2) “Anziane” alla riscossa: Karolina Muchova e Jessica Pegula
Partirei da un dato generazionale. I due tornei arabi hanno visto prevalere tenniste di esperienza: a Doha ha vinto una giocatrice nata nel 1996 come Karolina Muchova (compirà 30 anni in agosto), mentre a Dubai ha prevalso Jessica Pegula, che è perfino di due anni più anziana (è nata nel febbraio 1994). Rispetto alle edizioni del 2025 abbiamo avuto una totale inversione di tendenza, visto che dodici mesi fa i titoli era stati vinti da protagoniste molto più giovani e in fase di carriera ascendente come Amanda Anisimova (classe 2001) e Mirra Andreeva (addirittura del 2007).
La vittoria di Pegula a Dubai non è stata certo una sorpresa: senza le prime due giocatrici della classifica al via, con Gauff che fatica a trovare stabilità tecnica e con Rybakina apparsa meno incisiva rispetto alle esibizioni australiane, Jessica diventava automaticamente tra le primissime favorite. Pegula ha confermato la sua notevole solidità e continuità; nei cinque match disputati lungo il cammino del torneo ha concesso un set soltanto alle due grandi “bombardiere” affrontate: Clara Tauson (finalista della edizione 2025) e Amanda Anisimova.
Pegula ha rischiato soprattutto nella semifinale contro Anisimova: nei primi game ha faticato a limitare la potenza dell’avversaria e si è trovata sotto di un set e un break (1-6 1-3). Poi però è riuscita, almeno parzialmente, a contenere i vincenti di Amanda, allungando gli scambi di quel tanto che bastava per farle aumentare gli errori non forzati e cominciare a instillarle il dubbio che la vittoria non sarebbe stata proprio dietro l’angolo. Forse anche i precedenti (tutti a favore di Jessica) hanno inciso sul progressivo capovolgimento del match, e così il secondo set si è trasformato in un braccio di ferro che ha rovesciato l’equilibrio delle forze in campo. Nel terzo set le superiori qualità difensive, oltre che in risposta, hanno definitivamente indirizzato il risultato dalla parte di Pegula (1-6 6-4 6-3).
Più semplice la partita conclusiva contro Svitolina (6-2 6-4), apparsa provata dopo il durissimo confronto di semifinale. Per raggiungere la finale Elina aveva sostenuto contro Gauff una battaglia di tre ore e sei minuti (6-4 6-7(13) 6-4) che però le aveva lasciato scorie che hanno pesato sul rendimento del giorno dopo. E così Svitolina ha perso per la prima volta una finale a Dubai, dopo i due successi del 2017 e 2018; ha dunque mancato il possibile tris, oltre che avere leggermente peggiorato il suo straordinario record di rendimento nelle finali WTA: oggi siamo a 19 successi e 5 sconfitte.
Molto meno atteso il successo di Karolina Muchova a Doha, non fosse che per un dato che tutti hanno sottolineato: in carriera Muchova aveva vinto un solo torneo, l’International (corrispondente agli attuali WTA 250) di Seoul nel settembre 2019. Da quel momento aveva raggiunto altre quattro finali, tutte perse. Sembrava una specie di maledizione, sfatata dopo oltre sei anni di tentativi.
Se per conquistare Dubai Pegula ha vinto cinque match lasciando per strada soltanto due set, Muchova a Doha è riuscita a fare meglio: non avendo diritto del bye al primo turno, ha affrontato sei partite concedendo un solo set, a Maria Sakkari in semifinale: 3-6 6-4 6-1, in un confronto nel quale ha inizialmente faticato a prendere le misure all’avversaria, ma che ha poi finito per vincere con ampio margine (ha perfino avuto un match point sul 5-0).
La vittoria a Doha è arrivata a poche settimane dall’inizio della collaborazione tecnica con Sven Groeneveld; capiremo nei prossimi mesi se si è trattato di un caso o se il lavoro con il nuovo coach produrrà consistenti progressi. La qualità tecnica non è mai mancata a Muchova, ma nella settimana araba, rispetto allo scorso anno, a me è sembrata migliorata soprattutto in due aspetti. Innanzitutto è tornata solida dalla parte del rovescio, un colpo che spesso tendeva a diventare insicuro dopo la prima ora di gioco. E poi nelle fasi difensive è stata capace di rincorrere senza andare in debito di ossigeno. Perché Karolina, malgrado la stazza (è alta circa 1,80) si è sempre mossa bene, ma le coperture difensive potevano poi incidere sulla sua brillantezza quando il match si faceva più intenso.
In finale, contro una giocatrice che risponde molto bene come Mboko, ha perso una sola volta la battuta (subito recuperata grazie all’immediato controbreak): segno che ha avuto nel servizio un’arma decisiva. Penso che la chiave di questo alto rendimento con il primo colpo sia stata la capacità di utilizzare con grande intelligenza tutte le varianti di battuta che possiede; per esempio servendo da destra ha spesso insistito con lo slice a uscire (per aprirsi il campo sul terzo colpo), ma lo ha fatto senza diventare monotona e prevedibile. Nei momenti giusti ha saputo variare utilizzando anche la traiettoria al centro, e in questo modo ha impedito a Mboko di spostare la posizione di risposta, contromisura ovvia quando una direzione diventa troppo prevedibile.
A questo punto sarà interessante scoprire se Muchova, oltre a migliorare la statistica nelle finali, riuscirà a migliorare anche l’aspetto negativo che più ha pesato sulla sua carriera, vale a dire quello degli infortuni. Potremmo finalmente scoprire fin dove sarebbe in grado di spingersi affrontando un’intera stagione senza guai fisici.
a pagina 3: Il carattere di Victoria Mboko
