Il Covid della discordia (Crivelli, Mastroluca, Bo). E Nadal riscrive la storia (Grilli)

Rassegna stampa

Il Covid della discordia (Crivelli, Mastroluca, Bo). E Nadal riscrive la storia (Grilli)

La rassegna stampa di domenica 9 gennaio 2022

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Djokovic: “Covid a dicembre”, ma era in giro… (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il destino immediato di Novak Djokovic, nonché la sua credibilità e l’immagine che d’ora in poi si porterà dietro su tutti i campi del mondo sono racchiusi nelle 35 pagine della memoria difensiva che I suoi legali hanno consegnato al giudice Kelly, l’uomo chiamato a decidere, dalla mezzanotte italiana, se al numero uno del tennis debba essere riconsegnato il visto d’ingresso negatogli all’arrivo in Australia e consentirgli così di giocare il primo Slam stagionale vinto 9 volte oppure se il ricorso vada respinto, rispedendolo in patria con effetto immediato. Sono le ore decisive attorno a una vicenda che fin dai primi vagiti ha ovviamente assunto portata planetaria per lo spessore del protagonista e che comunque finisca lascerà macerie su ciascuno degli attori coinvolti, persone ed istituzioni. Da quel documento, però, emerge finalmente il punto decisivo attorno al quale si gioca la sorte della difesa: il 16 dicembre il serbo è risultato positivo al Covid. Dopo tante illazioni sulle date del possibile contagio, la conferma che Nole si è ammalato (per la seconda volta) e poi è guarito, potendo quindi richiedere, in base alle regole fissate da Tennis Australia e dallo Stato del Victoria, l’esenzione sanitaria da non vaccinato. Come pezza d’appoggio, gli avvocati del serbo presenteranno pure una lettera del Ministero degli Interni australiano che il 1° gennaio 2022 gli ha confermato che i suoi documenti avevano soddisfatto i requisiti per poter entrare nel Paese senza passare dalla quarantena. Inoltre, Djokovic era già in possesso di un visto per atleti assegnatogli il 18 novembre e anche dell’esenzione confermata dal comitato medico indipendente il 30 dicembre. Qui però finiscono le certezze e si palesano i lati oscuri dell’impianto difensivo. Innanzitutto, rimane assodato che per il Governo federale la guarigione da Covid non costituisce ragione esimente per ottenere una deroga al vaccino. Inoltre, Tennis Australia richiedeva che l’esenzione fosse presentata entro il 10 dicembre e Novak è risultato positivo sei giorni dopo: dunque, la sua richiesta sarebbe stata esaminata dagli organizzatori ben oltre la deadline. In aggiunta, proprio il 16 dicembre il numero uno del mondo aveva partecipato alla presentazione ufficiale di un francobollo in suo onore. E se per l’occasione l’esito del tampone poteva ancora essere ignoto, altre foto circolate in rete lo mostrano, il giorno dopo, assegnare premi ai ragazzini della sua Accademia, a contatto con bambini e genitori e senza uno straccio di mascherina: non esattamente il comportamento che si richiederebbe a un contagiato. […] II fratello Djordje, intanto, instilla il dubbio sulle prossime scelte del campione: «Lo stanno trattano come un criminale, qualcuno pagherà. E anche se dovessero restituirgli il visto, non so se giocherà il torneo, che al momento è l’ultimo dei suoi pensieri: troppo stress».

Djokovic e il Covid della discordia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un fatto, scriveva Friedrich Dürrenmatt, «non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi». Il principio vale appieno per il fatto sportivo di questi giorni, l’esenzione concessa prima e il visto revocato poi a Novak Djokovic che stanotte a mezzanotte (le 10 di mattina ora di Melbourne) si difenderà davanti al giudice al giudice Anthony Kelly del Federal Circuit Court. Ieri il tribunale ha reso note le 35 pagine della sua memoria difensiva. Djokovic, adesso lo sappiamo, ha chiesto l’esenzione perché ha contratto il COVID come dimostra un tampone molecolare positivo del 16 dicembre. L’ha ottenuta dopo il via libera di due gruppi indipendenti di medici, che hanno valutato le domande senza conoscere l’identità dei richiedenti. Ha ricevuto poi a Capodanno una lettera dal Department of Home Affairs del governo nazionale. Il verdetto è chiaro: Nole “possiede i requisiti per entrare nel Paese senza doversi sottoporre a un periodo di quarantena”. […] Il governo aveva avvisato Tennis Australia, la federazione tennis che organizza il torneo, che un contagio recente non sarebbe stato considerato sufficiente per evitare la quarantena. Il serbo sapeva che l’esenzione medica non costituiva garanzia di ingresso in Australia? Abdul Rizvi, ex ufficiale del dipartimento australiano dell’immigrazione, si è stupito che, di fronte a questi dubbi, non l’abbiano fermato a Dubai prima di imbarcarsi. Non è da escludere che la sua popolarità e le sue convinzioni sui vaccini, apertamente sbandierate, abbiano avuto un peso. Complottismi a parte, in uno Stato che ha chiuso Melbourne in lockdown per 262 giorni, la ratio delle esenzioni per essere considerati immunizzati anche senza aver ricevuto due dosi di vaccino è chiara: bisogna dimostrare l’impossibilità a vaccinarsi per cause di forza maggiore. Ci sono poi altri elementi che contribuiscono a ingarbugliare la situazione. C’è la questione della data del tampone positivo, il 16 dicembre 2021. Quello stesso giorno Djokovic ha partecipato a un convegno organizzato dalla sua fondazione e il 17 ha incontrato un gruppo di bambini al Novak Tennis Centre. Sapeva di essere positivo? La partecipazione a questi eventi, di pubblico dominio e documentata sui suoi profili social, può aver influenzato la decisione? Domande senza risposta, a cui se ne aggiunge un’altra. In una lettera inviata ai giocatori, Tennis Australia indicava il 10 dicembre come termine ultimo per presentare le richieste di esenzione: era solo un’indicazione di massima? […]

