Questa settimana abbiamo fatto un gioco. Avrebbero potuto vincere un torneo solo quelli che avevano annullato match point lungo il percorso verso la finale. Oppure solo chi fosse entrato nel tabellone principale da lucky loser. Questo gioco, in auge dal 1877 si chiama tennis su erba. Dove ancor più che sulle altre superfici i match si giocano davvero su pochissimi punti. E alcuni rimbalzi di gialappiana memoria fungono da fattore equilibratore fra un top ten e il numero 80 del mondo. Però, fra frenetici srotolamenti e arrotolamenti di teloni, altere clubhouse a cingere storici campi centrali e l’eccitazione che monta, nell’attesa di capire chi conquisterà il sacro graal del tennis dalle parti di SW19, quant’è bella la breve stagione sull’erba?
I top
Shelton (10-)
Se papà Bryan riuscirà a inculcare nel talentuoso Ben i dettami del tennis percentuale, si sarà meritato il titolo di allenatore del decennio. Ok che siamo passati all’erba, dove tutto si gioca sul filo dell’incoscienza. Ma vincere un torneo annullando tre match point in due partite diverse (uno a Giron, due a Lehecka) significa avere coraggio ma anche sfidare la fortuna. Al Boss Open di Stoccarda, in una settimana trionfale ma al tempo stesso inutilmente dispendiosa, Shelton si è complicato parecchi match, dilapidato un vantaggio tecnico di cui godeva e commesso un bel po’ di errori gratuiti. Comunque, sull’erba lo statunitense è bello e divertente da vedere. Molto meno da affrontare. Lehecka (notevole il tie-break vinto da Ben dopo 30 punti) e Fritz negli ultimi due turni sono sicuramente scalpi importanti. Il suo problema tecnico in ottica Wimbledon è la risposta. In assoluto un certo Jannik Sinner.
Vekic (10)
Ha fatto andare di traverso gli scones al pubblico inglese che già pregustava la resurrezione di Raducanu. E portato a casa il torneo più prestigioso della sua carriera sui gloriosi prati del Queen’s. Il 500 londinese era finito subito per lei. Che non aveva passato le qualificazioni. Grazie al ritiro di Kostyuk, però, è entrata nel tabellone principale. Poi sono iniziati i suoi meriti. Bouzkova, Pliskova, e soprattutto le britanniche Boulter in semifinale e Raducanu in finale. A impressionare è stata la capacità di rimanere attaccata al match. Ma anche gli sprazzi di esuberanza tennistica di forse molti non la credevano più capace. Al momento è al numero 32 del live ranking. A Wimbledon, dove ha già raggiunto una semifinale, potrà dire la sua.
Majchrzak (10)
Finalmente il polacco balza agli onori delle cronache per un gran bel successo, quello a ‘s-Hertogenbosh. E non per lo stridore di un cognome a prova di speaker. O, purtroppo per lui, per la sfortunata vicenda doping, ancora una maledetta contaminazione, che gli ha tolto 13 lunghi mesi di attività agonistica. Kamil ha, guarda un po’, annullato a Virtanen un match point all’esordio nel torneo. E poi ha infilato una serie impressionante di risultati. Auger-Aliassime nei quarti, Medvedev in semifinale e De Minaur in finale. Tre top ten che non stanno vivendo una fase esaltante della stagione. Ma che vanno sempre battuti. Ora Majchrzak è numero 45 ATP, suo best ranking. E il classe ’96 potrebbe trovare nuovi stimoli dalla vittoria nel torneo olandese per rilanciare la sua carriera.
Fritz (9)
Il ragazzone è in fase di ricostruzione. Esce da una tendinite, da una relazione privata. E ha tutta la voglia di rimettersi in gioco. Non era facile fare finale nel torneo di Stoccarda, dove era campione uscente. Un percorso, il suo, non semplice. A partire dal match di esordio con Landaluce, battuto solo per 7-6 al terzo. Poi il californiano ha tenuto a bada la stravaganza di Bellucci nei quarti. E gestito con una certa tranquillità un poco convinto Bublik in semifinale. Con Shelton in finale se l’è giocata fino all’ultimo. Tre set di potenza e corsa. Che ci hanno restituito un protagonista di cui il tennis malaticcio di questo scorcio di 2026 ha bisogno.
Raducanu (9)
Ci voleva così poco? Bastava riprendere il coach che la seguiva quando vinse quell’incredibile edizione degli Us Open 2021? Non sarà certo solo Andrew Richardson ad aver permesso a Emma di raggiungere la sua terza finale in carriera. Però la coincidenza è quantomeno curiosa. Di sicuro entra in ballo la naturale propensione della britannica a muoversi sull’erba. Fatto sta che si sono visti sprazzi della miglior Raducanu. Al Queen’s Il suo percorso è stato quasi esente da pecche fino alla finale. Soprattutto le vittorie con Cirstea in ottavi e Jovic in semifinale (dopo aver battuto anche Rakhimova la mattina stessa). Tutte in due set e piuttosto nette. Particolarmente efficace in risposta e aggressiva sin dal primo colpo negli scambi, Emma si è un po’ inceppata in finale contro Vekic. La pressione che subiscono gli inglesi quando giocano in casa, d’altronde, è enorme. Raducanu lo sa bene e dovrà – gioco forza – farci i conti a Wimbledon. Dove comunque è plausibile attendersi un torneo da protagonista.
