ATP Finals, gruppo rosso e verde. Ma perché non Panatta e Barazzutti? O Clerici e Tommasi?

Editoriali del Direttore

ATP Finals, gruppo rosso e verde. Ma perché non Panatta e Barazzutti? O Clerici e Tommasi?

Sono i colori della nostra bandiera, però… Tante le edizioni dei Masters con “gruppi” del round robin che onoravano Laver, Nastase, Agassi, Borg. Tutto l’elenco. Per Berrettini era meglio Tsitsipas di Zverev. Il tedesco già domenica sera. Ma i più forti è bene incontrarli subito no?

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Matteo Berrettini - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

Come è uscito il sorteggio delle ATP Finals ecco le solite reazioni, fortunato quello, sfortunato quell’altro. Ovviamente a noi interessava soprattutto il gruppo di Berrettini e… che dire?, tanto fortunato non ci è parso. La fortuna arride agli audaci, dovrà meritarsela sul campo, sfidando subito già domenica sera Sasha Zverev, un gran bell’osso duro per un match che potrebbe già decidere il nome del secondo semifinalista del gruppo rosso se Medvedev dovesse tener fede, da campione uscente qual è e da numero 2 del mondo, al suo ruolo di primo favorito del gruppo.

Beh prima di ribadire quanto già scritto a caldo dalla redazione subito dopo il sorteggio, anche riguardo a Novak Djokovic, vorrei dire qualcosa riguardo ai nomi attribuiti ai gruppi della prima edizione torinese delle ATP Finals. Lo avete già visto: avremo un gruppo verde e un gruppo rosso. Nel gruppo verde sono confluiti Djokovic, Tsitsipas, Rublev e Ruud, in quello rosso Medvedev, Zverev, Berrettini e Hurkacz.

Mi vien da dire che da bravi italiani creatori di moda e preceduti dalla reputazione di essere creativi, si sarebbe potuto essere un tantino più originali. Anche se mi dicono ci sia stata alla base una scelta di tipo patriottica nell’avere adottato i colori della nostra bandiera, il rosso e il verde, però… Si è persa, secondo me, l’opportunità di ricordare qualche grande campione del passato, qualche grande personaggio del tennis, come è accaduto tante volte per molte edizioni. A me sarebbe piaciuto che i nomi dei gruppi portassero quelli di qualche nostro grande giocatore o personaggio internazionalmente noti nel mondo del tennis.

 

L’anno scorso trovai simpatica ed evocativa, piuttosto originale, la scelta di battezzare le ATP Finals che si giocavano 50 anni dopo le prime con i nomi della prima edizione e dell’ultima: un gruppo si chiamava Tokyo 1970 e l’altro gruppo Londra 2020. Nel 2019 si era scelto invece di onorare due grandi campioni, un gruppo battezzato Andre Agassi e l’altro gruppo Bjorn Borg, anche se i due erano appartenuti a generazioni diverse e non essendosi mai affrontati era un contrasto di epoche un po’ strano. Nel 2018 la scelta cadde su Guga Kuerten e Lleyton Hewitt. Nel 2017 ecco invece protagonisti di accesi, accesissimi duelli proprio nei Masters, anche in finale e rovesciando esiti del round robin: Pete Sampras e Boris Becker. Pete perdeva nei gironi, un match in ciascuna delle cinque edizioni vinte, ma appunto alla fine vinceva. E per due volte battendo in finale Boris da cui aveva perso pochi giorni prima. Stesso “apprezzamento” della loro grande rivalità si constatò nel battezzare i gruppi del 2016: John McEnroe e Ivan Lendl.

