Next Gen ATP Finals, un torneo che odora di giovane e fresco. Show godibile, più pregi che difetti. Qualità tecnica indubbia

Editoriali del Direttore

Next Gen ATP Finals, un torneo che odora di giovane e fresco. Show godibile, più pregi che difetti. Qualità tecnica indubbia

MILANO – Se Korda e Alcaraz sono già quasi campioni oggi, almeno tre degli altri lo diventeranno. La dolente nota di Sinner fuori dai top-ten

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Lorenzo Musetti - Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals 2021 (via Twitter, @nextgenfinals)
 
 

Dopo due giorni vissuti all’interno del Next Gen all’Allianz Cloud ammirando alcuni campioni del domani con la sensazione che almeno un paio lo siano quasi già oggi, Alcaraz e Korda su tutti, provo a trasmettervi qualche altra impressione.

Comincio dall’ex Palalido. È un palazzetto per certi versi fantastico, una chicca, direbbero i ragazzi. E per altri inadeguato. Ma la percezione cambia a seconda che uno ci vada per vedere giocare a tennis, gli spettatori quindi, e chi invece ci debba lavorare o passare 12 ore. La priorità è il pubblico che paga. E non poco, perché i biglietti sono carucci assai. Però il modo in cui si vede il tennis è splendido e se i tennisti sono all’altezza, come stanno quasi tutti dimostrando in questi giorni, lo spettacolo vale il prezzo del biglietto. Almeno mi pare. Anche perché i match sembrano accorciati dalla regola del set che si chiude alla conquista del quarto game, anziché del sesto, ma alla fine trattandosi di match tre set su cinque, le partite durano più o meno come quelle tradizionali, salvo che un giocatore domini in 3 set. Ma vere passeggiate vincenti per ora non mi sembra di averle viste, neppure quando Alcaraz appariva decisamente (ma non così nettamente), più forte dei due avversari finora incontrati.

Il match assolutamente godibile lungo 5 set tra Lorenzo Musetti e Hugo Gaston e vinto dal toscano in un susseguirsi di emozioni, di scambi e colpi assolutamente straordinari, è durato 2 ore e 33 minuti, è stato super godibile e un bellissimo spot per il tennis. Fortunati coloro che lo hanno vissuto dal vivo all’Allianz Cloud – salvo magari quelli che avevano posti dietro all’ingombrante seggio dell’arbitro; perché non studiarne uno trasparente? – ma privilegiati anche coloro che si sono sintonizzati sui vari canali tv che lo hanno trasmesso fino ai dintorni di mezzanotte.

 

Prima di accennare al tennis giocato, va fatta una necessaria premessa: questo è un torneo giocato da giovani e pensato con un approccio decisamente rivolto ai giovani. Si giustifica, anzi si apprezza perfino, il disc jockey a bordo campo, gli annunci e la musica a palla che farebbero accapponare la pelle agli spettatori del Queen’s, la cui ambientazione è ancora più chic di quella di Wimbledon, ma d’altra parte è il club della Regina. Il pubblico, specie in queste prime giornate, probabilmente grazie anche al coinvolgimento di scuole e di circoli, è in gran parte fatto di giovani. E giovanissimi. I ragazzini ne sono entusiasti e potendo muoversi da una parte all’altra dell’impianto anche quando al piano basso i giocatori scambiano missili, corrono da una parte all’altra per raggiungere bar, toilettes, amici, senza in realtà disturbare più di tanto. Non ho l’impressione che i giocatori se ne accorgano. Le tribune sono allestite in modo tale che quelle corse a volte sfrenate dal basso non si vedono. E gli spettatori più anziani accettano quelle novità – che come sapete non sono le sole – con rassegnata condiscendenza. Senza lamentarsene troppo.

Personalmente mi pare di rivivere certe atmosfere da me scoperte a Bondi Beach per il primo torneo olimpico (anno 2000, Giochi di Sydney) di beach-volley che ebbi la ventura di seguire prima di quelli di Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012 (magnifica la location londinese accanto all’Horse Guard Parade, la piazza delle Guardie a cavallo vicino Westminster, Lupo e Nicolai divennero i miei eroi), Rio 2016 (l’Arena de Volei de Praia lungo la spiaggia di Copacabana, e ho detto tutto), mentre allo Shiozake Park nella baia di Tokyo quest’anno non sono andato perché pur avendo i giapponesi fatto trasportare 3.500 tonnellate di sabbia dal Vietnam, l’idea che non ci fosse il pubblico e l’atmosfera gioiosa delle precedenti Olimpiadi me ne hanno tenuto lontano.

Scusandomi per la digressione vorrei soffermarmi sull’eccellente coreografia del NextGen. Ne godono certamente gli sponsor, il title sponsor Intesa Sanpaolo in primis, perché la cartellonistica digitale (ma si chiama così?) grazie anche a una fantastica grafica, è visibilissima e direi perfino bella. Dai piccoli riflettori che fanno risaltare sulla rete il logo di Emirates, dalle panchine illuminate dei giocatori ai cambi campo con il logo delle BMW a fianco delle ghiacciaie della Valmora – e per dar conto della velocità dei servizi che viaggiano quasi sempre intorno ai 190/200 km orari (e anche più), beh, mi pare giusto che lo sponsor sia BMW che non punta a vendere più modelli sportivi che non utilitarie da centro cittadino con il divieto di superare i 40 km – all’immancabile Rolex che scandisce il tempo, al castelletto di palle Dunlop vicino al seggio dell’arbitro, insomma siamo arrivati a un livello di comunicazione commerciale ai limiti dell’insuperabile.

Strano che non abbia trovato sponsor ancora lo shot clock per il rispetto della regola dei 25 secondi, mentre ho visto con un po’ di ritardo che c’è Valmora anche sulla zona asciugamani che ha avuto il grandissimo merito di costringere anche i giocatori più viziati ad andarseli a prendere da soli – almeno qualcosa di buono l’orribile Covid ci ha portato – evitando quell’odiosa umiliazione a ragazzini e ragazzine raccattapalle che dovevano porgerli tutti sudacchiati anche dopo il primo 15 di un match. Uno sconcio cui si è finalmente posto fine. Anche se poi si è subito approfittato della neonata zona asciugamani per farla diventare area coaching: i tennisti vanno a prendersi l’asciugamano e lì dietro ci sono i coach a dispensare consigli, senza più quell’americanata delle cuffie degli anni passati. Ma senza nemmeno costringere gli allenatori a lisciarsi i baffi per suggerire un attacco (penso a Ion Tiriac), a fare un segno con la testa a destra oppure a sinistra per dire dove servire (penso a Mouratoglou), a toccarsi il naso per dire non so più cosa (e penso a tutti).

