Next Gen ATP Finals, un torneo che odora di giovane e fresco. Show godibile, più pregi che difetti. Qualità tecnica indubbia

Editoriali del Direttore

Next Gen ATP Finals, un torneo che odora di giovane e fresco. Show godibile, più pregi che difetti. Qualità tecnica indubbia

MILANO – Se Korda e Alcaraz sono già quasi campioni oggi, almeno tre degli altri lo diventeranno. La dolente nota di Sinner fuori dai top-ten

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Lorenzo Musetti - Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals 2021 (via Twitter, @nextgenfinals)

Dopo due giorni vissuti all’interno del Next Gen all’Allianz Cloud ammirando alcuni campioni del domani con la sensazione che almeno un paio lo siano quasi già oggi, Alcaraz e Korda su tutti, provo a trasmettervi qualche altra impressione.

Comincio dall’ex Palalido. È un palazzetto per certi versi fantastico, una chicca, direbbero i ragazzi. E per altri inadeguato. Ma la percezione cambia a seconda che uno ci vada per vedere giocare a tennis, gli spettatori quindi, e chi invece ci debba lavorare o passare 12 ore. La priorità è il pubblico che paga. E non poco, perché i biglietti sono carucci assai. Però il modo in cui si vede il tennis è splendido e se i tennisti sono all’altezza, come stanno quasi tutti dimostrando in questi giorni, lo spettacolo vale il prezzo del biglietto. Almeno mi pare. Anche perché i match sembrano accorciati dalla regola del set che si chiude alla conquista del quarto game, anziché del sesto, ma alla fine trattandosi di match tre set su cinque, le partite durano più o meno come quelle tradizionali, salvo che un giocatore domini in 3 set. Ma vere passeggiate vincenti per ora non mi sembra di averle viste, neppure quando Alcaraz appariva decisamente (ma non così nettamente), più forte dei due avversari finora incontrati.

Il match assolutamente godibile lungo 5 set tra Lorenzo Musetti e Hugo Gaston e vinto dal toscano in un susseguirsi di emozioni, di scambi e colpi assolutamente straordinari, è durato 2 ore e 33 minuti, è stato super godibile e un bellissimo spot per il tennis. Fortunati coloro che lo hanno vissuto dal vivo all’Allianz Cloud – salvo magari quelli che avevano posti dietro all’ingombrante seggio dell’arbitro; perché non studiarne uno trasparente? – ma privilegiati anche coloro che si sono sintonizzati sui vari canali tv che lo hanno trasmesso fino ai dintorni di mezzanotte.

 

Prima di accennare al tennis giocato, va fatta una necessaria premessa: questo è un torneo giocato da giovani e pensato con un approccio decisamente rivolto ai giovani. Si giustifica, anzi si apprezza perfino, il disc jockey a bordo campo, gli annunci e la musica a palla che farebbero accapponare la pelle agli spettatori del Queen’s, la cui ambientazione è ancora più chic di quella di Wimbledon, ma d’altra parte è il club della Regina. Il pubblico, specie in queste prime giornate, probabilmente grazie anche al coinvolgimento di scuole e di circoli, è in gran parte fatto di giovani. E giovanissimi. I ragazzini ne sono entusiasti e potendo muoversi da una parte all’altra dell’impianto anche quando al piano basso i giocatori scambiano missili, corrono da una parte all’altra per raggiungere bar, toilettes, amici, senza in realtà disturbare più di tanto. Non ho l’impressione che i giocatori se ne accorgano. Le tribune sono allestite in modo tale che quelle corse a volte sfrenate dal basso non si vedono. E gli spettatori più anziani accettano quelle novità – che come sapete non sono le sole – con rassegnata condiscendenza. Senza lamentarsene troppo.

Personalmente mi pare di rivivere certe atmosfere da me scoperte a Bondi Beach per il primo torneo olimpico (anno 2000, Giochi di Sydney) di beach-volley che ebbi la ventura di seguire prima di quelli di Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012 (magnifica la location londinese accanto all’Horse Guard Parade, la piazza delle Guardie a cavallo vicino Westminster, Lupo e Nicolai divennero i miei eroi), Rio 2016 (l’Arena de Volei de Praia lungo la spiaggia di Copacabana, e ho detto tutto), mentre allo Shiozake Park nella baia di Tokyo quest’anno non sono andato perché pur avendo i giapponesi fatto trasportare 3.500 tonnellate di sabbia dal Vietnam, l’idea che non ci fosse il pubblico e l’atmosfera gioiosa delle precedenti Olimpiadi me ne hanno tenuto lontano.

