Da Londra a Torino, dieci anni dopo: dai "Fab 4" ai giorni nostri

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Da Londra a Torino, dieci anni dopo: dai “Fab 4” ai giorni nostri

Vediamo cosa è cambiato negli ultimi dieci anni. Quel ricambio generazionale tanto invocato è già avvenuto? Da Federer, Nadal e Djokovic ai campioni del presente Medvedev, Tsitsipas e Zverev

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Pala Alpitour - ATP Finals Torino 2021 (photo Twitter @atptour)
 
 

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

In occasione delle Nitto ATP Finals, che per la prima volta si giocano in Italia, vediamo cosa è cambiato negli ultimi dieci anni. Quel ricambio generazionale tanto invocato è già avvenuto?

Durante queste Nitto ATP Finals, che per la prima volta si stanno svolgendo a Torino, torniamo indietro di dieci anni per cercare di capire come il tennis è cambiato nell’ultimo decennio. Partendo da una tesi provocatoria: il livello del tennis maschile a oggi è più basso rispetto al 2011. Soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto “supporting cast” ovvero i giocatori che si sono qualificati a Torino questa stagione occupando tra la quinta e l’ottava posizione. Cercheremo di paragonare coloro che giocarono per le ATP Finals di Londra nel 2011 e coloro che si sono qualificati questa stagione.

 

Nel 2011 gli otto partecipanti alle ATP Finals in ordine di ranking erano Djokovic, Nadal, Murray, Federer, Ferrer, Tsonga, Berdych e Fish. Nel 2021 Djokovic, Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Rublev, Berrettini, Hurkacz e Ruud. L’unico ancora presente è il serbo, dominatore dieci anni fa così come oggi. Partiamo proprio da lui per la nostra analisi.

RE SENZA PIÙ RIVALI

Quella stagione per Nole rappresentò la prima vera annata nella sua carriera da assoluto protagonista. Vinse ben 70 partite perdendone solo 6, tre di queste sconfitte arrivarono nei tornei di fine stagione dove ovviamente era stremato. Il serbo aveva 24 anni, concluse l’anno giocando ben 76 partite mentre ad oggi nel 2021 ne ha giocate 54. Una bella differenza ma d’altronde ha ribadito più volte che a questo punto della sua carriera la sua priorità sono gli Slam. Partendo proprio dai majors, nel 2011 Djokovic ebbe un cammino molto simile a questa stagione. Tre vittorie e una semifinale persa a Parigi dieci anni fa, tre vittorie e una finale persa a New York quest’anno.

In un articolo scritto per El Pais la scorsa estate dopo la vittoria del Roland Garros, Toni Nadal, uno che conosce molto bene Novak dal momento che suo nipote ci ha giocato ben 58 volte, ha affermato come secondo lui “il livello di Djokovic è più basso rispetto al 2011 e al 2015 ma ciononostante è sempre un gradino superiore ai giovani” ha affermato Toni. Come a dire, Novak gioca alla grande ma è anche avvantaggiato dagli avversari che affronta. Nel 2011 per aggiudicarsi l’Australian Open dovette sconfiggere Federer e Murray consecutivamente mentre quest’anno i suoi ultimi due avversari sono stati Karatsev e Medvedev. Durante la stagione sulla terra battuta batté due volte consecutive il re della terra, Nadal, a Madrid e Roma. Quest’anno la preparazione al Roland Garros è stata abbastanza balbettante con il solo titolo nel challenger travestito da 250 di Belgrado. A Parigi nel 2011 venne sconfitto dal miglior Federer di sempre sulla terra battuta mentre quest’anno ha battuto Nadal in semifinale ma ha trovato in Tsitsipas un avversario morbido e inesperto in finale. Il caso più eclatante è sicuramente Wimbledon. Dieci anni fa sconfisse Nadal in finale, quest’anno Berrettini. Allo US Open giocò il torneo dell’anno: sconfisse Federer annullando allo svizzero due match point e in finale si portò a casa il titolo dopo aver battuto Nadal per la sesta volta nell’anno. Qualche mese fa ha battuto Zverev a cui chiaramente manca ancora qualcosa negli Slam e ha perso da Medvedev.

