Dopo il successo estenuante contro il Belgio che ha regalato all’Italia la finale di Coppa Davis (la terza consecutiva), Flavio Cobolli e il capitano Filippo Volandri hanno commentato in conferenza stampa una delle vittorie più intense della recente storia azzurra.
D: L’altro giorno hai detto che era “il più bel giorno della tua vita”. Come si fa a superarlo? E la maglietta strappata?
Cobolli: «Il più bel giorno della mia vita era quando ho giocato mercoledì. Oggi è venerdì: è superato. Riguarderò tante volte questa partita, è stata pazzesca. Sono contentissimo e orgoglioso di me stesso e del gruppo che si è creato tra di noi. La maglietta? Volevo regalarla, ma me la sono tenuta per ricordo».
D: Hai parlato con tuo padre? L’ho visto distrutto durante il tie-break.
Cobolli: «L’ho notato anche io. Però credo sia normale: sono sempre suo figlio, la reazione è doppia in questi casi. Sarebbe stato così anche con una sconfitta: avremmo perso in due e abbiamo vinto in due, ed è la nostra forza. Oggi è stato molto cauto e delicato nei suoi atteggiamenti, e gliene ho dato atto».
D: Capitano, nei momenti concitati del match cosa dice al giocatore?
Volandri: «Gli ho detto che avrebbe potuto giocare un altro set, che la voleva più del suo avversario. Di tattica poca. Gli ricordavo solo che ci serviva la prima di servizio: oggi Flavio ha servito l’80% di prime. L’importante era andarsela a prendere. Se provi ad andartela a prendere, non hai niente da recriminare. Se aspetti l’errore dell’altro, sì. È stato molto bravo».
D: Cosa si pensa quando si affrontano uno, due, fino a sette match point? Dove va la testa?
Cobolli: «Filippo mi ha aiutato tantissimo. Mi ripetevo le sue parole. Ero cosciente di poter anche perdere, ma ho cercato di fare quello che mi riesce meglio: essere coraggioso, essere freddo, senza troppi pensieri. Ho cercato il punto debole dell’avversario. Non sempre ci si riesce, ma oggi credo di essermi meritato la vittoria lottando con il sangue alla bocca».
D: Nell’ultimo tie-break ti sei spesso rivolto al pubblico, quasi a cercare energia. Era un bisogno di aiuto o un modo per aumentare l’attenzione? E poi: cosa dice il capitano a Bolelli e Vavassori, che restano in panchina?
Cobolli: «Ho chiamato il pubblico perché sentivo davvero di aver bisogno di un’energia in più in un momento delicato. Giocando in casa sapevo che il loro sostegno poteva darci lo scatto decisivo, visto che entrambi eravamo molto intensi e con grande voglia di vincere. Li ringrazio perché non è facile restare così carichi per così tanto tempo.
Volandri: «Non vedono l’ora di giocare (Bolelli e Vavassori): erano pronti, si stavano scaldando e scalpitano. Sono sicuro che avrebbero fatto una grande partita anche se Flavio non avesse vinto. Per me è un vantaggio arrivare in finale senza un doppio di spareggio e senza aver giocato a settembre. Siamo una squadra con un lavoro solido alle spalle».
D: L’ultima volta che hai giocato in Davis con Berrettini fu una partita simile ma con un esito diverso. Da allora a oggi quanto sei cambiato come giocatore e come persona? Questo percorso ti ha aiutato a vincere oggi? E, alla fine, c’è stata un po’ di commozione: che cosa hai pensato in quel momento?
Cobolli: «Mi ha aiutato molto aver giocato più partite di Davis in questi due anni: quella volta era il mio esordio e la sentivo tanto. Ora ho più consapevolezza dei miei mezzi e vengo da una stagione piena, ma allo stesso tempo mi sento fresco, sto bene in campo e ho tanta voglia di lottare. Questo mi ha aiutato a raggiungere l’obiettivo di oggi.
Per le lacrime… è normale. Non sapevo quasi come esultare, ho cercato solo di essere il più naturale possibile».
D: Flavio, un’immagine molto bella della partita è l’abbraccio che hai dato a Zizou Bergs in panchina. Che cosa hai provato in quel momento? Ti sei rivisto in lui, magari in una partita della tua carriera, come quel quinto set contro Rune al Roland Garros?
Cobolli: «Sono andato da Bergs perché mi sono immedesimato in lui: in quel momento potevo esserci io. Ho provato a dargli una parola di conforto, anche se so che in quei momenti è quasi inutile e forse non ha nemmeno sentito cosa ho detto.
Mi sono detto che, se fosse capitato a me, mi avrebbe fatto piacere ricevere un gesto così — e credo che lui l’avrebbe fatto.
È stato un gesto naturale, non cercato. Lottiamo per lo stesso obiettivo, per qualcosa che ci piace davvero, per rappresentare un intero Paese, e mi sembrava giusto andare a supportarlo».
D: Dimmi: tua mamma, che non viene spesso a vederti giocare, dopo una partita così torna allo stadio?
Cobolli: «Non l’ho ancora vista, ma credo che resterà fino alla finale. Non mi ha ancora detto nulla, però so che fa fatica a vivere le partite, è molto scaramantica.
Fa la dura, ma a volte si è chiusa in bagno per ore perché non reggeva la tensione. Ha i suoi riti e meglio non toccarli, altrimenti si arrabbia. Comunque sì, starà qui».
