiglia, causa concomitanza con il mio 72mo compleanno di cui 36 – la metà esatta – vissuti a New York e all’US Open.

Ma quanto è accaduto nel match di 4 ore e 3 quarti sorprendentemente combattuto e vinto da Tsitsipas al quinto set su un risorto Andy Murray, a mio avviso non poteva passare sotto silenzio. Anche se spazio gliene abbiamo già doverosamente riservato con più di un articolo. 

 

US Open: Tsitsipas vince un match strepitoso contro Murray
Murray e la guerra del toilet break: “Ho perso il rispetto per Tsitsipas”

Anche se le prime 2 ore da settantaduenne, da mezzanotte in poi, le ho vissute davanti alla tv e a Eurosport, in compagnia dell’eccellente telecronaca di Federico Ferrero e Barbara Rossi, la mia coppia di telecronisti prediletti insieme a Elena Pero e Paolo Bertolucci di Sky (due accoppiamenti in cabina dalle caratteristiche peraltro assai diverse).

Premessa d’obbligo: dopo aver visto, con un po’ di magone, il Murray esibitosi a Wimbledon, non mi aspettavo assolutamente di rivedere – dopo 4 anni e più – un Andy di nuovo straordinario – quasi come in quel suo fantastico secondo semestre del 2016 – e capace di lottare alla pari per quasi 5 ore contro il terzo tennista del ranking ATP. Avrebbe potuto vincere tutti i primi 3 set, se avesse trasformato almeno quel set point – dei due conquistati – sul proprio servizio nel secondo set. Gli fosse entrata la “prima” chissà se avrebbe vinto ugualmente anche il terzo. Non lo sapremo mai.

Ricordo di aver scritto di Andy Murray per la prima volta in maniera entusiastica da Melbourne, per l’Australian Open 2007, match di ottavi di finale con Rafa Nadal che lo spagnolo vinse al quinto set dopo essere stato in svantaggio per due set a uno: 67 64 46 63 61. Murray, classe ’87, non aveva ancora 20 anni e scoppiò nel finale contro Rafa che era già un signor Nadal, un mostro di atletismo e di intensità agonistica.

Gli pronosticai un grande futuro. Non sono sicuro si riesca a ritrovare quell’articolo, perché Ubitennis sarebbe nato nel maggio 2008. Ma forse sul mio primo blog “Servizi Vincenti” nato nell’ottobre 2006 qualcosa si trova.

Rimasi subito entusiasta per la sua incredibile maturità tattica, per il suo rovescio, per la capacità di variare ritmo e accelerazioni (accennai alla sua somiglianza con Miloslav Mecir, il “Gattone” slovacco che però serviva molto peggio di lui) e almeno quella volta sono contento di aver azzeccato il pronostico su chi sarebbe diventato un n.1 del mondo anche in epoca Fab 3, con 3 Slam nel palmares, 8 finali e 10 semifinali. Scusate se è poco.
Ma, come accennato, non mi aspettavo più di rivederlo come invece l’ho visto nella notte fra il 30 e il 31 agosto. E non se l’aspettava davvero neppure Tsitsipas che infatti per tutta la prima parte del match non ci ha capito nulla. Vero che non ci aveva mai giocato, vero che probabilmente non si era mai soffermato troppo nell’ultimo quinquennio a guardare e studiare i suoi match, però sono quasi certo che al di là delle solite, inevitabili, prevedibili parole di circostanza pronunciate alla vigilia del match, il ragazzone greco in cuor suo l’abbia un po’ sottovalutato. Fino a che non ha rischiato di rimetterci la buccia. Io so soltanto che sono rimasto affascinato da quell’inattesa battaglia e non ho mai pensato di mollarla per andare a letto. Si invecchia, ma quando c’è la passione, non si cambia. Anzi. Inciso a corredo di ciò: per questo provo sempre un po’ di rabbia quando leggo che Camila Giorgi parla – ed evidentemente lo sente così – del tennis come di un lavoro. Senza una grande passione, un desiderio di competere e vincere per una propria intima soddisfazione, per orgoglio, è molto ma molto più difficile – se non impossibile – diventare campioni.

Del resto, dal primo time out (di un po’ meno di 10 minuti per il problema poi risolto al piede) al secondo (di 6 minuti e 58 secondi all’inizio del quinto set) quando Murray si è da una parte innervosito e dall’altra probabilmente “freddato”, sapete già tutto.

Tsitsipas, che un lettore dotato di sferzante ironia ha appena ribattezzato Toilettipas – credo che chiunque sia capace di strapparci un sorriso meriti una citazione (che non significa essere necessariamente di plauso…le battute non paiono sempre opportune a tutti) – ha potuto utilizzare regole che i sette organismi che “regnano” sul tennis  (ATP, ITF, WTA, 4 Slam) non hanno da anni pensato di modificare, sistemare diversamente.

Spero che quanto accaduto contribuisca a far intervenire chi di dovere. Murray ha pienamente ragione. Lo penso e lo scrivo subito a chiare lettere.

Certo avrei preferito, per la giustezza della causa, che avesse potuto pronunciare gli stessi concetti dopo una vittoria anziché dopo una sconfitta che certamente non poteva aver digerito in così breve tempo. E forse mai.

Ma mi è piaciuto apprendere, dalle parole di Murray che vi prego di ascoltare, che lui aveva chiesto all’ATP Media Manager Nicola Arzani di poter rinunciare alla conferenza stampa – risultata invece interessantissima – perché sapeva che non avrebbe potuto trattenersi dal dire quel che pensava.

E per aver assistito a centinaia di conferenze stampa di Andy, devo ribadire quanto ho scritto su lui già più volte. Il suo comportamento in campo è spesso discutibile, spiacevole, quel suo continuo infuriarsi, imprecare, gridare, parlare con l’angolo. Un modo di fare da eterno ragazzino viziato, magari umano, si dirà a sua giustificazione, ma anche fortemente maleducato. E talvolta anche speculativo…come quando ha spesso accentuato problemi fisici che si rivelavano alla prova dei fatti poco importanti quanto poco importante si è rivelato l’incidente al piede occorso a Tsitsipas nella notte.