Scusandomi per la digressione vorrei soffermarmi sull’eccellente coreografia del NextGen. Ne godono certamente gli sponsor, il title sponsor Intesa Sanpaolo in primis, perché la cartellonistica digitale (ma si chiama così?) grazie anche a una fantastica grafica, è visibilissima e direi perfino bella. Dai piccoli riflettori che fanno risaltare sulla rete il logo di Emirates, dalle panchine illuminate dei giocatori ai cambi campo con il logo delle BMW a fianco delle ghiacciaie della Valmora – e per dar conto della velocità dei servizi che viaggiano quasi sempre intorno ai 190/200 km orari (e anche più), beh, mi pare giusto che lo sponsor sia BMW che non punta a vendere più modelli sportivi che non utilitarie da centro cittadino con il divieto di superare i 40 km – all’immancabile Rolex che scandisce il tempo, al castelletto di palle Dunlop vicino al seggio dell’arbitro, insomma siamo arrivati a un livello di comunicazione commerciale ai limiti dell’insuperabile.

Strano che non abbia trovato sponsor ancora lo shot clock per il rispetto della regola dei 25 secondi, mentre ho visto con un po’ di ritardo che c’è Valmora anche sulla zona asciugamani che ha avuto il grandissimo merito di costringere anche i giocatori più viziati ad andarseli a prendere da soli – almeno qualcosa di buono l’orribile Covid ci ha portato – evitando quell’odiosa umiliazione a ragazzini e ragazzine raccattapalle che dovevano porgerli tutti sudacchiati anche dopo il primo 15 di un match. Uno sconcio cui si è finalmente posto fine. Anche se poi si è subito approfittato della neonata zona asciugamani per farla diventare area coaching: i tennisti vanno a prendersi l’asciugamano e lì dietro ci sono i coach a dispensare consigli, senza più quell’americanata delle cuffie degli anni passati. Ma senza nemmeno costringere gli allenatori a lisciarsi i baffi per suggerire un attacco (penso a Ion Tiriac), a fare un segno con la testa a destra oppure a sinistra per dire dove servire (penso a Mouratoglou), a toccarsi il naso per dire non so più cosa (e penso a tutti).

Giusto, non giusto? Non saprei: di certo è un’opportunità di visibilità in più per i coach. Ma sarà sempre conveniente per loro? Ne ho conosciuti alcuni, anche italiani e non faccio nomi, che molto più di “Dai, Forza, Fiducia!” non sembravano saper dire. Vero che il coaching è ufficialmente ancora sanzionabile nel circuito maggiore. Mi ha riferito il telecronista di Sky Pietro Nicolodi che però lassù in alto in cabina tv non arrivava il suono del campo, dell’impatto delle palle sul piatto corde, né le parole dei coach ai loro assistiti. Beh, questi non sono dettagli che dovrebbero sfuggire agli addetti (i tecnici) ai lavori. Magari da oggi in poi avranno rimediato.

Chissà che il NextGen non sia stato il… cavallo di Troia per introdurre il coaching anche per il tennis maschile, come già esiste per quello femminile. Anche se altre regole “trasferibili” maggiormente prioritarie a parer mio dovrebbero essere quella di un solo MTO (Medical Time Out e con minutaggio limitato; se qualcuno si è procurato un infortunio così grave da stare fermo dieci minuti sul campo o negli spogliatoi, pazienza, sfortuna, non è sempre detto che the show must go on) e soprattutto un solo toilette-break cronometrato e regolamentato (tenendo conto della distanza del campo dal bagno).

Mi piace anche “l’occhio di bue” che illumina costantemente la scritta Milano a fondo campo, un paio di metri oltre la riga. Mi pare che non ci sarebbe stato male accanto anche l’anno, 2021. Perché se fra qualche anno si mostreranno le immagini di qualche protagonista, di qualche scambio bellissimo – e in questi primi giorni ce ne sono stati parecchi – sarebbe meglio che si sapesse a quale anno si riferivano. E sono certamente coinvolgenti anche le scritte che appaiono a bordo campo, e che avevo visto per la prima volta forse alla 02Arena di Greenwich per la prima delle 12 ATP Finals di Londra: ace, breakpoint, setpoint, matchpoint, scandite da suoni tambureggianti, e non le ricordo nemmeno tutte, ma compaiono quelle che ricordano la situazione di punteggio, il punto no-ad, certe regole che possono risultare sconosciute al grande pubblico. Quello presente sulle tribune, quello sul divano di casa davanti alla tv.

