Sinner in finale ad Anversa (Cocchi, Mastroluca, Bertellino)

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Sinner in finale ad Anversa (Cocchi, Mastroluca, Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 24 ottobre 2021

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Sinner da record: centra la 5^ finale e può fare la storia (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Potete chiamarlo il Cannibale Rosso. Perché Jannik Sinner sembra proprio insaziabile. Sul veloce indoor di Anversa, il ventenne italiano ha letteralmente sbranato Lloyd Harris, numero 32 del mondo, conquistando la quinta finale del 2021. Meglio di lui, nella storia del nostro tennis, ha fatto solo Adriano Panatta nel 1973 raggiungendone 6, ma con un parziale di cinque sconfitte e una sola vittoria, nel torneo di Bournemouth. Jannik di finali ne ha 5 ma di tornei quest’anno ne ha vinti già 3 e dovesse battere Diego Schwartzman nella sfida per il titolo di questo pomeriggio, diventerebbe il primo italiano a vincere quattro tornei in una sola stagione sorpassando Barazzuttl, Bertolucci e Fognini, a quota 3. Harris sarebbe dovuto essere un rivale pericoloso per l’ottima seconda parte di stagione (ha raggiunto i quarti di finale dello Us Open), per il servizio potente, la solidità e le 15 vittorie negli ultimi 21 match disputati. Peccato che lo Jannik Sinner di queste ultime settimane ha alzato il livello tecnico, tattico e mentale tanto da mettere in campo, contro il sudafricano, un match che non è esagerato definire perfetto. Ieri Sinner era in stato di grazia, veloce, concentrato, tatticamente impeccabile e capace di esprimere forse il miglior tennis della stagione. Non ha mai perso il servizio e ha mostrato una leggerissima flessione, ovvero tre palle break concesse, quando era già abbondantemente in vantaggio di un set e di un doppio break. Il veloce indoor è proprio il suo pane, lo ha dimostrato a Sofia e anche qui: «Dove sono nato io d’inverno fa cinque metri di neve, quindi l’unica possibilità di giocare a tennis era al chiuso. E poi indoor ci sei solo tu e la palla, niente vento, niente sole, nulla. Nel bene e nel male ci sei solo tu e il tuo gioco. Mi piace giocare qui, mi piace il pubblico e le condizioni sono molto simili a quelle di Sofia, dove ho vinto due volte». La cultura del lavoro di Sinner è un pallino di coach Piatti, e a Jannik non dispiace: «Io penso al tennis tutto il giorno, con Riccardo lavoriamo tanto e lavoriamo sempre, a tutti i livelli, anche mentale. Ora cl stiamo concentrando su un aspetto che però non voglio rivelare. Io e lui non siamo mai soddisfatti!». […] Sinner a Torino ci pensa, ma non è un’ossessione, o almeno questo è ciò che continua a ripetere: «Certo che mi piacerebbe andare alle Finals – ha detto dopo la partita -, ma la strada è ancora lunga e la concorrenza è forte. Dovrò fare molto bene a Vienna e Parigi Bercy, ma non dipende da me, nel torneo ci sono anche gli altri…».

Sinner d’autorità: «Mi sento felice» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner non è Paganini. Lui il bis lo concede. Ad Anversa, dopo aver dominato il francese Rinderknech, gioca ancora meglio contro il sudafricano Lloyd Harris e d’autorità centra la settima finale nel circuito maggiore. Alle 16.30 sfiderà Schwartzman che ha dominato Jenson Brooksby, uno dei giovani già qualificati per le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals. Con il 6-2 6-2 al numero 32 del mondo, l’altoatesino ha allungato a 14 la serie di set vinti di fila nei tornei al coperto. E portato a 14 successi su 16 incontri il suo bilancio recente indoor. Non c’è dubbio che siano le sue condizioni ideali, perché a Sesto Pusteria fin da bambino è abituato a giocare al coperto. Ma c’è anche un’altra ragione per cui al coperto si esprime con una sicurezza in grado di togliere fiato agli avversari. Per il suo modo di stare in campo, il suo riferimento principale è la palla. Si muove in modo da colpirla quanto più possibile alla stessa altezza dopo il rimbalzo. La sua visione dello spazio non dipende dalla posizione rispetto alle righe. Se si azzerano i fattori esterni che possono incidere sulla traiettoria, il suo tennis ne guadagna. «Sono felice di essere in finale e di aver battuto un ottimo giocatore – ha detto dopo il match -. Mi piace giocare qui, le condizioni sono perfette per me. Sono comunque contento del mio torneo, in qualunque modo vada a finire». Sotto gli occhi di un orgoglioso Riccardo Piatti, Sinner ha messo in mostra tutto il repertorio. L’altoatesino è una macchina da tennis, capace fin dal primo game di togliere riferimenti al suo avversario. Harris non è mai riuscito a prendere l’iniziativa, costretto solo a rincorrere e inseguire, a reagire e mai a proporre. L’azzurro gli ha tolto il controllo già dalla risposta, la vera chiave delle due ultime vittorie. E chissà se è a questo che si riferiva quando ha detto di aver lavorato tanto con il coach Piatti su un aspetto senza però svelare quale. L’efficacia di questo colpo sta nella funzione che Sinner gli assegna, concettualmente la stessa con cui lo giocano i Djokovic o i Medvedev. Ovvero mettere l’avversario in una posizione scomoda e ottenere una palla più facile da spingere con il colpo successivo. La strategia ha funzionato in pieno. […]

Sinner vola alto (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Jannik Sinner in finale ad Anversa, dopo una grande dimostrazione di forza e freschezza. Torneo che ama e che due anni fa lo aveva già visto in semifinale, la prima a livello di vertice. Ritmo impressionante, fin dai primi quindici, per far capire al rivale di turno, il sudafricano Lloyd Harris, che per contrastarlo avrebbe dovuto compiere miracoli balistici. Un ritmo, come dicevamo, tenuto con scioltezza fino al termine della prima frazione, chiusa in 39 minuti sul 6-2 e con due break. Harris ha provato ad arginare l’azzurro con il servizio ma anche in questo modo ha quasi sempre incontrato le sue ottime risposte che gli hanno impedito di dettare le cadenze degli scambi. Sinner anche ieri è apparso sicuro e solo a punteggio acquisito si è buttato alla ricerca di alcune nuove soluzioni cui si sta allenando, a volte a segno a volte no, ma da leggere positivamente in ottica futura. L’inizio della seconda frazione ha riproposto Jannik al massimo della concentrazione e sontuoso con il rovescio bimane. Altro break in suo favore per mettere ulteriori ansie al sudafricano, e, dopo poco, Sinner è volato sul 4-1 e servizio, in una sorta di assolo che ha portato al 6-2 6-2 finale: «Sono felice di essere in finale. Lui un grande giocatore, con una stagione importante alle spalle. Mi piace giocare indoor, in queste condizioni, e qui. Sono simili a quelle di Sofia, dove mi trovo a mio agio. Giusto il timing sulla palla. La strada per Torino è ancora lunga, dovrò giocare bene a Vienna e Bercy e vedermela con una concorrenza agguerrita».