Continuando in questo percorso a ritroso con i nomi attribuiti ai due gruppi nel 2015 si preferì rifare un tuffo nel passato, Ilie Nastase e Stan Smith, che già avevano dato il loro nome a dei gruppi del round robin in precedenza. Per tre anni si peccò di fantasia e si preferì affidarsi ai colori o ad A e B (e chi apparteneva al gruppo B non era troppo contento…), ma nel 2011 l’onore era stato concesso a Ken Rosewall e John Newcombe, nel 1993 a Arthur Ashe e a Stan Smith, nel ’92 a Rod Laver e Ken Rosewall, nel ’91 a Ilie Nastase e John Newcombe, nel ’90 a Arthur Ashe e Cliff Drysdale, nell’89 a Rod Laver e Ilie Nastase, nell’88 ancora a Rod Laver (il nome dell’unico vincitore di due Grand Slam come abbiamo già visto è stato il più ricorrente, ma… noblesse oblige!) e Fred Perry, nell’87 a Rod Laver e Pancho Segura. Risale all’86 la prima volta in cui si pensò di onorare due grandi campioni del passato, degli anni Trenta addirittura, Fred Perry e Don Budge.

Mi sono chiesto allora chi avremmo potuto pensar di onorare in Italia. La scelta del rosso e del verde per i più nel mondo, cui non sarà possibile spiegare il discorso legato alla bandiera, resta piuttosto anonima. Anche perchè quei colori non appartengono soltanto alla bandiera italiana. Due nomi, magari, che potessero rievocare nostre glorie tennistiche mi sarebbero piaciuti di più. E mi sono venuti in mente quattro nomi. Non sarebbe stato suggestivo, qui da noi, chiamare un gruppo Panatta e un altro gruppo Barazzutti? Un doveroso omaggio ai nostri due campioni che sono stati i soli due tennisti italiani capaci di qualificarsi per le finali dei Masters (e ATP finals) in 50 anni… prima che ci riuscisse anche Berrettini nel 2019. Ma Berrettini che partecipa gloriosamente anche a quest’edizione era fuori gioco. A lui che lo gioca non si poteva davvero intitolare un gruppo. Purtroppo i rapporti fra i nostri due ex campioni, principali protagonisti anche del nostro unico trionfo in Coppa Davis, e la nostra federazione non sono buoni e questa situazione ha escluso – almeno per quest’anno, chissà per i prossimi – l’ipotesi di intestare un gruppo a Panatta e un altro gruppo a Barazzutti.

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Chi scrive ha un buon rapporto con Panatta e non l’ha altrettanto buono con Barazzutti, ma secondo me si dovrebbe essere superiori a simpatie e antipatie personali e dimenticarle, dando dimostrazione di grande onestà intellettuale quando si può fare qualcosa che onori tutta la storia del tennis italiano. Al Foro Italico esiste un campo Nicola Pietrangeli, ed è uno dei campi più belli del mondo, e Nicola se lo merita tutto. Ma non se lo meriterebbe anche Adriano Panatta che ha trionfato al Foro Italico ed è l’unico altro nostro tennista ad aver vinto uno Slam (fra gli uomini)? E visto che lui un suo campo non ce l’ha, non sarebbe stato… romantico intitolargli almeno un gruppo delle ATP Finals?

Un’altra idea, ancora più particolare, riguarda altri due personaggi che hanno certamente contribuito in maniera importante a fare la storia del tennis: Gianni Clerici e Rino Tommasi. Gianni è uno dei due soli italiani, con Nicola Pietrangeli, ad essere entrato nella Hall of Fame, il suo libro 500 Anni di Tennis è un vero capolavoro ed è stato tradotto in otto lingue (se non se ne sono aggiunte altre). Rino, straordinario cultore di sport, di tutti gli sport, è stato il primo grande statistico del tennis (“Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte ho perso da Rod Laver!” gli disse Arthur Ashe) quando ancora computer e internet erano di là dal conquistare le masse. Per anni lo US Open si rivolgeva a Rino perché pubblicasse una sua column quotidiana sul programma ufficiale del torneo. Con tutti i grandi giornalisti americani dei più grandi giornali di New York e degli Stati Uniti, avevano preferito affidarsi a Rino Tommasi.