Giusto, non giusto? Non saprei: di certo è un’opportunità di visibilità in più per i coach. Ma sarà sempre conveniente per loro? Ne ho conosciuti alcuni, anche italiani e non faccio nomi, che molto più di “Dai, Forza, Fiducia!” non sembravano saper dire. Vero che il coaching è ufficialmente ancora sanzionabile nel circuito maggiore. Mi ha riferito il telecronista di Sky Pietro Nicolodi che però lassù in alto in cabina tv non arrivava il suono del campo, dell’impatto delle palle sul piatto corde, né le parole dei coach ai loro assistiti. Beh, questi non sono dettagli che dovrebbero sfuggire agli addetti (i tecnici) ai lavori. Magari da oggi in poi avranno rimediato.

Chissà che il NextGen non sia stato il… cavallo di Troia per introdurre il coaching anche per il tennis maschile, come già esiste per quello femminile. Anche se altre regole “trasferibili” maggiormente prioritarie a parer mio dovrebbero essere quella di un solo MTO (Medical Time Out e con minutaggio limitato; se qualcuno si è procurato un infortunio così grave da stare fermo dieci minuti sul campo o negli spogliatoi, pazienza, sfortuna, non è sempre detto che the show must go on) e soprattutto un solo toilette-break cronometrato e regolamentato (tenendo conto della distanza del campo dal bagno).

Mi piace anche “l’occhio di bue” che illumina costantemente la scritta Milano a fondo campo, un paio di metri oltre la riga. Mi pare che non ci sarebbe stato male accanto anche l’anno, 2021. Perché se fra qualche anno si mostreranno le immagini di qualche protagonista, di qualche scambio bellissimo – e in questi primi giorni ce ne sono stati parecchi – sarebbe meglio che si sapesse a quale anno si riferivano. E sono certamente coinvolgenti anche le scritte che appaiono a bordo campo, e che avevo visto per la prima volta forse alla 02Arena di Greenwich per la prima delle 12 ATP Finals di Londra: ace, breakpoint, setpoint, matchpoint, scandite da suoni tambureggianti, e non le ricordo nemmeno tutte, ma compaiono quelle che ricordano la situazione di punteggio, il punto no-ad, certe regole che possono risultare sconosciute al grande pubblico. Quello presente sulle tribune, quello sul divano di casa davanti alla tv.

Un discorso a parte merita l’acustica. È massimamente coinvolgente per certi versi: invece che 2.000 spettatori sembra ce ne siano 20.000, un piccolo Maracanà. Bello, applausi, standing ovation, atmosfera allegrissima, davvero giovanile. Però per tutto ciò che sono le interviste sul campo ai giocatori a fine partite, fatte di solito da Diego Nargiso, in quattro quinti dell’ex Palalido non si sente nulla. Arrivano suoni rimbombanti e indistinguibili. Ovviamente se a parlare è Musetti ci si può raccapezzare improvvisando un puzzle di frasi, ma per gli stranieri – di sei nazioni diverse – l’ascolto è solo ricco di suspense e frustrazione.

Qualche telespettatore mi ha scritto lamentandosi per la scarsa visibilità delle palle, soprattutto nelle traiettorie dei servizi esterni perché ci sarebbe una rifrazione della luce che crea un’area non ben definita nei contrasti fra palla e superficie. In effetti ho constatato che due zone impercettibilmente illuminate in modo diverso ci sarebbero. Però per quel che si vede a casa non saprei: può anche essere che dipenda però dalla minore o maggiore definizione dei vari apparecchi televisivi.

Sulle linee elettroniche e la scomparsa “umana” dei giudici di linea mi sono espresso in uno dei miei videoaneddoti pubblicati nella rubrica “Sottorete” che potete trovare sul sito di Intesa Sanpaolo. Sono una dozzina e racconto un po’ di tutto, lungo gli oltre 40 Masters di fine anno (o ATP Finals che dir si voglia) che ho seguito dal 1970 al… prossimo a Torino.

Ieri sera anche l’elettronica una volta ha combinato uno scherzetto: una voce metallica ha “sparato” con so quanti decibel un “out” in un momento in cui la palla volteggiava a mezzo campo. Si è fermato il gioco, naturalmente, e si è ripreso come quando nel calcio l’arbitro viene colpito da un pallone. No problem. Succede anche alle migliori tecnologie di avere un momento di panne. Il tabellone segnapunti in alto che ripropone le fasi salienti di un punto appena concluso, un replay insomma, è utile e piacevole. Gli stessi giocatori lo guardano spesso, e non solo per sincerarsi nel caso delle close call se il loro colpo era effettivamente buono o fuori. Hugo Gaston lo guardava più degli altri. Spesso per i punti più belli e spettacolari. Più spesso per i propri vincenti. Quasi a compiacersene. So’ ragazzi. Come non capirli?

Ragazzi che giocano davvero bene. Tanti erano venuti all’Allianz Cloud attratti dalla presenza di Musetti e augurandosi un bis del miracolo Sinner. Ma è difficile, molto difficile che si ripeta. Già è stata complicatissima la vittoria su Gaston che gli ha giocato 1000 palle corte, com’era prevedibile, approfittando dell’abitudine di Lorenzo a rispondere e giocare da molto lontano. Però ieri sera ha cercato di stare più vicino e certe risposte anticipate di rovescio lungolinea sui punti dispari nel finale del match sono state da “strappa-applausi”.

