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Reading: Alcaraz sale sul ring e stende Djokovic (Azzolini). Carlos corre (Crivelli). Sabalenka-Anisimova, New York per la rivincita (Sepe). Alcaraz spietato a New York, vuole tutto. Djokovic si arrende (Calandri, Piccardi). Alcaraz spazza via Djokovic in tre set e raggiunge la finale degli US Open (Martucci)
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Rassegna stampa

Alcaraz sale sul ring e stende Djokovic (Azzolini). Carlos corre (Crivelli). Sabalenka-Anisimova, New York per la rivincita (Sepe). Alcaraz spietato a New York, vuole tutto. Djokovic si arrende (Calandri, Piccardi). Alcaraz spazza via Djokovic in tre set e raggiunge la finale degli US Open (Martucci)

La rassegna stampa di sabato 6 settembre 2025

Ultimo aggiornamento: 06/09/2025 18:53
Di Stefano Tarantino Pubblicato il 06/09/2025
27 min di lettura 💬 Vai ai commenti

Alcaraz sale sul ring e stende Djokovic (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non ci sono regali per Sinner, l’invito di Carlos Alcaraz è perentorio, vieni in finale (se ci riesci…) e ci giochiamo tutto in un unico match, il titolo dell’ultimo Slam, la supremazia stagionale e il numero uno in classifica. Chi vince fa all-in. Lui è lì che lo aspetta, e sembra quanto mai sicuro di sé. Forse è riuscito anche a cancellare quella brutta sensazione che gli ultimi confronti con Novak Djokovic gli avevano lasciato sotto la pelle, l’idea di non aver ancora trovato l’antidoto per annullare il gioco dell’antico numero uno. Ma la semifinale di questi US Open, che Alcaraz ha fin qui letteralmente divorato, non lascia grandi dubbi in merito. Lo spagnolo ha vinto di forza, con la tranquillità dei nervi distesi, sbagliando pochissimo, mai quando era davvero utile non sbagliare. Nole si è affievolito via via, cercando di aggrapparsi a quei pochi colpi che gli riuscivano vincenti. […] Alcaraz ha fretta. Come Sinner. Vanno subito a mille, i loro primi set sono feroci e valgono come ammonimenti agli avversari. […] Trova subito il vento che gli gonfiale vele, e governa il gioco con i piedi sulla riga di fondo, come farebbe un marinaio esperto, agganciato al pagliolo della barca con le dita dei piedi. Il torneo giocato fin qui gli dà quella sicurezza che per lui è indispensabile, non ha scrupoli nel colpire forte, e lo fa con tutti i colpi a disposizione. Djokovic concede subito il break che può dare forma al primo set, sí fa cogliere impreparato e non è da lui. Alcaraz appare concentrato, sempre sul pezzo. Estrae dalle palline che corrono a capofitto quelle iniziative esplosive quanto repentine capaci di frantumare il palleggio del Djoker. Fa i punti suoi e buona parte di quelli del serbo, attitudine che farebbe risuonare più di un segnale d’allarme, ma Carlitos lo fa con magistrale impudenza, quasi non se ne accorge. Il primo set se ne va su quel break soffiato a Nole quando ancora doveva riscaldare il motore. Ma Alcaraz non gli lascia una palla break che è una. C’è un altro errore che Alcaraz dovrebbe cercare di evitare, quello di pensare che il Djoker sia un avversario disposto a subire. Ma è nella sua indole non dare troppa importanza a chi, o che cosa, ha davanti. È impegnato in un fitto dialogo con gli spettatori, beato tra gli applausi che gli concedono. Il resto gli importa il giusto. E sbaglia… Trentotto anni, di cui 33 trascorsi con una racchetta in mano, concedono al serbo una risposta a ogni possibile quesito un match possa proporgli. Ci prova in apertura della seconda frazione abbassando di dieci centimetri buoni l’altezza dei propri colpi, vuole evitare che lo spagnolo abbia il tempo per caricare la sua spingarda. Alcaraz non inquadra subito la novità e offre a Djokovic un pericoloso break che lo spinge sul 3-0. Carlitos lo riprende subito, torna a forzare i colpi ed è in una condizione di forma ammirevole, ma il rischio è stato grande. En passant, lo spagnolo trova uno dei colpi più belli del torneo, un passante di dritto più simile a uno schiaffetto alla palla, che beffa il Djoker arrembante a rete. Dal 3 pari al tie break il passo è breve. Djokovic va sotto di due mini break e con coraggio li recupera, ma subito ne offre un terzo ad Alcaraz. Due set avanti Carlitos, al Djoker resta solo la strada dei miracoli. Il terzo set viene via senza strattoni, come un frutto maturo. Alcaraz ottiene il break nel quarto game, Nole sembra ormai consumato come un vecchio copertone. Tenta ancora di spingere, il suo tennis è sempre sapiente e organizzato, ma Alcaraz ha un altro incedere. È la terza finale della stagione per Carlitos (settima totale), due le ha giocate con Sinner, a Parigi e Wimbledon, una vinta, una persa. È lui il primo a sperare che la saga possa continuare.