I partecipanti alle Barclays ATP World Tour Finals 2011

AI GIOVANI MANCA ANCORA QUALCOSA

Non stiamo parlando solamente di essere più forti tecnicamente ma di chi è più difficile da battere. Nel 2011 Federer e Nadal erano in piena attività e sicuramente più difficili da battere dei vari Medvedev, Tsitsipas, Zverev. Questi tre ragazzi non sono ancora in grado di essere minacciosi tutti insieme nello stesso torneo. Il greco è pericoloso sulla terra battuta ma è un pesce fuor d’acqua sull’erba. Dal punto di vista tecnico sembra mancargli qualcosa. Gioca bene tutti i colpi ma ricorda un pochino Dimitrov per l’incapacità di avere un vero e proprio colpo killer. Questa mancanza la nasconde bene sulla terra battuta dove è molto abile nel manovrare il gioco ma viene fuori prepotentemente sui manti erbosi dove spesso si gioca su pochi colpi.

Daniil è fortissimo sul cemento ma da aprile a luglio per lui la stagione si ferma. Il suo gioco viene definito da alcuni avversari tra cui lo stesso Tsitsipas “antiestetico” ma è molto efficace. È il più abile tra questi tre giovani nel trovare angoli impossibili da ogni parte del campo, arriva su ogni palla grazie a un’ottima condizione fisica ma con il dritto qualche volta s’incarta. Nelle sue giornate peggiori sembra quasi che faccia fatica a dare a questo colpo abbastanza velocità ma è sicuramente la chiave del suo gioco. Nella finale dello US Open nel 2019 contro Nadal ha cominciato a rimontare quando è diventato più aggressivo proprio con il dritto.

Anche Zverev sui prati fa molta fatica e a 24 anni non ha ancora battuto un top 10 negli Slam. Ciononostante vanta  tre semifinali e una finale negli Slam. Questo dato conferma che per raggiungere questi risultati non ha dovuto affrontare nessuno dei migliori giocatori al mondo. La differenza con i primi anni della sua giovane carriera è che ora non perde con giocatori con un ranking ben peggiore del suo ma allo stesso tempo al meglio dei cinque set non si esibisce come al meglio dei tre set. È uno dei giocatori più solidi del circuito, molto spesso però finisce con l’accettare scambi troppo lunghi in cui con il dritto diventa estremamente passivo.

Il dritto è un colpo davvero importante nel tennis, su cui Federer e Nadal hanno posto le basi della propria carriera. Djokovic e Murray da giovani venivano criticati per il dritto e il salto di qualità per entrambi è dipeso dal migliorarlo. Dal 2011 Djokovic è riuscito a portare il dritto quasi allo stesso livello del rovescio e Murray, soprattutto quando lavorava con Ivan Lendl, ha cominciato a colpire questo colpo con più  aggressività vincendo i primi due Slam della carriera.

L’INDOMABILE FERRU

Il primo degli umani nel 2011 era David Ferrer mentre in questa stagione quella posizione è occupata da Andrej Rublev. Il ranking del russo è sicuramente generoso. Il Ferrer del 2011 per ottenere la quinta posizione alle ATP Finals aveva ottenuto una semifinale all’Australian Open e tre ottavi nei rimanenti Slam. A Parigi perse da Monfils 8-6 al quinto set, a Wimbledon fu battuto da una delle migliori versioni di Tsonga e allo US Open da Roddick a quel tempo 20 del mondo. Rublev quest’anno vanta un solo quarto di finale, all’Australian Open mentre ha deluso parecchio negli altri tre Slam. Sconfitto al primo turno a Parigi da Struff, a gli ottavi a Wimbledon da Fucsovics e al terzo turno allo US Open da Tiafoe. A livello ‘1000’ Rublev ha avuto la miglior stagione della carriera, finale a Montecarlo e Cincinnati e semifinale a Miami. È giusto ricordare che a Miami quest’anno mancavano tutti i migliori, a Montecarlo ha battuto un Nadal acciaccato e a Cincinnati Medvedev dopo lo scontro con la telecamera non è stato più lo stesso. Rublev è stato bravo quest’anno ad approfittare degli spazi che c’erano.

Curiosamente pure Ferrer nel 2011 fece due finali a livello ‘1000’, a Montecarlo e a Shanghai. Davanti si trovò però Nadal nel principato e Murray in Cina.  A livello tecnico Rublev è un giocatore più monodimensionale di Ferrer. Il russo gioca bene quando trova un avversario, tipo Fognini, che gioca piatto come lui ma a velocità minori e con poche variazioni. Cerca di colpire la palla il più forte possibile ma i suoi colpi, visti da vicino, sono meno incisivi di quanto sembra. Ferrer era molto consistente da ogni parte del campo, il dritto era piuttosto efficace e soprattutto era in grado di contrattaccare molto bene, qualità che ad Andrej pare mancare. Nel corso della carriera era difficile inoltre vedere Ferrer perdere con giocatori peggio classificati nei primi turni di uno Slam o un ‘1000’. Rublev questa stagione ha perso troppe partite che non avrebbe dovuto perdere.

LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI

Il sesto partecipante alle Nitto ATP Finals 2021 sarà Matteo Berrettini. Il romano a livello di continuità ha avuto la miglior stagione della carriera. Ha raggiunto almeno i quarti di finale in tre Slam su quattro e in queste tre occasioni solo Djokovic è stato in grado di fermarlo. Jo Wilfried Tsonga, uno degli idoli giovanili di Matteo, occupava la stessa posizione nel 2011. A livello di risultati l’italiano ha fatto meglio del francese. Finale a Wimbledon, quarti a Parigi e New York e ottavi a Melbourne dove non è stato in grado di scendere in campo a causa di un infortunio a gli addominali. È giusto dire però che Berrettini è stato davvero molto fortunato nei tabelloni che ha incontrato. La testa di serie più alta sconfitta dal romano è stato Hubert Hurkacz a Wimbledon che si era presentato a quel torneo da numero quattordici del mondo. A Parigi per arrivare ai quarti ha dovuto battere Daniel, Coria e Kwon prima di sfidare Novak a causa del forfait di Federer a gli ottavi. Ha fatto finale nel torneo di Wimbledon meno competitivo degli ultimi quindici anni. Allo US Open Chardy, Moutet, Ivashka e Otte sono un ottimo tabellone per arrivare ai quarti. Detto questo Matteo è stato bravo a non farsi sorprendere da avversari meno quotati ma non essendosi mai confrontato con giocatori dentro la top 10 a eccezione di Djokovic Matteo avrà tanto da dimostrare nel 2022. Jo Wilfried Tsonga dieci anni fa perse da Dolgopolov in Australia al terzo turno e da Wawrinka al terzo turno a Parigi. Partiva all’inizio di questi tornei da una testa di serie più bassa di Matteo, sempre tra la tredicesima e diciassettesima posizione e i sorteggi non si rivelarono benevoli. A Wimbledon però il francese giocò il miglior tennis della carriera togliendosi lo sfizio di recuperare due set a Federer per sconfiggerlo al quinto set. Allo US Open Federer si prese la rivincita su Tsonga eliminandolo ai quarti. Tsonga ebbe oggettivamente tabelloni più difficili di Matteo. Si parla spesso delle mancanze del romano dal lato sinistro del campo. Il rovescio e la risposta al servizio sono colpi ancora troppo deboli per pensare di stare nella top 5 per anni. Anche Tsonga veniva criticato per il rovescio che, però, era più consistente di quello di Berrettini. Inoltre l’esplosività del talento di Les Mans gli permetteva di compensare più facilmente alcune lacune tecniche. Il servizio e il dritto sono due armi importanti per Berrettini ma è meno giocatore a ‘tutto campo’ di Tsonga.

Jo-Wilfried Tsonga (Photo by Matthew Lewis/Getty Images)

MAESTRO DI CONTINUITÀ

Berdych e Hurkacz: due giocatori per certi versi simili che hanno in comune la settima testa di serie in questo nostro confronto. Nel 2011 il ceco non ebbe risultati incredibili negli Slam. Quarti di finale all’Australian Open perdendo contro Djokovic, primo turno a Parigi contro l’istrionico Stephane Robert a Parigi, ottavi contro Fish a Wimbledon che stava giocando il miglior tennis della carriera e ritiro al terzo turno per infortunio allo US Open. A livello ‘1000’ fece però davvero bene: quarti di finale raggiunti in sei dei nove ‘1000’ disputati. D’altronde il ceco è sempre stato un mostro di continuità, peccava nei match contro i migliori meritandosi per alcuni il soprannome “Perdych” ma generalmente era difficile vederlo fuori prima dei quarti in un torneo importante. Hubert invece pecca a livello di continuità, come dimostrano le sconfitte al primo turno in Australia contro Ymer e a Parigi contro Botic Van De Zandschulp. In mezzo c’è la vittoria a Miami ottenuta contro Jannik Sinner in una delle peggiori edizioni della storia del torneo a livello di giocatori presenti. Come detto Hubert non combina più nulla fino a Wimbledon dove raggiunge la semifinale battendo Federer nei quarti. La fortuna di incontrare Roger quando ha 40 anni e viene da due operazioni in un anno e mezzo. Deludente invece la sconfitta contro Seppi allo US Open. A livello tecnico i colpi di Berdych erano più penetranti di quelli di Hubert, la sua “sfortuna” é stata davvero quella di incrociare per ben 78 volte la racchetta con uno dei “big three”.

