ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

WIMBLEDON – Djokovic eguaglia Sampras, avvicina Federer e Nadal e se senza poter giocare né in Australia né in USA li superasse… dura negargli il GOAT

Il suo settimo trionfo nei Championships, quarto di fila, è frutto della sua classe, ma anche della sua superiore solidità mentale. Ha perso 6 set, ma ha sempre dominato tutti i set finali. Tutta la questione dei punti che non avrà più. Giusto celebrare anche la resurrezione di Kyrgios. Ma non potrà contare su 1200 punti ATP

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Novak Djokovic – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @Wimbledon)

Clicca qui per guardare il video intero!

Il miglior ribattitore del tennis mondiale si è trovato in difficoltà con il miglior servizio del circuito, tanto sulle prime che sulle seconde e non è riuscito a rispondere che 42 volte su 112 alle battute di Nick Kyrgios (il 38% appena) che serviva costantemente fra i 210 e i 220 km orari.

Tuttavia Novak Djokovic anche in questa sua ottava finale sul centre court di Wimbledon – non ci ha più perso dal 2013 quando vinse Andy Murray primo Brit  dopo il tris di Fred Perry (1936-1938) – è stato così solido sia nei game di servizio (un solo break subito, nel primo set della sua solita partenza diesel) da trionfare nel suo quarto Wimbledon di fila e nel settimo (2011, 2014, 2015, 2018, 2019, 2021, 2022) proprio come sette volte aveva vinto qui il suo primo idolo Pete Sampras.

 

Nole ricorda sempre, sia pure sbagliando l’anno, di aver visto per la prima volta tennis, Sampras e Wimbledon nel 1992 (quando in realtà quel torneo fu vinto da Andre Agasse 6-4 al quinto su Goran Ivanisevic). Sampras vinse il suo primo Wimbledon nel ’93.

Ma è certo vero che Novak chiese ai suoi genitori che gestivano una pizzeria nelle innevate montagne serbe di comprargli una racchetta. La sua prima racchetta.

Quel ragazzo ne ha fatta di strada. Ora i suoi Slam sono 21, 7 più di Sampras, 1 più di Federer, 1 meno di Nadal che però potrà giocare l’US Open (e lui al 90% no).

“Vediamo se arriva qualche buona notizia dagli Stati Uniti, se mi sarà consentito di giocare a Flushing Meadows anche se non ho intenzione di vaccinarmi. Potrebbero cambiare idea, darmi un’esenzione… ma riguardo alla mia futura programmazione ne parlerò con Goran Ivanisevic nei prossimi giorni. Non ho intenzione di andare a caccia di punti nei tornei… Voglio concentrarmi sugli Slam, sui Masters 1000 che potrò giocare (Shanghai e Bercy al momento…), forse giocherò la Laver Cup, la Davis perché adoro giocare per il mio Paese, e poiché il mio manager (Dodo Artaldi) mi ha detto che avendo vinto uno Slam basta che io sia compreso fra i primi 20 del mondo nella race per poter giocare le finali ATP a Torino, penso che dovrei farcela a essere lì”.

Eh sì, Nole perde i 2.000 punti di Wimbledon 2021 – non smetterò mai di considerare sbagliata la decisione di togliere i punti a Wimbledon 2022, rovinando la credibilità della propria classifica ATP – ma perderà anche i 1.200 conquistati nella finale dell’US Open 2021 persa con Medvedev. E meno male, a questo punto, che per aver scelto un anno fa di giocare le Olimpiadi di Tokyo anziché poi il Canadian Open e Cincinnati, Nole non perde anche i punti che avrebbe sicuramente conquistato in quei due Masters 1000 che precedono lo US Open.

Sarà settimo nella classifica ATP questa settimana e se non dovesse giocare fino a dopo l’open degli Stati Uniti si ritroverà con 3570 punti e quindi nella miglior delle ipotesi al nono posto se tutti gli altri giocatori non facessero punti, ma assai probabilmente fuori dai top-10 perché qualcuno di certo li farà.

Un Djokovic fuori dai top-10 – anche se si potrà sempre dire che lui ne è causa per via del suo rifiuto di sottoporsi al vaccino – suona incongruo, irreale. Sbagliato. Non convince proprio.

Ma tant’è. In questo momento conta che lui ha vinto un nuovo Wimbledon, che ha uno Slam meno di Nadal (e potrebbe averne due di meno se Rafa dovesse vincere l’US Open) e che si è dimostrato di una spanna superiore a tutti gli altri giocatori negli ultimi set di ogni suo match.