Carlos corre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)
Febbre spagnola. Dopo tre anni, Alcaraz torna in finale agli Us Open, lo Slam che nel 2022, con il successo su Ruud, lo tramutò da giovane prodigio con le stimmate della predestinazione a campione affermato, accompagnando la sua ascesa al cielo con il numero 1 del ranking, da più giovane dell’era del computer. La vendetta più dolce: contro Djokovic, aveva perso le ultime due sfide, quella dolorosissima dell’oro olimpico e il quarto di finale nell’ultimo Australian Open, e soprattutto era sempre stato sconfitto nei tre precedenti sul cemento. Ma questo è un altro Carlos anche solo rispetto a gennaio, fortemente focalizzato su se stesso e meno farfallone, e dall’altra parte i 38 anni del Djoker,il suo fisico segnato da mille battaglie, il leggendario timing sulla palla lievemente calato non gli consentono più di imporre la sua legge alla fenomenale gioventù imperante dei due dominatori. […]. Per Carlitos, intanto, arriva la terza finale Major in stagione dopo Parigi e Londra (6-4, 7-6, 6-2), la settima in carriera (e solo Borg e Nadal ne avevano raggiunte di più, 8, alla sua età) e l’ottava complessiva nel 2025: e poi davanti alla tv si sarà goduto la sfida tra Sinner e Auger-Aliassime che ha designato il suo sfidante, domani alle 20 ora italiana, un infuocato pomeriggio newyorkese. Nuovo corso. L’avvio di primo set è la fotografia del nuovo Alcaraz, quello che paradossalmente ha saputo alzare i giri del suo talentuoso motore non appena Jannik si è avvicinato al rientro dopo la squalifica, quasi che l’assenza forzata dell’arcirivale, obbligandolo per forza a vincere, gli avesse sottratto energie e motivazioni: subito concentrato e lucido, strappa il servizio al Djoker già nel primo game, confermando pure i progressi alla risposta. Dall’immediata posizione di vantaggio, Carlitos, che in tribuna riceve il tifo di Sergio Garcia, il connazionale ex grande golfista con cui ha giocato qualche buca nel giorno di riposo, può così controllare il ritmo e i momenti della partita, spingendo con il suo servizio e aggredendo con ferocia i colpi a rimbalzo, magari seguendoli a rete, per non dare a quel fenomenale contrattaccante che ha di fronte il tempo di organizzare la sua mortifera ragnatela. Incamerato il primo set, snodo cruciale per costringere Nole a una partita lunga se vorrà coltivare speranze, il n.2 del mondo però stacca l’interruttore: poche prime in campo e tanti errori gratuiti, soprattutto con il dritto; e nel secondo game del terzo set, grazie a un paio di miracoli in difesa, Novak ottiene il break. Perderà il vantaggio nel quinto game, ma sostenuto dal tifo del pubblico, estasiato dal vecchio leone, resta dentro la partita fino al tie-break: lì, in una sagra degli errori evidentemente dominata dai nervi, Carlos ne commette di meno, ci aggiunge un paio di prodezze e sostanzialmente sigilla il match. Dirà Nole: «Sui 5 set non posso più competere con Sinner e Alcaraz, voglio ancora giocare gli Slam ma ci devo pensare». Due doppi falli di Djokovic consegnano allo spagnolo il break del 3-1 nel terzo set e sostanzialmente la finale, cui Alcaraz approda senza aver perso ancora un set: «È una bellissima sensazione tornare a giocareunapartita per il titolo in questo torneo, non è stata la mia miglior prestazione di queste due settimane, ma sono stato bravo a mantenere un livello costante dal primo all’ultimo punto.Sapevo che sarebbe stata una partita in cui dovevo anche imporre la mia fisicità e servire bene contro il più grande
ribattitore della storia, credo di essere riuscito a fare bene entrambe le cose».
Carlos Secondo re di Spagna.
Sabalenka-Anisimova, New York per la rivincita (Antonio Sepe, Il Corriere dello Sport)