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Croazia gigante, Sinner pronto anche al doppio (Crivelli). E Sinner il fenomeno studia da gladiatore (Mastroluca). La Squadra più bella del tennis (Piccardi). Davis, con la Croazia vietato distrarsi. Sinner e la sfida da numero 1 con Cilic (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 29 novembre 2021

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Croazia gigante, Sinner pronto anche al doppio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Come da pronostico, sarà infatti la squadra di capitan Vedran Manic la nostra rivale nei quarti di oggi, con l’orizzonte di un viaggio a Madrid tra le fantastiche quattro che si contenderanno l’Insalatiera: bastava una partita vinta contro l’Ungheria, ai croati, e la questione e stata subito risolta dal loro numero due di giornata, Nino Serdarusic. Sarà il quarto confronto diretto tra le due nazionali, siamo sotto 2-1 ma è il precedente più recente che ci conforta, quello del primo turno del Gruppo Mondiale del 2013: sulla terra indoor del Palavela,

 

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Primo obiettivo Fogna è ancora tra noi, come Bolelli e soprattutto Cilic, califfo di antico pelo re di New York nel 2014 che la Davis l’ha vinta da protagonista assoluto solo tre anni fa, l’ultima edizione nel formato storico prima della rivoluzione così tanto criticata, mentre Pavic e Mektic allora sventolavano gli asciugamani come riserve e adesso invece sono la ragione per cui i nostri non hanno dormito sonni tranquilli, visto che insieme hanno formato la miglior coppia del mondo e teoricamente rappresentano un punto garantito peri nostri avversari. La Croazia, dunque, in un singolare e nel doppio possiede esperienza, talento e abitudine alle grandi sfide anche con il tifo contro e dunque non srotolerà il tappeto rosso. Capitan Volandri ne è consapevole: «Sarà una partita difficile, non ce lo nascondiamo. Loro hanno un campione Slam come Cilic che la Coppa l’ha pure vinta e dunque sa come gestire questo tipo di tensioni . Il doppio è fortissimo, sono i campioni olimpici, sarà una battaglia dura. Noi abbiamo rispetto di tutti, ma paura di nessuno. Sinner e Sonego hanno impattato benissimo la competizione, il doppio FogniniSinner ha superato il test».

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“Siamo consapevoli della nostra forza, ma al tempo stesso sappiamo che la Davis non ti perdona nulla e va affrontata con la mentalità giusta. E proprio sotto questo aspetto Sonego e Sinner soro stati straordinari, perché hanno gestito le emozioni come due veterani, Contro gli Stati Uniti non erano favoriti e hanno trasformato la pressione in energia positiva fin dal primo punto, contro la Colombia il pronostico era tutto dalla loro parte e quindi le prospettive sono cambiate totalmente, ma dopo un primo set di tensione si sono sciolti. E poi Jannik può giocare tutto, singolo, doppio, triplo. E tutto ciò lo aiuta nella sua crescita, anche finire un doppio alle tre di notte».

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Intanto Jannik rimane sul pezzo: «Come dico sempre, pensiamo a un match per volta, non mi place guardare oltre la Croazia e soprattutto non serve. Certo siamo felici di quello che abbiamo fatto fin qui, lo mi sono anche divertito a giocare fi doppio e mi displace soltanto che l’abbiamo perso per poco. Credo che la forza del nostro gruppo sia che tutti stiamo dando ogni goccia di energia che abbiamo dentro, in partita e in allenamento». E l’ammirazione di Fognini suona come una benedizione: «Questi ragazzi sono fortissimi e maturi, non c’è bisogno di insegnargli nulla». Nuovo Cinema Italia.

E Sinner il fenomeno studia da gladiatore (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Sinner ha dato l’impressione di sentirsi sì in prova, ma solo con sé stesso. La partita si è trascinata a notte fonda, si è conclusa di fronte a un pubblico sempre più rado, ma l’altoatesino non ha perso la motivazione, l’energia e soprattutto il sorriso. FELICITA’. Trasmetteva una felicità di stare in campo che raramente abbiamo visto sul suo volto, impegnato più a non lasciar trasparire troppe emozioni per non dare segnali agli avversari. Secondo azzurro in Top 10, è il primo singolarista della squadra attuale di Coppa Davis a causa dell’assenza di Matteo Berrettini di cui ha preso il suo posto anche alle Nitto ATP Finals. «Vai in campo e divertiti» gli ha scritto allora in un messaggio il numero 1 d’talia, sottolineando un concetto decisivo per la sua crescita sportiva, come ha spiegato anche il coach Riccardo Piatti. La prima esperienza in Coppa Davis sta dando a Sinner una gioia diversa perché da condividere. «Quando ho visto la maglia azzurra, con il tricolore sul petto e la scritta Italia sulle spalle, ho pensato: “E la più bella che ho indossato quest’anno”» ha detto dopo la vittoria 6-2 6-0 all’esordio in nazionale contro John Isner che mai aveva perso con un punteggio così netto. Sinner ha sempre goduto della spinta del pubblico, che in lui ha visto qualcosa di diverso e di speciale, magnetico e per questo attraente.

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Già dalla sfida da romanzo contro il numero 2 del mondo Daniil Medvedev, in cui ha perso il primo set 6-0 ma è poi arrivato a un punto dalla vittoria, a un certo punto il suo linguaggio del corpo è cambiato. Ha cominciato a esultare vistosamente, a chiamare il tifo, a cercarlo, a dare segnali chiari perché scatenassero l’inferno.

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Convinto e sicuro, disposto a fare tutto quello che serve e a trarre tutto quello che di buono si può ricavare da ogni esperienza nuova. Così si costruiscono i campioni.

La Squadra più bella del tennis (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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Eccola, riunita nei giorni della Davis sotto mentite spoglie al film festival di Torino da Domenico Procacci, produttore e regista di «Una Squadra», docufilm in sei puntate su Sky a primavera, la Coppa Davis che riconosciamo e amiamo, figlia unica del ’76, Pietrangeli con la sua faccia da attore e l’arte della diplomazia con cui portò l’Italia a giocare la finale nel Cile di Pinochet («La vittoria è tutta degli atleti ma il merito di aver difeso la trasferta non lo divido con nessuno»)

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C’è il bon vivant de noantri Adriano Panatta, il ciuffo ingrigito ma ancora morbido come certe veroniche («Abbiamo vissuto con disincanto una storia irripetibile, che nulla ha a che fare con il campionato del mondo che stanno giocando qui a Torino, almeno avessero il buongusto di levargli il nome Davis…»), c’è Paolo Bertolucci, scudiero da una vita («Invidio Volandri per l’abbondanza che può gestire ma per me la Davis è morta: peccato perché con il vecchio format la Nazionale sarebbe ancora più forte»), ci sono — seduti all’altro lato del tavolo come un tempo in spogliatoio o a cena in ritiro — Corrado Barazzutti e Antonio Zugarelli, il tignoso secondo singolarista e la riserva preziosa (sull’erba di Wimbledon contro la Gran Bretagna, nella finale della zona europea, fu proprio Tonino a battere il mancinaccio Roger Taylor).

