Con la vittoria del torneo di Roma, Jannik Sinner ha migliorato il suo precedente record portando a sei il numero di vittorie consecutive nei tornei di categoria 1000.
Six and counting direbbe un anglofono, poiché la serie è aperta e potrà ulteriormente migliorarla nel prossimo torneo di pari categoria, ovvero l’Open del Canada che si disputerà nelle prime due settimane di agosto.
Questo dominio – quasi tirannico – potrebbe aver portato alla memoria di qualche ultracentenario e dei meglio informati un episodio capitato 96 anni fa all’interno dei nostri confini (qualche lettore malizioso potrebbe pensare “e dove altro”).
Saliamo quindi sulla macchina del tempo, torniamo a Roma e immaginiamo di atterrare nel tardo pomeriggio di un giorno qualunque del mese di aprile del 1930 all’interno della sede della Gazzetta dello Sport; più precisamente in una fumosa sala riunioni dove, intorno a un tavolo, siedono una decina di distinti gentiluomini che rappresentano la direzione del Comitato Organizzatore del Giro d’Italia.
Ricordiamo ai lettori che a quell’epoca il ciclismo era lo sport più amato dagli italiani e il Giro d’Italia rappresentava la sua massima espressione; sin dalla prima edizione era patrocinato dalla Gazzetta dello Sport, dalle cui pagine rosa aveva tratto il colore della maglia indossata dal primo in classifica.
Nel 1930 la partenza della diciottesima edizione della corsa era prevista per il giorno 17 maggio con termine l’8 giugno; 15 tappe per un totale di 3.098 chilometri, 206 km medi per tappa, contro i 165 del Giro 2026.
Armando Cougnet, ideatore del Giro, presiede l’immaginaria riunione di cui sopra.
Prende la parola Cougnet: “Signori, abbiamo un serio problema da affrontare. Ho saputo da fonte certa che molti potenziali partecipanti hanno intenzione di disertare il Giro..” un membro del comitato interviene “E perché?”.
AC “Perché non vogliono mettere a rischio la salute (all’epoca le strade del Giro d’Italia erano spesso simili a mulattiere da percorrere in sella a biciclette pesanti come macigni nda) in una gara che non avrà storia, dal momento che la vincerà di sicuro per la quarta volta di fila Alfredo (Cougnet si riferisce ad Alfredo Binda, uno dei più grandi ciclisti di ogni epoca, trionfatore di 5 edizioni del Giro di cui 3 consecutive dal 1927 al 1929). Tanto vale – dicono – saltare il Giro e prepararsi per il Tour, che dà anche premi maggiori” (nel 1930 il Tour de France cominciò il 2 luglio).
Un coro unanime di sdegno si alza nella sala: ”Vergogna. Ma come osano?… Lascia che si ritirino Armando. Lo spiegheranno loro ai tifosi. Noi tiriamo dritto, vero?”
“Ma certo – riprende la parola Cougnet – . La direzione generale della Gazzetta sarà felice di apprendere che il Giro quest’anno si farà a ranghi ridotti. Immagino poi la felicità a livello politico…”
E qui ci fermiamo con la nostra ricostruzione immaginaria. Ma l’esito della discussione, se mai vi fu, non è difficile da ipotizzare, dal momento che le cronache riportano che Alfredo Binda accettò una somma importante per non prendere parte al Giro d’Italia del 1930 e dare così interesse alla corsa (l’assenza del migliore non è un dettaglio ma, come dice il proverbio, piuttosto che niente meglio piuttosto).
Tale somma corrispondeva al premio spettante al vincitore aumentato del 50 per cento, per un totale di oltre 20 mila lire, che all’epoca corrispondevano a circa 4 anni di stipendio di un operaio; per rendere ancora meglio l’idea di cosa significassero 1.000 lire negli anni ’30, ricordiamo ai lettori che la celebre canzone “se potessi avere 1000 lire al mese” è del 1939.
Per la cronaca quel Giro d’Italia fu vinto per la prima e ultima volta in carriera da Luigi Marchisio.
Abbiamo rispolverato questo aneddoto perché, al termine del torneo di Roma, chi scrive ha per un attimo vestito i panni del direttore dell’Open del Canada e, conoscendo la vicenda Binda, ha pensato che offrire a Sinner il premio riservato al vincitore per restare sulle sue Dolomiti tra il 2 e il 13 d’agosto, potrebbe essere un ottimo stratagemma per dare maggior incertezza e interesse al torneo.
Un pensiero fugace. Tralasciando il fatto che il premio in questione equivale a circa quaranta annualità di un operaio e non alle quattro del Giro del 1930, partecipare, seppure solo da spettatori, all’epopea di un atleta che riscrive la storia del proprio sport è stupendo; produce nello spettatore un transfer sportivo che regala emozioni uniche.
Quanti si sono trovati a fare il tifo per la prima volta per Djokovic quando è stato a un match di distanza dal completare il Grande Slam nel 2021? Crediamo molti.
Abbiamo quindi compiuto una rapida incursione nelle pagine del libro dei record degli sport individuali alla ricerca di atleti che hanno compiuto imprese memorabili a cui forse un giorno sarà accostato Jannik Sinner.
Non c’è lo spazio per citarli tutti. Ma, a titolo d’esempio, possiamo nominarne qualcuno:
il pugile Joe Luis, che difese il titolo di campione del mondo dei pesi massimi per 25 volte consecutive;
Edwin Moses, specialista dei 400 ostacoli, che rimase imbattuto in 122 competizioni tra il 1977 e il 1987;
Sergey Bubka, saltatore con l’asta, vincitore per 115 volte consecutive in gare all’aperto.
In campo femminile nella prima metà del ‘900 spicca tra le altre immortali il nome della pattinatrice norvegese Sonja Henie, tre volte campionessa olimpica e dieci volte consecutive mondiale e quello della tennista cara allo Scriba Gianni Clerici, Suzanne Lenglen, sconfitta 7 volte in 348 incontri ufficiali.
Restando nel tennis, nell’era Open il record di vittorie consecutive appartiene a una giocatrice, Martina Navratilova, che lo stabilì nel 1984 vincendo 74 partite di fila.
Alla luce di questi exploit anche il record stabilito da Sinner appare migliorabile; non sarebbe bello se fosse lui stesso a farlo?