Però nel “parlato” post e ante match ho sempre invece massimamente apprezzato l’attenzione, direi addirittura la concentrazione, con cui Andy si è sforzato di rispondere con intelligenza, chiarezza, personalità e onestà intellettuale alle domande di tutti i giornalisti. Sia alle domande più ponderate e intelligenti, sia anche a quelle meno intelligenti che hanno suscitato la riprovazione di Naomi Osaka.

In un mondo spesso condizionato dall’ipocrisia e dal politically correct, Andy ha rischiato posizioni impopolari, magari controcorrente, sulla Brexit, sulla Scozia e il Regno Unito, su tenniste e coach donne, sull’altruismo della vaccinazione in assenza di cognizioni scientifiche certe pro e contro Vax – più del 70% dei tennisti, scrive Sports Illustrated, non sarebbero vaccinati! Mi sa che dovranno vaccinarsi se vorranno giocare il prossimo Open d’Australia (Paese nel quale 30.000 australiani che si trovano all’estero aspettano invano da due anni di poter rientrare… e nel quale fra Stato e Stato ci sono ancora dei blocchi) – ma anche su argomenti meno… importanti ha sempre espresso liberamente il suo pensiero, motivandolo con intelligenza. Anche se magari non sempre con il più opportuno tempismo, confidando nell’altrui comprensione…che invece non si deve mai dare per scontata. Ripeto: viviamo in un mondo globale nel quale, per il timore di urtare la sensibilità di questo o quello, di mancar di rispetto a qualcuno, si finisce per vivere ed esprimersi con eccessiva circospezione. Alla fine con poca sincerità. Beh, sarà la mia toscanità a farmi piacere più i gaffeurs che coloro che non si sbilanciano mai.

Murray, insomma, è un tipo che mi piace. Più fuori dal campo che dentro, come già detto. Anche se stavolta avrei evitato quel tweet cui Andy non ha saputo evidentemente resistere: “Fact of the day, it takes Stefanos Tsitipas (l’errore nella declinazione del cognome per i maligni è voluto…per me che ogni volta devo stare attento a non far refusi non lo è!) twice as long to go the the bathroom as it takes to Jeff Bezos to fly into space. Interesting”.

Traduzione: ci vuole più tempo a Tsitsipas a andare in bagno che a Jeff Bezos (Amazon boss) a volare nello spazio”. Questo tweet piacerà forse nel Regno Unito, ma meno altrove. Gli Inglesi ultimamente, vedi EuroCalcio (principe Harry in testa!) ma anche post 100 metri staffetta olimpica, non si stanno dimostrando… buoni perdenti.

Ma in genere ci vorrebbero più Murray. Soprattutto tra chi governa il tennis. E non so invece se ci vorrebbero più Tsitsipas che era stato testimonial del Governo greco dopo il primo lockdown per la campagna vaccinale e poi ha cambiato fronte. Sulla newsletter di Slalom.it si riporta la seguente frase di Tsitsipas: “Sotto i 25 anni il vaccino non è stato testato abbastanza, ci sono effetti collaterali. Aspetto una versione migliore, non lo faccio finchè non sarà obbligatorio”. Il portavoce del governo greco, Giannis Economidis, ha fatto un commento che io mi sento di attribuire a molti (incluso me stesso, pur passato dal Covid e doppiamente vaccinato, inclusi Novak Djokovic, Elina Svitolina, Aryna Sabalenka): “Tsitsipas non ha le conoscenze, il background o gli studi che gli consentono di formarsi un’opinione. Gli atleti sono un punto di riferimento per un pubblico più ampio, dovrebbero essere doppiamente attenti nell’esprimere questo tipo di opinioni”.

Il paradosso per cui tutti i giocatori, chi più in bolla chi meno, possano circolare per Flushing Meadows senza essere vaccinati mentre gli spettatori invece devono esserlo – su ordine tardivo del sindaco Di Blasio cui l’USTA che non voleva perdere i benefici dell’incasso si è prontamente adeguata – dimostra quanto alla fine regni una gran confusione e si possano ingenerare due pesi e due misure per troppe situazioni chiaramente conflittuali. Sul Guardian – scrive Tumaini Carayol – i giocatori vaccinati sono soggetti a regole meno stringenti, come poter mangiare nei ristoranti al chiuso, allenarsi in palestre pubbliche”.

Murray si è vaccinato ed è persuaso di aver fatto bene e non solo per evitare la quarantena di 14 giorni che l’Open d’Australia ha imposto a chi giocò l’open nel febbraio scorso: “Da quando mi sono vaccinato mi sento come se mi stessi godendo una vita abbastanza normale. In quanto persone che girano il mondo, abbiamo una responsabilità”.

Torno all’argomento toilet-break.

L’abuso di questi toilet-breaks è intollerabile. E il fatto che non ci sia una regola che li limiti, nei tempi e alla fine anche nel numero, è inaccettabile.

Ci si lamenta – da parte dei network televisivi -delle partite troppo lunghe, si riduce il minutaggio del palleggio di riscaldamento, si introduce il time-clock con i 25 secondi fra un punto e l’altro (ma poi fra la “prima” fallita e la “seconda” si può idugiare quanto si vuole), e poi adesso che finalmente (uno dei pochi effetti positivi post-Covid) si è abolita la barzelletta dell’asciugamano porto incessantemente, punto dopo punto, dai raccattapalle, si consente a chiunque di sparire negli spogliatoi all’infinito. Avendo come unica conseguenza un warning che conta zero. E serve solo a indispettire maggiormente chi è lì sul campo ad aspettare il maleducato che si approfitta di una regola che non c’è.