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E allora, centellinata nella serie di Procacci che abbraccia un arco di cinque anni (un trionfo, tre finali: 3-1a Sydney dall’Australia nel ’77, 5-o a San Francisco dagli Usa nel ’79, 4-1 a Praga dalla Cecoslovacchia nell’8o) con l’aiuto di interviste (la produzione ha riportato Fillol e Cornejo all’Estadio National de Chile) e suggestive immagini d’archivio, una pioggia di aneddoti cade su di noi, deliziandoci. Quella volta che, di ritorno da una rocambolesca esibizione in Argentina, Adriano (la mente) insistette per prendere il Concorde insieme a Paolo (il braccio), mentre Corrado ripiegava su un più lungo ed economico volo di linea. «Il Concorde da Rio de Janeiro — ricorda Bertolucci con gli occhi che ridono ormai da settant’anni — era funzionale al fatto di poterci concedere qualche ora di sole a Copacabana e passare da Parigi per portare a cena due signore a cui l’avevamo promesso…». E pazienza se il volo privato dall’Argentina al Brasile è bloccato da una tempesta che ha costretto alla chiusura l’aeroportino dei Cessna: «A sbloccare la situazione ci pensa Adriano, che offre al direttore dello scalo tutto il compenso che avevamo guadagnato con l’esibizione». Nella trasferta a Wimbledon dell’agosto ’76 è sempre Panatta ad incaponirsi a voler giocare solo sul dritto di David Lloyd, doppista, fratello scarso di John, fino a metterlo in palla. «Chiedo perdono, è tutta colpa mia — ammette Adriano a reato abbondantemente prescritto —, sono stato un cretino». Si fa perdonare il giorno dopo, blindando il risultato con una netta vittoria su Taylor.

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Davis, con la Croazia vietato distrarsi. Sinner e la sfida da numero 1 con Cilic (Stefano Semeraro, La Stampa)

Italia e Croazia, l’Adriatico a Torino. Un posto nelle Final Four di Madrid oggi al Pala Alpitour dovremo conquistarcelo contro i nostri dirimpettai, che la Davis l’hanno vinta nel 2018, l’ultima edizione giocata con il vecchio formato nel tennis, e che nel tennis sono qualcosa di più che semplici confinanti. Franulovic e Pilic, campioni anni ’70, battagliavano con Panatta e Co; Ivan Ljubicic è cresciuto a Torino, una zia di Goran Ivanisevic aveva un ristorante a Bologna, il primo vero coach di Ivo Karlovic è stato Alberto Castellani. E per venire alla generazione che ci tocca affrontare stavolta, Marin Cilic, milanista sfegatato, per anni si è allenato a Sanremo. L’ex finalista di Wimbledon e degli Us Open, vincitore degli Us Open 2014, 33 anni, un passato da n. 3 del mondo e un presente da n. 30, è l’ anima della squadra. Nel 2021 nonostante un ginocchio acciaccato ha vinto due tornei, sull’erba di Stoccarda e sul cemento indoor di San Pietroburgo appena qualche settimana fa, ed è immaginabile che sarà la sua sfida fra numeri 1 con Sinner a decidere il match.

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In doppio però i croati possono mettere in campo Mate Pavic e Nikola Mektic, numero 1 e 2 di specialità, che quest’anno insieme hanno vinto nove tornei, fra i quali Wimbledon e l’oro olimpico a Tokyo. Insomma, vietato distrarsi, con In doppio hanno i primi due del mondo

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«L’Italia è fortissima, ma se noi giochiamo al massimo abbiamo una chance», dice il capitano croato Martic. «La Croazia ha Cilic che ha vinto la Davis e sa come gestire questo tipo di tensioni – ribatte il ct azzurro Volandri – e un doppio straordinario. Noi abbiamo rispetto di tutti, ma paura di nessuno. Jannik e Lorenzo hanno impattato benissimo la competizione, il doppio Fognini-Sinner (sconfitti solo al terzo set da Cabal-Farah in un match terminato alle 2 e 43 di ieri, ndr) è stato un test superato».

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L’Italia è ai quarti di Davis (Crivelli, Mastroluca, Rossi, Guerrini)

La rassegna stampa di domenica 28 novembre 2021

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Adesso l’Italia ci fa sognare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Questa è casa mia e qui comando io. Si resta a Torino, con il sigillo della forza tranquilla di un gruppo che non vuole porsi limiti. Ancora loro, Sonego e Sinner: incredibilmente, non è stato facile come contro gli Stati Uniti, ma anche la Colombia deve inchinarsi. L’Italia è al quarti, che giocherà domani alle 16 sempre al Pala Alpitour contro la vincente del girone D, molto probabilmente la Croazia di Cilic, cui basterà vincere uno dei tre match della sfida mattutina contro l’Ungheria per assicurarsi il passaggio del turno. Ma lo sguardo, inutile nascondersi, corre già Madrid, dove le Fantastiche Quattro rimaste si giocheranno l’Insalatiera 2021, con la Serbia di Djokovic che si è complicata la vita perdendo con la Germania e potrebbe finire dalla nostra parte. Noi, intanto, ci siamo affidati alle magie della coppia d’oro del debuttanti, che non avverte tensioni e si esalta all’idea di avere la squadra sulle spalle. La partita di Jannik contro Galan, numero 111 del mondo, quella che ci dà il punto decisivo, dura in pratica un set, poi è solo diluvio. L’azzurro non brilla nelle percentuale di prime (appena il 49%), ma quando le mette in campo ottiene addirittura 26 punti su 26. Più complicato il percorso giornaliero di Sonego, perché la Davis è quella competizione in cui il numero 275 del mondo, libero da qualunque pressione e con la forza di un gioco lineare, per un set può menare le danze contro il numero 27. Eppure Sonego, con molta onestà, riconoscerà che i peana seguiti al trionfo della prima giornata ne hanno turbato l’equilibrio non appena messo piede in campo. E così iI primo set, che approda al tiebreak, è una piccola via crucis costellata di tanti errori: «Ero teso all’Inizio, non lo nascondo, nel match con Opelka se ne erano andate tante energie emozionali. E poi lui è un giocatore completo, che almeno stavolta ha dimostrato di valere molto di più della classifica che occupa e gioca due colpi da fondo praticamente uguali, perciò ho fatto fatica a leggerlo tatticamente». […] Appena concluso il match, piantato al centro del campo in attesa dell’intervista di rito e totalmente compreso nel suo ruolo di capopopolo nella città natia, Sonny chiederà di moltiplicare la passione per la sfida incombente di Sinner. Fiato alle trombe, l’Italia è sempre in marcia. E il divertimento è appena cominciato.