E se il tennis è entrato nelle case di tanti italiani, per la prima volta con un duo davvero cult, Gianni e Rino, Rino e Gianni – la cui fama per l’originalità delle loro colte “interpretazioni” varcò l’Oceano e fu raccontata estesamente anche da Sports Illustrated – è merito loro che insieme hanno innovato in modo quasi rivoluzionario il trend della telecronaca sportiva. Il tennis è stato il primo sport nelle tv italiane a farsi raccontare da due voci. Poi, pian piano, tutti gli altri sport hanno capito che l’intuizione di Tommasi meritava d’essere copiata. Anche se ben poche coppie hanno saputo evidenziare la stessa qualità.

Però se andaste in giro per i circoli di tennis italiani e chiedeste agli appassionati dai 30 anni in su, sentireste dire a tutti che la mia idea di intitolare due gruppi a due grandi personaggi come Gianni Clerici e Rino Tommasi, che per oltre mezzo secolo hanno raccontato il tennis a tutt’Italia, non sarebbe affatto una idea peregrina. E mi sarebbe piaciuto per loro due, i miei Maestri (di cui sono indegno allievo) che questo riconoscimento non fosse postumo. Nessuno dei due gode di buona salute, purtroppo. Gianni ha compiuto 91 anni, Rino 87. Credo che la mia idea-sogno non abbia grandi possibilità di essere realizzata, anche se a Torino avremo altre quattro edizioni. Chissà, forse potrebbe essere l’ATP a suggerirla. Andrea Gaudenzi ha conosciuto bene i due grandi giornalisti, e Nicola Arzani non sarebbe forse diventato il potente media manager dell’ATP se non fosse stato per gli aiuti ricevuti a inizio carriera proprio da Rino Tommasi e, in minor misura, da Gianni Clerici. Chi vivrà, forse non io, vedrà.

Chiedo scusa ai lettori se mi sono dilungato su questo argomento, ma chissà, forse era un tantino diverso dal leggere quel che avranno scritto tutti. Più o meno, immagino, ci si sarà dispiaciuti per il traguardo mancato da Jannik Sinner di cui abbiamo riportato le addolorate dichiarazioni in arrivo da Stoccolma dove per essersi arreso all’irriducibile Andy Murray ha perso anche l’appena raggiunto posto da top-ten a favore di Auger-Aliassime. E si imprecherà per quella maledetta sconfitta – che regalo non dovuto! – occorsa contro Tiafoe nella semifinale di Vienna, quando era stato avanti 6-3 5-2. Con tutta la simpatia che nutriamo nei confronti di quel bravissimo ragazzo di Hubi Hurkacz – si chiama quasi come me… ha solo una acca in più – avere Sinner fra i magnifici otto a Torino sarebbe stata un’altra cosa.

Quanto a Berrettini, ritiratosi precauzionalmente prima di Parigi-Bercy per una sorta di torcicollo che compare e scompare, molto dipende dalla forma in cui si trova, nonché da quella di Zverev il cui rendimento è stato in continuo crescendo. Tant’è che è risalito nuovamente a n.3 del mondo. Doverlo affrontare subito, può essere un vantaggio come uno svantaggio. Se pensiamo che Zverev sia normalmente più forte di Berrettini come dicono i precedenti (3-1), il ranking, i titoli importanti, beh allora è meglio affrontare il più forte nei primissimi turni che dopo quando può aver ingranato la marcia superiore. Al contempo per un tennista italiano che gioca le ATP Finals in casa la pressione è sicuramente molto forte. E poi nel gruppo rosso ci sono due dei tre più forti del momento, Medvedev e Zverev, nell’ordine. Berrettini ha sette anni più di Lorenzo Musetti e ben altra esperienza e qualità tennistica oggi come oggi, ma Lorenzo nel torneo dei Next Gen ha pagato tantissimo la tensione di dover fare bene a tutti i costi. È sempre entrato in campo tesissimo. E più che con Korda ieri sera ha patito troppo contro Baez il primo giorno. Ci ha messo due set prima di cominciare a giocare come sa.