Stessa cosa per l’MTO (medical time out, per chi non conoscesse l’acronimo). Uno si cura per quanto vuole, e nel momento in cui si rialza, l’arbitro pronuncia quel ridicolo: “Time!”. Potrebbe fare a meno a quel punto…anche se capisco che serva a far partire il countdown dei 25 secondi. Però tutte le volte che lo sento …non riesco a non scuotere la testa.

Vogliamo provare, qui su Ubitennis, ad avanzare delle proposte pur sapendo che non sarebbero di facilissima esecuzione? Proviamoci tutti insieme.

Murray ha avuto ragione quando ha osservato che dal campo dell’Ashe Stadium allo spogliatoio, il percorso è brevissimo e non giustifichi 7 minuti di break, salvo che uno decida di farsi una doccia.

Ma non è dappertutto così. Prima di tutto dipende da club a club e anche da campo a campo. A Tokyo da alcuni campi più periferici allo spogliatoio 5 minuti ci volevano tutti per arrivare …ma soltanto correndo. Quindi ci vorrebbero regole elastiche, flessibili, adottabili da singoli tornei.

Però si potrebbero fissare minutaggi diversi per torneo e, eventualmente, addirittura per campo se fra i più centrali e i più periferici ci fossero distanze importanti, e fosse proprio impossibile creare una toilette chimica nei pressi dei campi più lontani. Con l’arbitro che all’inizio di ogni match dovrebbe informare i giocatori del numero delle volte in cui si possa…infrangere la regola del tennis quale “sport continuato e senza interruzioni”. Avvertendoli anche su quali possano essere le circostanze in cui si possano richiedere i time-out. Mai, ad esempio, prima che tocchi all’avversario servire, almeno per il tennis maschile in cui oggettivamente il servizio ha un’incidenza diversa rispetto al femminile. In campo maschile (sull’erba, su un campo particolarmente veloce) a volte basta un solo break – vedi quanto è accaduto a Murray per aver perso il servizio nel primo game del quinto set – per diventare irrecuperabile. Vero, a contrario, che in un match di una… Errani si dovrebbe utilizzare il criterio opposto: mai interrompere un match quando l’avversaria deve rispondere! Questo lo scrivo per sottolineare che non è poi così semplice mettere giù un regolamento valido per tutte le situazioni. Il discorso di prima

Altro esempio: ieri per Tsitsipas-Murray pare ci fosse un grado di umidità pari all’80%. Così come è accaduto, sia a Flushing sia a Melbourne, Tokyo  (ma anche altrove), che ci siano state temperature quasi insopportabili. Anche in quei casi oggettivi– ormai noti dal mattino previa consultazione del meteo – il tournament director, o il supervisor, dovrebbe aver facoltà di intervento e modificare. Come accade per il caso della Heat Policy.

Si potrebbe anche arrivare ad imporre – salvo appunto casi di un’umidità eccezionale – il cambio di maglietta, calzini e scarpe, soltanto sul campo. Con ricorso alla toilette soltanto in caso di esigenza fisiologica. Se si è arrivati a consentire il cambio della maglietta alla Cornet, non possiamo imporlo a Tsitsipas e a Djokovic (che proprio contro Tsitsipas, ma anche con Berrettini) creò un precedente che sicuramente ha ispirato il greco a farsi i fatti suoi, fregandosene delle reazioni di chiunque. Murray ha detto di aver perso il rispetto per lui e ha fatto volare gli stracci. Andy ha sostenuto soltanto la causa del pregiudizio fisico subito. Soprattutto dopo i 30 anni uno stop prolungato non aiuta.

Ricordo che quando giocavo agonisticamente in non più verde età, preferivo tirare a dritto e non fare alcun riposo – nei match tre su cinque ci si poteva mettere d’accordo con l’avversario se fare o meno il riposo a fine terzo set e lo si faceva solo se tutti e due i giocatori erano d’accordo nel farlo – piuttosto che fermarmi e dove ripartire.

Io credo che Andy abbia patito anche un aspetto mentale, ma certo questo lui non poteva ammetterlo, e forse neppure rendersene conto appieno.

Però oltre che per sé stesso e la sua causa Andy ha ragione anche quando accenna all’inconveniente di un prolungato time-out procurato al pubblico sugli spalti e davanti alle tv.

Di certo Tsitsi ieri non si è procurato grandi simpatie. Non a caso tutto il pubblico era schierato a favore di Murray neppure si fosse a Wimbledon.

Ma ATP, Slam e Poteri Forti del tennis hanno forti responsabilità al riguardo. “Si parla da tempo di regolamentare questi aspetti, ma poi non si fa nullaIo posso sembrare quello che parla perché ha perso, ma in realtà non va bene per la tv e non va bene per il pubblico, non è neanche il massimo che io dopo una partita del genere e con i significati che ha alle spalle stia a parlare di pause per andare in bagno.

Così ha parlato Andy, che con Novak Djokovic e Marin Cilic (ritiratosi nel match di ieri) era uno dei tre partecipanti all’US Open ad aver vinto uno Slam. Forse non era mai successo prima che a neppure primo turno di Slam concluso ci fosse un solo Slam winner.

Chiudo questo lungo editoriale esprimendo la mia delusione per la sconfitta di Camila Giorgi con una Halep non ancora al massimo. Era un’opportunità, non se l’è giocata al meglio. Soprattutto mi è parso che, nuovamente, non abbia capito granché di come la sua sconfitta sia maturata. Un passo all’indietro, leggendo le sue dichiarazioni, rispetto a quelle che mi aveva fatto a Tokyo e aveva reso anche in Canada dopo il grande torneo vinto. Resto un suo estimatore e ricordando i risultati da over30 delle nostre migliori tenniste confido ancora in suoi nuovi exploit. Purché Camila non osi parlarmi del tennis come soltanto di un lavoro con cartellino da timbrare. 