Sonego più Sinner, l’Italia è ai quarti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Uniti si vince. A Torino, l’Italia centra i quarti grazie al fattore S. Sonego e Sinner, dopo gli Stati Uniti, fermano anche la Colombia. Così gli azzurri sono certi del primo posto e si giocheranno la semifinale sempre al Pala Alpitour lunedì 29. Sinner ha attraversato un primo set discontinuo, con qualche tremore di troppo nella parte centrale quando ha subito due break di fila contro il numero 1 sudamericano, Daniel Elahi Galan, mai entrato in Top 100. Ma il 7-5 6-0 finale offre la misura della superiorità dell’altoatesino. Sonego aveva avviato il successo azzurro contro Nicolas Mejia numero 275 del mondo alla seconda partita in carriera contro un Top 100. Il torinese ha vinto un match da romanzo 6-7 6-4 6-2, contro un avversario che ha giocato un tennis superiore a quanto suggerisce la sua classifica. C’è orgoglio e sollievo negli occhi di Sonego, che ha tirato su una partita iniziata con ben altri, e allarmanti, presupposti. «Ho cercato di cancellare quanto successo ieri. Allo stesso tempo volevo ripartire dall’entusiasmo che sentivo dopo Opelka. Ma affrontare un avversario che conosco poco non è semplice. Ho avuto un po’ di difficoltà a capire cosa fare nel primo set, e mi sono un po’ irrigidito – ha spiegato dopo la partita – Lui aveva due colpi da fondo molto simili, il servizio a tratti è stato anche molto buono. È un giocatore abbastanza completo, però non ha un colpo con cui ti lascia fermo». Il primo set parte subito in salita per Sonego che perde il servizio al primo game, recupera lo svantaggio ma si avviluppa dentro una partita piena di incertezze, di ombre, di scelte sbagliate. Tanti errori di dritto, pochi vincenti di rovescio, un tennis difensivo, fatto di colpi arrotati, alti e con poco angolo. Non è certo la versione scintillante e affilata vista contro Reilly Opelka. Non aiutano nemmeno le condizioni di gioco. Lleyton Hewitt, capitano dell’Australia, le ha definite «le più lente che abbia mai visto. C’entrano soprattutto le palline, credo. Non so se qualcuno le abbia mai provate su questo particolare campo perché non mi era mai capitato di vederle come diventano qui dopo un solo game». Mejia vince al tiebreak di un primo set giocato sopra i suoi standard. Sonego sembra stapparsi all’inizio del secondo. Il break al primo game è un segnale. Per quanto ancora ondivago, il torinese riesce a imporre il peso della completezza tecnica e della tenuta atletica per allungare al terzo set. Il sospirone di sollievo di Filippo Volandri alla fine del parziale dice tutto. Sonego firma un altro break nel primo game del terzo al termine di uno scambio paradigmatico: Mejia alza un pallonetto su cui Sonego si salva con un contro-lob rocambolesco, poi vede la palla corta rimbalzare sul nastro. «A quel punto ho capito di avere la partita in mano» ha detto. […]

Sonego e Sinner un tandem vincente. L’Italia è ai quarti (Paolo Rossi, La Repubblica)

Ma quali discoteche: la notte del sabato sera è dolce al Pala Alpitour di Torino, dove si fondono tennis, musica, luci stroboscopiche, tifo, passione, divertimento. E felicità, perché l’Italia va forte che è una bellezza. Scoccano le 21.50 quando Lorenzo Sonego urla al cielo dopo la conquista del match point contro il 21enne colombiano Nicolas Mejia, sono le 23.31 quando Jannik Sinner chiude la sfida avendo la meglio su Daniel Elahi Galan: l’Italia si qualifica per i quarti di finale da giocare domani ancora a Torino, probabilmente contro la Croazia (lo sapremo solo oggi, ma alla nazionale di Cilic è sufficiente un solo punto contro l’Ungheria). Però è stata più dura di venerdì contro gli Usa: i colombiani hanno venduto cara la pelle. Nessuno aveva tenuto in considerazione la famosa sindrome del numero 2 di Davis. Per dire: Lorenzo Sonego probabilmente non sa nulla dello svedese Kulti o del francese Boetsch, protagonisti della finale 1996. Due dei tanti ‘braveheart’ della Coppa Davis, i carneadi che, giocando per la patria, per un giorno si sono sentiti Federer e Nadal. Più o meno quello che è accaduto a Mejia. «Eh, e a tutto questo aggiungete la lunga attesa. Tre ore al chiuso, senza un po’ d’aria fresca. Poi dover resettare le emozioni del giorno prima. E ancora il non conoscere le caratteristiche dell’avversario, che davvero non sapevo come prendere: messi insieme tutti questi fattori, credo possano spiegare il mio inizio faticoso» ha raccontato Sonego. Ieri è stato uno scambio show a regalargli il clic di adrenalina che mancava. «Il primo punto del 2° set: lì ho capito che il match era mio». Da quel momento le spigolosità si sono ammorbidite, il gioco del torinese è diventato fluido. E Sinner? L’altoatesino che aveva annientato John Isner si è trovato un altro lungagnone, Galan. Il colombiano ha resistito circa un’ora, e gli va anche dato merito, ma non si è numeri dieci del mondo – come Jannik – per caso. La corsa verso Madrid continua.

Ma la nuova Davis è tutta da rifare (Piero Guerrini, Tuttosport)

Come diceva il grande Gino Bartali, è tutto sbagliato, tutto da rifare. Se la Coppa Davis mordi e fuggi è la soluzione per lucidare l’insalatiera si può e si deve fare di meglio. Soprattutto per il pubblico. Ci pensi Gerard Piquè abituato al calcio che concede qualche minuto di recupero, nelle eliminazioni dirette i supplementari, ma tutto ha una sua scansione precisa E ci pensino i giocatori che hanno reclamato giustamente qualche appuntamento in meno nel calendario. I tempi cambiano e ci dicono che la nostalgia non può appartenere alla nostra attualità frenetica. Ma il format va rivisto. Perché il tennis ha un orario di inizio, ma una conclusione mai certa. Così, può capitare che Australia-Ungheria a Torino cominci alle 10 ma non finisca entro le 16 in cui è previsto l’inizio di Italia-Colombia. E a complicare tutto c’è la questione del deflusso e dell’ingresso del pubblico che ha pagato per due sessioni diverse. Comincia a mettersi di traverso rispetto ai programmi Zsombor Piros, mingherlino 22enne ungherese che è numero 282 al mondo, che pensa bene di rimontare John Millman e batterlo in tre set. Segue una maratona tra de Minaur e Fucsovics, vinta dall’australiano per l’1-1 del match dopo altri tre set, due chiusi al tie break, per poi arrivare al doppio decisivo, vinto dall’Australia dopo altri tre set. Durata totale del confronto oltre 6 ore. E l’Italia scende in campo alle 19, anziché alle 16 previste. In tutto questo il pubblico della seconda sessione si è messo in coda dalle 15, coda di dimensioni inaudite fuori dal Pala Alpitour, a sette gradi di temperatura nell’umida Torino novembrina. Detto che la Federtennis non c’entra nulla, mettere due match di tre incontri ciascuno in sequenza nello stesso impianto non ha davvero senso. A maggior ragione se gli spettatori devono cambiare e per di più occorre rispettare anche le regole Covid. Nell’attuale formato mordi e fuggi servirebbero dunque almeno due giorni in più per completare la fase finale. Ma ci sarebbe anche altro su cui riflettere. La Davis a fine stagione non ha raccolto tutti i migliori, com’era negli intenti. Alcuni campioni sono arrivati esausti, esauriti a fine novembre. Altri come Berrettini sono infortunati. Manca la partecipazione del pubblico. Chi giocava in casa poteva scegliere il terreno di gioco, l’impianto (ricordate Italia-Russia in febbraio all’aperto a Roma?) e il pubblico accorreva a tifare per la propria Nazione e non soltanto per i campioni. Ovunque spalti gremiti. Ora tutto questo accade soltanto, o soprattutto, per chi ospita i gironi. E se si passerà alla sede unica come nei giorni scorsi anticipavano i media britannici parlando di Abu Dhabi, probabilmente si perderà anche il tifo. Dunque la Davis mordi e fuggi va rivista, altrimenti si rischia di svilirla e portarla a estinzione. […]

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Che bella l’ItalDavis (Mastroluca, Guerrini, Martucci, Piccardi, Rossi, Semeraro). Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Crivelli). Sonego: “La partita più bella della vita” (Guerrini). Chiamatelo Jimbo (Azzolini)