Nole, giallissimo! (Marco Bo, Tuttosport)

Più passano i giorni e il pasticcio di Novak Djokovic, ribattezzato Novax Djokovic, si allarga, macchiando ulteriormente la sua immagine. Per sua fortuna però, siamo agli sgoccioli della telenovela, per cui a cavallo tra la notte italiana e il giorno australiano il tribunale competente si esprimerà sul suo visto e il serbo saprà se dovrà reimbarcarsi per tornare nel suo Paese per la conferma della cancellazione del visto, oppure potrà restare a Melbourne per giocare l’Australian open a caccia del suo 21′ Slam della carriera. Con l’avvicinarsi del verdetto si è alzata la coltre di nebbia che avvolgeva la situazione di Djokovic che, oltre a essersi sempre mosso con imbarazzante disinvoltura in questi quasi due anni di Covid, non ha mai voluto esprimersi in maniera chiara e diretta sull’argomento vaccino. Gli avvocati del tennista hanno fatto sapere che la motivazione per cui Djokovic è volato in Australia senza vaccino è da spiegarsi col fatto che è risultato positivo al covid, nuovamente, il 16 dicembre scorso. Sarebbe provato da un documento redatto da un medico del suo Paese ma le regole per entrare in Australia sono più rigide per cui non è affatto scontato che il campione possa giocare. Tra l’altro i media si sono scatenati e hanno scoperto che il 16 dicembre Djokovic ha presenziato con tanto di foto senza mascherina a un evento nel suo Paese per la presentazione di un francobollo in suo onore, e in questo caso si potrebbe pensare che l’esito del test lo abbia ricevuto la sera stessa, ma il giorno seguente una ventina di ragazzi di una sua Academy hanno postato un’altra foto, con il campione, che si era recato per premiarli. Ma c’è di più. Il permesso di entrare in Australia senza vaccino bisognava chiederlo entro il 10 dicembre e questo non sarebbe avvenuto. Perché? […] Certo è che l’entourage del tennista ha contribuito ad alzare la temperatura intorno alla querelle e questo non depone certo a favore di una soluzione clemente da parte della giustizia australiana che, è risaputo, è piuttosto rigida nell’applicare le norme e poco incline all’interpretarle.

E Nadal riscrive la storia (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Per un Djokovic chiuso nel suo triste rifugio, tra blatte e forse, chissà, qualche autocritica sulla sua condotta recente, c’è uno dei suoi rivali infiniti che tenta il ritorno ai massimi livelli dopo l’ennesimo stop a cui il fisico l’ha costretto. Parliamo naturalmente di Rafa Nadal, sceso al n. 6 del ranking ma ancora desideroso di combattere. A Melbourne, nel primo torneo di riscaldamento in vista di quegli Open d’Australia che ha vinto solo una volta, nel 2009, ha raggiunto la 126^ finale della sua straordinaria carriera (88 i titoli in bacheca), a quasi due anni di distanza dall’ultima vittoria sul cemento, Acapulco 2020 in finale su Fritz. Non giocava gare ufficiali da agosto, dalla sconfitta contro Harris al terzo turno di Washington, prima di attendersi al “solito” infortunio al piede sinistro, ed era tornato in campo solo venti giorni fa nell’esibizione di Abu Dhabi, che gli aveva lasciato come strascico più di qualche perplessità sulla qualità del suo tennis (aveva perso da Murray e Shapovalov) e soprattutto una positività al Covid. Nadal ha raggiunto una finale Atp per il 19° anno di fila – la prima a Sopot, in Polonia, nel 2004 – ma a Melbourne, per la verità, non ha dovuto impegnarsi più di tanto. Dopo il successo al debutto sul lituano Berankis (104 Atp) e il ritiro del suo avversario nei quarti, l’olandese Griekspoor, ieri ha sconfitto in due set il finlandese Ruusuvuori (numero 95), complicandosi la vita solo alla fine del secondo set. Perso il servizio al momento di chiudere il match, sul 5-3, ha dovuto annullare una pericolosa palla break sul 5-5 prima di chiudere con un paio di punti dei suoi. «È un grande ritorno per me, dopo sei mesi senza gare – ha detto lo spagnolo – anche ci sono ovviamente cose che devo fare meglio. Dopo una lunga assenza, sono un po’ preoccupato per quello che potrebbe succedere, ma il mio corpo resiste». […]

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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