L’universo tennistico comprende un insieme variegato di galassie che cercano di coesistere, ma che possiedono ognuna i propri interessi. E questi – è importante dirlo – sono chiaramente sempre al primo posto. Si tratta di mettere d’accordo sette enti: ATP, WTA, ITF, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open. Marco Iaria, in un articolo pubblicato su la Gazzetta dello Sport, ha spiegato come funziona il mondo delle licenze dei tornei e tutto ciò che gravita attorno a essi: costi, profitti, investimenti e molto altro ancora.
ATP e mercato delle licenze
Il circuito maggiore maschile si sviluppa in 60 tornei, ognuno con la propria licenza. Come illustra Iaria, ‘l’ATP assegna gli eventi agli organizzatori sul territorio, consegnandone la gestione e il relativo sfruttamento economico, in cambio di una serie di requisiti e garanzie’. Pertanto, i proprietari delle licenze diventano di fatto i proprietari del torneo fino a che il contratto di licenza non scade. Queste possono avere valori molto differenti, a seconda dell’importanza del torneo.
Talvolta le licenze possono anche finire sul mercato. E qui imprenditori di rilievo, federazioni tennistiche nazionali, famiglie abbienti, club con un certo status o altri attori con un bel gruzzolo in tasca, se interessati possono farsi avanti con una proposta. È il caso dei tornei di Miami e Madrid, che di recente sono stati venduti in blocco alla holding Mari di Ariel Emanuel – dopo che anche la FITP aveva partecipato all’asta – per una cifra astronomica: un miliardo di euro. La licenza per questi due 1000 combined avrà validità trentennale. Insomma, per diventare proprietario del torneo di Miami e di quello di Madrid Emanuel ha dovuto sborsare 500 milioni per uno e per l’altro. E questo è solo il punto di partenza.
Costi, investimenti e profitti
Poi arrivano tutte le spese che riguardano i montepremi messi in palio per i giocatori, i costi per l’organizzazione dei tornei ed eventualmente gli investimenti per migliorare le strutture. Un po’ com’è successo agli Internazionali BNL d’Italia quest’anno, con i nuovi campi messi in piedi al Foro Italico e il progetto che promette di installare il tetto sul Campo Centrale in vista dell’edizione 2028. O ancora meglio, la rivoluzione all’impianto del Cincinnati Open finanziata dal miliardario Ben Navarro (proprietario del 1000 americano, oltre che del WTA 500 di Charleston, e padre di Emma, attuale numero 15 al mondo), che ha permesso al torneo dell’Ohio di vincere il premio come miglior 1000 dell’anno.
Al Lindner Family Tennis Center sono stati spesi ben 260 milioni di dollari. Nel 2009 Larry Ellison, uno tra gli uomini più ricchi al mondo, mise sul tavolo 230 milioni per far rifiorire il torneo di Indian Wells. Di recente, poi, il fondo saudita PIF – già intrufolatosi nei nomi delle classifiche ATP e WTA, ma che allo stesso tempo sta perdendo piano piano liquidità – ha già fatto sua la licenza per quanto riguarda il decimo Masters 1000 stagionale, promettendo di investire all’incirca 2.5 miliardi di dollari per l’evento che esordirà nel calendario tennistico internazionale a partire dal 2028. “Se le licenze sono così pregiate e contese è perché il giro d’affari di questi eventi, in mano ai licenziatari, è in costante crescita” afferma Iaria, che poi si sofferma sulle Finals di Torino, il torneo più prestigioso dell’ATP.
La Federazione Italiana Tennis e Padel ha rinnovato il contratto di licenza fino al 2030, garantendo all’ATP un incremento della fee da 17.5 a 25 milioni di dollari annui. L’ex torneo dei Maestri e i nove 1000 generano un fatturato complessivo di 600 milioni di dollari, che provengono prevalentemente dalle sponsorizzazioni e dalla biglietteria. Nel 2024 i profitti legati ai nove Masters si sono attestati attorno ai 110 milioni di dollari. Escludendo i 72.6 milioni di dollari di montepremi, l’ATP ha poi distribuito metà della restante parte dei profitti (ovvero 18.3 milioni di dollari) ai giocatori, dato il meccanismo della ripartizione 50-50 degli utili.
I 1000 sfidano gli Slam
Fuori da questo discorso procedono indisturbati i quattro Slam, entità indipendenti che agiscono sotto protezione dell’ITF, ma che di fatto operano in totale autonomia. Tennis Australia, la Federtennis francese, l’All England Lawn Tennis Club e la USTA possiedono ognuno il proprio Major, con il quale ottengono un fatturato monstre rispetto a qualunque altro torneo presente sulla scena internazionale. Si passa dai 350 milioni generati dal Roland Garros ai 500 milioni dello US Open. Questo grazie al valore che nel tennis hanno questi tornei, i quali nel tempo si sono migliorati ampliando sempre di più le loro strutture. Non a caso praticamente ogni anno in ciascuno di questi si verifica il record di spettatori on site. E tutta la macchina commerciale – diritti tv, sponsor, attenzione mediatica – procede di pari passo.
Tre settimane di tennis per gli Slam, ormai due per i 1000 (fuorché Monte Carlo, Parigi e il torneo saudita), eventi per i quali Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, ha detto di voler puntare sempre di più, così da massimizzare l’intera potenzialità del prodotto. “La nostra strategia è chiara: concentrarci sul prodotto premium, ovvero i Masters”, ha spiegato di recente Gaudenzi. “Il motivo è molto semplice: dobbiamo offrire la migliore esperienza possibile ai tifosi”.