Dal Centrale di Wimbledon all’Arthur Ashe di New York. A distanza di due mesi, Aryna Sabalenka e Amanda Anisimova tornano ad affrontarsi – stasera alle 22 ora italiana (diretta SuperTennis e Sky Sport Tennis) su uno dei palcoscenici più importanti del mondo del tennis. Quella sui prati londinesi fu la semifinale, che la statunitense vinse in tre set prima di subire un doppio 6-0 in finale. Allo US Open, invece, la posta è ancora più alta perché in palio c’è il titolo. PERCORSO. Non sorprende vedere in finale Sabalenka, che oltre a essere la numero uno al mondo è anche la campionessa in carica del torneo. Per lei si tratta della terza finale consecutiva allo US Open e addirittura della sesta di fila negli Slam sul cemento. Reduce da un successo in rimonta per 4-6 6-3 6-4 ai danni di Jessica Pegula, andrà a caccia di ciò che ancora non le è riuscito quest’anno: vincere un Major.[…]. In pochi avrebbero invece scommesso su Anisimova, soprattutto per gli strascichi emotivi che si temeva potesse lasciare il ko a Wimbledon. Nella sua vita, però, l’americana è riuscita a superare traumi ben più grandi – su tutti la morte di suo padre, scomparso nel 2019, pochi giorni prima dello US Open – e per il secondo Slam consecutivo ha raggiunto la finale. L’ha fatto peraltro battendo due ex numero uno: nei quarti quella stessa Swiatek che l’aveva sconfitta a Londra, mentre in semifinale la rediviva Naomi Osaka al termine di una battaglia di tre ore, finita ben oltre la mezzanotte, con il punteggio di 6-7 7-6 6-3. «A Wimbledon ogni vittoria mi sorprendeva, mentre qui credo di più in me stessa e sento di potercela fare» ha dichiarato Anisimova, che intanto si è assicurata il best ranking di numero 4. PRECEDENTI. Le due finaliste si sono affrontate nove volte in carriera e Anisimova conduce 6-3 nei confronti diretti. 1-1 invece il bilancio delle sfide nel 2025: sconfitta al Roland Garros, Amanda si è presa la rivincita poche settimane dopo a Wimbledon, confermando che Sabalenka è un’avversaria che affronta volentieri. Non a caso è la giocatrice contro cui vanta più vittorie nel circuito. L’americana non ha però mai vinto uno Slam, mentre Aryna ne ha già tre in bacheca. […].

