La guerra tra Russa e Ucraina, scoppiata nel febbraio del 2022, continua a tenere banco anche fuori dal contesto geopolitico. Un conflitto con una tale risonanza da coinvolgere ambiti in apparenza lontani dalle guerre – come lo sport – che ha lasciato profonde cicatrici nell’immaginario collettivo. In alcuni casi ha portato anche a fratture importanti.
Ad esempio la scelta che il Comitato olimpico internazionale (Cio) fece a ridosso delle Olimpiadi estive del 2024. Quando decise che gli atleti provenienti dai due Paesi considerati responsabile e fiancheggiatore della guerra in Ucraina – Russia e Bielorussia – potevano partecipare alle competizioni sportive soltanto come atleti neutrali, senza colori né bandiere. Privi dunque di qualsiasi simbolo che faccia loro riferimento. Nel 2022 poi fece scalpore la decisione del torneo di Wimbledon di vietare la partecipazione di tennisti russi e bielorussi.
A tal proposito nel tennis ci sono stati diversi episodi di malcontento generale. Tra mancate strette di mano che coinvolgevano tennisti di schieramenti opposti, prese di posizione più o meno nette, fino ad arrivare a lamentele diffuse attraverso i canali social. Di quest’ultimo caso si è fatto protagonista l’ex giocatore americano John Isner, che lo scorso 7 agosto è tornato sull’argomento dei giocatori senza bandiera postando su X questo messaggio: “I tennisti russi possono tornare ad avere la loro bandiera? Adesso è un po’ ridicolo”. Da semplice dibattito social il suo appello è sfociato in una gogna mediatica che ha coinvolto anche l’ex tennista ucraino Sergiy Stakhovsky, oggi impegnato attivamente nell’esercito ucraino dopo il suo arruolamento post ritiro, avvenuto nel gennaio 2022.
Intervenuto su Instagram, il tennista è stato netto: “Dopo una settimana trascorsa qui, potrete dirmi se i russi dovrebbero avere o meno la loro bandiera”. Stakhovsky ha poi ammonito Isner sostenendo che nessuno dei giocatori “difesi” dallo statunitense ha condannato l’invasione dell’Ucraina. A corollario del post Stakhovsky ha pubblicato un video dei bombardamenti che stanno colpendo il Paese. “Spero che questo rinfreschi la memoria di Isner” ha senteziato.
A dar manforte all’ex tennista, oggi soldato ucraino, è intervenuto l’Ukrainan Tennis BTU, sito ucraino molto popolare, che ha espresso il suo rammarico per le parole di Isner con un messaggio carico di risentimento. “È davvero vergognoso svegliarsi dopo una notte orribile di attacchi, con il proprio bambino che trema di paura in bagno mentre i droni russi esplodono vicino a casa e leggere un tweet sull’importanza di restituire le bandiere ai tennisti russi.
“John, vieni a trascorrere qualche notte a Kiev, Kharkiv, Dnipro oppure Odessa, poi pubblica il tuo tweet sulle bandiere“, si legge nel post, “anche dopo quattro anni in cui la Russia ha ucciso ucraini innocenti e distrutto il nostro Paese, ci sono ancora persone che pensano che la priorità sia restituire loro le bandiere… non fermare le uccisioni”. Al che Isner ha preferito lasciar perdere, scegliendo di non alimentare il dibattito e l’astio generatosi.
La questione è ancora delicata, la fine della ostilità sembra ancora lontana, ma ci sono stati casi di tennisti russi o bielorussi che hanno condannato l’invasione russa. Ragazzi come Andrey Rublev e Daria Kasatkina, con quest’ultima che ha addirittura cambiato nazionalità, optando per l’Australia. O ancora Anastasia Pavlyuchenkova e Roman Safiullin che avevano criticato l’operazione militare russa. Certo, lo sport passa in secondo piano rispetto a un conflitto dove ci sono in gioco la vita di migliaia, se non milioni di persone. Ma è anche vero che l’uscita di John Isner è tipica di qualcuno che non ha compreso appieno il quadro completo della situazione. Esporsi non è sbagliato, basta farlo coscienziosamente. Perché quello che è certo è che il dibattito non cesserà fintanto che l’invasione russa proseguirà.