Mardy Fish si qualificò per le ATP Finals come ottavo nel 2011 mentre quest’anno l’onore spetta a Casper Ruud. Il norvegese è un caso particolare dal momento che è l’unico degli otto partecipanti alle Nitto ATP Finals a non aver raggiunto nemmeno un quarto di finale negli Slam. Allo stesso tempo ha mostrato una buona continuità a livello 1000 con ben cinque quarti disputati. Tre addirittura sono arrivati sul cemento. Anche in questo caso però i giocatori affrontati sono stati abbastanza modesti e non bisogna dimenticarsi che Casper ha ottenuto ben 750 punti in estate aggiudicandosi tre Atp 250 (Bastad, Gstaad e Kitzbuhel) che quest’anno erano particolarmente di basso livello a causa della concomitanza con le Olimpiadi. Per aggiudicarsi questi tre titoli non ha dovuto battere nemmeno un Top 60. La terra battuta è la sua superficie preferita, ciononostante a Parigi non è mai andato oltre il terzo turno.

Fish nel 2011 fece i quarti a Wimbledon perdendo contro Nadal e allo US Open si arrese a gli ottavi contro Tsonga. Oggettivamente sconfitte che ci stanno. A livello ‘1000’ perse in semifinale a Miami da Djokovic che lo sconfisse pure in finale a Montreal qualche mese più tardi. A Cincinnati fu Murray a sconfiggerlo in semifinale. Non è un’eresia dire che Fish avrebbe probabilmente potuto vincere un ‘1000‘ nel 2011 se non si fosse trovato davanti sempre uno dei “Fab Four”.

NASCERE AL MOMENTO GIUSTO

Questa stagione ha confermato una tendenza che ormai si verifica almeno dal 2017. I “Big Three” sono sempre più vecchi e incerottati, i Masters 1000 li saltano molto spesso e così si aprono molte possibilità per questi giovani giocatori che i vari Berdych, Tsonga, Ferrer non hanno mai avuto dal momento che nelle fasi finali di praticamente ogni torneo si dovevano confrontare con i migliori che, a quel tempo, lasciavano le briciole. La tendenza iniziata nel 2017 perché proprio attorno a quella stagione Wawrinka ha avuto un importante infortunio al ginocchio, Berdych era piegato dalla schiena e Ferrer stremato da anni di lotta. Senza dimenticare che proprio a Wimbledon nel 2017 Murray ha forse dovuto dire per sempre addio alla possibilità di competere ad altissimi livelli. Federer dopo un incredibile ritorno in Australia ha cominciato a saltare completamente la stagione sul rosso e Nadal sul duro ha avuto spesso problemi fisici. Impossibile non citare pure Juan Martin del Potro che a fine 2018 si è infortunato nuovamente mettendo a serio rischio la carriera. Così il giovane Zverev si è trovato nel 2017 al numero 3 del mondo senza nemmeno un quarto di finale negli Slam. Dal 2009 al 2016 solo in otto occasioni un giocatore al di fuori dei “Fab Four” ha vinto un Masters 1000 mentre dal 2017 a oggi sono stati ben 18 i Masters 1000 che non sono stati vinti da uno dei “Fab Four”. Il ricambio generazionale è certamente stato agevolato anche da come i migliori hanno sistematicamente saltato i Masters 1000 e coloro che stavano subito dietro di loro lentamente, spesso a causa d’infortuni, sono usciti dalla top 10. È chiaro che non si può pensare che Djokovic, Federer e Nadal giocheranno per sempre ma grandi tennisti come Ferrer, Tsonga, Berdych, Wawrinka, hanno vinto molto meno di quanto avrebbero meritato solo perché davanti a loro avevano dei mostri. Alcuni dei ragazzi che giocheranno le Nitto ATP Finals hanno spesso avuto tabelloni davvero facili per costruirsi la loro classifica.