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ATP

Roland Garros: a Wimbledon senza Medvedev e Zverev, a New York senza Djokovic, l’avversario di Rafa Nadal per il Grande Slam è il piede?

Se guarisce, Rafa Nadal vincerà tornei sui campi rossi, due set su tre, per almeno due anni. La sua superiorità? In 7 finali su 14 non ha perso un set e in ciascuno dei 21 set, in media, meno di due games e mezzo

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Clicca qui per i commenti di Ubaldo Scanagatta alle finali del Roland Garros 2022

A distanza di tre secoli dal più grande re della sua storia, Luigi XIV, la Francia del tennis oggi celebra il re spagnolo della terra battuta, Rafa XIV, il quale dopo il 14mo trionfo sul Philippe Chatrier potrebbe dire, parafrasando il motto di Re Sole “L’Etat, c’est moi!”, “Le Roland Garros, c’est moi!”.

Nonostante un piede che ha raccontato di aver dovuto anestetizzare per poter scendere in campo, dopo che a fine match del secondo turno contro Corentin Moutet era tornato in albergo zoppicando così vistosamente da pensare al ritiro, Rafa Nadal ha dominato l’ennesima finale della sua leggendaria storia parigina cominciata con la prima incoronazione nel 2005 e dipanatasi in 14 trionfali capitoli, sette dei quali con un avversario costretto ad inchinarsi al suo cospetto in soli 3 set, come è successo anche a Casper Ruud, il primo vichingo norvegese capace di centrare una finale d’uno Slam.

 

Mai nessuno in finale, neppure uno dei suoi più grandi rivali, Federer e Djokovic (il primo sconfitto in ben 4 finali, il secondo in 3) è riuscito a trascinarlo al quinto set. Quelle altre sette finali che non ha vinto in tre set, Rafa le ha infatti vinte in quattro. Senza rischiare mai nulla. Dominandole tutte, tanto che si fa fatica a ricordarne una particolarmente combattutaForse quella del 2006 contro un Federer che ancora si illudeva di poterlo battere su questi campi: 1-6, 6-1, 6-4, 7-6(4). Le ho viste tutte e credo di ricordarmele piuttosto bene, ma una finale davvero combattuta che desse l’impressione di una possibile sconfitta di Rafa non riesco a ricordarla.

Nelle sette finali vinte in tre set Rafa ha letteralmente bastonato tutti in modo impressionante: a cominciare da Federer (lasciandogli 4 game in tutto nel 2008),  Djokovic (7 game nel 2020), Wawrinka (6 game nel 2017), Ferrer (8 game nel 2013), Thiem (9 game nel 2018), Soderling (10 game nel 2010). E ieri la settima vittima in 3 set è stato Ruud (6 game raccolti). Ha concesso in queste sue vittoriose passeggiate finali in 3 set un totale di 51 game in 21 set: la media è 2,42meno di due game e mezzo a set. Pauroso, Formidabile. Fenomenale. Gli aggettivi sono già stati usati tutti. Ciascuno metta quello che più gli aggrada. D’altra parte soltanto 22 sue partite su 113 non sono finite in tre set, come è invece accaduto per più dell’80% dei suoi match.

Ieri in un match così a senso unico da risultare fortemente noioso, privo di ogni suspense tranne che per  quel brevissimo “nanomomento” in cui Ruud è stato avanti 3-1 nel secondo set, ma quasi si fosse pentito di cotanto ardire ha immediatamente ceduto il proprio servizio e perso 11 game di fila, confesso che pur avendo cercato di tenere tutti i punti e tutti i dettagli come sempre – all’insegna del “non si sa mai” – mi sono invece perso il conto degli sbadigli dei miei vicini di postazione nella piccionaia della tribuna stampa.

Confesso anche di aver scambiato all’inizio i reiterati, e bruttissimi, “Ruuuuud, Ruuuuud, Ruuuuud!” del pubblico che non sapeva come svagarsi al di là dei meritati osanna ad ogni dritto vincente del Toro di Manacor, per dei “buuuuhbuuuuh” che sulle prime proprio non mi spiegavo.

Insomma la colpa del mancato spettacolo non era davvero di Nadal, e neppure dell’impotente Ruud che si è visto indirizzare il 75 per cento dei colpi di Rafa sul rovescio e sopra la spalla.

Non essendo dotato dell’anticipo di Djokovic e nemmeno di quello di Soderling 2009 – i due che lo hanno battuto al Roland Garros – Ruud faceva due passi indietro per colpire la palla all’altezza dell’anca e così facendo apriva il campo ai fendenti di Rafa. Nessuno ha mai battuto Rafa giocando da lontano. Il solo modo per tentare di batterlo è giocare continuamente d’anticipo. Ma Ruud non sa farlo.

Lui, il buon Casper, si è reso conto che non c’era storia da metà del secondo set e con lui la gente che sì, era tutta per Rafa e gridava “Rafà, Rafà, Rafà!”, ma avrebbe voluto assistere – accanto a Hugh Grant, Michael Douglas e altre star – anche ad un po’ di lotta che invece non c’è proprio stata. Gli applausi per i dritti uncinati di Rafa, ma anche per i rovesci in spettacolare giornata di grazia, si susseguivano con insistente frequenza, ma l’entusiasmo non poteva essere quello delle battaglie del maiorchino con Aliassime e Djokovic (oltre 4 ore ciascuno) e con lo sfortunatissimo Zverev (3 ore per due set neppure conclusi).

Così il boato più alto non è stato quando Rafa ha trasformato il match point, ma quando ha detto: “Non è facile, e non so cosa succederà nel futuro, ma lotterò per continuare ancora”.

Chi temeva il suo ritiro – dopo che in mattinata si erano sparse le fake news di cui abbiamo subito dato conto qui su Ubitennis non appena il media p.r. di Rafa, Benito Perez Barbadillo, le ha denunciate come tale – ha tirato un collettivo sospirone di sollievo. E l’altra fake news era quella che aveva garantito la presenza di Roger Federer.