Un discorso a parte merita l’acustica. È massimamente coinvolgente per certi versi: invece che 2.000 spettatori sembra ce ne siano 20.000, un piccolo Maracanà. Bello, applausi, standing ovation, atmosfera allegrissima, davvero giovanile. Però per tutto ciò che sono le interviste sul campo ai giocatori a fine partite, fatte di solito da Diego Nargiso, in quattro quinti dell’ex Palalido non si sente nulla. Arrivano suoni rimbombanti e indistinguibili. Ovviamente se a parlare è Musetti ci si può raccapezzare improvvisando un puzzle di frasi, ma per gli stranieri – di sei nazioni diverse – l’ascolto è solo ricco di suspense e frustrazione.

Qualche telespettatore mi ha scritto lamentandosi per la scarsa visibilità delle palle, soprattutto nelle traiettorie dei servizi esterni perché ci sarebbe una rifrazione della luce che crea un’area non ben definita nei contrasti fra palla e superficie. In effetti ho constatato che due zone impercettibilmente illuminate in modo diverso ci sarebbero. Però per quel che si vede a casa non saprei: può anche essere che dipenda però dalla minore o maggiore definizione dei vari apparecchi televisivi.

Sulle linee elettroniche e la scomparsa “umana” dei giudici di linea mi sono espresso in uno dei miei videoaneddoti pubblicati nella rubrica “Sottorete” che potete trovare sul sito di Intesa Sanpaolo. Sono una dozzina e racconto un po’ di tutto, lungo gli oltre 40 Masters di fine anno (o ATP Finals che dir si voglia) che ho seguito dal 1970 al… prossimo a Torino.

Ieri sera anche l’elettronica una volta ha combinato uno scherzetto: una voce metallica ha “sparato” con so quanti decibel un “out” in un momento in cui la palla volteggiava a mezzo campo. Si è fermato il gioco, naturalmente, e si è ripreso come quando nel calcio l’arbitro viene colpito da un pallone. No problem. Succede anche alle migliori tecnologie di avere un momento di panne. Il tabellone segnapunti in alto che ripropone le fasi salienti di un punto appena concluso, un replay insomma, è utile e piacevole. Gli stessi giocatori lo guardano spesso, e non solo per sincerarsi nel caso delle close call se il loro colpo era effettivamente buono o fuori. Hugo Gaston lo guardava più degli altri. Spesso per i punti più belli e spettacolari. Più spesso per i propri vincenti. Quasi a compiacersene. So’ ragazzi. Come non capirli?

Ragazzi che giocano davvero bene. Tanti erano venuti all’Allianz Cloud attratti dalla presenza di Musetti e augurandosi un bis del miracolo Sinner. Ma è difficile, molto difficile che si ripeta. Già è stata complicatissima la vittoria su Gaston che gli ha giocato 1000 palle corte, com’era prevedibile, approfittando dell’abitudine di Lorenzo a rispondere e giocare da molto lontano. Però ieri sera ha cercato di stare più vicino e certe risposte anticipate di rovescio lungolinea sui punti dispari nel finale del match sono state da “strappa-applausi”.

E con Korda è dura, durissima, perché Korda mi è sembrato il meno di junior di tutti i partecipanti. Infatti con i suoi 21 anni è il più anziano. Ed è anche il più solido. Sbaglia pochissimo. Mentre gli altri, compreso il fenomenale Alcaraz – l’altro tennista più atteso e più “vendi-biglietti” – alternano colpi altamente spettacolari e così difficili da apparire improbabili, a non pochi regali di gioventù. Però è un tennis fresco, rischioso come è giusto che rischino i giovani più incoscienti. Però è il loro bello. È un torneo giovane giocato da giovani e si vede. Ma è piacevolissimo spettacolo, davvero. Ho visto scambi incredibilmente spettacolari, prolungati, da alzarsi in piedi alla fine. Meglio di molte partite del vero ATP Tour. Non so se sia anche la formula a favorire questo genere di show.

