Il Covid della discordia (Crivelli, Mastroluca, Bo). E Nadal riscrive la storia (Grilli)

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Il Covid della discordia (Crivelli, Mastroluca, Bo). E Nadal riscrive la storia (Grilli)

La rassegna stampa di domenica 9 gennaio 2022

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Djokovic: “Covid a dicembre”, ma era in giro… (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il destino immediato di Novak Djokovic, nonché la sua credibilità e l’immagine che d’ora in poi si porterà dietro su tutti i campi del mondo sono racchiusi nelle 35 pagine della memoria difensiva che I suoi legali hanno consegnato al giudice Kelly, l’uomo chiamato a decidere, dalla mezzanotte italiana, se al numero uno del tennis debba essere riconsegnato il visto d’ingresso negatogli all’arrivo in Australia e consentirgli così di giocare il primo Slam stagionale vinto 9 volte oppure se il ricorso vada respinto, rispedendolo in patria con effetto immediato. Sono le ore decisive attorno a una vicenda che fin dai primi vagiti ha ovviamente assunto portata planetaria per lo spessore del protagonista e che comunque finisca lascerà macerie su ciascuno degli attori coinvolti, persone ed istituzioni. Da quel documento, però, emerge finalmente il punto decisivo attorno al quale si gioca la sorte della difesa: il 16 dicembre il serbo è risultato positivo al Covid. Dopo tante illazioni sulle date del possibile contagio, la conferma che Nole si è ammalato (per la seconda volta) e poi è guarito, potendo quindi richiedere, in base alle regole fissate da Tennis Australia e dallo Stato del Victoria, l’esenzione sanitaria da non vaccinato. Come pezza d’appoggio, gli avvocati del serbo presenteranno pure una lettera del Ministero degli Interni australiano che il 1° gennaio 2022 gli ha confermato che i suoi documenti avevano soddisfatto i requisiti per poter entrare nel Paese senza passare dalla quarantena. Inoltre, Djokovic era già in possesso di un visto per atleti assegnatogli il 18 novembre e anche dell’esenzione confermata dal comitato medico indipendente il 30 dicembre. Qui però finiscono le certezze e si palesano i lati oscuri dell’impianto difensivo. Innanzitutto, rimane assodato che per il Governo federale la guarigione da Covid non costituisce ragione esimente per ottenere una deroga al vaccino. Inoltre, Tennis Australia richiedeva che l’esenzione fosse presentata entro il 10 dicembre e Novak è risultato positivo sei giorni dopo: dunque, la sua richiesta sarebbe stata esaminata dagli organizzatori ben oltre la deadline. In aggiunta, proprio il 16 dicembre il numero uno del mondo aveva partecipato alla presentazione ufficiale di un francobollo in suo onore. E se per l’occasione l’esito del tampone poteva ancora essere ignoto, altre foto circolate in rete lo mostrano, il giorno dopo, assegnare premi ai ragazzini della sua Accademia, a contatto con bambini e genitori e senza uno straccio di mascherina: non esattamente il comportamento che si richiederebbe a un contagiato. […] II fratello Djordje, intanto, instilla il dubbio sulle prossime scelte del campione: «Lo stanno trattano come un criminale, qualcuno pagherà. E anche se dovessero restituirgli il visto, non so se giocherà il torneo, che al momento è l’ultimo dei suoi pensieri: troppo stress».