E con Korda è dura, durissima, perché Korda mi è sembrato il meno di junior di tutti i partecipanti. Infatti con i suoi 21 anni è il più anziano. Ed è anche il più solido. Sbaglia pochissimo. Mentre gli altri, compreso il fenomenale Alcaraz – l’altro tennista più atteso e più “vendi-biglietti” – alternano colpi altamente spettacolari e così difficili da apparire improbabili, a non pochi regali di gioventù. Però è un tennis fresco, rischioso come è giusto che rischino i giovani più incoscienti. Però è il loro bello. È un torneo giovane giocato da giovani e si vede. Ma è piacevolissimo spettacolo, davvero. Ho visto scambi incredibilmente spettacolari, prolungati, da alzarsi in piedi alla fine. Meglio di molte partite del vero ATP Tour. Non so se sia anche la formula a favorire questo genere di show.

Il punto no-Ad, ad esempio, indubbiamente crea grande attenzionalità. Certo io appartengo alla generazione dei vantaggi, dei dieci breakpoint in un game, quindi faccio fatica ad adeguarmi, però per questo torneo anomalo ci può stare. Anche se a un certo punto l’ATP dovrebbe forse decidere se interrompere quegli sperimenti che poi non si sente di adottare. Proprio per restituire la massima credibilità tecnica a questa manifestazione di cui non si conosce il futuro. La si giocherà ancora l’anno prossimo? E a Milano oppure a Torino dove si potrebbero fare economie di scala? Prima o poi ce lo faranno sapere. Meglio prima no?

Parlando infine del livello tecnico del torneo direi che le prime tre edizioni parlano per esso: dei 21 partecipanti degli anni 2017, 2018 e 2019, otto sono approdati fra i primi 10 del mondo. Non solo Sinner che purtroppo ne è appena uscito ed è stato n.9 sia pure per una sola settimana fin qui – una brutta notizia che commento dopo – ma Medvedev che è n.2, Tsitsipas che è stato n.3, così come Rublev n.5, Khachanov e Ruud n.8, Hurkacz n.9, Shapovalov n.10. Ci sarebbero poi due tennisti, Zverev n.3 e Berrettini n.7, che alle NextGen non hanno giocato e il tedesco venne per giocare soltanto un’esibizione dal momento che la settimana successiva doveva giocare le ATP Finals a Londra – e sappiamo come le giocò – mentre Berrettini perse al primo turno da Baldi (allora n.459 ATP) nel torneo dello Sporting Milano 3 che doveva assegnare una wild card a un italiano.

Se Korda e Alcaraz sono già quasi campioni oggi, e li vedo probabilissimi top 10 (nel caso dello spagnolo se dico top-3 sbaglierò?) almeno 4 degli altri 6 partecipanti milanesi, secondo me hanno la qualità per entrare fra i top 20 e magari più su. Penso (mi auguro non sia soltanto una speranza) al nostro Musetti che certo sarebbe stato maggiormente favorito da un circuito ATP che avesse un maggior numero di tornei sulla terra battuta. Penso a Baez che non conoscevo abbastanza e che mi ha molto impressionato anche per intelligenza tennistica oltre che per una agilità pazzesca: ogni tanto sbarella di dritto, ma può arrivare a fare quel che ha fatto Schwartzman. A rete mi sembra già oggi superiore, anche perché ci va quasi sempre con una perfetta scelta di timing.

Penso a Rune: ragazzi è classe 2003 e vince già a Bergamo. Vi ricorda qualcuno?. Ha personalità da vendere e puro talento. Il suo primo set contro Alcaraz lo ha dimostrato anche a chi non lo aveva visto altrove. Penso a Gaston che ha un talento degno di Santoro e gambe infinitamente superiori. Un pochino meno mi entusiasma Nakashima e ancor meno Cerundolo, ma quando si scrive di giovanissimi gli errori nelle previsioni sono dietro l’angolo. Sono troppi i fattori imprevedibili nella crescita, nella costruzione tecnica di un giocatore. Il talento nel colpire la palla è solo un fattore, ma ce ne sono tanti altri.

Insomma chapeau a questo torneo NextGen inaugurato quattro anni fa nel quasi generale scetticismo e poi invece decollato tecnicamente a ottimi livelli. Che poi i giornalisti siano confinati in un bunker, tipo catacombe, difficilmente vivibile e con connessioni telefoniche quasi impraticabili, senza altro che le bottigliette d’acqua della Valmora (meno male!) e pochi paninucci pochissimo appetitosi e comunque in quantità miserrime (alle 13 sono finiti per tutto il giorno e si sta a lavorare sulle partite serali fino a dopo mezzanotte: l’unica è andare all’Esselunga a 600 metri di quei, oppure imbottirsi di hotdog nei 2 minibar dell’Allianz Clud o a quella tenda da stadio fuori del palasport) e comunque interessa solo a noi e non vale neppure la pena di chiedere per il futuro un pochino di maggiore attenzione anche ai problemi di chi debba comunicare all’esterno il torneo. La logistica forse non consente granché di meglio ed è chiaro che la priorità venga sempre assegnata a chi investe soldi e ha necessità di utilizzare il torneo e gli spazi migliori per operazioni di pubbliche relazioni. Accade ovunque. Con l’ATP che ti scrive papale papale che “ricevere un accredito non è un diritto, ma un privilegio”. Bei tempi quelli nei quali invece gli organizzatori quasi ti imploravano perché tu “coprissi” un torneo. Era quando non tutto veniva dominato dalla tv e chi scriveva fin da giorni (e anche mesi) prima di un torneo veniva corteggiato perché la promozione a mezzo stampa veniva considerata assai diversamente. Il torneo si considerava privilegiato dalla presenza non virtuale della stampa. Per comunicare meglio il torneo, per vendere i biglietti, per valorizzare in anticipo la presenza degli sponsor.

Restando in termini comunicazionali accenno alla dolente nota proveniente da Stoccolma. La sconfitta di Sinner con Murray, e la conseguente uscita di Jannik dai top-ten, non cambierà la vita del tennista altoatesino. Che peccato però!

Però a livello comunicazione sciupa un pochino quello che ci sarebbe piaciuto scrivere per tutti i prossimi giorni fino all’Australia (salvo che Sinner riesca a giocare un match e a far punti a Torino dove, come sapete, è la prima riserva). Però mi sa che difficilmente potremo dire ancora che l’Italia chiude il 2021 con due top-ten. A pensarci bene i soli che forse non se ne lamenteranno troppo saranno gli sponsor. E Sinner ne ha tanti, tantissimi. I bonus previsti dal suo management per un top-ten a fine anno, non saranno stati modestissimi. Almeno credo. Ci hanno guadagnato loro, gli sponsor, ci ha rimesso quindi Sinner, e i suoi agenti che viaggiano a percentuale, ma credo che quella economica sia l’ultima delle sue preoccupazioni.