Ecco spero proprio che la stessa cosa non accada anche a Matteo che ormai ai grandi duelli dovrebbe essersi abituato. A Wimbledon nella finale contro Djokovic fu lui a vincere il primo set. Aver evitato Djokovic, dopo averci perso a Parigi, Wimbledon e US Open, potrebbe averlo tirato su di morale.

Quanto a Djokovic, beh soltanto in Serbia ha più tifo ed apprezzamento che in Italia. Perché parla la nostra lingua, perché ha sempre frequentato la vicina Italia, perché è simpatico e scanzonato – anzi vorrebbe esserlo di più, come quando si esibiva nelle imitazioni dei colleghi che, permalosi assai, lo hanno praticamente costretto a smetterle – perché ha mostrato verso la nostra gente un senso di solidarietà assolutamente non dovuta e fuori dal comune all’epoca in cui il Covid si abbatté pesantemente sui cittadini di Bergamo, perché infine dei grandi Fab Four è l’unico superstite a Torino e perché un giocatore che chiude 7 degli ultimi 10 anni come n.1 del mondo a fine anno, non può che meritare la stima tennistica di tutti, anche dei tifosi di Federer e Nadal.

Si poteva dubitare della sua condizione quando si è ripresentato a Parigi-Bercy dopo un mese e mezzo di assenza dai campi, ma dopo qualche incertezza nei primissimi turni, poi è tornato lui e conquistato il 37mo Masters 1000, il settimo Parigi-Bercy. Il favorito n.1 del gruppo verde è sicuramente lui. Non mi sembra che nessuno fra il più recente Tsitsipas visto all’opera, Rublev e Ruud possano creargli seri problemi se Nole giocherà come sa. Se si parla di vincere il torneo, beh allora bisognerebbe andarci più cauti. Medvedev e Zverev contro Nole non partirebbero certamente battuti… ma a me piacerebbe che Nole dovesse affrontare nuovamente Berrettini. Vorrebbe dire che Matteo si sarebbe qualificato almeno per le semifinali. O di più…


ATP Finals: risultati, gironi e calendario

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Coppa Davis

Davis Cup: oltre le più azzurre previsioni. Un’Italia così forte può vincere la Davis? Isner: “Sinner sicuro top 3”

Capitan Fish: “L’Italia può battere qualsiasi squadra”. Forse non la Russia di Medvedev e Rublev. Il mio ricordo di Siviglia 2004, il Sinner di ieri mi ha ricordato quel Nadal

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Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

“Abbiamo una squadra fortissima”. Ipse, Sinner, Dixit. Come dargli torto? “Sinner diventerà certamente un top-3 del mondo!”. Ipse, Isner, dixit. Come dargli torto dopo quello che ho visto oggi?

Due esordienti hanno stroncato le reni ai giganti made in USA. Mi è tornata in mente la finale di Coppa Davis, quella vera, di Siviglia nel 2004 quando due tennisti nati e cresciuti nella piccolissima isola di Maiorca, l’esordiente diciottenne Rafa Nadal e il ventottenne Carlos Moya, stroncarono le reni a un Paese di 300 milioni di abitanti. Già, anche in quell’occasione, sul banco degli sconfitti ci finirono gli Stati Uniti, vincitori di 32 Coppe Davis, che schieravano Andy Roddick e per l’appunto l’attuale capitano di Coppa Davis Mardy Fish.

La Coppa Davis non è più la stessa, purtroppo, ma è vero che abbiamo una squadra fortissima se anche senza il nostro numero uno, Matteo Berrettini, siamo stati capaci di risolvere in due ore e mezzo la pratica americana a Torino.

 

In 2 ore e 31 minuti in totale l’Italia dei due esordienti in azzurro, con tanto di scritta Italia sulle spalle blu, Lorenzo Sonego e Jannik Sinner, ha dominato i giganti degli Stati Uniti, Reilly Opelka e John Isner, senza neppure perdere un solo game di servizio. Nessuno dei due azzurri. Sonego in un’ora e 29 minuti (6-3 7-6) ha concesso una sola palla break nel sesto game del primo set, cancellandola coraggiosamente. Sinner (6-2 6-0 in un’ora e 2 minuti) ne ha salvate tre consecutive nel secondo game del secondo set quando peraltro già era avanti di un break.