Djokovic e il Covid della discordia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un fatto, scriveva Friedrich Dürrenmatt, «non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi». Il principio vale appieno per il fatto sportivo di questi giorni, l’esenzione concessa prima e il visto revocato poi a Novak Djokovic che stanotte a mezzanotte (le 10 di mattina ora di Melbourne) si difenderà davanti al giudice al giudice Anthony Kelly del Federal Circuit Court. Ieri il tribunale ha reso note le 35 pagine della sua memoria difensiva. Djokovic, adesso lo sappiamo, ha chiesto l’esenzione perché ha contratto il COVID come dimostra un tampone molecolare positivo del 16 dicembre. L’ha ottenuta dopo il via libera di due gruppi indipendenti di medici, che hanno valutato le domande senza conoscere l’identità dei richiedenti. Ha ricevuto poi a Capodanno una lettera dal Department of Home Affairs del governo nazionale. Il verdetto è chiaro: Nole “possiede i requisiti per entrare nel Paese senza doversi sottoporre a un periodo di quarantena”. […] Il governo aveva avvisato Tennis Australia, la federazione tennis che organizza il torneo, che un contagio recente non sarebbe stato considerato sufficiente per evitare la quarantena. Il serbo sapeva che l’esenzione medica non costituiva garanzia di ingresso in Australia? Abdul Rizvi, ex ufficiale del dipartimento australiano dell’immigrazione, si è stupito che, di fronte a questi dubbi, non l’abbiano fermato a Dubai prima di imbarcarsi. Non è da escludere che la sua popolarità e le sue convinzioni sui vaccini, apertamente sbandierate, abbiano avuto un peso. Complottismi a parte, in uno Stato che ha chiuso Melbourne in lockdown per 262 giorni, la ratio delle esenzioni per essere considerati immunizzati anche senza aver ricevuto due dosi di vaccino è chiara: bisogna dimostrare l’impossibilità a vaccinarsi per cause di forza maggiore. Ci sono poi altri elementi che contribuiscono a ingarbugliare la situazione. C’è la questione della data del tampone positivo, il 16 dicembre 2021. Quello stesso giorno Djokovic ha partecipato a un convegno organizzato dalla sua fondazione e il 17 ha incontrato un gruppo di bambini al Novak Tennis Centre. Sapeva di essere positivo? La partecipazione a questi eventi, di pubblico dominio e documentata sui suoi profili social, può aver influenzato la decisione? Domande senza risposta, a cui se ne aggiunge un’altra. In una lettera inviata ai giocatori, Tennis Australia indicava il 10 dicembre come termine ultimo per presentare le richieste di esenzione: era solo un’indicazione di massima? […]

Nole, giallissimo! (Marco Bo, Tuttosport)

Più passano i giorni e il pasticcio di Novak Djokovic, ribattezzato Novax Djokovic, si allarga, macchiando ulteriormente la sua immagine. Per sua fortuna però, siamo agli sgoccioli della telenovela, per cui a cavallo tra la notte italiana e il giorno australiano il tribunale competente si esprimerà sul suo visto e il serbo saprà se dovrà reimbarcarsi per tornare nel suo Paese per la conferma della cancellazione del visto, oppure potrà restare a Melbourne per giocare l’Australian open a caccia del suo 21′ Slam della carriera. Con l’avvicinarsi del verdetto si è alzata la coltre di nebbia che avvolgeva la situazione di Djokovic che, oltre a essersi sempre mosso con imbarazzante disinvoltura in questi quasi due anni di Covid, non ha mai voluto esprimersi in maniera chiara e diretta sull’argomento vaccino. Gli avvocati del tennista hanno fatto sapere che la motivazione per cui Djokovic è volato in Australia senza vaccino è da spiegarsi col fatto che è risultato positivo al covid, nuovamente, il 16 dicembre scorso. Sarebbe provato da un documento redatto da un medico del suo Paese ma le regole per entrare in Australia sono più rigide per cui non è affatto scontato che il campione possa giocare. Tra l’altro i media si sono scatenati e hanno scoperto che il 16 dicembre Djokovic ha presenziato con tanto di foto senza mascherina a un evento nel suo Paese per la presentazione di un francobollo in suo onore, e in questo caso si potrebbe pensare che l’esito del test lo abbia ricevuto la sera stessa, ma il giorno seguente una ventina di ragazzi di una sua Academy hanno postato un’altra foto, con il campione, che si era recato per premiarli. Ma c’è di più. Il permesso di entrare in Australia senza vaccino bisognava chiederlo entro il 10 dicembre e questo non sarebbe avvenuto. Perché? […] Certo è che l’entourage del tennista ha contribuito ad alzare la temperatura intorno alla querelle e questo non depone certo a favore di una soluzione clemente da parte della giustizia australiana che, è risaputo, è piuttosto rigida nell’applicare le norme e poco incline all’interpretarle.