Il punto no-Ad, ad esempio, indubbiamente crea grande attenzionalità. Certo io appartengo alla generazione dei vantaggi, dei dieci breakpoint in un game, quindi faccio fatica ad adeguarmi, però per questo torneo anomalo ci può stare. Anche se a un certo punto l’ATP dovrebbe forse decidere se interrompere quegli sperimenti che poi non si sente di adottare. Proprio per restituire la massima credibilità tecnica a questa manifestazione di cui non si conosce il futuro. La si giocherà ancora l’anno prossimo? E a Milano oppure a Torino dove si potrebbero fare economie di scala? Prima o poi ce lo faranno sapere. Meglio prima no?

Parlando infine del livello tecnico del torneo direi che le prime tre edizioni parlano per esso: dei 21 partecipanti degli anni 2017, 2018 e 2019, otto sono approdati fra i primi 10 del mondo. Non solo Sinner che purtroppo ne è appena uscito ed è stato n.9 sia pure per una sola settimana fin qui – una brutta notizia che commento dopo – ma Medvedev che è n.2, Tsitsipas che è stato n.3, così come Rublev n.5, Khachanov e Ruud n.8, Hurkacz n.9, Shapovalov n.10. Ci sarebbero poi due tennisti, Zverev n.3 e Berrettini n.7, che alle NextGen non hanno giocato e il tedesco venne per giocare soltanto un’esibizione dal momento che la settimana successiva doveva giocare le ATP Finals a Londra – e sappiamo come le giocò – mentre Berrettini perse al primo turno da Baldi (allora n.459 ATP) nel torneo dello Sporting Milano 3 che doveva assegnare una wild card a un italiano.

Se Korda e Alcaraz sono già quasi campioni oggi, e li vedo probabilissimi top 10 (nel caso dello spagnolo se dico top-3 sbaglierò?) almeno 4 degli altri 6 partecipanti milanesi, secondo me hanno la qualità per entrare fra i top 20 e magari più su. Penso (mi auguro non sia soltanto una speranza) al nostro Musetti che certo sarebbe stato maggiormente favorito da un circuito ATP che avesse un maggior numero di tornei sulla terra battuta. Penso a Baez che non conoscevo abbastanza e che mi ha molto impressionato anche per intelligenza tennistica oltre che per una agilità pazzesca: ogni tanto sbarella di dritto, ma può arrivare a fare quel che ha fatto Schwartzman. A rete mi sembra già oggi superiore, anche perché ci va quasi sempre con una perfetta scelta di timing.

Penso a Rune: ragazzi è classe 2003 e vince già a Bergamo. Vi ricorda qualcuno?. Ha personalità da vendere e puro talento. Il suo primo set contro Alcaraz lo ha dimostrato anche a chi non lo aveva visto altrove. Penso a Gaston che ha un talento degno di Santoro e gambe infinitamente superiori. Un pochino meno mi entusiasma Nakashima e ancor meno Cerundolo, ma quando si scrive di giovanissimi gli errori nelle previsioni sono dietro l’angolo. Sono troppi i fattori imprevedibili nella crescita, nella costruzione tecnica di un giocatore. Il talento nel colpire la palla è solo un fattore, ma ce ne sono tanti altri.

Insomma chapeau a questo torneo NextGen inaugurato quattro anni fa nel quasi generale scetticismo e poi invece decollato tecnicamente a ottimi livelli. Che poi i giornalisti siano confinati in un bunker, tipo catacombe, difficilmente vivibile e con connessioni telefoniche quasi impraticabili, senza altro che le bottigliette d’acqua della Valmora (meno male!) e pochi paninucci pochissimo appetitosi e comunque in quantità miserrime (alle 13 sono finiti per tutto il giorno e si sta a lavorare sulle partite serali fino a dopo mezzanotte: l’unica è andare all’Esselunga a 600 metri di quei, oppure imbottirsi di hotdog nei 2 minibar dell’Allianz Clud o a quella tenda da stadio fuori del palasport) e comunque interessa solo a noi e non vale neppure la pena di chiedere per il futuro un pochino di maggiore attenzione anche ai problemi di chi debba comunicare all’esterno il torneo. La logistica forse non consente granché di meglio ed è chiaro che la priorità venga sempre assegnata a chi investe soldi e ha necessità di utilizzare il torneo e gli spazi migliori per operazioni di pubbliche relazioni. Accade ovunque. Con l’ATP che ti scrive papale papale che “ricevere un accredito non è un diritto, ma un privilegio”. Bei tempi quelli nei quali invece gli organizzatori quasi ti imploravano perché tu “coprissi” un torneo. Era quando non tutto veniva dominato dalla tv e chi scriveva fin da giorni (e anche mesi) prima di un torneo veniva corteggiato perché la promozione a mezzo stampa veniva considerata assai diversamente. Il torneo si considerava privilegiato dalla presenza non virtuale della stampa. Per comunicare meglio il torneo, per vendere i biglietti, per valorizzare in anticipo la presenza degli sponsor.

