Il CIO paga tutti gli Olimpici: 10.000 dollari anche ai tennisti, una svolta che cambia il senso dei Giochi

Il nuovo “Fit for the Future Olympian Grant” garantirà un contributo economico a ogni atleta partecipante ai Giochi: non un premio per la medaglia, ma un sostegno al percorso. Nel tennis il peso sarà diverso tra superstar e seconde linee, ma il segnale resta storico

Di Carlo Galati
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Roland Garros - Olimpiadi Parigi 2024 (foto Ubitennis)
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Il Comitato Olimpico Internazionale cambia passo. Per la prima volta nella storia dei Giochi, ogni atleta olimpico riceverà un contributo economico diretto da 10.000 dollari, indipendentemente dal risultato ottenuto in gara. Non un premio alla medaglia, ma un sostegno alla partecipazione e al percorso che porta fino all’Olimpiade.

La misura, inserita nel programma “Fit for the Future Olympian Grant”, partirà già da Milano Cortina 2026 e riguarderà tutti gli atleti in regola con le norme antidoping e con la Carta Olimpica. Una scelta che segna una svolta profonda per il movimento Olimpico: dopo oltre un secolo di difesa del dilettantismo come principio identitario, il CIO riconosce in modo diretto il valore economico dell’atleta, anche quando non sale sul podio.

A presentare l’iniziativa, durante il 146° Congresso del CIO a Losanna, è stato Pau Gasol, presidente della Commissione Atleti del Comitato Olimpico Internazionale ed ex stella del basket mondiale. Il punto centrale del suo intervento è proprio questo: non si tratta di un premio in denaro legato al risultato, ma di un riconoscimento del viaggio, degli anni di lavoro e dei sacrifici necessari anche solo per arrivare a competere ai Giochi.

È una distinzione sottile, ma importante. Il CIO non sta trasformando l’Olimpiade in un torneo con montepremi tradizionale. Sta però ammettendo che l’atleta Olimpico, anche quando non vince, produce valore. E quel valore non può più restare soltanto simbolico.

Per finanziare il programma è previsto uno stanziamento da 140 milioni di dollari per ogni edizione olimpica. Le procedure operative saranno definite nei prossimi mesi, con l’obiettivo di aprire le domande entro la fine del 2026 e procedere con i primi pagamenti nel corso del 2027 per gli atleti che hanno preso parte a Milano Cortina. Una forma di retroattività controllata, ma il messaggio politico e sportivo è chiarissimo: il CIO non sta premiando il podio, sta riconoscendo l’appartenenza olimpica.

Perché è una svolta: non tutti gli olimpici sono milionari

La tentazione, soprattutto guardando sport come tennis, basket o golf, è quella di leggere la misura con una certa diffidenza. Davvero serve dare 10.000 dollari anche a chi guadagna milioni? Davvero un tennista da top 10, un campione NBA o una star mondiale hanno bisogno dello stesso contributo garantito a uno schermidore, a un canottiere, a un fondista o a un atleta di una disciplina che vive lontano dai riflettori?

La risposta più onesta è doppia. Per i grandi campioni quei 10.000 dollari non cambiano la vita. Per moltissimi altri atleti, invece, possono cambiare una stagione. Possono coprire viaggi, preparazione, fisioterapia, materiali, affitti, transizioni di carriera. Possono aiutare chi deve allenarsi senza un sistema professionistico ricco alle spalle. Possono alleggerire il peso di famiglie, federazioni piccole, sponsor locali. Possono rendere un po’ meno romantica, ma anche un po’ meno crudele, la retorica del sacrificio.

È qui che la decisione del CIO assume un valore epocale. Non perché 10.000 dollari risolvano tutti i problemi dello sport olimpico, ma perché spostano il principio. Per decenni l’atleta è stato il volto più esposto dei Giochi e, allo stesso tempo, spesso l’anello economicamente più fragile della catena. Diritti tv, sponsor, biglietti, merchandising, hospitality, piattaforme digitali: tutto intorno all’Olimpiade è cresciuto. Il professionismo, intanto, ha cancellato da tempo il vecchio confine del dilettantismo. Eppure, per una larga parte del movimento olimpico, arrivare ai Giochi continua a significare convivere con bilanci minimi, carriere brevi e futuro incerto.