E Nadal riscrive la storia (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Per un Djokovic chiuso nel suo triste rifugio, tra blatte e forse, chissà, qualche autocritica sulla sua condotta recente, c’è uno dei suoi rivali infiniti che tenta il ritorno ai massimi livelli dopo l’ennesimo stop a cui il fisico l’ha costretto. Parliamo naturalmente di Rafa Nadal, sceso al n. 6 del ranking ma ancora desideroso di combattere. A Melbourne, nel primo torneo di riscaldamento in vista di quegli Open d’Australia che ha vinto solo una volta, nel 2009, ha raggiunto la 126^ finale della sua straordinaria carriera (88 i titoli in bacheca), a quasi due anni di distanza dall’ultima vittoria sul cemento, Acapulco 2020 in finale su Fritz. Non giocava gare ufficiali da agosto, dalla sconfitta contro Harris al terzo turno di Washington, prima di attendersi al “solito” infortunio al piede sinistro, ed era tornato in campo solo venti giorni fa nell’esibizione di Abu Dhabi, che gli aveva lasciato come strascico più di qualche perplessità sulla qualità del suo tennis (aveva perso da Murray e Shapovalov) e soprattutto una positività al Covid. Nadal ha raggiunto una finale Atp per il 19° anno di fila – la prima a Sopot, in Polonia, nel 2004 – ma a Melbourne, per la verità, non ha dovuto impegnarsi più di tanto. Dopo il successo al debutto sul lituano Berankis (104 Atp) e il ritiro del suo avversario nei quarti, l’olandese Griekspoor, ieri ha sconfitto in due set il finlandese Ruusuvuori (numero 95), complicandosi la vita solo alla fine del secondo set. Perso il servizio al momento di chiudere il match, sul 5-3, ha dovuto annullare una pericolosa palla break sul 5-5 prima di chiudere con un paio di punti dei suoi. «È un grande ritorno per me, dopo sei mesi senza gare – ha detto lo spagnolo – anche ci sono ovviamente cose che devo fare meglio. Dopo una lunga assenza, sono un po’ preoccupato per quello che potrebbe succedere, ma il mio corpo resiste». […]

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Berrettini, è semifinale! (Crivelli, Mastroluca, Azzolini). Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Mastroluca). Barty è inarrestabile (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 26 gennaio 2022