La rassegna stampa del 27 novembre 2021

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Sonego&Sinner prima da sogno (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Il gran ballo dei debuttanti Lorenzo Sonego e Jannik Sinner alla prima esperienza in Coppa Davis, abbattono i giganti statunitensi Reilly Opelka e John Isner; quattro metri e venti in due. L’Italia a questo punto è la grande favorita per il primo posto nel girone. La musica degli azzurri inizia a suonarla Sonego, l’uomo di casa che coinvolge ed emoziona. Piega 6-3 7-6(4) Reilly Opelka, fallosissimo in campo (27 gratuiti a 3) e nervosissimo dopo la partita. In conferenza stampa, ha risposto a monosillabi a un paio di domande e ha lasciato la sala. Poi è entrato in scena Sinner e in un’oretta ha rifilato a John Isner un 6-2 6-0 da annoverare come la più pesante sconfitta della sua carriera. «È stato bello vedere la commozione negli occhi del mio coach Gipo Arbino»» ha raccontato Sonego, che per tutta la partita ha cercato il pubblico. […] «Ho vissuto il momento più emozionante della mia carriera» ha detto il torinese. Lorenzo, visibilmente più energico, ha preso il controllo della partita già dai primi punti. Nell’ottavo game, poi, ha firmato il break che ha indirizzato il primo set. Aiutato anche da un segnale di buon auspicio, come ha raccontato dopo il match. «Sul 4-3 hanno messo la mia canzone (“Un solo secondo”, incisa con il rapper AlterEdo; ndr), quindi poi è stato più facile fare il break – ha spiegato il torinese, felice dell’impresa – Mi aspettavo dei momenti difficili contro Opelka, che non ti dà ritmo. Ho cercato di farlo muovere, di fare pochi errori. Ci sono riuscito. L’ultimo punto è stato bellissimo, l’atmosfera era incredibile. Il match si è deciso soprattutto sul piano mentale, sono stato bravo a giocare una gara in crescendo». E a limitare a tre i gratuiti contro i 27 dell’avversario. Dopo la gioia, Sonego non dimentica Matteo Berrettini, l’amico che avrebbe voluto essere qui a Torino ma ha lasciato in lacrime il Pala Alpitour una settimana fa. «Mi ha scritto ieri, mi sarebbe piaciuto condividere queste emozioni con lui – ha detto – Spero guarisca presto, si merita di giocare e vivere giornate così. Per me è stato devastante vederlo in quello stato dopo la partita con Zverev. Ci tenevo a giocare la Davis con Matteo. E’ un grande esempio, sto sempre imparando da lui. Ha un atteggiamento diverso dagli altri, è una grande persona». CAPOLAVORO SINNER. Sinner prolunga lo show, anche se con uno stile diverso. Se fosse un attore, sarebbe più Gassman che Proietti: meno mattatore e più essenziale. Eppure capace di scaldare per nettezza di colpi, freddezza di testa, maturità di interpretazione. Giocare in Nazionale gli piace. «Quando ho visto la maglia azzurra mi sono emozionato – ha raccontato – è la più bella con cui abbia giocato quest’anno». Domina la scena contro un avversario che non riesce a stargli dietro e perde cinque volte il servizio. Poi chiude alla Isner con un potente ace esterno da sinistra dopo 62 minuti di monologo. VERSO LA COLOMBIA l’talia ringrazia anche Mardy Fish, alla prima da capitano come Filippo Volandri. «In questo ruolo, posso sbagliare solo a scegliere chi far giocare con chi» diceva alla vigilia. Ha puntato tutto sull’altezza, che però è solo mezza bellezza, e sacrificato un brillante Frances Tiafoe: a posteriori, non una grande idea. Agli azzurri non resta che battere oggi la Colombia per centrare il primo posto nel girone. Il traguardo vale la certezza di disputare anche il quarto di finale in casa al Pala Alpitour il 29 contro la vincente dell’altro girone torinese, con ogni probabilità la Croazia.

Pazzi di loro (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Vola l’Italia dei debuttanti. Verrebbe da dire verso Madrid e le semifinali, ma capitan Volandri, anch’egli esordiente respinge qualsiasi previsione intempestiva. E allora limitiamoci ai voli pindarici. Inneggiando a Lorenzo Sonego e Jannik Sinner. Prima il gioiello costruito in casa, poi il fenomeno Totale: due ore e mezzo di dominio puro e Stati Uniti stracciati sul 2-0. Il quarto di finale ipotecato, Colombia del super doppio Farah-Cabal permettendo. Ma con due singolaristi del genere, uno che si esalta nella pugna e l’altro che dispensa colpi pregiati è difficile immaginare destino diverso per i latino-americani oggi dalle 16 al Pala Alpitour. E se qualcuno nutre dubbi a posteriori sull’effettiva consistenza statunitense e soprattutto sulla scelta dei due giganti d’argilla – Reilly Opelka e John Isner – effettuata dal capitano Mardy Fish, ci pensa lui stesso a chiarire: «Ha pesato la defezione improvvisa di Taylor Fritz. Frances Tiafoe è arrivato in fretta e furia, solo mercoledì. Fritz ci avrebbe permesso di schierare John da n. 2. Ma la verità è che questa Italia avrebbe battuto chiunque». A inquadrare meglio la situazione costribuisce Isner: «Non avevo mai perso 6-2 6-0. Mai così. Sinner sarà presto uno dei primi tre al mondo». Ma primaa di ammirare Sinner caterpillar ci si è potuti gustare la favola realizzata di Sonny. Come a Roma e più che a Roma in semifinale, anzi di più, Lorenzo da Torino si esalta col pubblico, si nutre dell’energia e la trasmette in uno scambio di entusiasmo Opelka è uno che fa male con il servizio, ma se lo sposti o se lo colpisci al corpo (cioè se gli rispondi addosso), fatica a mettersi in moto. Sonego esegue il piano a perfezione nell’arena del suo quartiere. Concede una sola palla break e nell’annullarla inducendo l’hipster Anni 70 a steccare malamente un dritto (perché Opelka quando sbaglia lo fa alla grande), chiude la partita. Spinto dalla sua canzone “Un solo canzone” che risuona nell’amplificatore centra il break subito dopo. Nel secondo set tiene sempre il servizio con comodo, mentre Opelka deve annullare una palla break. […] Jannik poi prende a schiaffi (palLate cioè) Isner, incurante dell’emozione che sostiene di aver provato, «perché qui non giochi per te stesso, ma per un Paese intero. E giochi per una squadra, i tuoi compagni. Hai responsabilità. Quando ho ricevuto maglia azzurra è stata una grande emozione, ho ricordato di quando vedevo la Davis in tv». Non c’è storia col rosso in campo. Fish lo ammette: «Avrò visto 700 incontri di Isner e mai era staio trattato così. Sinner ha un futuro luminoso».Deve pensarlo pure l’organizzatore Piqué che riposta sui social un “football challenge” in cui Jannik incanta palleggiando una palla da tennis coi piedi. Volandri poi sostituisce l’acciaccato Bolelli con il terzo debuttante Lorenzo Musetti in doppio. E la strana coppia con il sempre disponibile Fabio Fognini per un set e oltre funziona benone prima di cedere a Ram-Sock. Impossibile immaginare che la Colombia con il nr.. 111 Daniel Galan contro Sinner e il n. 275 Nicolas Mejia contro turbo Sonego arrivi in equilibrio al doppio. La testa vola a lunedi, al quarto di finale, molto probabilmente contro la Croazia. […] E a questa Italia manca Berrettini. Volandri sottolinea: “È un successo di squadra, per come i ragazzi sono arrivati preparati a fine novembre. Devo ringraziare loro, i coach, i team». Fognini chiosa: «Il capitano è fortunato, avrà una grande squadra per 10 anni. Io sono onorato di esserci». Italia, una famiglia felice.

