Se ne va una figura monumentale del tennis europeo e mondiale. Nikola “Nikki” Pilic è morto a Fiume, all’età di 86 anni. Croato di nascita, jugoslavo di formazione e cittadino del mondo per visione e carisma, la sua parabola attraversa l’intero arco della storia moderna di questo sport: da protagonista sul campo negli anni Sessanta e Settanta, a testimone diretto del primo grande boicottaggio di Wimbledon, fino a diventare allenatore, capitano e maestro capace di incidere come pochi altri sulla Coppa Davis e sulla crescita dei talenti slavi.
Dallo Slam sfiorato all’Era Open
Nato a Spalato il 27 agosto 1939, nella stessa strada dove anni dopo sarebbe cresciuto Goran Ivanisevic, Pilic non si avvicinò al tennis da bambino ma da adolescente, quasi per caso, tra i campi del circolo Firule. La sua carriera decollò a metà anni Sessanta: nel 1964 vinse a Mosca il suo primo titolo importante, nel 1967 raggiunse la semifinale a Wimbledon battendo Roy Emerson, e l’anno dopo, con l’inizio dell’Era Open, entrò a far parte dei cosiddetti Handsome Eight. Oltre a Pilic, c’erano Earl “Butch” Buchholz e Dennis Ralston (USA), Pierre Barthes (Francia), Cliff Drysdale (Sudafrica), Roger Taylor (Gran Bretagna), John Newcombe e Tony Roche (Australia).
Quel gruppo, scelto dal magnate Lamar Hunt per dare vita al circuito professionistico World Championship Tennis, fu il simbolo della transizione verso un tennis nuovo, finalmente globale e strutturato. Un’élite non solo tecnica, ma anche carismatica, che cambiò per sempre il volto del tennis. Nel 1970 Pilic toccò l’apice: batté John Newcombe e Rod Laver al Bristol Open e, in doppio agli US Open, conquistò il titolo insieme al francese Pierre Barthes superando proprio Laver e Newcombe. Nel singolare si spinse fino al numero 6 del mondo, con nove titoli all’attivo. Il 1973 lo consegnò definitivamente alla storia: finalista al Roland Garros, sconfitto da Ilie Nastase, e soprattutto innesco involontario di uno degli snodi cruciali del professionismo.
Il boicottaggio di Wimbledon e la nascita dell’ATP
Quell’anno la Federazione jugoslava lo accusò di essersi rifiutato di disputare un match di Coppa Davis, in quanto iscritto ad un torneo di doppio in Canada, al quale aveva ribadito, in più di un’occasione, la sua presenza. Nonostante Pilic avesse negato con forza, fu sospeso e di conseguenza escluso da Wimbledon. L’ingiustizia scatenò la ribellione: 81 professionisti, tra cui 12 delle 16 teste di serie, boicottarono l’edizione londinese. Vinse Jan Kodes, ma il torneo resterà per sempre ricordato come “l’anno del boicottaggio”. Da quella battaglia prese forma l’ATP, che da agosto 1973 introdusse il primo ranking computerizzato: in vetta ci salì Nastase, ma senza la scintilla “Pilic” nulla sarebbe stato uguale (QUI L’INTERVISTA SUL TEMA DEL DIRETTORE UBALDO SCANAGATTA).
L’uomo delle Coppe Davis
Se la carriera da giocatore lo rese noto, quella da capitano lo trasformò in leggenda. Pilic è infatti l’unico ad aver conquistato l’Insalatiera con tre nazionali diverse. Con la Germania di Becker e Stich vinse nel 1988, 1989 e 1993; nel 2005 riportò la Coppa in Croazia, la sua patria, realizzando il sogno di una vita; nel 2010, infine, fu consigliere tecnico della Serbia che a Belgrado superò la Francia 3-2, coronando il percorso di Djokovic e compagni.
Il suo carisma, unito a una capacità rara di gestire gli uomini prima ancora che i giocatori, ne fece un capitano unico. Boris Becker più volte gli rese omaggio, sottolineando quanto il suo equilibrio fosse stato decisivo negli anni d’oro tedeschi.
Maestro, padre, guida
Nel frattempo a Oberschleißheim, vicino Monaco, aveva fondato una delle accademie più influenti d’Europa. È lì che approdò, a soli 13 anni, un giovanissimo Novak Djokovic. “Lui è stato il mio padre tennistico”, ha detto più volte Nole, ricordando come Pilic lo accolse quasi come un figlio. Dai suoi insegnamenti non apprese solo tecnica, ma metodo, disciplina e visione. Pilic è sempre stato presente a quello che era il torneo di Belgrado, organizzato proprio dalla famiglia Djokovic. Ed è proprio lì che il direttore Ubaldo Scanagatta lo ha intervistato, parlando anche del boicottaggio che Wimbledon riservò agli atleti russi.
Anche Goran Ivanišević, altro talento cresciuto nel suo stesso quartiere di Spalato, deve a Pilic una parte della sua incredibile avventura: fu lui ad accompagnarlo, da capitano croato, fino al trionfo di Zagabria nel 2005, e lo seguì da vicino nella favola di Wimbledon 2001, quando Goran vinse da wild card dopo tre finali perse. Anche Ivanisevic ha espresso il suo cordoglio su Instagram.
Un gigante del tennis moderno
La sua vita sembra il romanzo del tennis europeo: dal boicottaggio di Wimbledon alla nascita dell’ATP, dalla semifinale a Wimbledon ’67 alla finale al Roland Garros, dai successi come capitano al ruolo di mentore dei campioni slavi. “Ha unito serbi e croati – disse Djokovic dopo la Davis 2010 – e con entrambe le nazionali ha portato la Coppa a casa”.
Con la scomparsa di Niki Pilic se ne va non solo un grande tennista, ma un costruttore di ponti, un uomo che ha saputo leggere il tennis prima degli altri, difendendo la libertà dei giocatori e crescendo generazioni di campioni. Resterà il ricordo del suo carisma e della sua visione, oltre a quel primato unico: tre Coppe Davis con tre bandiere diverse. Un gigante vero, dentro e fuori dal campo.
Si ringrazia Ubaldo Scanagatta per gli spunti storici
