Caroline Garcia: una giocatrice irrisolta?

Dopo il suo ritiro, un tentativo di valutazione della giocatrice francese. Ex numero 4 del mondo, dotata di grandi mezzi naturali ma incapace di superare croniche difficoltà

Di AGF
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Caroline Garcia - Finale Fed Cup 2016, Strasburgo

A mio avviso i problemi di Garcia sono stati di due tipi, differenti anche se collegati. Il primo, l’ho già sottolineato, era legato all’aspetto puramente mentale: Caroline poteva fare bene quando scendeva in campo senza troppe pressioni e con poche aspettative; se però il suo nome compariva alla vigilia nell’elenco delle possibili favorite, immancabilmente arrivava la delusione. Cito una statistica che sintetizza in modo inequivocabile quanto soffrisse negli eventi più importanti. Percentuale di vittorie contro le Top 10 al di fuori degli Slam: 34,7% (25 vinte, 47 perse). Negli Slam: 8,7% (1 vinta, 11 perse). Non è un errore: in 54 tornei Slam disputati, Garcia ha sconfitto una sola Top 10, la allora testa di serie numero 1 Karoina Pliskova allo US Open 2020, quello giocato senza pubblico a causa del Covid.

Il secondo problema è invece più raro e complesso da spiegare, ed è legato alle questioni tattiche. Per affrontarlo bisogna tornare alle prime stagioni, nella quali Caroline non era la stessa tennista che abbiamo imparato a conoscere in seguito. Quando esordisce nel circuito maggiore, Garcia è una giocatrice che pratica un tipo di tennis vario e mediamente offensivo. Certo, può vincere molti punti grazie all’uno-due (del resto possiede uno dei migliori servizi del circuito), ma può prevalere anche al termine di scambi lunghi e articolati. Però i risultati non sono così positivi. Come mai?

Cito ancora dall’articolo di inizio 2017: “Per Garcia secondo me la questione riguarda la sfera tattica. È come se nei grandi match, sui grandi palcoscenici, Caroline tenesse nascosta la sua vera personalità tennistica, finendo spesso per adeguarsi a chi ha di fronte. E così capita che contro Radwanska sfoderi soluzioni estremamente tecniche, mentre un match contro Sharapova diventi un braccio di ferro basato sulla potenza. Ma allora qual è la sua vera natura? Perché in campo a volte sembra mimetizzarsi?”

In sostanza siamo di fronte a un problema di scelte di gioco non del tutto risolte. E così anche a causa di questa condotta quasi camaleontica, senza una identità del tutto a fuoco, i progressi sono più lenti dell’atteso. Ma dopo alcune stagioni Garcia cambia atteggiamento, diventando una attaccante iper-aggressiva: non solo nei turni di servizio, ma, se possibile, ancora di più nei turni di risposta. In risposta Garcia si posiziona con i piedi ben dentro il campo – sempre e comunque, contro qualsiasi avversaria – evitando la replica in contenimento. Con la nuova impostazione raggiunge i successi del 2017 e del 2022, alternati però anche a lunghi periodi di appannamento.

Capisco che criticare una giocatrice di questo livello suoni presuntuoso, ma confesso di non essere convinto che la scelta di proporre un tennis così aggressivo sia stata la migliore per lei. Intendiamoci, ci sono giocatrici che hanno raccolto ottimi risultati grazie a un indirizzo del genere. Penso per esempio a chi si è ritirata a New York esattamente lo stesso giorno di Garcia, cioè Petra Kvitova. Petra però non aveva alternative: per come era strutturata fisicamente, non poteva permettersi di “remare” in lunghi scambi a fondo campo; non aveva né la mobilità né la resistenza per competere con le migliori giocatrici del circuito in questo genere di tennis. In sostanza quella era la sua vera e unica natura di tennista. Garcia no: lei avrebbe avuto la possibilità di misurarsi con le migliori anche al di fuori del gioco di attacco estremo. Ma ci ha rinunciato.

Ho scritto sopra che il principale problema dei tennisti che possiedono un repertorio particolarmente vasto è quello di trovare il giusto equilibrio nelle scelte di gioco; spesso in questi casi la maturazione è più lenta rispetto a chi invece pratica un tennis più scarno e monodimensionale. Detto altrimenti: precocità e multi-dimensionalità difficilmente vanno d’accordo, a meno di non possedere una innata capacità tattica. Mi vengono in mente i casi di Martina Hingis o Mirra Andreeva, ma sono le eccezioni che confermano la regola. Garcia avrebbe avuto i mezzi per diventare una tennista multi-dimensionale di successo? Io penso di sì, sta di fatto che dopo le insoddisfazioni delle prime stagioni a un certo punto Caroline ha detto basta, proponendo un solo genere di tennis. Ma è stata davvero la scelta giusta?

Provo a rispondere in modo indiretto. Forse non è un caso che tra le giocatrici che Garcia ha più sofferto ci siano state le avversarie che difettavano in potenza e che però sapevano sopperire a questo deficit mettendo in campo un tipo di tennis più articolato e insidioso; gli anglosassoni direbbero “tricky”. Cito qualche nome e il bilancio negli scontri diretti. Garcia ha chiuso 1-6 contro Barbora Strycova, 1-5 contro Daria Gavrilova Saville, 1-3 contro Anastasija Sevastova, 0-4 contro Marie Bouzkova, e 2-3 contro Yulia Putintseva. Ebbene, secondo me Caroline non era certo inferiore a queste giocatrici sul piano tecnico o fisico; ma probabilmente non era altrettanto convincente nell’interpretazione tattica del confronto. Non stiamo parlando delle più forti giocatrici del circuito, contro le quali avere un testa a testa negativo è comprensibile. Stiamo parlando di giocatrici abili nel mischiare le carte per cercare di mandare in crisi le avversarie, minando le loro abituali certezze. E contro Garcia ci riuscivano benissimo.

Non so se vi ho convinto. Per quanto possa cercare di argomentare i miei pensieri, sono consapevole che si tratta di ipotesi ben lungi dall’essere dimostrate. A me però rimane la sensazione che Garcia, più che districare davvero, sino in fondo, il nodo dell’impostazione di gioco, semplicemente a un certo punto l’abbia messo da parte, imponendosi un solo indirizzo. Quando tutto filava per il verso giusto, la scelta pagava; ma sul lungo termine le questioni irrisolte riaffioravano.

A carriera conclusa, in mancanza di controprove non sapremo mai se la scelta di drastica semplificazione sia stata la migliore o se invece sia stata una scorciatoia, che ha abbreviato i tempi di maturazione impedendole, però, di ottenere il massimo da sé stessa. Ho già elencato i traguardi raggiunti da Garcia: i successi non sono pochi, però a me rimarrà sempre il dubbio che Murray avrebbe potuto avere ragione e che Caroline sia stata una giocatrice non del tutto realizzata.

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