Chiudiamo con una piccola provocazione. Se nel 2022 Nadal, Federer e Thiem torneranno a pieno regime i partecipanti alle Nitto Atp Finals 2022 saranno molto diversi da quelli di quest’anno. Coloro che rischiano più il posto? Rublev, Ruud, Hurkacz e Berrettini.


‘Sotto rete’, la storia delle NITTO ATP Finals raccontata da Ubaldo

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Laver Cup: anche Tsitsipas e Ruud nel Team Europe. Regalo di compleanno per Rod

Annunciati altri due top 10 per la formazione europea, il giorno dopo il compleanno dell’ex campione

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delray beach, florida, january, 1982 grand slam tennis champion, rod laver at laver's resort. exclusive photo by art seitz

La più grande esibizione del mondo tennistico, intitolata all’unico in grado di portare a casa il Grande Slam nell’anno solare (ben due volte) si arricchisce di altre due partecipazioni illustri: Stefanos Tsitsipas e Casper Ruud. Curiosamente, ieri 9 agosto (un giorno dopo quello di Federer) Rod Laver ha compiuto 84 anni, e la partecipazione ufficiale del greco e del norvegese con il Team Europe, rispettivamente n.5 e 7 del mondo, suona quasi come un regalo di compleanno per la Laver Cup (e dunque per Rod stesso). Già la presenza dei Fab 4 da sola sarebbe bastata per un’audience smisurata, aggiungere due giovani top 10 e finalisti Slam può solo arricchire il menù e gli introiti.

Per Tsitsipas, dopo quelle del 2019 e del 2021, si tratta della terza partecipazione a questa manifestazione, sempre vinta dal Team Europe di Bjorn Borg, apparso ben contento (probabilmente a differenza di John McEnroe, capitano del Team World) di accogliere altri due campioni: “Una formazione straordinaria. Stefanos e Casper guidano la nuova generazione di giocatori. Entrambi hanno eccelso nella competizione della Laver Cup e non ho dubbi che apprezzeranno l’opportunità di stare al fianco dei Big Four. Sarà un evento straordinario a Londra“. E anche il greco, che deve ritrovare la giusta rotta dopo un periodo non esaltante, non lesina sulla sua gioia di poter far essere anche quest’anno della partita: “La Laver Cup è un evento a cui mi diverto a prendere parte poiché faccio squadra con i miei rivali e divento parte del Team Europe, giocando contro alcuni dei migliori concorrenti che il Team World ha da offrire. Sono più che orgoglioso di rappresentare il Team Europe“.

 

Ruud invece, dopo aver raggiunto le prime finali Slam e 1000, e il best ranking di 5 al mondo, giocherà per la seconda volta in carriera (esordio l’anno scorso) la Laver Cup, in quella che probabilmente passerà alla storia come la squadra più forte di tutti i tempi, potendo schierare Djokovic, Federer, Nadal e Murray insieme.Sono orgoglioso di far parte di una formazione storica del Team Europe“, dice Ruud, “è stata un’esperienza straordinaria gareggiare a Boston e non vedo l’ora di avere questi incredibili giocatori come miei compagni di squadra a Londra“.

Rod Laver ha festeggiato tante volte nella carriera e nella vita, ma questa è la prima volta che come regalo di compleanno riceve due top 10 per il torneo che porta il suo nome, e dunque, con la speranza che per la prima volta il Team Europe possa non vincere, o almeno che ci sia un po’ di pepe in più nella sfida, auguriamo anche noi di Ubitennis un buon compleanno (con un giorno di ritardo) all’ex campionissimo.

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Serena Williams, la fine di un’era e il desiderio della famiglia. Da quella sconfitta con Vinci la lenta discesa

Il recente annuncio su Vogue della campionessa Serena Williams ha scosso il mondo del tennis, e tutto iniziò in quello US Open 2015

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Serena Williams - Wimbledon 2022, Credit AELTC Jon Super

Un’icona, una leggenda, un nome che basta a scatenare caterve di ricordi e record, di braccia al cielo e sorrisi. Un volto, un cognome che sanno di rivalsa e di rivincita, di chi nella vita dal punto più basso è arrivato a danzare con le stelle. In poche parole, Serena Williams, LA tennista del terzo millennio finora, perché la WTA si è sempre identificata in lei, finché il fisico lo ha permesso. Elencare tutti i titoli è un lavoro d’archivio che non potrebbe bastare a ritrarre la grandezza di una donna, prima che una sportiva, che ha sfruttato il suo talento e la sua notorietà per sensibilizzare anche sui problemi razziali, di genere. Eppure, arriva un momento in cui semplicemente non si può più tenere il livello sempre mostrato, in cui ci si guarda indietro e pensando al futuro si capisce che è forse arrivata l’ora di calare il sipario. E così, l’altro giorno, dopo la vittoria contro Parrizas-Dias al primo turno del WTA 1000 di Toronto, su Vogue (magazine di moda dove anche Sharapova, l’unica che può dirsi rivale di Serena, annunciò il suo ritiro) Serena Williams ha detto stop.