Vedremo Rafa anche a Wimbledon, fra tre settimane? Io non credo sebbene le buone motivazioni non mancherebbero perché Rafa ha vinto per la prima volta i primi due Slam dell’anno, raggiungendo quota 22 con due Slam di vantaggio su Federer che appare fuori gioco e su Djokovic che non lo è. E’ quindi teoricamente per la prima volta in carriera in corsa per il Grande Slam. Inoltre è risalito a n.4 ATP. E poichè a Wimbledon non potranno esserci né Medvedev, per via del blocco ai tennisti russi messo in atto dall’All England Club, né il povero Zverev infortunato per chissà quanto, Rafa sarebbe testa di serie n.2 ai Championships in un tabellone che non vedrebbe in gara l’altro russo top-ten Rublev, ma avrebbe come immediate teste di serie alle sue spalle Tsitsipas che sull’erba non ha mai brillato e poi Ruud e Alcaraz che di certo come erbivori sono delle incognite. Quindi oggi come oggi Aliassime, Berrettini (che chissà in quale forma sarà), Norrie, Sinner (se si sarà rimesso…), Hurkacz, Fritz… insomma un parterre de roi assai poco reale.

Però, dopo aver io scritto tutto questo, non si può non tener contro di quanto ha detto Rafa: “Gioco con un’infiltrazione sul nervo grazie alla quale il piede viene addormentatoAltrimenti il dolore sarebbe insopportabile… e non solo per giocare, ma anche solo per camminare! Non avevo voluto parlarne prima del torneo, ma ora vi devo dire come stanno le cose”, ha detto il più anziano campione della storia open del Roland Garros, 36 anni e 2 giorni. Ha soppiantato un altro spagnolo, Andres Gimeno, che vinse questo torneo a 34 anni e 10 mesi.

Francamente oltre che un grande e vecchio campione, un grande e straordinario sportivo (“Non gioco per raggiungere nuovi traguardi, per vincere più Slam di Djokovic e Federer, anche se certo mi può far piacere… ma gioco perché amo il tennis e mi piace competere”) Rafa è certamente anche un grande uomoNon si può, anche per chi sia tifoso di Federer piuttosto che di Djokovic, non provare per lui infinita ammirazione.

“Ma ora basta così. O si trova un rimedio a questa situazione o io non far più quello che ho fatto qui a Parigi che per me è il torneo più bello del mondo. Rischio di non poter mai più camminare…” ha aggiunto lui che l’altro giorno aveva detto: “Preferirei perdere questo Slam ma avere un piede nuovo”.

Spero che i medici di Rafa trovino la soluzione per farlo giocare a Wimbledon…anche perché se lo vincesse potrebbe recarsi anche a New York, dove forse Djokovic non potrà partecipare. Sia chiaro che non è che io me lo auguri.

In questo momento, infatti, negli Stati Uniti non sembrano per nulla propensi a cambiare le misure che impediscono l’ingresso al Paese a chi non si voglia vaccinare. Insomma, considerato il campo di partecipazione a Wimbledon e poi forse anche a New York, le chances di conquistare il Santo Graal del tennis, il Grande Slam, potrebbero anche esserci per un Rafa improvvisamente sano.

Ma come essere ottimisti se tutti i dottori alternatisi al fianco di Rafa non hanno ancora trovato una soluzione in tutto questo tempo?

Nel frattempo lasciatemi ricordare che quando Pete Sampras conquistò il suo quattordicesimo Slam in tanti pensammo che sarebbe stato un record quasi insuperabile. Invece Rafa quei 14 Slam li ha vinti in un solo torneo, a Parigi. Sono più dei 9 Slam vinti da Djokovic in Australia, degli 8 vinti da Federer a Wimbledon.

Gli Slam sono 22 e i tornei vinti da Rafa 92 (di cui 63 sulla terra battuta): sono ancora lontani dai 103 di Federer, ma Federer è ormai un ex, anche se lo vedremo magari alla Laver Cup e poi per quello che potrebbe essere il canto del cigno nella sua Basilea. E per Rafa, da quel che si è visto in questo Roland Garros, con…un piede nuovo vincere un’altra decina di tornei sulla terra rossa nei prossimi due anni potrebbe essere tutt’altro che una mission impossible“Se fosse possibile adorerei continuare!” ha detto alla fin di questo torneo splendidamente organizzato – fantastiche le traduzioni in diretta delle interviste sul campo in due lingue, grandi le celebrazioni emozionati dell’addio di Jo Wilfried Tsonga e di Gilles Simon (“Ci abbiamo lavorato da febbraio” ha detto Amelie Mauresmo). Un torneo che ha registrato 613.500 spettatori (anche se l’US Open 2019 ne fece 737.000) con dei ricavi superiori ai 300 milioni di euro, con più di 40 milioni di spettatori davanti alle tv di tutto il mondo (erano 38 milioni domenica).

E se fosse possibile noi adoreremmo continuare a veder giocare Rafa Nadal. L’ho detto anche in un video su Instagram l’altra mattina quando dovevano ancora affrontarsi per la cinquantanovesima volta Djokovic e Nadal: un appassionato di musica non si stancherebbe mai di ascoltare Mozart e Beethoven. E uno di tennis di guardare Rafa Nadal, Novak Djokovic e Roger Federer. Speriamo durino il più a lungo possibile. E ad maiora.