Che bella l’Italdavis (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

[…] La giovane Italia senza esperienza di coppa Davis, azzera proprio coi due esordienti, Lorenzo Sonego prima e Jannik Sinner subito dopo, altezza e servizio dei due pivot americani, il 2.11 Reilly Opelka e il 2.08 John Isner, facendo apparire facilissimo un successo sulla carta ben più problematico, al Pala Alpitour di Torino, contro avversari vicini in classifica (Sonego numero 27, Opelka 26, Sinner 10, Isner oggi 24, tre anni fa 8), temibili sul veloce indoor. LORENZO IL MAGNIFICO Lorenzo Sonego è magnifico, freddo, col tono di voce sempre pacato, mentre in campo si gasa con la sua canzone “Un solo secondo”, supera l’unica palla break sul 3-3 30-40, carica la gente di casa e vola irresistibile, col 90% di punti con la prima di servizio e tre soli errori non forzati, fino al 6-3 7-6 in un’ora e mezza. «Contro avversari che non danno ritmo come Opelka devi stare sempre concentrato, tutti i punti, un break può decidere il set. Capitan Volandri mi ha aiutato, mi diceva sempre dove dovevo rispondere, io sono stato bravo a gestire le aspettative, a non mettermi pressione, a cercare di godermi il momento più emozionante della carriera davanti agli amici, ai genitori e al maestro Gipo Arbino in lacrime a fine match. Così, in questa squadra di amici coi quali è bello vincere e perdere, insieme, ero rilassato e ho giocato la miglior partita di sempre, io che vivo a 200 metri da qui: sempre aggressivo, l’ho fatto muovere e sono salito sempre più con la risposta», racconta il 26enne di Torino, già protagonista a Roma a maggio dei colpacci contro Monfils, Thiem e Rublev, con lo stop solo con Djokovic in tre set in semifinale, «Il pubblico mi esalta». Sull’1-0, Italia, Sinner spazza via come un ciclone Isner 6-2 6-0 in un’oretta, vendicando il ko di quest’anno a Cincinnati, cancellando i 16 anni fra i suoi 20 anni – più giovane top 60 ATP Tour al numero 10 (il secondo è il 19enne Lorenzo Musetti, 59) – e il veterano. Che è il secondo battitore di sempre con oltre 13mila ace, il servizio già veloce a 253 all’ora e il maratoneta del Tour con le 11 ore 5 minuti a Wimbledon 2010, ma s’inchina: «Jannik è stato semplicemente troppo forte, non c’era molto che potessi fare, ha un talento incredibile ed è un ragazzo molto carino. Non avevo mai perso così netto. Salirà fra i primi 3 del mondo, per la felicità del nostro sport». Come Sonego anche Sinner insiste sulla parola “insieme”. «Siamo una bella squadra, di gente, forte e onesta che si aiuta, siamo in fiducia per i risultati di quest’anno con in più l’esperienza di Fabio e Simone, che sono anche una grande coppia di doppio (ma ieri con Fognini è stato schierato Musetti: hanno lasciato strada in due set a Ram e Sock, ndc). Se ci fosse anche Matteo (Berrettini) saremmo ancora più forti ma possiamo cambiare titolari, siamo tutti sotto il numero 60 del mondo, lo sappiamo, questa dev’essere la mentalità di una squadra: non sottovalutare nessuno perché vincere non è mai facile. Anche contro la Colombia». Che ha due singolaristi numero 111 e 275 del mondo.

E’ già la Davis di Sinner e Sonego. I debuttanti sbranano gli Usa (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

[…] I debuttanti, Sonego e Sinner, schiantano la superpotenza Usa ed è un evento pieno di presagi: ogni volta che italiani hanno battuto americani in Coppa Davis, dal lontano 1928 a oggi, è stata finale (1960, 1961, 1998). E pazienza se questo di Torino è più un Campionato del Mondo che una vera insalatiera, il format è cambiato insieme a tempora e mores, inutile rimpiangere il passato, è più divertente vivere il presente. Il 2-0 secco all’ora dell’aperitivo, con il doppio ancora da giocare (debutto con sconfitta di Lorenzo Musetti accanto al senatore Fabio Fognini), era un risultato forse pronosticabile; è il modo in cui l’Italia lo ha ottenuto che stupisce. L’enfant du pays e il barone rosso umiliano i pivottoni Usa senza pietà. A Sonego, sostenuto dal tifo di casa e dalla musica rap da lui stesso incisa, non trema il braccio con Opelka («Ero più felice che teso, la settimana da spettatore alle Atp Finals mi ha caricato tanto e mi ha permesso di vivere con serenità il match di Davis»); Sinner rifila a Isner, veterano del circuito, il punteggio più severo della carriera, ottenendo in cambio la consacrazione: «Jannik diventerà uno dei tre migliori tennisti del ranking, il veloce indoor sarà la sua superficie, il nostro sport con lui è in ottime mani» è la profezia dello yankee che fu protagonista con Mahut a Wimbledon dell’incontro più lungo della storia del tennis (11 ore e 5′ spalmati su tre giorni). Mardy Fish, capitano degli Usa, è d’accordo: «Era la prima volta che vedevo Jannik Sinner da vicino: avrebbe battuto chiunque, sono rimasto stupito. Ha un futuro enorme, non c’è dubbio». Manca il numero uno d’Italia, Matteo Berrettini infortunato alle Finals e ricordato da tutti con affetto («Questa vittoria è per lui, oltre che per la mia famiglia e il mio allenatore con gli occhi umidi: sono partito dal basso, non ho le qualità dei giovani più forti, ho dovuto lavorare il doppio per stare al passo» dice Sonego), ma il futuro è già qui. Sinner canta l’inno sotto la mascherina e racconta di aver provato la maglia azzurra in camera, alla vigilia, per vedere l’effetto che fa: «Una T-shirt con la scritta Italia sulla schiena non l’avevo mai indossata, è la più bella della stagione, mi sono emozionato». Jannik è il giovane leader della nuova Nazionale di Filippo Volandri, c.t. orgoglioso («E stata una giornata di prime volte, per me e i ragazzi, finita bene»), il cui percorso in questa variante torinese della new Davis Cup sembra segnato: battere la Colombia oggi per vincere il girone, il quarto (probabilmente) con la Croazia di Cilic lunedì per agguantare le finali di Madrid e sognare in grande. Volandri ci crede: «Questo gruppo è una famiglia, ecco spiegato in parte il risultato. Jannik non mi stupisce, mi impressiona. Lorenzo è stato stupendo. Ogni partita fa storia a sé ma vedo che cominciano a conoscerci e temerci». Ed è solo l’inizio.