Chiudo con lo scenario della NextGen a conclusione della seconda giornata. Nel gruppo A Alcaraz è già qualificato per le semifinali. Il vincitore di Nakashima-Rune sarà il n.2 del Gruppo A. E ha vinto Nakashima, nonostante il tifo della maggior parte dei ragazzini fosse per il più giovane danese, 18 anni contro 20, 3-4 (3),4-1-4-1,4-3 (1)Per il gruppo B tutto molto più complicato: sette possibili situazioni!

  • se Korda batte Musetti e Gaston batte Baez, Korda sarà n.1 del gruppo e Gaston n.2
  • se Korda batte Musetti e Baez batte Gaston, Korda sarà n.1 del gruppo e Baez 2
  • se Musetti batte Korda e Gaston batte Baez, Musetti sarà n.1 del gruppo e Korda n.2
  • se Musetti batte Korda in 3 o 4 set e Baez batte Gaston in 3, Baez vincerà il gruppo e Musetti sarà n.2
  • se Musetti batte Korda in 5 set e Baez batte Gaston, Korda vince il gruppo e Baez è il qualificato n.2
  • se Musetti batte Korda in 3 set e Baez batte Gaston in 4 o 5 set, Musetti vince il gruppo e Korda sarà il n.2
  • se Musetti batte Korda in 4 set e Baez batte Gaston in 4 o 5 set, Korda vince il gruppo e Baez si qualifica come numero 2.

Piaciuto il rompicapo?

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ATP

Roland Garros: a Wimbledon senza Medvedev e Zverev, a New York senza Djokovic, l’avversario di Rafa Nadal per il Grande Slam è il piede?

Se guarisce, Rafa Nadal vincerà tornei sui campi rossi, due set su tre, per almeno due anni. La sua superiorità? In 7 finali su 14 non ha perso un set e in ciascuno dei 21 set, in media, meno di due games e mezzo

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Clicca qui per i commenti di Ubaldo Scanagatta alle finali del Roland Garros 2022

A distanza di tre secoli dal più grande re della sua storia, Luigi XIV, la Francia del tennis oggi celebra il re spagnolo della terra battuta, Rafa XIV, il quale dopo il 14mo trionfo sul Philippe Chatrier potrebbe dire, parafrasando il motto di Re Sole “L’Etat, c’est moi!”, “Le Roland Garros, c’est moi!”.

Nonostante un piede che ha raccontato di aver dovuto anestetizzare per poter scendere in campo, dopo che a fine match del secondo turno contro Corentin Moutet era tornato in albergo zoppicando così vistosamente da pensare al ritiro, Rafa Nadal ha dominato l’ennesima finale della sua leggendaria storia parigina cominciata con la prima incoronazione nel 2005 e dipanatasi in 14 trionfali capitoli, sette dei quali con un avversario costretto ad inchinarsi al suo cospetto in soli 3 set, come è successo anche a Casper Ruud, il primo vichingo norvegese capace di centrare una finale d’uno Slam.

 

Mai nessuno in finale, neppure uno dei suoi più grandi rivali, Federer e Djokovic (il primo sconfitto in ben 4 finali, il secondo in 3) è riuscito a trascinarlo al quinto set. Quelle altre sette finali che non ha vinto in tre set, Rafa le ha infatti vinte in quattro. Senza rischiare mai nulla. Dominandole tutte, tanto che si fa fatica a ricordarne una particolarmente combattutaForse quella del 2006 contro un Federer che ancora si illudeva di poterlo battere su questi campi: 1-6, 6-1, 6-4, 7-6(4). Le ho viste tutte e credo di ricordarmele piuttosto bene, ma una finale davvero combattuta che desse l’impressione di una possibile sconfitta di Rafa non riesco a ricordarla.

Nelle sette finali vinte in tre set Rafa ha letteralmente bastonato tutti in modo impressionante: a cominciare da Federer (lasciandogli 4 game in tutto nel 2008),  Djokovic (7 game nel 2020), Wawrinka (6 game nel 2017), Ferrer (8 game nel 2013), Thiem (9 game nel 2018), Soderling (10 game nel 2010). E ieri la settima vittima in 3 set è stato Ruud (6 game raccolti). Ha concesso in queste sue vittoriose passeggiate finali in 3 set un totale di 51 game in 21 set: la media è 2,42meno di due game e mezzo a set. Pauroso, Formidabile. Fenomenale. Gli aggettivi sono già stati usati tutti. Ciascuno metta quello che più gli aggrada. D’altra parte soltanto 22 sue partite su 113 non sono finite in tre set, come è invece accaduto per più dell’80% dei suoi match.

Ieri in un match così a senso unico da risultare fortemente noioso, privo di ogni suspense tranne che per  quel brevissimo “nanomomento” in cui Ruud è stato avanti 3-1 nel secondo set, ma quasi si fosse pentito di cotanto ardire ha immediatamente ceduto il proprio servizio e perso 11 game di fila, confesso che pur avendo cercato di tenere tutti i punti e tutti i dettagli come sempre – all’insegna del “non si sa mai” – mi sono invece perso il conto degli sbadigli dei miei vicini di postazione nella piccionaia della tribuna stampa.

Confesso anche di aver scambiato all’inizio i reiterati, e bruttissimi, “Ruuuuud, Ruuuuud, Ruuuuud!” del pubblico che non sapeva come svagarsi al di là dei meritati osanna ad ogni dritto vincente del Toro di Manacor, per dei “buuuuhbuuuuh” che sulle prime proprio non mi spiegavo.

Insomma la colpa del mancato spettacolo non era davvero di Nadal, e neppure dell’impotente Ruud che si è visto indirizzare il 75 per cento dei colpi di Rafa sul rovescio e sopra la spalla.

