La vittoria di Naomi Osaka su Antonia Ruzic (6-3 3-6 6-4) è stata solida, combattuta, tutt’altro che banale. Nulla da aggiungere. Quello su cui ci si può dilungare è invece l’apparizione di Osaka sulla Rod Laver Arena. Cappello a tesa larga con velo, ombrello decorato, tonalità marine, farfalle: un’immagine che sembra arrivare più da una sfilata concettuale che da un tunnel di uno Slam. La tennista giapponese ha fatto il suo ingresso con un abito eclettico e visionario, frutto di una collaborazione tra Nike, il suo partner creativo Marty Harper e il couturier londinese Robert Wun — lo stesso stilista che ha vestito star come Beyoncé, Cardi B e Ariana Grande.
Questi elementi non erano casuali: gli effetti fluidi e i “tentacoli” del design rimandano alla forma e al movimento delle meduse (l’idea è nata da un momento personale con sua figlia, Shai, mentre le leggeva un libro illustrato), mentre le farfalle richiamano un episodio iconico dell’Australian Open 2021, quando una farfalla si posò sul volto di Osaka durante un match, un momento che è poi diventato virale.
Il linguaggio visivo di Osaka
Per Naomi Osaka la scelta del proprio outfit è un modo di autodeterminarsi. La moda può essere emozionale, stratificata e significativa — un modo per “scrivere la propria storia” piuttosto che lasciare che altri la raccontino per lei. La volontà di non rinunciare a quella complessità che spesso lo sport d’élite tende a semplificare.
Colpisce soprattutto una frase rilasciata in conferenza stampa: «Voglio fare cose che creino gioia e felicità». Un’affermazione di disarmante semplicità, quasi naif a dirla tutta, che rivela però l’intenzione autentica di costruire un rapporto emotivo, non mediato, con chi la guarda.
Osaka riconosce la natura duplice di questa scelta. Si definisce una persona riservata, ma racconta come tutto cambi nel momento in cui entra in campo. Ricorda un viaggio in Giappone a tredici anni, la scoperta di Harajuku e di un luogo in cui le persone sembravano potersi esprimere liberamente attraverso i vestiti. Da lì nasce l’idea che l’abito possa essere veicolo per mostrare la propria personalità.
In campo Naomi è una versione amplificata di sé, quasi una figura che si “veste” per attraversare la scena e interpretare un ruolo. Poi, una volta rientrata negli spogliatoi, tutto si ricompone e riaffiora la Naomi più silenziosa e introversa.
Alcuni possono considerarlo puro esibizionismo, altri ne apprezzano l’audacia e la fantasia. Proprio il fatto che non si distingua per semplicità e discrezione, però, può finire per mettere tutti d’accordo.
Niente è lasciato al caso
Ovviamente nulla è improvvisato. L’ingresso in campo è il risultato di mesi di pianificazione, di prove, di design studiato nei dettagli più pratici: capire se l’abito funziona, se consente di muoversi, persino se un ombrello scenografico può attraversare il tunnel senza inciampare nella realtà logistica di uno Slam. Osaka lo racconta con ironia, ricordando di aver urtato qualche pannello lungo il percorso. Il dialogo con l’organizzazione — e in particolare con Craig Tiley — è stato improntato alla disponibilità e al rispetto, elementi che hanno reso possibile una messa in scena tanto audace.
Si spera però che la due volte campionessa dell’Australian Open (2019, 2021) non si perda tra tulle velati e altri eclettici (a volte frivoli) accessori, e riporti i suoi obiettivi anche sul tennis, esprimendo non solo creatività ma anche un’ambizione che l’ha comunque riportata in top 20 nel 2025.