Se ieri ci avessero detto che un paio di giocatori avrebbero potuto chiudere il loro match senza perdere il servizio, avremmo probabilmente pensato che quelli sarebbero stati gli americani. C’è qualcuno al mondo che batte più forte di loro? Invece a non perdere il servizio sono stati gli azzurri e non quei due tipacci che tirano giù noci di cocco a 235 km orari da più di 4 metri e mezzo d’altezza, sommando la loro, la lunghezza delle braccia, quella della racchetta con l’aggiunta del saltino che hanno imparato a fare per incocciare la malcapitata pallina più su ancora per strapazzarla ben bene.

Francamente neppure il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginarsi uno scenario del genere. Io, ad esempio, non avevo nascosto la mia preoccupazione. Temevo soprattutto che Lorenzo Sonego patisse l’emozione di giocare nella sua Torino, a coronare un sogno di qualunque bambino che prende la racchetta in mano: giocare in Coppa Davis per l’Italia e proprio nella tua città, davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, con l’obbligo di vincere perché… il doppio americano aveva i favori generali del pronostico contro qualsiasi coppia azzurra. Sulle spalle c’era un carico di pressione assai pesante. Pesantissimo. Roba da far tremare i polsi, insomma. Sinner si era già più abituato, nel corso dell’anno, giocando finali davvero importanti, a situazioni pesanti.

Beh, Lorenzo ha cominciato il suo match mettendo dentro 4 prime palle sui primi 4 punti, tutti vinti. Meglio di così non poteva cominciare. Ha perso meno punti sul proprio servizio che non Opelka anche nel primo set: lui 6 in 5 turni, l’americano 7 in 4 turni. 28 punti per Sonego nel primo set, 21 per Opelka. E nel secondo, fino al tiebreak, la differenza è stata ancora più netta: Sonego ha ceduto 3 punti soltanto in 6 turni, Opelka 8. Quando Lorenzo ha fatto subito il minibreak nel tiebreak è apparso quasi fosse la logica conseguenza di quel che avevamo visto fono a quel momento.

Così come il fatto che Lorenzo, mettendo a segno l’ace n.4 e l’ace n.5 nel secondo e nel sesto punto di quel tiebreak, è stata la dimostrazione di una straordinaria lucidità e capacità di concentrazione. Quel minibreak gli è bastato, tenendo tutti i suoi servizi a non concedere la minima chance a un Opelka così stranito da apparire quasi rassegnato. Ma era furibondo… tanto che, obbligato a presentarsi in conferenza stampa, è stato di una scortesia, e di una mancanza di professionalità, pazzesca. Ha risposto a monosillabi, un vero gigante nella maleducazione.

Tutto il contrario di John Isner. Un Isner che aveva molte più ragioni di essere furioso. Mai aveva perso con un punteggio simile. 6-2 6-0! Ma vi rendete conto? Mentre arrivava in sala stampa ero andato di corsa a leggere i suoi risultati di 15 anni, dal 2021 al 2006 e non avevo trovato nessuna batosta così dura. Mai neppure un 6-0. La volta in cui aveva fatto meno game erano stati 4. Con Sinner ne ha fatti 2.

Cercando di non maramaldeggiare, ma solo dopo essermi reso conto della sua educazione – ha anche detto che era stata bellissima l’atmosfera, il tifo degli italiani e che l’unico dispiacere era stato quello di non essere riuscito a essere più competitivo – gli ho dovuto dire che avevo cercato nelle statistiche un punteggio altrettanto duro da lui subito nel corso della sua lunga carriera e lui ha ammesso con grande savoir faire: “Non ricordo che mi sia mai successo, ce lo siamo chiesti anche noi negli spogliatoi, ma Sinner ha giocato in un modo incredibile, non mi ha dato alcuna possibilità… è stato davvero troppo bravo. Non c’era davvero nulla che io potessi fare e se mi guardo indietro ci sono poche volte nelle quali non ho avuto un colpo in canna, una chance per rovesciare un match. Oggi invece è stato così. Non ricordo un match che io abbia perso altrettanto facilmente. Credo sia la prima volta. Naturalmente tutto il credito va a lui… che, ed è ancora più importante, è un bravissimo ragazzo, a very nice kid, davvero”.