Non essendo dotato dell’anticipo di Djokovic e nemmeno di quello di Soderling 2009 – i due che lo hanno battuto al Roland Garros – Ruud faceva due passi indietro per colpire la palla all’altezza dell’anca e così facendo apriva il campo ai fendenti di Rafa. Nessuno ha mai battuto Rafa giocando da lontano. Il solo modo per tentare di batterlo è giocare continuamente d’anticipo. Ma Ruud non sa farlo.

Lui, il buon Casper, si è reso conto che non c’era storia da metà del secondo set e con lui la gente che sì, era tutta per Rafa e gridava “Rafà, Rafà, Rafà!”, ma avrebbe voluto assistere – accanto a Hugh Grant, Michael Douglas e altre star – anche ad un po’ di lotta che invece non c’è proprio stata. Gli applausi per i dritti uncinati di Rafa, ma anche per i rovesci in spettacolare giornata di grazia, si susseguivano con insistente frequenza, ma l’entusiasmo non poteva essere quello delle battaglie del maiorchino con Aliassime e Djokovic (oltre 4 ore ciascuno) e con lo sfortunatissimo Zverev (3 ore per due set neppure conclusi).

Così il boato più alto non è stato quando Rafa ha trasformato il match point, ma quando ha detto: “Non è facile, e non so cosa succederà nel futuro, ma lotterò per continuare ancora”.

Chi temeva il suo ritiro – dopo che in mattinata si erano sparse le fake news di cui abbiamo subito dato conto qui su Ubitennis non appena il media p.r. di Rafa, Benito Perez Barbadillo, le ha denunciate come tale – ha tirato un collettivo sospirone di sollievo. E l’altra fake news era quella che aveva garantito la presenza di Roger Federer.

Vedremo Rafa anche a Wimbledon, fra tre settimane? Io non credo sebbene le buone motivazioni non mancherebbero perché Rafa ha vinto per la prima volta i primi due Slam dell’anno, raggiungendo quota 22 con due Slam di vantaggio su Federer che appare fuori gioco e su Djokovic che non lo è. E’ quindi teoricamente per la prima volta in carriera in corsa per il Grande Slam. Inoltre è risalito a n.4 ATP. E poichè a Wimbledon non potranno esserci né Medvedev, per via del blocco ai tennisti russi messo in atto dall’All England Club, né il povero Zverev infortunato per chissà quanto, Rafa sarebbe testa di serie n.2 ai Championships in un tabellone che non vedrebbe in gara l’altro russo top-ten Rublev, ma avrebbe come immediate teste di serie alle sue spalle Tsitsipas che sull’erba non ha mai brillato e poi Ruud e Alcaraz che di certo come erbivori sono delle incognite. Quindi oggi come oggi Aliassime, Berrettini (che chissà in quale forma sarà), Norrie, Sinner (se si sarà rimesso…), Hurkacz, Fritz… insomma un parterre de roi assai poco reale.

Però, dopo aver io scritto tutto questo, non si può non tener contro di quanto ha detto Rafa: “Gioco con un’infiltrazione sul nervo grazie alla quale il piede viene addormentatoAltrimenti il dolore sarebbe insopportabile… e non solo per giocare, ma anche solo per camminare! Non avevo voluto parlarne prima del torneo, ma ora vi devo dire come stanno le cose”, ha detto il più anziano campione della storia open del Roland Garros, 36 anni e 2 giorni. Ha soppiantato un altro spagnolo, Andres Gimeno, che vinse questo torneo a 34 anni e 10 mesi.

Francamente oltre che un grande e vecchio campione, un grande e straordinario sportivo (“Non gioco per raggiungere nuovi traguardi, per vincere più Slam di Djokovic e Federer, anche se certo mi può far piacere… ma gioco perché amo il tennis e mi piace competere”) Rafa è certamente anche un grande uomoNon si può, anche per chi sia tifoso di Federer piuttosto che di Djokovic, non provare per lui infinita ammirazione.

“Ma ora basta così. O si trova un rimedio a questa situazione o io non far più quello che ho fatto qui a Parigi che per me è il torneo più bello del mondo. Rischio di non poter mai più camminare…” ha aggiunto lui che l’altro giorno aveva detto: “Preferirei perdere questo Slam ma avere un piede nuovo”.

Spero che i medici di Rafa trovino la soluzione per farlo giocare a Wimbledon…anche perché se lo vincesse potrebbe recarsi anche a New York, dove forse Djokovic non potrà partecipare. Sia chiaro che non è che io me lo auguri.

In questo momento, infatti, negli Stati Uniti non sembrano per nulla propensi a cambiare le misure che impediscono l’ingresso al Paese a chi non si voglia vaccinare. Insomma, considerato il campo di partecipazione a Wimbledon e poi forse anche a New York, le chances di conquistare il Santo Graal del tennis, il Grande Slam, potrebbero anche esserci per un Rafa improvvisamente sano.

Ma come essere ottimisti se tutti i dottori alternatisi al fianco di Rafa non hanno ancora trovato una soluzione in tutto questo tempo?

Nel frattempo lasciatemi ricordare che quando Pete Sampras conquistò il suo quattordicesimo Slam in tanti pensammo che sarebbe stato un record quasi insuperabile. Invece Rafa quei 14 Slam li ha vinti in un solo torneo, a Parigi. Sono più dei 9 Slam vinti da Djokovic in Australia, degli 8 vinti da Federer a Wimbledon.

Gli Slam sono 22 e i tornei vinti da Rafa 92 (di cui 63 sulla terra battuta): sono ancora lontani dai 103 di Federer, ma Federer è ormai un ex, anche se lo vedremo magari alla Laver Cup e poi per quello che potrebbe essere il canto del cigno nella sua Basilea. E per Rafa, da quel che si è visto in questo Roland Garros, con…un piede nuovo vincere un’altra decina di tornei sulla terra rossa nei prossimi due anni potrebbe essere tutt’altro che una mission impossible“Se fosse possibile adorerei continuare!” ha detto alla fin di questo torneo splendidamente organizzato – fantastiche le traduzioni in diretta delle interviste sul campo in due lingue, grandi le celebrazioni emozionati dell’addio di Jo Wilfried Tsonga e di Gilles Simon (“Ci abbiamo lavorato da febbraio” ha detto Amelie Mauresmo). Un torneo che ha registrato 613.500 spettatori (anche se l’US Open 2019 ne fece 737.000) con dei ricavi superiori ai 300 milioni di euro, con più di 40 milioni di spettatori davanti alle tv di tutto il mondo (erano 38 milioni domenica).