Restando in termini comunicazionali accenno alla dolente nota proveniente da Stoccolma. La sconfitta di Sinner con Murray, e la conseguente uscita di Jannik dai top-ten, non cambierà la vita del tennista altoatesino. Che peccato però!

Però a livello comunicazione sciupa un pochino quello che ci sarebbe piaciuto scrivere per tutti i prossimi giorni fino all’Australia (salvo che Sinner riesca a giocare un match e a far punti a Torino dove, come sapete, è la prima riserva). Però mi sa che difficilmente potremo dire ancora che l’Italia chiude il 2021 con due top-ten. A pensarci bene i soli che forse non se ne lamenteranno troppo saranno gli sponsor. E Sinner ne ha tanti, tantissimi. I bonus previsti dal suo management per un top-ten a fine anno, non saranno stati modestissimi. Almeno credo. Ci hanno guadagnato loro, gli sponsor, ci ha rimesso quindi Sinner, e i suoi agenti che viaggiano a percentuale, ma credo che quella economica sia l’ultima delle sue preoccupazioni.

Chiudo con lo scenario della NextGen a conclusione della seconda giornata. Nel gruppo A Alcaraz è già qualificato per le semifinali. Il vincitore di Nakashima-Rune sarà il n.2 del Gruppo A. E ha vinto Nakashima, nonostante il tifo della maggior parte dei ragazzini fosse per il più giovane danese, 18 anni contro 20, 3-4 (3),4-1-4-1,4-3 (1)Per il gruppo B tutto molto più complicato: sette possibili situazioni!

  • se Korda batte Musetti e Gaston batte Baez, Korda sarà n.1 del gruppo e Gaston n.2
  • se Korda batte Musetti e Baez batte Gaston, Korda sarà n.1 del gruppo e Baez 2
  • se Musetti batte Korda e Gaston batte Baez, Musetti sarà n.1 del gruppo e Korda n.2
  • se Musetti batte Korda in 3 o 4 set e Baez batte Gaston in 3, Baez vincerà il gruppo e Musetti sarà n.2
  • se Musetti batte Korda in 5 set e Baez batte Gaston, Korda vince il gruppo e Baez è il qualificato n.2
  • se Musetti batte Korda in 3 set e Baez batte Gaston in 4 o 5 set, Musetti vince il gruppo e Korda sarà il n.2
  • se Musetti batte Korda in 4 set e Baez batte Gaston in 4 o 5 set, Korda vince il gruppo e Baez si qualifica come numero 2.

Piaciuto il rompicapo?

Next Gen ATP Finals: risultati, gironi e calendario

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Coppa Davis

Davis Cup: oltre le più azzurre previsioni. Un’Italia così forte può vincere la Davis? Isner: “Sinner sicuro top 3”

Capitan Fish: “L’Italia può battere qualsiasi squadra”. Forse non la Russia di Medvedev e Rublev. Il mio ricordo di Siviglia 2004, il Sinner di ieri mi ha ricordato quel Nadal

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Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

“Abbiamo una squadra fortissima”. Ipse, Sinner, Dixit. Come dargli torto? “Sinner diventerà certamente un top-3 del mondo!”. Ipse, Isner, dixit. Come dargli torto dopo quello che ho visto oggi?

Due esordienti hanno stroncato le reni ai giganti made in USA. Mi è tornata in mente la finale di Coppa Davis, quella vera, di Siviglia nel 2004 quando due tennisti nati e cresciuti nella piccolissima isola di Maiorca, l’esordiente diciottenne Rafa Nadal e il ventottenne Carlos Moya, stroncarono le reni a un Paese di 300 milioni di abitanti. Già, anche in quell’occasione, sul banco degli sconfitti ci finirono gli Stati Uniti, vincitori di 32 Coppe Davis, che schieravano Andy Roddick e per l’appunto l’attuale capitano di Coppa Davis Mardy Fish.