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Rafa, a noi 2 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Non esistono più terre inesplorate di fronte all’inarrestabile avanzata degli eroi vestiti d’azzurro. Mai un italiano era approdato tra i magnifici quattro degli Australian Open. Matteo Berrettini consolida il fantastico viaggio personale verso l’empireo del suo sport e diventa il primo italiano di sempre a raggiungere le semifinali in almeno tre Major (ci era già riuscito a New York e a Wimbledon). Un altro pellegrinaggio nel tempio, dove guarderà negli occhi la divinità senza alcun timore di farsi incenerire, anzi con la consapevolezza di essere costituito della medesima sostanza. Gli tocca Nadal, come quella notte di trenta mesi fa agli Us Open, il loro unico precedente: ma se allora Berretto era un novizio, adesso il suo piedistallo è lo stesso dello spagnolo. Entrambi, si guadagnano una porzione di paradiso australiano attraverso un percorso identico: avanti di due set, si fanno rimontare, sembrano spacciati, finiti e invece ribaltano il destino avverso con il quid in più del campionissimo, che non si affida solo alle qualità tennistiche ma anche alla tensione morale di chi non si abbandona mai all’idea della sconfitta. Nel doppio 6-4 con cui Matteo prende il controllo della sfida con Monfìls c’è il solito servizio martellante, c’è il dritto che non perdona, ma anche lo slice di rovescio che crea angoli importanti. Ma con il match in mano, il numero 7 del mondo si incarta, risponde con meno efficacia, appare stanco e poco reattivo con i piedi, mentre il francese prende un metro di campo e muove le pedine dalla riga di fondo. Ora è lui il padrone, ma non è sceso a patti con l’orgoglio feroce e la granitica solidità mentale di Matteo, che gli strappa il servizio d’acchito nel primo game del quinto set e si invola, più forte del tifo becero del drappello di tifosi francesi cui al match point riserverà le mani alle orecchie e l’urlo «Non vi sentooo»: «Ci ho messo il cuore, all’inizio del quinto set ho pensato ai giorni terribili dell’infortunio e mi sono detto che non potevo mollare visto che ero lì con la possibilità di lottare: non volevo uscire dal campo con qualche rimpianto, non volevo assaggiare il gusto amaro della sconfitta. Sono super orgoglioso, non credo sia sbagliato dire che sto scrivendo la storia del tennis italiano. Essere accostato oggi a certi campioni mi rende felice e onorato. Normalmente ci penso solo alla fine del torneo, ma sto sentendo davvero tanto affetto che mi arriva dall’Italia. Vedere il mio nome accostato a quello di Nadal per un match mi fa ancora impressione, giocare con lui sulla Rod Laver Arena in semifinale è qualcosa che sognavo da bambino. So di poter battere Rafa. Prima di raggiungere la semifinale agli Us Open del 2019 non avevo mai pensato di poter fare una carriera di questo genere, di ambire a vincere uno Slam. Ancora oggi mi dico semplicemente che devo fare sempre meglio».

Guerriero Berrettini, hai meritato Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un urlo nella notte. «Non vi sento!» grida Matteo Berrettini ai tifosi scalmanati, disordinati e un po’ maleducati sulle tribune della Rod Laver Arena. Volevano uno spettacolo da gladiatori, e sono stati ampiamente soddisfatti. Matteo Berrettini ha sconfitto Gael Monfils 6-4 6-4 3-6 3-6 6-2. Come allo US Open 2019, ha piegato il francese al quinto set, e come allora in regalo c’è una semifinale contro Rafa Nadal. Con quella vittoria lanciò l’inseguimento alla Top 10, raggiunta un paio di mesi dopo e mai più abbandonata. Con questa diventa il primo azzurro in semifinale all’Australian Open e il primo ad essere arrivato così avanti in tre Slam diversi. «Mi piace pensare che sto scrivendo un po’ di storia del tennis italiano. E’ un onore e un piacere, sento l’amore che arriva dall’Italia, dai miei fan, dalla mia famiglia, da tutti quelli che mi hanno visto crescere» ha detto dopo la partita. In campo, invece, di amore se n’è avvertito poco. I tifosi auspicavano lo show e hanno preso le parti del francese. Hanno disturbato Berrettini tra la prima e la seconda, un tifoso è stato anche allontanato dopo aver mostrato i segni di qualche generosa birra di troppo. Qualcuno, evidentemente non soddisfatto del risultato, ha provato a interrompere anche l’intervista in campo del numero 1 azzurro. «Fra voi c’è qualcuno che non ama questo sport» ha replicato l’azzurro a caldo. «Giocare con il pubblico contro mi sta bene – ha detto poi dopo il match -. Quel che non mi va giù è il pubblico scorretto. Se urli mentre sto per servire la seconda, se tossisci o fai qualcosa apposta mentre sto per tirare un dritto, allora non è corretto». Dopo i primi due set in controllo, la sua partita sembrava avviata verso una vittoria ragionevolmente rapida. Monfils, però, è un artista nel cambiare le carte in tavola e gli equilibri dei match. Il francese si è messo sempre più vicino al campo in risposta, ha allungato gli scambi e preso stabilmente l’iniziativa. Il primo doppio fallo del match è costato a Matteo il break del 2-4 del terzo e ha segnato l’inizio di un secondo tempo del match durato fino al quinto. A quel punto, con un Monfils scattante e un Berrettini pesante sulle gambe, in pochi avrebbero creduto al colpo di scena. Ma se l’azzurro ha vinto sei match su sette giocati al quinto set, e il francese 18 su 37, non può essere un caso. In quei momenti, ha raccontato Berrettini, «ho pensato a quello che è successo a novembre, a quanto sono stato male dopo l’infortunio a Torino. Mi sono detto: ‘Adesso ho la chance di lottare e lo faccio fino alla fine, a costo di farmi male di nuovo’».