E se fosse possibile noi adoreremmo continuare a veder giocare Rafa Nadal. L’ho detto anche in un video su Instagram l’altra mattina quando dovevano ancora affrontarsi per la cinquantanovesima volta Djokovic e Nadal: un appassionato di musica non si stancherebbe mai di ascoltare Mozart e Beethoven. E uno di tennis di guardare Rafa Nadal, Novak Djokovic e Roger Federer. Speriamo durino il più a lungo possibile. E ad maiora.

Grazie a tutti di averci seguito con quasi 4 milioni di pagine visualizzate, sempre più di 100.000/120.000 visite con un picco di quasi 200.000 (193.000 e spiccioli). Grazie in particolare a chi ha collaborato in Italia, perchè quelli che erano inviati qua a Parigi hanno lavorato tantissimo, ma si sono anche divertiti di più…a seguire le gesta di Martina Trevisan, gli exploit di Camila Giorgi, i primi due set di Musetti contro Tsitsipas, i 5 set di Sonego e Ruud, il set fantastico di Sinner contro Rublev prima di farsi male (quanti rimpianti! Al posto di Ruud avrebbe potuto esserci lui, Jannik,  e forse si sarebbe difeso meglio…) e tante belle partite, di Djokovic e Nadal, di Nadal e Zverev, di Zverev e Alcaraz, di Zverev e Baez, di Alcaraz e Ramos Vinolas, di Rune e Tsitsipas, di Ruud e Rune, per citarne solo alcune. Ora comincia la stagione sull’erba e speriamo che Matteo Berrettini sia guarito del tutto e sia in forma come un anno fa.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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Editoriali del Direttore

L’opinione del Direttore Scanagatta sul “Caso del fisico malprotetto di Sinner , una gallina dalle uova d’oro su cui c’è anche, e forse soprattutto, una…battaglia del grano!”

Le dichiarazioni dell’ex fisioterapista di Sinner, Claudio Zimaglia, sui presunti errori della nuova gestione. I risvolti economici della decisione di Sinner

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Jannik Sinner - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ho letto l’articolo di Stefano Semeraro che giornalisticamente non fa una piega, anche se al team Vagnozzi-Vittur non avrà fatto certo piacere leggerlo. Hanno scritto cose abbastanza simili anche Federico Ferrero, che ha recentemente pubblicato un libro su e con Riccardo Piatti, il quale ultimo compare con una sua rubrica sulla rivista diretta da Semeraro, Il Tennis Italiano. Che quindi loro due abbiano informazioni, e magari indicazioni, di prima mano è certo.

Sicuramente l’ex fisioterapista di Jannik Sinner e del team Piatti, Claudio Zimaglia, è uno che sa fare il suo mestiere, sa quello di cui parla.

Se però sia stato giusto, e di buon gusto, rilasciare queste dichiarazioni certamente critiche sulla gestione del nuovo team che affianca Sinner, beh francamente non mi pare.

 

Soprattutto quando associa la partecipazione di Jannik a vari eventi, extra tennis e tennis (Dubai, Umago…) alla voglia di mettere fieno in cascina. Denunce e affermazioni che avrei evitato. Soprattutto da parte di chi lavora nel precedente team, ante-divorzio.

Se, come dicono e ripetono nel team Piatti, quel che a loro sta a cuore è il futuro di Jannik, il bene del ragazzo e il rapporto con il ragazzo cui dicono di voler immutato bene, beh avrebbero potuto dire queste cose a lui e non alla stampa (premesso che Semeraro fa inappuntabilmente il suo lavoro nel diffonderle se qualcuno lo informa in tal senso).

Non vorrei, invece, che sulla pelle di Sinner si facesse una guerra fra team perché si tratta di battersi per l’immagine di Jannik che è – e scusate l’espressione molto poco soft – una gallina che fa le uova d’oro.

Ha più sponsor Sinner – se si pensa che dalla sola Nike dovrebbe prendere la bellezza di 150 milioni di dollari per 10 anni (e quanti allora da Lavazza, Technogym, Rolex, Parmigiano Reggiano, Head, AlfaRomeo, Intesasanpaolo, e tutti quelli che  a memoria dimentico?)! –  che parlare per lui di contratti del valore di un miliardo di dollari non è fuori luogo.

Quali sono le percentuali su questi guadagni di un team, e quali erano? Il 30%? O anche solo il 20%?

Capirete bene che sono somme enormi che consentono di andare avanti a decine e decine di persone all’interno di un team super variegato, dal manager Lawrence Frankopan di Starwings in giù.

I soldi sono importanti quando sono tanti così e non si può escludere che in buona parte siano stati anche alla base del divorzio. Poi, in primis come in secundisci saranno state anche ragioni tecniche per arrivare al divorzio: a) la manifesta inferiorità tecnica e di varietà di schemi, palesata quando ci sono stati duelli con i top-fiveb) la volontà di affrancarsi da un team eccellente per certi versi ma forse invadente per altri, c) quella necessità di libertà, di respiro… che tante volte i figli avvertono anche nei confronti dei loro encomiabili genitori.

Non sono in grado, non conoscendo le meccaniche interne e le soluzioni prospettate e adottate dai due team in aperta concorrenza (tecnica e, ribadisco, economica) per sapere quale dei due team abbia più ragione sulla questione del fisico di Jannick e dei suoi infortuni.

Dall’esterno, e da quanto mi suggerisce chi invece conosce abbastanza bene le due situazioni dei due team – ed è persona che non ha interessi personali e di cui molto mi fido – direi che anche il team Piatti ha qualche responsabilità nell’aver fatto giocare Jannik tantissimo, torneo dopo torneo (sia pure per l’obiettivo ATP Finals, da un lato comprensibile), prima dell’Australia.

In pratica Jannik non avrebbe fatto allora i necessari richiami atletici, ma si è buttato nella nuova stagione un po’ all’impronta. È l’anno scorso, insomma, che si è allenato abbastanza poco, più che negli ultimi mesiE le conseguenze sono arrivate quest’anno.  