Alcaraz spietato a New York vuole tutto. Djokovic si arrende (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

NEW YORK […]. Per la quarta volta in questa stagione, Novak Djokovic si è spinto sulla soglia di una finale Slam. Per la quarta volta è stato respinto dall’età. Quando non c’è un acciacco fisico a limitare l’efficienza del giocatore più economico dell’orbe terracqueo — nel senso di minima spesa, massima resa: non c’è un gesto superfluo, nel tennis del serbo —, come in Australia, ecco i ragazzi terribili, i pestiferi Big Two mandati dagli dei del tennis per impedirgli il record dei record. Jannik Sinner a Parigi e Wimbledon. Carlos Alcaraz a New York. L’Open Usa non è un paese per vecchi. In finale, sotto gli occhi di un annunciatissimo Donald Trump (ieri la security del presidente degli Stati Uniti ha pattugliato palmo a palmo l’impianto di Flushing), va Harry Potter con il suo bagaglio di magie e assi nella manica. Carlitos ieri ha giocato un match tanto intelligente quanto sconsiderato era stato quello di Melbourne a gennaio. Break al primo game approfittando della partenza lenta del Djoker, poi un’attenta conservazione dello status quo, senza strafare né esagerare, senza gli eccessi di generosità in cui a volte Alcaraz indulge quando confonde il mestiere con il gioco, e il divertimento con il dovere. 6-4, con un inconsueto errore di dritto dell’avversario. Il piccolo passaggio a vuoto all’inizio del secondo set, è rimediato in fretta. Il 3-0 leggero (cioè con un solo break) con cui Djokovic tenta la fuga è uno strappo riparato con il contro break al sesto game: a frustrare il fuoriclasse dei 24 titoli Major è il servizio dello spagnolo che viaggia su percentuali eccellenti, complicandogli l’arte nella quale eccelle — la risposta — e, a ruota, tutto l’impianto di gioco. Carlitos è affilato, arriva ovunque e trova la profondità dei colpi per tenere il rivale lontano dalla riga di fondo; il Djoker avanza a fiammate di antica classe, gestendo le energie e sperando nell’apertura di una crepa in cui infilarsi. Il tie break ad alta tensione del secondo set, è lo snodo che indirizza la vicenda. Percorso dai traccianti scagliati a braccio sciolto da Alcaraz, spesso in controbalzo, il campo si riduce a un tavolo di ping pong per Carlito, spalancandosi — al contrario — sotto i piedi di Djokovic, paonazzo di sforzo e fatica ma mai domo. C’è l’incolmabile differenza dei sedici anni di gap a inchiodare il Djoker ai suoi errori e così Carlito può decollare per l’iperuranio sulle ali del suo giovanissimo e straripante talento. Il dritto che premia lo spagnolo è quello che condanna il serbo. In più, ad allargare la trincea c’è la battuta: un servizio vincente manda Alcaraz 6-4, una sontuosa seconda (7-4) gli consegna il parziale (7-6). Entra il fisioterapista, si accanisce sul collo di Djokovic, già massaggiato a più riprese durante il torneo. […]. Scoccano le due ore di gioco. L’anziano leone è stanco: emette ruggiti con voce roca. Carlitos in canotta rosa corre come se il match fosse appena cominciato, è dal primo turno di questo Us Open che non mostra sbavature: non ha perso un set. Il cerchio magico comandato da coach Ferrero sa come tenerlo sul pezzo quando serve e distrarlo nei giorni off (qualche buca sul green con 100 dollari in palio si conferma grande risorsa), la vittoria a Cincinnati per ritiro di Sinner è stata il miglior viatico sul cemento ma è da Montecarlo, rianimato dall’amata terra battuta, che Alcaraz non perde un colpo: otto finali consecutive, cinque vinte, alla faccia dei congeniti problemi di costanza. Due set da recuperare sono una montagna da scalare per chiunque. Con un doppio fallo, sotto 1-2 nel terzo set, Djokovic si consegna allo spagnolo e al destino di essere il migliore degli altri: i normali, a questo punto. Questa stagione dimostra che la specialezza del Djoker, sempre più convinto di voler partecipare solo agli Slam sulla strada dell’Olimpiade 2028, l’orizzonte temporale che si è dato, è un argomento capace di ammaliare quasi tutti, di certo non Sinner e Alcaraz. Finisce 6-2 con un abbraccio a rete che non sa di passaggio di consegne solo perché quel rito è già avvenuto. Solo il Djoker non se n’è accorto.