Grazie a tutti di averci seguito con quasi 4 milioni di pagine visualizzate, sempre più di 100.000/120.000 visite con un picco di quasi 200.000 (193.000 e spiccioli). Grazie in particolare a chi ha collaborato in Italia, perchè quelli che erano inviati qua a Parigi hanno lavorato tantissimo, ma si sono anche divertiti di più…a seguire le gesta di Martina Trevisan, gli exploit di Camila Giorgi, i primi due set di Musetti contro Tsitsipas, i 5 set di Sonego e Ruud, il set fantastico di Sinner contro Rublev prima di farsi male (quanti rimpianti! Al posto di Ruud avrebbe potuto esserci lui, Jannik,  e forse si sarebbe difeso meglio…) e tante belle partite, di Djokovic e Nadal, di Nadal e Zverev, di Zverev e Alcaraz, di Zverev e Baez, di Alcaraz e Ramos Vinolas, di Rune e Tsitsipas, di Ruud e Rune, per citarne solo alcune. Ora comincia la stagione sull’erba e speriamo che Matteo Berrettini sia guarito del tutto e sia in forma come un anno fa.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Editoriali del Direttore

L’opinione del Direttore Scanagatta sul “Caso del fisico malprotetto di Sinner , una gallina dalle uova d’oro su cui c’è anche, e forse soprattutto, una…battaglia del grano!”

Le dichiarazioni dell’ex fisioterapista di Sinner, Claudio Zimaglia, sui presunti errori della nuova gestione. I risvolti economici della decisione di Sinner

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Jannik Sinner - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ho letto l’articolo di Stefano Semeraro che giornalisticamente non fa una piega, anche se al team Vagnozzi-Vittur non avrà fatto certo piacere leggerlo. Hanno scritto cose abbastanza simili anche Federico Ferrero, che ha recentemente pubblicato un libro su e con Riccardo Piatti, il quale ultimo compare con una sua rubrica sulla rivista diretta da Semeraro, Il Tennis Italiano. Che quindi loro due abbiano informazioni, e magari indicazioni, di prima mano è certo.

Sicuramente l’ex fisioterapista di Jannik Sinner e del team Piatti, Claudio Zimaglia, è uno che sa fare il suo mestiere, sa quello di cui parla.

Se però sia stato giusto, e di buon gusto, rilasciare queste dichiarazioni certamente critiche sulla gestione del nuovo team che affianca Sinner, beh francamente non mi pare.

 

Soprattutto quando associa la partecipazione di Jannik a vari eventi, extra tennis e tennis (Dubai, Umago…) alla voglia di mettere fieno in cascina. Denunce e affermazioni che avrei evitato. Soprattutto da parte di chi lavora nel precedente team, ante-divorzio.

Se, come dicono e ripetono nel team Piatti, quel che a loro sta a cuore è il futuro di Jannik, il bene del ragazzo e il rapporto con il ragazzo cui dicono di voler immutato bene, beh avrebbero potuto dire queste cose a lui e non alla stampa (premesso che Semeraro fa inappuntabilmente il suo lavoro nel diffonderle se qualcuno lo informa in tal senso).

Non vorrei, invece, che sulla pelle di Sinner si facesse una guerra fra team perché si tratta di battersi per l’immagine di Jannik che è – e scusate l’espressione molto poco soft – una gallina che fa le uova d’oro.

Ha più sponsor Sinner – se si pensa che dalla sola Nike dovrebbe prendere la bellezza di 150 milioni di dollari per 10 anni (e quanti allora da Lavazza, Technogym, Rolex, Parmigiano Reggiano, Head, AlfaRomeo, Intesasanpaolo, e tutti quelli che  a memoria dimentico?)! –  che parlare per lui di contratti del valore di un miliardo di dollari non è fuori luogo.

Quali sono le percentuali su questi guadagni di un team, e quali erano? Il 30%? O anche solo il 20%?

Capirete bene che sono somme enormi che consentono di andare avanti a decine e decine di persone all’interno di un team super variegato, dal manager Lawrence Frankopan di Starwings in giù.

I soldi sono importanti quando sono tanti così e non si può escludere che in buona parte siano stati anche alla base del divorzio. Poi, in primis come in secundisci saranno state anche ragioni tecniche per arrivare al divorzio: a) la manifesta inferiorità tecnica e di varietà di schemi, palesata quando ci sono stati duelli con i top-fiveb) la volontà di affrancarsi da un team eccellente per certi versi ma forse invadente per altri, c) quella necessità di libertà, di respiro… che tante volte i figli avvertono anche nei confronti dei loro encomiabili genitori.

Non sono in grado, non conoscendo le meccaniche interne e le soluzioni prospettate e adottate dai due team in aperta concorrenza (tecnica e, ribadisco, economica) per sapere quale dei due team abbia più ragione sulla questione del fisico di Jannick e dei suoi infortuni.

Dall’esterno, e da quanto mi suggerisce chi invece conosce abbastanza bene le due situazioni dei due team – ed è persona che non ha interessi personali e di cui molto mi fido – direi che anche il team Piatti ha qualche responsabilità nell’aver fatto giocare Jannik tantissimo, torneo dopo torneo (sia pure per l’obiettivo ATP Finals, da un lato comprensibile), prima dell’Australia.

In pratica Jannik non avrebbe fatto allora i necessari richiami atletici, ma si è buttato nella nuova stagione un po’ all’impronta. È l’anno scorso, insomma, che si è allenato abbastanza poco, più che negli ultimi mesiE le conseguenze sono arrivate quest’anno.  

Che poi passare da avere un bravo fisio come Zimaglia, che conosce ogni cm del tuo corpo, a non averlo più, non c’è dubbio che si tratti di un bel cambiamento… Ci vuole tempo per adattarsi, va trovato qualcuno che sappia come prevenire futuri infortuni. È vero che Jannik non ha il fisico già formato di Alcaraz o di un Ruud, ma comunque – anche se ha una postura naturale che non lo aiuta e che non è facile da correggere– non è in prospettiva un atleta così fragile che non si possa lavorarci seriamente per costruirlo come un atleta fortissimo. C’è tempo, ha solo 21 anni.

Eppoi c’è da dire un’altra cosa sugli infortuni di Jannik. Il COVID e le vesciche non sono dei veri e propri “infortuni”. Semmai lo è questo del ginocchio e speriamo che non sia niente di grave.