La Coppa Davis non è più la stessa, purtroppo, ma è vero che abbiamo una squadra fortissima se anche senza il nostro numero uno, Matteo Berrettini, siamo stati capaci di risolvere in due ore e mezzo la pratica americana a Torino.

 

In 2 ore e 31 minuti in totale l’Italia dei due esordienti in azzurro, con tanto di scritta Italia sulle spalle blu, Lorenzo Sonego e Jannik Sinner, ha dominato i giganti degli Stati Uniti, Reilly Opelka e John Isner, senza neppure perdere un solo game di servizio. Nessuno dei due azzurri. Sonego in un’ora e 29 minuti (6-3 7-6) ha concesso una sola palla break nel sesto game del primo set, cancellandola coraggiosamente. Sinner (6-2 6-0 in un’ora e 2 minuti) ne ha salvate tre consecutive nel secondo game del secondo set quando peraltro già era avanti di un break.

Se ieri ci avessero detto che un paio di giocatori avrebbero potuto chiudere il loro match senza perdere il servizio, avremmo probabilmente pensato che quelli sarebbero stati gli americani. C’è qualcuno al mondo che batte più forte di loro? Invece a non perdere il servizio sono stati gli azzurri e non quei due tipacci che tirano giù noci di cocco a 235 km orari da più di 4 metri e mezzo d’altezza, sommando la loro, la lunghezza delle braccia, quella della racchetta con l’aggiunta del saltino che hanno imparato a fare per incocciare la malcapitata pallina più su ancora per strapazzarla ben bene.

Francamente neppure il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginarsi uno scenario del genere. Io, ad esempio, non avevo nascosto la mia preoccupazione. Temevo soprattutto che Lorenzo Sonego patisse l’emozione di giocare nella sua Torino, a coronare un sogno di qualunque bambino che prende la racchetta in mano: giocare in Coppa Davis per l’Italia e proprio nella tua città, davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, con l’obbligo di vincere perché… il doppio americano aveva i favori generali del pronostico contro qualsiasi coppia azzurra. Sulle spalle c’era un carico di pressione assai pesante. Pesantissimo. Roba da far tremare i polsi, insomma. Sinner si era già più abituato, nel corso dell’anno, giocando finali davvero importanti, a situazioni pesanti.

Beh, Lorenzo ha cominciato il suo match mettendo dentro 4 prime palle sui primi 4 punti, tutti vinti. Meglio di così non poteva cominciare. Ha perso meno punti sul proprio servizio che non Opelka anche nel primo set: lui 6 in 5 turni, l’americano 7 in 4 turni. 28 punti per Sonego nel primo set, 21 per Opelka. E nel secondo, fino al tiebreak, la differenza è stata ancora più netta: Sonego ha ceduto 3 punti soltanto in 6 turni, Opelka 8. Quando Lorenzo ha fatto subito il minibreak nel tiebreak è apparso quasi fosse la logica conseguenza di quel che avevamo visto fono a quel momento.

Così come il fatto che Lorenzo, mettendo a segno l’ace n.4 e l’ace n.5 nel secondo e nel sesto punto di quel tiebreak, è stata la dimostrazione di una straordinaria lucidità e capacità di concentrazione. Quel minibreak gli è bastato, tenendo tutti i suoi servizi a non concedere la minima chance a un Opelka così stranito da apparire quasi rassegnato. Ma era furibondo… tanto che, obbligato a presentarsi in conferenza stampa, è stato di una scortesia, e di una mancanza di professionalità, pazzesca. Ha risposto a monosillabi, un vero gigante nella maleducazione.

Tutto il contrario di John Isner. Un Isner che aveva molte più ragioni di essere furioso. Mai aveva perso con un punteggio simile. 6-2 6-0! Ma vi rendete conto? Mentre arrivava in sala stampa ero andato di corsa a leggere i suoi risultati di 15 anni, dal 2021 al 2006 e non avevo trovato nessuna batosta così dura. Mai neppure un 6-0. La volta in cui aveva fatto meno game erano stati 4. Con Sinner ne ha fatti 2.