Alcaraz è spietato, a New York vuole tutto. Djokovic si arrende (Massimo Calandri, La Repubblica)

Carlito’s way: Alcaraz ha sbranato in 3 set (6-4, 7-6, 6-2), il vecchio leone Djokovic, che ha provato a ruggire ma ci vuole altro, con questo ragazzo tutto muscoli e tecnica, cuore e testa, corsa e volée. […]. Nole ha lottato con coraggio e destrezza per più di due ore: lo aveva battuto nella finale olimpica di Parigi, e a gennaio agli Australian Open. Ma da allora è sembrato fosse trascorso un secolo. Si è arreso: all’avversario, e all’età. E dunque appuntamento a domani, quando da noi saranno le 20: Alcaraz va in finale senza aver perso un solo set in 6 partite. Una macchina. A 22 anni, e dopo il successo del 2022, insegue il suo secondo titolo agli US Open. Prima di lui, così giovane, solo Pete Sampras: ma era il secolo scorso (1993). Sarebbe il suo sesto titolo Slam, come Boris Becker e Stefan Edberg: una carriera che sembra già incredibile, però è solo all’inizio. […]. Carlitos è subito partito fortissimo, mettendo pressione all’avversario e strappandogli il servizio nel game iniziale: un vantaggio che ha mantenuto per tutto il primo set, chiuso grazie a due punti col servizio dopo che Nole aveva fatto saltare in piedi il pubblico (pallonetto seguito da una delicata volée). Quelli del serbo sembravano colpi isolati, ma nella seconda frazione è arrivata la sorpresa: con un’altra serie di piccole opere d’arte, Djokovic si è portato sul 3-0. Nel box del murciano, l’allenatore Juan Carlos Ferrero e il manager Alberto Molina si sono scambiati sguardi preoccupati. Il loro ragazzo ha reagito, rimontando, ma Nole non ha mica mollato. Con quattro punti consecutivi si è salvato da un pericoloso break: Alcaraz addirittura s’è inchinato come segno di rispetto, dopo un dritto dell’avversario. Che lo ha portato fino al tie-break. Qui però è venuta fuori, ancora una volta, tutta la forza strepitosa di Carlitos. Nel terzo set, il break decisivo è arrivato nel quarto game, su un doppio fallo del serbo: benzina finita. Lo spagnolo è diventato padrone, ha portato a spasso per il campo l’avversario, gli ha nuovamente strappato il servizio, ha chiuso definitivamente il conto. Era la quattordicesima semifinale agli Us Open per Djokovic, record che condivide con Jimmy Connors (presente in tribuna): in questa stagione ha raggiunto le semifinali in tutti i tornei dello Slam. A 38 anni, giura di non avere nessuna intenzione di ritirarsi: «Perché lasciare? Mi sto divertendo». Ma l’impressione è che dopo questa sera potrebbe cambiare decisione, alla fine dell’anno.
Alcaraz spazza via Djokovic in tre set e raggiunge la finale degli US Open (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Le gambe, le meravigliose gambe di Novak Djokovic non sono più quelle. Così, malgrado i soliti alti bassi, malgrado i soliti errori di scelta e le solite smargiassate, Carlos Alcaraz fa valere sulla bilancia il pesante divario fisico fra il suoi 22 anni e i 38 del Campione di gomma, primatista di 24 Slam. […] Un’usura che non può riequilibrare con la testa, l’esperienza, la grinta e il coraggio e la capacità di gestire le situazioni contro un campione già affermato come lo spagnolo. Non gli basta più nemmeno la leggendaria resilienza in difesa. Perché, Carlitos, dopo un buon primo set, pur giocando un po’ a caso nel secondo, pur