Ma sono cose che possono accadere senza che ci siano necessariamente precise responsabilitàCi sono passati decine di giocatori, a tutti i livelli, e con alle spalle i migliori team fisio e medici. Quando fai un cambiamento così drastico come quello che ha fatto lui, è inevitabile che serva un po’ di tempo per riadattarsiSinner, dopotutto non sta andando male, ha perso solo da grandi giocatori, dimostrando di aver fatto progressi al servizio, nella varietà di schemi, gioco a rete, tendenza a servirsi delle smorzate. Serve più tempo per fare valutazioni più serie. Senza fretta. Se ha fatto bene a lasciare il team Piatti, se ha fatto male a passare al team Vagnozzi (e non magari a un terzo team o ad altro coach), solo il tempo ce lo dirà.

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Please Ash Barty, ripensaci, ritorna. Iga Swiatek non ha avversarie. Ci vuole almeno una grande rivale. Quanto a Nadal se non credete che fosse stanco…

PARIGI – Steffi Graf aveva Gabriela Sabatini e poi Arantxa Sanchez prima di Monica Seles. Dietro alla Swiatek c’è il vuoto. Tutte le altre giocano per il secondo posto

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Iga Swiatek - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il torneo femminile del Roland Garros è finito come tutti avevano previsto. Con la vittoria-passeggiata di Iga Swiatek, la dominatrice di quest’epoca post-Barty, con 58 set vinti e 2 persi, con l’ennesima finale, l’ottava, in cui le avversarie di media non vincono più di 4 game. Negli ultimi 58 set ne ha persi solo 2. Impressionante. Con 35 vittorie consecutive, la stessa striscia record di Venus Williams (senza contare le 74 di Martina Navratilova nell’84, e altre preistoriche, dalla Divina Lenglen in poi).

La vittima di turno, l’americanina Coco Gauff, ha finito distrutta, affranta e in lacrime sulla sua seggiolina, dopo aver rimediato un pesante 6-1, 6-3 senza storia, senza una minima suspence, e nonostante tutto il pubblico scandisse a più riprese il suo nome “Cocò, Cocò, Cocò!” che a Parigi non aveva fatto altrettanto furore dai tempi della Chanel, nella speranza di assistere a una parvenza di lotta. Che purtroppo nella finale a senso unico non c’è proprio stata.

D’altra parte Coco giocava la sua prima finale, a 18 anni. Ha fatto quel che poteva, lei che non aveva perso un set in tutto il torneo. Ma non è stato granchè, purtroppo per lei e per lo spettacolo. Sono quasi certo che la vedremo impegnata in altre finali in avvenire, ma certo ieri ha un po’ deluso.

 

Giocherà altre finali sia perché dopo i 18 anni tutti migliorano, sia perchè il panorama del tennis femminile non sembra attualmente in grado di offrire grandi variazioni al dominio della ragazza polacca che è talmente più forte di tutte le sue avversarie da farmi ricordare i primi anni letteralmente dominati da Steffi Graf: il 1988 ad esempio… quando Steffi fece il Golden Slam, conquistando tutti i 4 Slam più l’oro olimpico a Seul. E i suoi Slam ve li ricordate?

 Iga è talmente concentrata sul tennis che di tutto il resto non si cura. Oppure conoscete forse un’altra ragazza che scopre come affrontare per la prima volta il problema del proprio make-up soltanto sei mesi prima del ventunesimo compleanno?

Lo ha confessato lei stessa, anche se le è certo capitato di apparire sulle “copertine” di diverse riviste, perché allora sono stati altri a occuparsi del trucco. D’altra parte il padre, ex canottiere, è un tipo molto severo, molto “strict” come mi spiegano i giornalisti polacchi Adam Romer e Miroslav Zukowski che vedo più spesso in giro per tornei, anche se di questi tempi i giornalisti polacchi che seguono il tennis si stanno moltiplicando – così come quelli norvegesi per via di Casper Ruud – dal momento che non c’è notiziario televisivo che non dia in continuazione, anche 10 volte al giorno, a cadenze di mezzora come fa la CNN, qualche notizia su Iga, ormai il personaggio sportivo più popolare polacco insieme al calciatore del Bayern Munich Robert Lewandoski (che era ieri al Roland Garros per vedere Iga: “Non sapevo che ci fosse…e meno male – ha detto Iga – avrei aggiunto stress a stress!”).

“Sono più che felice di questa vittoria e sono ancora più orgogliosa, perché ne 2020 pensai di essere stata fortunata, mentre stavolta sento che ho davvero fatto il lavoro che dovevo e me lo merito”.

Certo che se lo merita. Nessuna altra tennista si avvicina neppure lontanamente al suo tennis. Merito suo e del suo team, in cui il ruolo leader è esercitato dalla psicologa Daria Abramovich e nel quale, dopo 5 anni di brillanti successi con il coach Piotr Sierzputowski, si è improvvisamente proceduto lo scorso novembre fra lo stupore generale – tre giorni prima c’era Piotr accanto a Iga che riassumeva la sua annata 2021 – ad avvicendarlo con un altro noto coach, Tomasz Wiktorowski.

Questi era stato per 7 anni il coach di Agniewzka Radwanska _ ehi, se non faccio nemmeno un refuso è un miracolo!- e poi era diventato il direttore del torneo di Gdnynia, un WTA 250 che ora si sposterà su Varsavia e che appartiene al papà di Iga, Tomasz.

