La consacrazione di Jack Draper, il mancino che non voleva crescere

Con i punti dei quarti al Queen’s il britannico è già salito al n.28 del ranking Live, sicuro di essere testa di serie a Wimbledon; ma in caso di successo nel torneo arriverebbe a ben 1861 punti, tra i top20 del mondo

Di Matteo Beltrami
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Jack Draper – Coppa Davis 2023 (credit: Getty Images for ITF)
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Jack Draper è la grande speranza britannica. Dopo aver vinto la scorsa settimana il suo primo torneo ATP a Stoccarda, battendo in finale Matteo Berrettini, il britannico ha compiuto l’impresa di estromettere il n.2 del mondo e campione in carica Carlos Alcaraz sui prati di casa al Queen’s Club.

Una bella prestazione, solida e molto aggressiva, che conferma il salto di qualità tecnico e mentale compiuto da Draper. E ora Jack punta a un’ascesa nell’Olimpo dei grandi dopo le pene patite in carriera per colpa dei ripetuti infortuni. Dallo scorso autunno Draper ha cambiato passo negli allenamenti e nella mentalità, raccogliendo ora su erba i frutti del gran lavoro svolto. “Perché non puntare al numero uno del mondo?” Ha detto recentemente l’ambizioso nativo di Sutton.

Un’adolescenza a rilento la sua, in cerca di una crescita che non gli permetteva di stare al passo con i coetanei, all’inseguimento dei centimetri d’altezza che latitavano. I Draper, una famiglia di sportivi: mamma Nicky, tennista come tutti in famiglia, giurava: “Ha preso la racchetta in mano già ad ad un anno e mostrava una incredibile coordinazione occhio-mano”. Il papà invece era boss della Federtennis britannica, e anche i qui i presunti favoritismi (wild card) attribuitogli si sprecano.

Superando a Stoccarda il tabù-successi nel circuito dei grandi Draper è diventato il primo britannico 21 anni dopo Murray ad aggiudicarsi un torneo sull’erba.  “C’è una bella differenza fra l’idea che ti fai da junior del mondo professionistico e quello che poi ti trovi a vivere”. Di certo non è tutto oro quello che luccica. Dietro al successo a Stoccarda, o al match vinto contro Alcaraz, ci sono i sacrifici, gli infortuni, le riabilitazioni. E ancora le partite senza pubblico, i campi spelacchiati, le trasferte inenarrabili e desideri inappagabili.

Dal 2018 al 2023 Draper ha collezionato 12 ritiri a match in corso, e le voci nelle testa che gli dicevano: “Non mi ritiro anche se devo battere da sotto”. Ma anche: “Attento, che poi ti rompi di brutto e ti devi fermare per chissà quanto”. Con quel problema cronico all’anca che gli ha fatto anche pensare di abbandonare lo sport e buttarsi sui libri, ma poi per fortuna sua, e nostra, ha desistito.

Un mancino predestinato, che come Rafa Nadal lo è solo nel tennis. Un nuovo mancino, dopo i tanti campioni che lo hanno preceduto. A cominciare da Rod Laver, “Rocket”, l’unico che abbia chiuso due volte un Grande Slam. Per continuare con John McEnroe, per molti il numero 1 di sempre, una scarica di adrenalina in tenuta tennistica. E ancora Jimmy Connors, “Jimbo”, che si buttava a rete come un pirata; come dimenticare il poeta Guillermo Vilas? Oppure Henry Leconte, o Marcelo Rios.

Lo stile di Draper è indefinibile, perché imprevedibile. Così, al servizio potente alterna traiettorie spigolose, ai tocchi a metà campo con un timing personalissimo seguono volée perentorie, che tanto hanno fatto male a Matteo Berrettini in quel di Stoccarda.

Quindi dopo i tanti infortuni (anca, schiena, spalla, polso, addominali, caviglia), la consacrazione a 22 anni, da numero 31 del mondo.Lavoro da tanti anni per vivere partite ed esperienze come questa” ha raccontato Jack a Londra. “Dopo tutti gli infortuni del recente passato, ho davvero iniziato a investire il mio tempo nella mia evoluzione mentale. Naturalmente ho continuato a lavorare sul mio tennis, ma anche sul fattore emotivo. Abbiamo iniziato un nuovo percorso da settembre, facendo tanti sacrifici, lavorando sempre. Anche se nelle ultime due settimane tutto è andato per il verso giusto, questo successo non avviene da un giorno all’altro. Ci vogliono molti anni per realizzare cose come questa”

A livello di gioco, è cambiata la sua attitudine:Semplicemente uno dei miei grandi obiettivi era diventare più aggressivo, dal momento che mi sono ritrovato a perdere partite perché non ero disposto a prendere la partita di petto e ad affrontarla alle mie condizioni. La differenza più grande che noto in campo è che oggi ho meno paura di sbagliare, inseguire la palla e provare a giocare per vincere invece di aspettare che l’avversario sbagli. Spesso, a questi livelli, mettere insieme tutto questo può rivelarsi difficile perché il livello è molto alto e gli avversari non ti danno molto. Se li vuoi battere, devi aver dentro di te la forza per andare a prenderti la partita”.

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