perdendo per la prima volta il servizio nel torneo, pur rimettendo pericolosamente in partita Nole I di Serbia, rimonta da 0-3 con le sue sbracciate potenti e quasi sfrontate. E, anche nel tie-break, più scriteriato che mai, alla continua ricerca della soluzione rapida e del colpo a effetto, spreca l’enorme vantaggio di 4-1 e due servizi, ma chiude comunque di forza. Insistendo nell’altissimo ritmo di paleggio che il primatista di 24 Slam (6 a New York) non può più tenere. Finché l’ultimo dei Fab Four, falloso di dritto e abbandonato anche dal servizio, pur sostenuto dall’Arthur Ashe colmo di star che tifa per l’impresa del vecchio campione, insegue la palla più impotente che mai e cede per 6-4 7-6 6-2 al primatista dell’anno nelle partite vinte (60) e titoli (6). Che, nel ridurre a 4-5 il gap nei testa a testa con l’orgogliosissimo Djokovic, si qualifica per la finale. La seconda a New York dopo quella del 2022 che, ad appena 19 anni, lo fece diventare il più giovane numero 1 del mondo. Posizione che potrebbe recuperare domani nella partita decisiva e che attende con un sorriso largo così: «Straordinario, un’altra finale agli US Open, non è forse il livello più alto come nel livello, ma ci sono andato vicino, contro Nole ho giocato soprattutto un match molto fisico”. ULTIMO ATTO «Farò del mio meglio per prenderlo a calci in c**o! Se riuscissi a batterlo sarebbe un’ottima cosa per il tennis femminile». Aryna Sabalenka, la simpatica ed effervescente regina del tennis donne, da 46 settimane al comando della classifica, 4 titoli Slam in 5 finali ma tante altre occasioni fallite, è già entrata nella parte della nuova “Battaglia dei sessi” nella quale l’ha coinvolta Nick Kyrgios nella prima settimana del 2025 a coté del torneo di Hong Kong. Oggi la Tigre di Minsk gioca la terza finale consecutiva – ultima super prestazione eguagliata di Serena Williams – agli US Open. E sarà favorita contro Amanda Anisimova, anche se i testa a testa dicono 6-3 per la statunitense di ceppo russo, guardando soprattutto all’annichilente 6-0 6-0 subito dall’ex campionessa degli US Open juniores nella finale di luglio a Wimbledon contro Iga Swiatek. Malgrado il pronto riscatto a New York proprio contro la polacca, la difficile replica contro Osaka (6-7 7-6 6-3) e la forza di volontà nel ripresentarsi subito a una finale Slam. Amanda ha dalla sua i 24 anni e il record di più giovane finalista nella stessa stagione di Wimbledon e US Open, dalla 22enne Venus Williams 2002, e ha anche la certezza di salire lunedì al 4 del mondo. A 27 anni, Aryna, la bielorussa dalla impressionante potenza, sbandiera la sesta finale consecutiva Slam sul cemento: da tre anni arriva sotto il traguardo agli Australian Open e agli US Open, come solo Steffi Graf e Martina Hingis, primatiste con 7 presenze. Viene però da due finali Slam perse quest’anno (a Melbourne e Roland Garros), più le semifinali a Wimbledon (battuta proprio da Anisimova), e ha lottato con le unghie e coi denti per abbattere il muro-Pegula: «Volevo darmi un’altra chance di arrivare in una finale Slam e di dimostrare che ho imparato dagli errori». Anisimova è uscita alla grande contro Osaka e incalza: «Sto cercando di spegnere tutto il rumore attorno e concentrarmi su questa opportunità». Chi gestirà meglio le emozioni?


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