È stato lì che gli ho chiesto se a suo avviso Sinner aveva le carte in regola per aspirare a un posto fra i primi 3 tennisti del mondo. E lui non ha avuto dubbi: “Anche se avessi giocato al meglio delle mie possibilità non so se sarei riuscito a batterlo oggi. Credo che questa indoor sia probabilmente la superficie più adatta al suo tennis. Forse se avessi avuto qualche match in più d’allenamento alle mie spalle avrei potuto giocare un match un po’ più equilibrato, ma non so se ci sarebbero molti giocatori che potrebbero batterlo su questo campo. Sono sicuro che sentirete parlare molto di lui in futuro, avrà molta pressione sulle sue spalle, ma la risposta è sì, lo vedo arrivare fra i primi 3 tennisti del mondo. Questa superficie è probabilmente la migliore per lui, ha avuto davvero ottimi risultati indoor quest’anno, penso che abbia solo 20 anni. Ma sì, penso che avrà certo un futuro radioso. Il nostro sport è fortunato ad avere un ragazzo come lui”.

E Mardy Fish ha poi detto: È la prima volta che vedo Sinner così da vicino e sono rimasto incredibilmente impressionato. Sì, perché avrò visto giocare Isner 600 o 700 volte e non ho mai visto nessuno rispondere al suo servizio come ha fatto stasera Sinner… E anche John mi ha detto la stessa cosa… Ci sono tanti giocatori che ho visto rispondere particolarmente bene, i del Potro, i Medvedev, ma stando lontani dalla riga di fondo. Lui sembra vedere bene prima dove andrà la palla. Decisamente il tennis italiano ha davanti a sé un brillante futuro. Per come gli italiani hanno giocato oggi, avrebbero vinto contro qualunque squadra al mondo”.

Beh… e se avessimo avuto anche il miglior Berrettini? Davvero forse soltanto la Russia di Medvedev e Rublev sembra più forte di noi, se i nostri giocano così. E il rimpianto per il formato della vecchia Coppa Davis cresce a dismisura. Perché potendo giocare 4 singolari invece di due, e riducendo l’importanza del doppio che oggi vale il 33 per cento dei punti e nella antica Coppa Davis invece valeva il 20 per cento, avremmo avuto vere chances di conquistarla per più di uno, due o tre anni. Se pensiamo che l’abbiamo vinta una volta sola… beh, cavolo, come sono cambiate le cose in un paio d’anni, da quella semifinale parigina raggiunta da Cecchinato a Parigi (dopo un “buco nero” di circa 40 anni e 160 Slam!), al trionfo monegasco di Fabio Fognini nell’aprile 2019, con gli 11 tornei vinti da allora dai tennisti italiani in mezzo a 13 finali raggiunte.

Oggi dobbiamo stare attenti. Dobbiamo vincere entrambi i singolari perché il doppio contro Cabal e Farah (campioni a Wimbledon nel 2019) non ci vedrebbe favoriti. Non credo che Galan possa combinarci lo scherzo di battere Sinner e che Mejia (se gioca lui invece di Cristiano Rodriguez) possa creare veri problemi a Sonego. Ragionevolmente giocheremo i quarti di finali lunedì contro la Croazia di Cilic e Gojo. Sinner dovrà giocare contro Cilic e Sonego contro Gojo. E anche in quel caso sarà meglio vincere entrambi i singolari, perché contro Pavic e Mektic, n.1 mondiale del doppio, sarebbe meglio non dover giocare un match decisivo.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Editoriali del Direttore

Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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