Ne ha persi più del solito nel corso del torneo, 1 con Kwon, Van Rijthoven, Norrie, Kyrgios, e 2 con Sinner. Jannik è il solo a poter vantare di avergliene strappati due. E i primi due. Quindi, anche se poi Nole ha esercitato un netto predominio nei set successivi, il nostro è stato il giocatore che lo ha messo più in difficoltà in termini di risultato. La sola volta che in uno Slam un giocatore lo aveva rimontato stando sotto due set a uno, era accaduta in Australia 2017, con Istomin. Ma il 2017 è stato il peggior anno di Novak, l’anno della crisi, del guru, del primo divorzio da Vajda…

Nella finale Kyrgios ha dimostrato forse di essere più pericoloso ancora, perché se fosse riuscito nel secondo set a recuperare il break subito nel quarto game quando ha avuto 4 pallebreak, e tre consecutive sul 5-3 e servizio Djoko, anche quel set si sarebbe probabilmente deciso al tiebreak, come il quarto.  E un tiebreak con Kyrgios rappresenta sempre un rischio. Però tutto questo mio periodo è cominciato con un se… e dei se e dei ma sono pieni le fosse (diceva mia nonna).

Il fatto è che Kyrgios ha fallito nei momenti chiave della partita, quello appena descritto nel quale ha commesso almeno un grave errore gratuito, e poi nel terzo set quando sul 4 pari si è mangiato un vantaggio di 40-0 (che si era procurato con l’ace n.21 e n.22) commettendo errori e un doppio fallo per prendersela stupidamente con il suo team nel suo box quando ovviamente le responsabilità erano tutte soltanto sue.

Se l’è presa anche con una signora in prima fila che lo avrebbe disturbato fra prima e seconda di servizio (“È quella che ha la faccia di chi ha bevuto 700 birre”), ha rimediato un warning per “audible obscenity” mentre continuava a discutere con il suo box e anche con l’arbitro, probabilmente scandalizzando il piccolo George, il rampollo di Kate e Williams seduto nel Royal Box. Ma anche se Kyrgios è certamente il campione del mondo dei tweener – mai in uno Slam se ne erano visti effettuare due di fila, uno un passing shot che ha sorpreso Novak, l’altro un lob che non lo ha sorpreso – non è migliore di Djokovic come solidità mentale. 

Negli scambi prolungati, salvo qualche fuoco d’artificio dei suoi, era quasi sempre Djokovic ad avere la meglio, grazie anche a formidabili smorzate di rovescio che Kyrgios non riusciva né a prevedere né a recuperare, andando a sbattere nella rete come un tonno.

Quando Djokovic offriva resistenza Nick implodeva. All’australiano, cui va dato atto di aver retto più del previsto, senza arrendersi, anche nel quarto set, dopo quel mezzo disastro combinato sul 4 pari 40-0, manca la resilienza mentale nel momento in cui non vince punti facilmente. Subito gli parte un fiume di parolacce.

Ha servito 30 ace e solamente Roger Federer nel 2014 e nel 2019 aveva servito più di 20 ace (ma in 5 set) contro il miglior ribattitore del mondo: ma anche in quelle due occasioni il vincitore finale era stato Novak.

Ha vinto il migliore, insomma, perché nel tennis non contano soltanto i punti strappa-applausi, i conigli estratti dal cilindro del prestigiatore. Conta la continuità, la solidità, la concentrazione a prova di bomba – e di cannonballs di servizio Kyrgios ne ha tirati tantissimi (“A volte era frustrante non riuscire a rispondere…”) – la tranquillità di sapere uscire indenne dalle situazioni più complicate. Tuttavia il mondo del tennis non può che giovarsi della resurrezione di Kyrgios come tennista dal grande, grandissimo talento, anche se purtroppo dalla grande, grandissima maleducazione. Dal 2014 a oggi lo avevamo perso sui radar dei tennisti in grado di affermarsi in un grande torneo. Sono contento che 8 anni dopo lo abbiamo ritrovato. Anche a lui avrebbero fatto un gran comodo questi 1200 punti che non potrà incamerare... Nei confronti di lui australiano l’ATP si è tirata un altro boomerang.

Non ho più bisogno qui di spiegare ai lettori di Ubitennis che sanno tutto perché Novak Djokovic sia un fenomeno, uno straordinario campione. E quanto al futuro, al suo futuro, beh… io sono convinto che lo vedremo a Torino alle ATP Finals perché il modo di fare un numero di punti sufficiente a rientrare tra i primi 20 del mondo Nole lo troverà certamente. 

E sono persuaso anche che, vista la sua straordinaria condizione atletica e la sua attenzione ai minimi dettagli per mantenerla, il 21° Slam non sarà l’ultimo. Ne vincerà più di Nadal? Non lo so, ma Rafa d’ora in poi dovrà guardarsi soprattutto dai propri ricorrenti problemi fisici. 

Novak invece no, ma semmai dalla sua testardaggine nel negarsi a qualsiasi vaccino dovesse saltar fuori. Ma certo è che nella famosa disputa sul GOAT, se Nole riuscisse a vincere più Slam di Nadal pur senza poter giocare né in Australia né negli USA, quest’anno e l’anno prossimo, mi sa che nessuno più potrebbe contestare il suo diritto a fregiarsi di quell’acronimo.

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