Più di 1000 vittorie, 23 Slam, record di settimane consecutive al n.1 (e tanto altro ancora): l’americana ha deciso di lasciarsi alle spalle il tennis dopo il “suo” US Open, per dedicarsi a “quell’altra vita”, che gli sportivi spesso sognano, quella di una famiglia, da vivere a tempo pieno. Su Vogue (come riportato da Gianluca Sartori qualche giorno fa), in conclusione del lungo servizio, Serena lancia due messaggi importanti, sia sull’importanza di suo marito e sua figlia, sia sulla problematica femminista ancora una volta, anche in questo momento di addio (la parola “ritiro” è troppo dura, Serena non la usa mai). Perché abbandonare il campo, l’adrenalina è una cosa, ma pensare che una Donna del genere potrà mai smettere di impegnarsi per i più deboli come fa da una vita intera… è pura follia.

Ma, per quanto la notizia possa scuotere e agitare, sarebbe fuori luogo stupirsene come se fosse inaspettata. Sono anni che Serena non gioca con costanza, in cui non è più quella di una volta, addirittura non vince uno Slam dall’Australian Open del 2017. Eppure, il reale giorno in cui il suo strapotere finì, in cui anche lei tornò a riscoprirsi umana, è ancora più lontano nel tempo: 11 settembre 2015, New York, Flushing Meadows, Arhtur Ashe Stadium, semifinale dello US Open, una delle ore più fulgide del tennis italiano. Serena Williams, a due partite dal Grande Slam, affronta Roberta Vinci, in una partita dall’esito scontato… ma il vento del destino quel giorno spirò diversamente, regalò la vittoria della vita all’azzurra, e fu il primo segnale che le fondamenta di un impero stavano iniziando a cedere, che quelle stelle pian piano si facevano sempre più tenui. Da allora, infatti, Serena ha vinto solo altri due Slam, ha perso il primato, e ha iniziato pian piano il suo declino.

 

Tutto per mano di una pugliese, una ragazza che voleva solo vivere un sogno, e oggi, quasi 7 anni dopo, ricorda quei momenti sulla Gazzetta dello Sport, nel servizio di Paolo Bartezzaghi. “Ero pronta a tornare“, dice Vinci, “il giorno prima della semifinale avevo già chiamato l’agenzia di viaggio per il volo. Serena era numero 1 e giocava a casa sua; è stato un ribaltone incredibile, dopo aver perso il primo set. Non ho mai mollato. Mi ero detta che non avrei dovuto accontentarmi e che mi sarei dovuta godere la prima semifinale in uno Slam, vivendola in modo positivo“. Ai tempi non sembrava così, ma oggi è chiaro che Roberta inflisse un colpo duro da digerire a una delle carriere più ricche della storia dello sport, dando l’inizio ad una lenta fine: “Non ne abbiamo mai parlato, non c’è stata occasione, ma quella sconfitta l’ha segnata tanto. Per un periodo non giocò più, non se l’aspettava. Per una come lei, un conto è perdere con Sharapova o Azarenka, un conto con la Vinci“.

E da quella sconfitta, che la riportò tra i comuni mortali proprio per aver perso contro una giocatrice di un livello decisamente più basso, ad oggi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Serena ha 40 anni, è una madre, l’attuale n.1 al mondo sarebbe nata dopo due anni quando lei vinse il suo primo Slam, tante delle giocatrici che l’hanno accompagnata ai suoi successi (venendo spesso sconfitte) si sono ritirate, e probabilmente sua sorella Venus sarà la prossima. Ma una cosa non è cambiata, e mai cambierà: l’amore, il rispetto, l’ammirazione che tutto il mondo, tennistico e non, ha e porterà con sé verso una giocatrice unica, una lottatrice che ha reso il fango diamanti, consapevoli della fortuna di aver potuto assistere direttamente alle imprese di Serena Williams da Saginaw, Michigan.

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