A quest’ultimo riguardo, con una famiglia di un tennista che diventa proprietario di un torneo, sembra un po’ di raccontare la analoga storia della famiglia Djokovic che, fra fratello Djordie e padre Srdyan gestiscono il torneo di Belgrado che io mi sono trovato a “coprire” da inviato recentemente: la sola differenza è che mamma Djokovic, Dayana, è ben presente al Novak Tennis Club, mentre la mamma di Iga, la dottoressa Dorota, da un lustro separatisi da Thomasz, da qualche anno è sparita completamente dal giro… Non la si vede da nessuna parte, non concede interviste, apparentemente si congratula con le vittorie della figlia solo via email, se devo dare credito alle mie fonti di informazione. Anche ieri Iga ha pubblicamente ringraziato il suo team e suo padre – che molto ha fatto per spingerla a giocare  a tennis, cercando ogni dove i finanziamenti necessari quando invece la madre era assai scettica, avrebbe forse preferito che studiasse… – ma non ha detto una parola riguardo a sua madre, quasi non esistesse. Strano no? Che sarà successo? Diciamo che sono fatti suoi e chiudiamola qui.

Invece non si può chiudere il fatto che questo dominio esagerato, eccessivo, di Iga, fa bene a lei, ma nuoce al circuito WTA, perché non ci sono alternative, non ci sono rivali in grado di impensierirla.

Le grandi rivalità sono il sapore di uno sport, di qualsiasi sport. Nel tennis maschile non sono mancate. Per non risalire alle calende greche nel tennis open ci sono stati Borg, Connors e McEnroe, Lendl, Becker e Edberg, Sampras, Agassi, Courier e Chang, finchè nel terzo millennium ecco Federer, Nadal e Djokovic (e pure, un gradino sotto, Murray e Wawrinka).

In quello femminile dopo la più grande rivalità per antonomasia fra le due extraterrestri Navratilova e Evert, ecco Graf, Sabatini, Sanchez e Seles, poi Hingis, le Williams, Mauresmo, Capriati, Henin, Clijsters, Sharapova. Altra roba.

Ash Barty e Iga Swiatek, ecco, questa sì che avrebbe potuto essere una grande, grandissima rivalità oggi. Ma purtroppo l’australiana ha deciso di fare la baby pensionata. E buonanotte allora se non sorgerà una nuova stella che finora non si intravede proprio. Ok, Coco Gauff ha solo 18 anni, diamo tempo al tempo, è giusto aspettarla un po’ anche se non mi sembra un assoluto fenomeno come quelle ragazze che ho citato poco fa. Certo è che per ora e per quanto si è potuto vedere ieri, ancora non sembra da Gran Premio.

Voglio ora aggiungere una cosetta riguardo a quanto ho scritto ieri su Rafa e che ha suscitato vivaci reazioni contrarie. Avevo scritto di un Nadal stanchissimo contro Zverev e sul fatto che parecchi qui che hanno visto il match dal vivo avevano la mia stessa netta sensazione: e cioè che man mano che il match fosse andato per le lunghe, le chances di vittoria del pur fragile Zverev sarebbero aumentate. Anche se opposto a un fenomeno di resilienza come Rafa Nadal.

Non mi riferivo soltanto all’opinione di alcuni colleghi, ma anche di alcuni ex campioni, Proisy, Pioline, Wilander, Leconte…Tutta gente che conosce bene il tennis, ne capisce, e conosce bene anche Nadal. Sa quanto lui sia un formidabile lottatore, un irriducibile guerriero, uno che non si arrende mai e un tal fenomeno che guai a darlo per sconfitto, soprattutto se è in vantaggio di un set e alla vigilia di di un tiebreak che avrebbe potuto anche portarlo avanti per due set a zero. Ma, attenzione, anche sul set pari con altri due set di un paio d’ore da giocare ancora. Non era scritto da nessuna parte che Zverev avrebbe dovuto perdere quel secondo tiebreak, sebbene avesse perso il primo per un soffio, con 4 setpoint consecutivi a favore.

Ebbene, una gran parte dei lettori che hanno espresso i loro commenti su Ubitennis hanno sostenuto che era fuori di ogni logica sostenere che Nadal fosse stanco. Così stanco da poter finire la benzina.

Ovvio che manca la controprova. Però vi dico che un conto è guardare le partite in tv e un altro conto è guardarle dal vivo. Lo schermo rimpicciolisce. Un metro diventa pochi centimetri. Se dal vivo si vede un giocatore che arriva in ritardo su una palla, per mezzo metro o uno, ci se ne accorge e lo si sottolinea. In tv invece quel metro sembra roba da niente. Il metro sembra un ritardo irrisorio, ininfluente. Roba di centimetri.

Concludo: potete non fidarmi di me, o di quei giocatori che ho citato e intervistato sopra, ma vi assicuro che la stanchezza di un tennista non la si giudica soltanto dagli errori. Ma anche da come arriva sulla palla. E in tv credete di poter capire tutto e invece non è così.

Chi poi non ha capito neppure che stare in campo due ore in più non sarebbe stato un vantaggio per Nadal, im vista della finale odierna con Ruud, beh… mi arrendo. Ho detto e lo ripetoche aver risparmiato due ore di fatica sul campo è stata una fortunabuena sorte por el senor Nadal.

Per quanto fenomeno c’è un limite fisico ed atletico anche per Nadal a 36 anni. Non è che se uno ha fatto una rimonta strepitosa a Melbourne contro Medvedev, è scontato che possa farne altre all’infinito,  ogni piè sospinto e comunque, con qualunque condizione di freschezza,  sia arrivato a giocare la finale. Se pensate che sia bionico, e cioè che avere giocato 11 ore in 6 giorni oppure 14, sia la stessa cosa, beh – di nuovo – mi arrendo all’illogicità dell’assunto.

Quindi riguardo a oggi penso che il fattore esperienza e il fattore pubblico, oltre all’indubbio fattore classe e diversa personalità di Nadal, gli dovrebbero permettere di vincere il suo quattordicesimo Roland GarrosPerò … se mi voleste convincere che sarà più avvantaggiato se il match andrà per le lunghe, beh, io non ci stodico contre come nel bridge, anche se so bene che di certo ha giocato molte più maratone importanti rispetto a Casper Ruud.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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