Che poi passare da avere un bravo fisio come Zimaglia, che conosce ogni cm del tuo corpo, a non averlo più, non c’è dubbio che si tratti di un bel cambiamento… Ci vuole tempo per adattarsi, va trovato qualcuno che sappia come prevenire futuri infortuni. È vero che Jannik non ha il fisico già formato di Alcaraz o di un Ruud, ma comunque – anche se ha una postura naturale che non lo aiuta e che non è facile da correggere– non è in prospettiva un atleta così fragile che non si possa lavorarci seriamente per costruirlo come un atleta fortissimo. C’è tempo, ha solo 21 anni.

Eppoi c’è da dire un’altra cosa sugli infortuni di Jannik. Il COVID e le vesciche non sono dei veri e propri “infortuni”. Semmai lo è questo del ginocchio e speriamo che non sia niente di grave.

Ma sono cose che possono accadere senza che ci siano necessariamente precise responsabilitàCi sono passati decine di giocatori, a tutti i livelli, e con alle spalle i migliori team fisio e medici. Quando fai un cambiamento così drastico come quello che ha fatto lui, è inevitabile che serva un po’ di tempo per riadattarsiSinner, dopotutto non sta andando male, ha perso solo da grandi giocatori, dimostrando di aver fatto progressi al servizio, nella varietà di schemi, gioco a rete, tendenza a servirsi delle smorzate. Serve più tempo per fare valutazioni più serie. Senza fretta. Se ha fatto bene a lasciare il team Piatti, se ha fatto male a passare al team Vagnozzi (e non magari a un terzo team o ad altro coach), solo il tempo ce lo dirà.

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Please Ash Barty, ripensaci, ritorna. Iga Swiatek non ha avversarie. Ci vuole almeno una grande rivale. Quanto a Nadal se non credete che fosse stanco…

PARIGI – Steffi Graf aveva Gabriela Sabatini e poi Arantxa Sanchez prima di Monica Seles. Dietro alla Swiatek c’è il vuoto. Tutte le altre giocano per il secondo posto

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Iga Swiatek - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il torneo femminile del Roland Garros è finito come tutti avevano previsto. Con la vittoria-passeggiata di Iga Swiatek, la dominatrice di quest’epoca post-Barty, con 58 set vinti e 2 persi, con l’ennesima finale, l’ottava, in cui le avversarie di media non vincono più di 4 game. Negli ultimi 58 set ne ha persi solo 2. Impressionante. Con 35 vittorie consecutive, la stessa striscia record di Venus Williams (senza contare le 74 di Martina Navratilova nell’84, e altre preistoriche, dalla Divina Lenglen in poi).

La vittima di turno, l’americanina Coco Gauff, ha finito distrutta, affranta e in lacrime sulla sua seggiolina, dopo aver rimediato un pesante 6-1, 6-3 senza storia, senza una minima suspence, e nonostante tutto il pubblico scandisse a più riprese il suo nome “Cocò, Cocò, Cocò!” che a Parigi non aveva fatto altrettanto furore dai tempi della Chanel, nella speranza di assistere a una parvenza di lotta. Che purtroppo nella finale a senso unico non c’è proprio stata.

D’altra parte Coco giocava la sua prima finale, a 18 anni. Ha fatto quel che poteva, lei che non aveva perso un set in tutto il torneo. Ma non è stato granchè, purtroppo per lei e per lo spettacolo. Sono quasi certo che la vedremo impegnata in altre finali in avvenire, ma certo ieri ha un po’ deluso.

 

Giocherà altre finali sia perché dopo i 18 anni tutti migliorano, sia perchè il panorama del tennis femminile non sembra attualmente in grado di offrire grandi variazioni al dominio della ragazza polacca che è talmente più forte di tutte le sue avversarie da farmi ricordare i primi anni letteralmente dominati da Steffi Graf: il 1988 ad esempio… quando Steffi fece il Golden Slam, conquistando tutti i 4 Slam più l’oro olimpico a Seul. E i suoi Slam ve li ricordate?

 Iga è talmente concentrata sul tennis che di tutto il resto non si cura. Oppure conoscete forse un’altra ragazza che scopre come affrontare per la prima volta il problema del proprio make-up soltanto sei mesi prima del ventunesimo compleanno?

Lo ha confessato lei stessa, anche se le è certo capitato di apparire sulle “copertine” di diverse riviste, perché allora sono stati altri a occuparsi del trucco. D’altra parte il padre, ex canottiere, è un tipo molto severo, molto “strict” come mi spiegano i giornalisti polacchi Adam Romer e Miroslav Zukowski che vedo più spesso in giro per tornei, anche se di questi tempi i giornalisti polacchi che seguono il tennis si stanno moltiplicando – così come quelli norvegesi per via di Casper Ruud – dal momento che non c’è notiziario televisivo che non dia in continuazione, anche 10 volte al giorno, a cadenze di mezzora come fa la CNN, qualche notizia su Iga, ormai il personaggio sportivo più popolare polacco insieme al calciatore del Bayern Munich Robert Lewandoski (che era ieri al Roland Garros per vedere Iga: “Non sapevo che ci fosse…e meno male – ha detto Iga – avrei aggiunto stress a stress!”).

“Sono più che felice di questa vittoria e sono ancora più orgogliosa, perché ne 2020 pensai di essere stata fortunata, mentre stavolta sento che ho davvero fatto il lavoro che dovevo e me lo merito”.

Certo che se lo merita. Nessuna altra tennista si avvicina neppure lontanamente al suo tennis. Merito suo e del suo team, in cui il ruolo leader è esercitato dalla psicologa Daria Abramovich e nel quale, dopo 5 anni di brillanti successi con il coach Piotr Sierzputowski, si è improvvisamente proceduto lo scorso novembre fra lo stupore generale – tre giorni prima c’era Piotr accanto a Iga che riassumeva la sua annata 2021 – ad avvicendarlo con un altro noto coach, Tomasz Wiktorowski.

Questi era stato per 7 anni il coach di Agniewzka Radwanska _ ehi, se non faccio nemmeno un refuso è un miracolo!- e poi era diventato il direttore del torneo di Gdnynia, un WTA 250 che ora si sposterà su Varsavia e che appartiene al papà di Iga, Tomasz.