Bellucci (8)
Imprevedibile come i rimbalzi sui prati, estroverso e incline all’improvvisazione, Mattia non poteva che trarre giovamento dalla transizione dalla terra battuta all’erba. A Stoccarda gli spettatori dei suoi match si sono divertiti parecchio. Le traiettorie mancine, i colpi felpati – se soprattutto paragonati a quelli dei caterpillar che dominano il tennis moderno – e l’estemporaneità vagamente retrò del tennista lombardo hanno sorpreso i suoi avversari. Davidovich Fokina, Hanfmann e poi Fritz nei quarti. Tutti match lottati in cui Mattia ha vinto il primo set. Con il californiano, i cali sul finale della seconda e della terza frazione gli sono stati fatali. Non è da escludere che, con un buon tabellone, possa fare un bel po’ di strada anche a Church Road.
Bublik (6,5)
Abubliko. Come il suo sonnacchioso 2026, a parte la vittoria a Hong Kong a inizio anno. A Stoccarda, dopo un delicato esordio in cui è stato impegnato da Struff, Alexander ha tenuto a bada Mpetschi Perricard nei quarti. Per poi, però, mostrare una versione piuttosto piatta di sé in semifinale contro Fritz. Il ventinovenne kazako si riaccenderà all’improvviso?
…E i flop
Auger-Aliassime (4)
Il suo cognome ricorda per assonanza un congiuntivo. Il tempo verbale della speranza. In questo caso flebile. Eh, se potessimo vedere una versione del canadese finalmente esente da titubanze tecnico-agonistiche. Invece, a ‘s-Hertogenbosh, dopo una scontata vittoria contro Fucsovics, è incappato anche lui in Majchrzak nei quarti. Incontro nel quale ha racimolato solo 7 giochi. A questo punto, meglio passare all’imperativo: Felix, fa’ qualcosa.
De Minaur (5,5)
Sembra un po’ stanchino, il pedalatore dei piani alti del tennis. Gambe che frullano, attaccamento alla partita e acume tattico sono un fardello pesante da portare sulle spalle da tutta una carriera. Soprattutto se sei consapevole che non appena molli un attimo i marcantoni della racchetta ti sovrastano. Al Libema Open Alex sembrava pronto a raccogliere i frutti di tanta fatica. Un tabellone non certo da urlo gli aveva facilitato il compito. Ma per un Bonzi e un Mannarino che non puoi non regolare con un certo piglio, ti capita in sorte il giocatore più caldo della settimana. Il polacco che non ti aspetti – non l’avevamo già detta questa? – nelle vesti di Kamil Majchrzak. Che in finale ti trascina fino al tiebreak del terzo set e ti sfila dalle mani il trofeo. E se l’australiano non coglie nemmeno queste occasioni sarà dura rimanere in top ten.
Medvedev (4,5)
Chissà in quanti gli avranno detto che comprare un biglietto nelle prime file per rispondere con maggior agio ai servizi esterni non è la scelta più sagace. Farlo, poi, sull’erba rappresenta un suicidio tattico. Ma Daniil non riesce proprio ad avvicinarsi in fase di risposta. Al Libema Open il russo ha avuto un cammino stentato, a riprova del suo rapporto non idilliaco con i prati. In ottavi ha corso rischi enormi con il 17enne olandese Boogaard, cui ha annullato un match point. Poi una partita molto diseguale con Cilic, battuto nettamente alla distanza. Per poi essere sorpreso in semifinale dalla rivelazione Majchrzak, che gli ha inflitto un 7-6 6-1 piuttosto netto. Si ha la sensazione che non veda l’ora che arrivi lo swing nordamericano.
Anisimova (5)
Se il 2025 era stato l’anno della rinascita, il 2026 non è certo quello del consolidamento del suo nuovo status di protagonista del tennis di vertice. Sui prati londinesi del Queen’s non ha mostrato lucidità e sicurezza. Dopo aver battuto Siegemund in ottavi, ha ceduto alla prima vera difficoltà. Nei quarti con Jovic non è sembrata crederci davvero. Mostrando diverse lacune nella fase difensiva. Soprattutto, sembra non aver ancora deciso se è diventata definitamente grande.
Rybakina (4)
Finché non capirà cosa le impedisce di rimanere aggrappata ai match nelle fasi bollenti, Elena sprecherà occasioni e talento. Anche sulla superficie su cui il suo servizio e le sue cannonate da fondo possono essere devastanti, Rybakina trova spesso il modo per dare speranza all’avversaria. Con Tatjana Maria si è fatta trascinare al terzo. Ma almeno ha rifilato un 6-0 alla tedesca nel decider. La frittata l’ha però fatta nei quarti con Boulter. Contro la quale non è bastata la netta differenza di potenza e pesantezza di palla. I soliti buchi agonistici hanno condannato Elena a una sconfitta amara. Una grande campionessa inespressa sul piano sportivo, ma sopratutto su quello emotivo.