Sonego e Sinner come due veterani (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] La Giovane Italia (ma quante volte abbiamo usato questa espressione nel corso degli Anni Novanta, nella speranza di una ricostruzione, di un ciclo poi mai arrivato davvero?) è salita sul ring, ha preso gli Stati Uniti e li ha strapazzati: Sonego e Sinner con un uno/due hanno annichilito i due giganti (in senso letterale, essendo alt[i oltre due metri) americani, Opelka e Isner. Il delitto perfetto, scrisse una volta Ilie Nastase. Pardon, in realtà il debutto perfetto di capitan Volandri che non ha sbagliato una sola scelta, puntando dritto sull’inedito: Sonego e Sinner non avevano ancora indossato la maglia azzurra. «Un colore che mi piace, forse la maglia più bella che ho indossato: con lo scudetto, e la scritta Italia dietro. Per me è una cosa importante» ha candidamente confessato Sinner. E vogliamo parlare di Sonego? È decollato quando il dj del Pala Alpitour gli ha messo la sua canzone al cambio campo (il reggaeton estivo Un solo secondo): «Ho sentito la mia voce, mi sono fatto una risata e mi sono gasato…». Poteva essere altrimenti? La famiglia Sonego abita a duecento metri dall’impianto: «Esco felice per aver fatto piangere il mio coach, Gipo Arbino. E peccato che i biglietti non sono stati sufficienti: avrei portato un’armata di tifosi». Tutti, rigorosamente, granata. La pratica Usa, sbrigata con una facilità disarmante, pone l’Italia in alto ora, a livello di pronostici. «Errore, questo lo dobbiamo evitare. La Colombia è più ostica di quel che si pensa: restiamo sul presente» ammonisce Sinner che, per una volta, si è ritrovato lontano dal gestire le cose con il coach e mentore, Riccardo Piatti. «Con Volandri e gli altri abbiamo avuto una settimana per conoscerci, ma quando si parla lo stesso linguaggio va bene. Non so se vinceremo la Davis, ma ci proveremo. Non siamo qui solo per partecipare». E qui il rammarico per l’assenza di Matteo Berrettini, pensando alla fase finale di Madrid che è in altura, e dove il suo servizio avrebbe fatto sfracelli, si fa forte e fa venire il magone per quello che avrebbe ulteriormente potuto essere. «Matteo mi ha incitato alla vigilia, sono devastato per quello che gli è accaduto» racconta Sonego. Poi, il pensiero successivo: «Siamo tutti forti, lo dice la nostra classifica individuale. Pensiamo a fare il nostro gioco, i conti li facciamo alla fine». La vittoria sprint ha consentito a Volandri di risparmiare Simone Bolelli in doppio, dopo una pallata al costato ricevuta in allenamento, schierando Fognini/Musetti che hanno anche impensierito Sock/Ram nel primo set, perso al tie-break. A quel punto, il match è scivolato via. Italia-Usa finisce 2-1, ma il punto serve solo agli Usa per sperare di essere ripescati, mentre si riconoscono i meriti azzurri: «Impressionanti» ha ammesso Mardy Fish, il ct. Concetto ribadito anche da Isner: «Io penso che Sinner entrerà tra i Top 3 del mondo». Volandri ne prende atto: «Fa piacere che il mondo si accorga di noi, avremo maggiori responsabilità. Ma il nostro è un lavoro di squadra che non è iniziato oggi».

Davis, Sinner leader della nuova Italia. “Vogliamo la coppa” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] Il modo in cui l’Italia di Coppa Davis ha chiuso il conto gli Stati Uniti già nei singolari, al netto dei demeriti degli avversari, la dice lunga sulla qualità di una squadra che pure deve fare a meno del n. 7 del mondo, Matteo Berrettini. Sul carattere, sulla gara, sulla voglia di riprendersi la Coppa, 45 anni dopo Santiago. Che Panatta, Pietrangeli, Barazzutti e Bertolucci siano in città in questi giorni – domani al Torino Film Festival presenteranno il documentario «La squadra» sull’avventura in Davis del ’76 – è un dettaglio, una cabala della memoria che agevola il sogno. Ma forse ieri, all’ombra di quel ricordo, è nato qualcosa di importante. «Gli italiani avrebbero battuto chiunque al mondo», afferma il capitano Mardy Fish. Contro i giganti Opelka e Isner, 4 metri e 20 in due, non c’è stata storia, eppure “Filo” Volandri, lui stesso al debutto sulla panca, aveva schierato due esordienti. Lorenzo Sonego nel match fra i numeri 2 è entrato in campo direttamente dal microonde di casa sua, trecento metri dal Pala Alpitour. Ha tremato sull’unica palla break concessa in tutta la partita a Reilly Opelka – sul 3 pari del primo set – poi ha chiuso 6-3 7-6 in un’ora e mezzo scarsa, il 100 per cento di prime palle piazzate nel tie-break in faccia a Reilly, il babau del servizio. Jannik Sinner all’altro pivot Isner – onestamente un po’ brasato: ma perché Fish non ha schierato Tiafoe? – ha lasciato due game, 6-2 6-0. Una dimostrazione di superiorità assoluta, la peggior sconfitta in carriera di Isner e, anche se Jan non lo ammetterebbe neanche sotto minaccia di tagliargli il ciuffo ribelle, una camera con vista Insalatiera prenotata per Madrid. «Non ti puoi mai aspettare partite facili – dice – e contro la Colombia (oggi alle 16, ndr) sarà difficilissima: perché tutti si aspettano una vittoria. Però è vero che siamo una squadra di grandi giocatori, e lo saremmo ancora di più se Matteo fosse con noi. Io, Sonego, Musetti, Fognini possiamo giocare in singolare, fare cambi in base agli avversari, l’esperienza di Fabio e Simone aiuta molto noi giovani. È un gruppo nuovo ma unito, onesto, ci sosteniamo. E abbiamo una mentalità vincente. La maglia azzurra? È bellissima, blu e con lo scudetto, alla vigilia l’ho provata per vedere come mi stava. Poi da piccolo guardavo in tv la squadra italiana che giocava in Davis, ora ne faccio parte, è un grande onore, questa vittoria la metto fra le top tre di quest’anno». Fare programmi senza certezze è un esercizio pericoloso, ma se oggi batteremo la Colombia lunedì nei quarti potremmo trovarci una Croazia abbordabile, e in semifinale, venerdì a Madrid, forse la Svezia dei non irresistibili fratelli Ymer. «No, previsioni non ne faccio», dice Jannik. «Bisogna vivere nel presente, ma è chiaro che alla Coppa ci pensiamo. Siamo qui per quello, non certo per partecipare»

Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Della Coppa Davis, in Colombia, interessa il giusto: per utilizzare una battuta piuttosto scontata, il tennis da quelle parti è un caffè piuttosto ristretto. C’è stato, è vero, un torneo Atp a Bogotà per tre anni (fino al 2015) e resiste ancora quello femminile, ma come dice Alejandro Falla, capitano della squadra che affronteremo oggi pomeriggio, «il nostro sport da noi ha numeri molto piccoli, perciò è un onore essere qui per la seconda volta (i Colombiani disputarono le Finals anche nel 2019, ndr), la Davis è qualcosa di molto grande per la nostra federazione, speriamo che questa visibilità serva a incassare qualche soldo da investire sui giovani». Coppia regina Eppure, malgrado si muova da sempre alla periferia dell’impero delle racchette, la Colombia da qualche anno sta regalando al circuito una delle coppie di doppio più forti di quest’epoca: Juan Sebastian Cabal e Robert Farah nel 2019 hanno vinto Wimbledon e Us Open, approdando al numero uno della specialità (adesso sono decimi) e continuano a rappresentare il più solido fondamento delle speranze degli altri «Cafeteros» e la ragione per cui non bisogna comunque sottovalutare l’incrocio odierno, visto che nel format attuale il doppio ha un peso specifico enorme. Più che compagni, Cabal e Farah sono quasi fratelli: si conoscono da quando hanno sette anni e cominciarono ad affrontarsi nei tornei giovanili. In realtà Robert non è colombiano, bensì un libanese nato in Canada ed emigrato a Cali con i genitori nel 1990. A furia di sfidarsi e vincere tutto a livello juniores in patria, hanno cementato un’amicizia indissolubile, ma entrambi sarebbero stati destinati a cambiare passione sportiva se un bel giorno l’amministratore delegato di Colsanitas, la più grande compagnia assicurativa sanitaria del paese, non avesse finanziato la nascita di un’accademia per far allenare insieme tutti i migliori prospetti della nazione. Nel 2006 Farah si trasferisce negli Stati Uniti per giocare al college e la coppia, costituita appena un anno prima, si separa: entrambi proveranno l’avventura da singolaristi, arrivando in top 200. Nel 2010, però, si ritrovano definitivamente e la strada è segnata, perché vincono i primi tre tornei disputati (due Futures e un Challenger) . Da quel momento la loro diventerà un’ascesa impetuosa: «Siamo sempre stati molto competitivi e quando ci affrontavamo in singolare era sempre una sfida all’ultimo sangue. Così abbiamo unito le forze». Nel 2020 Farah scampa una squalifica per doping (anabolizzanti) dimostrando che la contaminazione era avvenuta attraverso una bistecca adulterata. Solo verdura Un guaio che il miglior singolarista colombiano, Daniel Galan, elemento interessante che sta flirtando da tempo con la top 100 (è 111, ma a inizio novembre era 102, best ranking) e con un fisico da tennista moderno (è 1.91), avrebbe decisamente evitato. Il nativo di Bucaramanga, infatti, è stato il primo giocatore (insieme a Djokovic) a dichiararsi completamente vegetariano. Una scelta che nasce dai genitori, Santos e Doris, entrambi pallavolisti di buon livello (il padre, tra l’altro, è ancora oggi il suo allenatore) che abbandonarono la carne lui all’università e lei per problemi di salute: quando si sono sposati, hanno trasmesso il messaggio ai figli. Daniel è il minore di quattro, tutti tennisti: prima di lui, il migliore era stato Sat, numero 650 nel 2007. Giocatore solido, Galan quest’anno ha affrontato due volte Sonego (a Miami e a Wimbledon) perdendo sempre ma dopo battaglie combattute. Capitan Falla ci punta: «In Davis si esalta e sicuramente tirerà fuori il meglio. Siamo sfavoriti, ma perché non crederci». O scommetterci un caffè

Sonego: “La partita più bella della mia vita” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Non era successo nemmeno al chitarrista rock John MCenroe. Di trionfare ballando su una propria canzone. Sonny ha ora un record mondiale. […] E in più dall’amplificatore esce “Un solo secondo” Sonny carica ancora la Ia folla. Lorenzo, cosa significa questa vittoria così netta contro Opelka? «Sicuramente è la partita più bella della mia vita. Io vivo a duecentometri da qui, mi alleno al Circolo della Stampa Sporting. Mi sono goduto ogni singolo attimo, dall’ingresso in campo alla fine. Emotivamente il miglior momento della mia carriera il pubblico mi esalta». Davvero nemmeno un po’ di nervosismo? «No, ero rilassato perche siamo un gruppo unito, si vince e si perde tutti assieme. Ero carico a mille, nessuna pressione, volevo soltanto divertirmi. Giocare a Torino è stato un sogno realizzato Ero davvero felice e avevo buone sensazioni. Poi mi piace giocare per la squadra». Cosa temevaa di Opelka? «Per la risposta, ho ascoltato i consigli di capitan Volandri, lui è stato un grande giocatore e ha sempre risposto bene. Opelka non ti dà mai ritmo. Magari non risponde per tre giochi, poi tira due vincenti consecutivi, non sai cosa aspettarti. Il punto in cui ho annullato la palla break è stato molto importante, sapevo di dover commettere pochi errori, di di doverlo spostare, muovere per il campo. Ho provato a giocare tutti i punti, anche quando ero sotto 40-0, per Cercare di togliergli sicurezze. Ha funzionato.». Il gioco è stato impressionante per solidità e lucidità, due palle al corpo del macchinoso Opelka. «Al cambio campo hanno fatto ascoltare la mia canzone, “Un solo secondo’; mi ha caricato ancor più. Mi ha fatto sorridere. Da li è diventato tutto più facile. Ho risposto bene. Lui mi ha anche commesso un doppio fallo, perché si sentiva sotto pressione, visto che rispondevo E il pubblico mi ha dato una grande mano». Quando ha saputo da Volandri che avrebbe giocato? E chi ha chiamato? «Ieri sera, ci tenevo tantissimo, non vedevo l’ora. Ho pensato subito dee avrei do- vuto concentrarmi su ogni punto. Ho chiamato subito mamma, la fidanzata, gli amici. I biglietti non mi sono bastati, avrei voluto portare qui con me tutti quelli che conosceva l’ ho fatto idealmente. Una volta in campo mi ha anche aiutato vedere che riuscivo a rispondere». Non ha potuto indossare la maschera granata del Torino «Sono obbligato a mettere le FP2 altrimenti l’avrei portata di sicuro». Vivere l’atmosfera delle Nitto Atp Finals in città, poi la Davis in campo è staia d’aiuto? «Quella settimana mi ha caricata in modo incredibile, vedere oltre alla cita il Pala Alpitour ilvpubblico scaldarsi per i miei compagni. Venire qui mi ha aiutato. E da quando Matteo si è infortunato e mi ha detto che non ce l’avrebbe fatta, mi sono preparato mentalmente a giocare. Volandri avrebbe potuto scegliere Lorenzo Musetti o Fabio Fognini, siamo una squadra molto forte,ma io non potevo permettermi di non farmi trovare pronto. Alla fine ho esultato, urlato e ho guardato gli spalti incrociato gli occhi di amici mia, fidanzata Vederli emozionati mi ha reso felice. Vedere il mio allenatore Gipo Arbino commosso alle lacrime mi ha riempito il cuore». Si è sentile con Berrettini alla vigilia? «Con Matteo siamo amici, ci sentiamo sempre, anche ieri mi ha scritto. Spero si rimetta presto, merita di vivere queste emozioni speciali. Ha un modo di proporsi, un atteggiamento unico, oltre ad essere un campione. Vederlo a terra durante la partita con Zverev alle Finals mi ha devastato. Mi sono immedesimato. Questa vittoria è dedicata anche a lui». La semifinale a Roma e il successo a Torino da debuttante azzurro. Ripensa al percorso? «Sono partito dal basso. Avevo meno qualità di altri e ho dovuto lavorare ancora di più, viaggiare sempre per fare esperienze, grazie all’aiuto della Fit. Cercherò di raggiungere anche le Finals. Non sarà facile ma lavoro per crescere ogni giorno».

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