A quest’ultimo riguardo, con una famiglia di un tennista che diventa proprietario di un torneo, sembra un po’ di raccontare la analoga storia della famiglia Djokovic che, fra fratello Djordie e padre Srdyan gestiscono il torneo di Belgrado che io mi sono trovato a “coprire” da inviato recentemente: la sola differenza è che mamma Djokovic, Dayana, è ben presente al Novak Tennis Club, mentre la mamma di Iga, la dottoressa Dorota, da un lustro separatisi da Thomasz, da qualche anno è sparita completamente dal giro… Non la si vede da nessuna parte, non concede interviste, apparentemente si congratula con le vittorie della figlia solo via email, se devo dare credito alle mie fonti di informazione. Anche ieri Iga ha pubblicamente ringraziato il suo team e suo padre – che molto ha fatto per spingerla a giocare  a tennis, cercando ogni dove i finanziamenti necessari quando invece la madre era assai scettica, avrebbe forse preferito che studiasse… – ma non ha detto una parola riguardo a sua madre, quasi non esistesse. Strano no? Che sarà successo? Diciamo che sono fatti suoi e chiudiamola qui.

Invece non si può chiudere il fatto che questo dominio esagerato, eccessivo, di Iga, fa bene a lei, ma nuoce al circuito WTA, perché non ci sono alternative, non ci sono rivali in grado di impensierirla.

Le grandi rivalità sono il sapore di uno sport, di qualsiasi sport. Nel tennis maschile non sono mancate. Per non risalire alle calende greche nel tennis open ci sono stati Borg, Connors e McEnroe, Lendl, Becker e Edberg, Sampras, Agassi, Courier e Chang, finchè nel terzo millennium ecco Federer, Nadal e Djokovic (e pure, un gradino sotto, Murray e Wawrinka).

In quello femminile dopo la più grande rivalità per antonomasia fra le due extraterrestri Navratilova e Evert, ecco Graf, Sabatini, Sanchez e Seles, poi Hingis, le Williams, Mauresmo, Capriati, Henin, Clijsters, Sharapova. Altra roba.

Ash Barty e Iga Swiatek, ecco, questa sì che avrebbe potuto essere una grande, grandissima rivalità oggi. Ma purtroppo l’australiana ha deciso di fare la baby pensionata. E buonanotte allora se non sorgerà una nuova stella che finora non si intravede proprio. Ok, Coco Gauff ha solo 18 anni, diamo tempo al tempo, è giusto aspettarla un po’ anche se non mi sembra un assoluto fenomeno come quelle ragazze che ho citato poco fa. Certo è che per ora e per quanto si è potuto vedere ieri, ancora non sembra da Gran Premio.

Voglio ora aggiungere una cosetta riguardo a quanto ho scritto ieri su Rafa e che ha suscitato vivaci reazioni contrarie. Avevo scritto di un Nadal stanchissimo contro Zverev e sul fatto che parecchi qui che hanno visto il match dal vivo avevano la mia stessa netta sensazione: e cioè che man mano che il match fosse andato per le lunghe, le chances di vittoria del pur fragile Zverev sarebbero aumentate. Anche se opposto a un fenomeno di resilienza come Rafa Nadal.

Non mi riferivo soltanto all’opinione di alcuni colleghi, ma anche di alcuni ex campioni, Proisy, Pioline, Wilander, Leconte…Tutta gente che conosce bene il tennis, ne capisce, e conosce bene anche Nadal. Sa quanto lui sia un formidabile lottatore, un irriducibile guerriero, uno che non si arrende mai e un tal fenomeno che guai a darlo per sconfitto, soprattutto se è in vantaggio di un set e alla vigilia di di un tiebreak che avrebbe potuto anche portarlo avanti per due set a zero. Ma, attenzione, anche sul set pari con altri due set di un paio d’ore da giocare ancora. Non era scritto da nessuna parte che Zverev avrebbe dovuto perdere quel secondo tiebreak, sebbene avesse perso il primo per un soffio, con 4 setpoint consecutivi a favore.

Ebbene, una gran parte dei lettori che hanno espresso i loro commenti su Ubitennis hanno sostenuto che era fuori di ogni logica sostenere che Nadal fosse stanco. Così stanco da poter finire la benzina.

Ovvio che manca la controprova. Però vi dico che un conto è guardare le partite in tv e un altro conto è guardarle dal vivo. Lo schermo rimpicciolisce. Un metro diventa pochi centimetri. Se dal vivo si vede un giocatore che arriva in ritardo su una palla, per mezzo metro o uno, ci se ne accorge e lo si sottolinea. In tv invece quel metro sembra roba da niente. Il metro sembra un ritardo irrisorio, ininfluente. Roba di centimetri.

Concludo: potete non fidarmi di me, o di quei giocatori che ho citato e intervistato sopra, ma vi assicuro che la stanchezza di un tennista non la si giudica soltanto dagli errori. Ma anche da come arriva sulla palla. E in tv credete di poter capire tutto e invece non è così.

Chi poi non ha capito neppure che stare in campo due ore in più non sarebbe stato un vantaggio per Nadal, im vista della finale odierna con Ruud, beh… mi arrendo. Ho detto e lo ripetoche aver risparmiato due ore di fatica sul campo è stata una fortunabuena sorte por el senor Nadal.

Per quanto fenomeno c’è un limite fisico ed atletico anche per Nadal a 36 anni. Non è che se uno ha fatto una rimonta strepitosa a Melbourne contro Medvedev, è scontato che possa farne altre all’infinito,  ogni piè sospinto e comunque, con qualunque condizione di freschezza,  sia arrivato a giocare la finale. Se pensate che sia bionico, e cioè che avere giocato 11 ore in 6 giorni oppure 14, sia la stessa cosa, beh – di nuovo – mi arrendo all’illogicità dell’assunto.

Quindi riguardo a oggi penso che il fattore esperienza e il fattore pubblico, oltre all’indubbio fattore classe e diversa personalità di Nadal, gli dovrebbero permettere di vincere il suo quattordicesimo Roland GarrosPerò … se mi voleste convincere che sarà più avvantaggiato se il match andrà per le lunghe, beh, io non ci stodico contre come nel bridge, anche se so bene che di certo ha giocato molte più maratone importanti rispetto a Casper Ruud.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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