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Mitico! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non vi sento», urla Matteo. Si rivolge al pubblico, e lo fa in italiano, ma i gesti che mima sono inequivocabili.. «Non vi sento», urla mentre con il dito mostra l’orecchio. Prima li aveva sentiti, eccome. Li ha sentiti per tutto il match. I più erano schierati per Monfils. Gael, che sa essere straordinario quando non serve, quando è troppo tardi, o quando ancora non è il momento. «La differenza è che sui punti decisivi Berrettini fa sempre la cosa giusta, io mai», dirà più tardi, con evidente rimpianto. È il suo limite, e anche la sua bellezza, un modo di procedere contro corrente che incanta. Lo spreco come regola di vita. Ma chi può saperlo se per una volta il libretto del melodramma sul ritorno (l’ennesimo) del figlio delle Guadalupe non promuova un altro finale? Se dietro a quei primi quattro set, due vinti dilagando e due riconsegnati a mo’ di risarcimento, la trama non preveda che sia il neo trentaseienne ad andare avanti, per una volta? Certo non Matteo, che aveva davanti agli occhi solo un obiettivo, e per quello era disposto a rifare tutto da capo, a rivivere un match che lo teneva in campo da più di tre ore, a riscriverlo con le ultime energie che ancora sentiva in circolo. «Non vi sento», urla, e ammonisce. E fa bene. Matteo Berrettini risorge dalle ceneri di un match nel quale la Monf ha fatto fuoco e fiamme, e lo vince da campione. E scriviamolo pure con la maiuscola al posto giusto: Campione. Matteo ha rotto gli indugi all’inizio dell’ultimo set, dopo che Monfils aveva tiranneggiato nel terzo e nel quarto, aumentando volume e pressione dei colpi. «Se devo perdere lo faccio a modo mio, da protagonista», è la frase che Berrettini regala ai microfoni, ed è evidentemente al centro della riscossa. Essere aggressivo non vuol dire colpire più forte o urlare più degli altri. Basta spostare in avanti la linea dalla quale si ha intenzione di manovrare Il gioco. Le statistiche di fine match dicono che dal 12 per cento dei colpi vincenti da fondo campo, l’ultimo set passa al 36 per cento. Lì, Matteo fa esattamente ciò che nel precedente quarto di finale era riuscito a fare Nadal, opposto a Shapovalov. Anche Rafa in vantaggio di due set, poi ripreso e spinto in malo modo fino al quinto set. Anche lui stanco e attraversato da pensieri assai poco incoraggianti. Anche lui però, deciso a giocare il tutto per tutto. E alla fine vincono allo stesso modo, i due che tra 48 ore si troveranno di fronte in semifinale. […]

Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Mai dare per sconfitto Rafa Nadal. Il David Copperfield del tennis, mago dell’escapologia ovvero l’arte di tirarsi fuori da situazioni disperate, ha colpito ancora. Contro Denis Shapovalov ha dato una plastica dimostrazione della differenza tra un grande campione e un grande colpitore. Dopo quattro ore di lotta sotto il caldo e un medical time out, ha centrato la settima semifinale all’Australian Open, la numero 36 in 63 tornei dello Slam disputati in carriera. A 35 anni, comunque, Nadal non smette di stupire. Il 6-3 6-4 4-6 3-6 6-3 è lo specchio di una partita che appariva compromessa all’inizio del quarto set, e ancor più dopo i problemi accusati da Nadal quando si è trovato sotto 1-4. Nel quinto però, Shapovalov ha perso la libertà di esecuzione con cui aveva rimesso in piedi il match. Ha pagato errori e tensioni anche se a fine partita la sua frustrazione l’ha sfogata soprattutto con il giudice di sedia. E iniziato tutto dopo il primo set, quando Nadal è uscito dal campo per cambiarsi ed è rientrato 45 secondi dopo che l’arbitro aveva chiamato il “time”, dando il segnale per la ripresa del gioco, senza essere ammonito. «Siete tutti corrotti» si è sfogato durante la partita, salvo poi correggere il tiro dopo il match anche se potrebbe comunque costargli una multa da parte dell’organizzazione. «Non volevo dire corrotti, sono stato travolto dall’emozione – ha ammesso – però la mia convinzione non cambia. Nadal gode di un trattamento di favore rispetto gli altri. In tutti gli altri match che ho giocato qui, il ritmo è sempre stato alto perché gli arbitri erano attenti ad attivare il cronometro (che misura la pausa fra un punto e l’altro). A lui lasciano invece sempre più tempo». Alla rabbia di Shapovalov fa da contraltare la tranquillità del maiorchino, quasi filosofo a fine partita, nonostante il 21° Slam sia distante soltanto due vittorie. «Con Djokovic e Federer condividiamo un traguardo straordinario, ed è un onore far parte della storia del nostro sport. Certo voglio vincere, ma la mia felicità futura non dipenderà dall’aver vinto uno o più Slam di loro due. Sono soddisfattissimo della persona che sono, mi sento fortunato per tutto quello che mi è successo nella vita. Il mio approccio è chiaro, non puoi essere sempre frustrato se il vicino ha una casa più grande o un telefono migliore». Godersi il presente, dunque, è il modo migliore per vivere il futuro.

Barty è inarrestabile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Partita perfetta quella dei quarti per Ashleigh Barry, n. 1 del mondo e beniamina di casa, forse mai così austera nel gioco e nell’atteggiamento. In 63 minuti ha cancellato la rivale di turno, la statunitense Jessica Pegula, alla quale ha concesso solo due game salendo per la seconda volta così in alto nel torneo che tanto ama: «Sono contenta del tennis espresso – ha detto a Jim Cou ieri alla Rod I.aver Arena con il sorriso sul volto – Sono riuscita ad essere sempre aggressiva con il diritto e con il servizio. Non mi sono fatta problemi pur avendo mancato qualche diritto perché stavo facendo la cosa giusta. Sto giocando senza sentire la pressione e questo mi aiuta anche sotto il profilo della fiducia». Poi un elogio alla sconfitta: «Jessica a Melbourne ha dimostrato di essere una delle migliori 20 giocatrici del mondo, da due anni sta giocando benissimo». Un filotto, quello della prima tennista al mondo che è fotografato dai numeri: solo 17 sono stati i game persi per approdare in semifinale con nessuna avversaria affrontata capace di superare la soglia dei 4 game vinti per set. Per volare in finale l’australiana troverà un’altra americana, Madison Keys, tornata ad alto livello e anche lei autrice di un match senza macchia contro Barbora Krejcíkova, campionessa dell’ultimo Roland Garros, apparsa nell’occasione svuotata e sofferente per problemi di pressione. La Keys, che aveva iniziato l’anno da n. 85 Wta, è già sicura con la raggiunta semifinale a Melbourne di rientrare tra le migliori 30 giocatrici del ranking. L’ultima tennista locale ad issarsi in finale a Melbourne è stata nel 1980 Wendy Turnbull che poi cedette alla ceca Mandlikova.


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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Rassegna stampa

Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

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Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

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Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

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Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

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Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

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Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

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In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

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“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

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