Cercando di non maramaldeggiare, ma solo dopo essermi reso conto della sua educazione – ha anche detto che era stata bellissima l’atmosfera, il tifo degli italiani e che l’unico dispiacere era stato quello di non essere riuscito a essere più competitivo – gli ho dovuto dire che avevo cercato nelle statistiche un punteggio altrettanto duro da lui subito nel corso della sua lunga carriera e lui ha ammesso con grande savoir faire: “Non ricordo che mi sia mai successo, ce lo siamo chiesti anche noi negli spogliatoi, ma Sinner ha giocato in un modo incredibile, non mi ha dato alcuna possibilità… è stato davvero troppo bravo. Non c’era davvero nulla che io potessi fare e se mi guardo indietro ci sono poche volte nelle quali non ho avuto un colpo in canna, una chance per rovesciare un match. Oggi invece è stato così. Non ricordo un match che io abbia perso altrettanto facilmente. Credo sia la prima volta. Naturalmente tutto il credito va a lui… che, ed è ancora più importante, è un bravissimo ragazzo, a very nice kid, davvero”.

È stato lì che gli ho chiesto se a suo avviso Sinner aveva le carte in regola per aspirare a un posto fra i primi 3 tennisti del mondo. E lui non ha avuto dubbi: “Anche se avessi giocato al meglio delle mie possibilità non so se sarei riuscito a batterlo oggi. Credo che questa indoor sia probabilmente la superficie più adatta al suo tennis. Forse se avessi avuto qualche match in più d’allenamento alle mie spalle avrei potuto giocare un match un po’ più equilibrato, ma non so se ci sarebbero molti giocatori che potrebbero batterlo su questo campo. Sono sicuro che sentirete parlare molto di lui in futuro, avrà molta pressione sulle sue spalle, ma la risposta è sì, lo vedo arrivare fra i primi 3 tennisti del mondo. Questa superficie è probabilmente la migliore per lui, ha avuto davvero ottimi risultati indoor quest’anno, penso che abbia solo 20 anni. Ma sì, penso che avrà certo un futuro radioso. Il nostro sport è fortunato ad avere un ragazzo come lui”.

E Mardy Fish ha poi detto: È la prima volta che vedo Sinner così da vicino e sono rimasto incredibilmente impressionato. Sì, perché avrò visto giocare Isner 600 o 700 volte e non ho mai visto nessuno rispondere al suo servizio come ha fatto stasera Sinner… E anche John mi ha detto la stessa cosa… Ci sono tanti giocatori che ho visto rispondere particolarmente bene, i del Potro, i Medvedev, ma stando lontani dalla riga di fondo. Lui sembra vedere bene prima dove andrà la palla. Decisamente il tennis italiano ha davanti a sé un brillante futuro. Per come gli italiani hanno giocato oggi, avrebbero vinto contro qualunque squadra al mondo”.

Beh… e se avessimo avuto anche il miglior Berrettini? Davvero forse soltanto la Russia di Medvedev e Rublev sembra più forte di noi, se i nostri giocano così. E il rimpianto per il formato della vecchia Coppa Davis cresce a dismisura. Perché potendo giocare 4 singolari invece di due, e riducendo l’importanza del doppio che oggi vale il 33 per cento dei punti e nella antica Coppa Davis invece valeva il 20 per cento, avremmo avuto vere chances di conquistarla per più di uno, due o tre anni. Se pensiamo che l’abbiamo vinta una volta sola… beh, cavolo, come sono cambiate le cose in un paio d’anni, da quella semifinale parigina raggiunta da Cecchinato a Parigi (dopo un “buco nero” di circa 40 anni e 160 Slam!), al trionfo monegasco di Fabio Fognini nell’aprile 2019, con gli 11 tornei vinti da allora dai tennisti italiani in mezzo a 13 finali raggiunte.

Oggi dobbiamo stare attenti. Dobbiamo vincere entrambi i singolari perché il doppio contro Cabal e Farah (campioni a Wimbledon nel 2019) non ci vedrebbe favoriti. Non credo che Galan possa combinarci lo scherzo di battere Sinner e che Mejia (se gioca lui invece di Cristiano Rodriguez) possa creare veri problemi a Sonego. Ragionevolmente giocheremo i quarti di finali lunedì contro la Croazia di Cilic e Gojo. Sinner dovrà giocare contro Cilic e Sonego contro Gojo. E anche in quel caso sarà meglio vincere entrambi i singolari, perché contro Pavic e Mektic, n.1 mondiale del doppio, sarebbe meglio non dover giocare un match decisivo.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Editoriali del Direttore

Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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