Il nuovo fondo nasce anche per sostenere la carriera sportiva o il passaggio alla vita successiva al ritiro. Anche questo è un dettaglio non marginale. L’atleta Olimpico non smette di essere fragile il giorno dopo la gara, anzi, spesso è lì che comincia la parte più difficile: trovare un lavoro, reinventarsi, trasformare anni di disciplina in competenze spendibili fuori dal campo, dalla pista, dalla piscina o dal palazzetto. Un contributo, per quanto piccolo può comunque aiutare.

La scelta arriva dopo anni di discussioni sempre più forti sulla distribuzione delle entrate nello sport globale. Alcune federazioni internazionali avevano già iniziato a introdurre premi per i medagliati, aprendo una crepa nel vecchio modello. Il CIO va oltre: non guarda al podio, guarda alla partecipazione. Non paga l’oro, l’argento o il bronzo. Riconosce il fatto stesso di essere arrivati lì, nel punto più alto e più selettivo dello sport mondiale.

Il tennis davanti allo specchio olimpico

Nel tennis il tema è ancora più interessante, perché il circuito vive da sempre una doppia verità. Da una parte ci sono le superstar, i montepremi degli Slam, gli sponsor globali, i contratti tecnici, le esibizioni, i bonus. Dall’altra c’è un mondo molto più largo e meno illuminato: qualificazioni, Challenger, ITF, trasferte in perdita, coach da pagare, fisioterapisti da dividere, programmazioni costruite anche in base al costo dei voli.

Il tennis Olimpico, poi, ha una natura particolare. Non è un quinto Slam, non assegna punti ATP o WTA come un torneo del circuito e non vive soltanto di montepremi. È un evento identitario, nazionale, diverso. Per molti big rappresenta una voce a parte nella carriera: Djokovic ha inseguito l’oro per anni come un’ossessione sportiva, Nadal ha costruito con la maglia spagnola una parte importante del proprio mito, Murray ha trasformato Londra 2012 e Rio 2016 in due capitoli fondamentali della sua storia.

Il contributo del CIO non cambierà la motivazione dei grandi nomi. Un campione già milionario non decide se andare ai Giochi per 10.000 dollari, ma il tennis non è soltanto la copertina. Alle Olimpiadi arrivano anche giocatori e giocatrici di Paesi con tradizioni meno ricche, doppisti, specialisti, atleti che magari vivono una settimana irripetibile e che nel resto dell’anno non hanno certo la protezione economica dei primi dieci del mondo. Per loro, un grant universale ha un significato concreto. E ha anche un significato culturale: dice che il valore Olimpico non coincide soltanto con la fama o con il conto in banca.

Il format del tennis olimpico conferma questa complessità. Nei singolari ci sono tabelloni da 64 giocatori, con limiti per nazione e criteri di eleggibilità che non dipendono soltanto dal ranking, ma anche dal rapporto con la federazione e dalla partecipazione a Davis Cup o Billie Jean King Cup. In altre parole, l’Olimpiade è un punto d’incontro tra carriera personale, appartenenza nazionale e sistema sportivo. Il nuovo contributo economico entra proprio in questo spazio: non sostituisce il premio federale, non cancella le differenze tra chi è ricco e chi non lo è, ma introduce una base comune.

C’è poi un altro aspetto, forse ancora più importante. Il tennis discute da anni della sostenibilità economica del circuito, soprattutto per chi sta fuori dall’élite. In tal senso sono tante le mobilitazioni degli atleti, non ultima quella a Wimbledon. I primi guadagnano moltissimo, i secondi abbastanza, molti altri inseguono il pareggio. Il percorso Olimpico, per un giocatore o una giocatrice fuori dai riflettori, può diventare una vetrina enorme ma anche un investimento pesante. Prepararsi, viaggiare, costruire una squadra, arrivare pronti: tutto ha un costo. In questo senso, i 10.000 dollari del CIO non sono una rivoluzione tecnica, ma possono essere una piccola forma di giustizia sportiva.

Naturalmente restano domande aperte. Come funzioneranno esattamente le richieste? Quali saranno i tempi reali di erogazione? Quanto inciderà il passaggio attraverso i Comitati Olimpici Nazionali? E soprattutto: questo sarà davvero l’inizio di una nuova politica di sostegno agli atleti o resterà un intervento isolato, importante ma limitato?

La risposta arriverà nei prossimi anni. Intanto, però, il segnale è forte. L’Olimpiade resta il luogo della medaglia, dell’inno, della bandiera, della grandezza sportiva, ma nel 2026 il CIO riconosce finalmente che dietro ogni atleta c’è anche una carriera da finanziare, una vita da sostenere, un futuro da costruire. Anche nel tennis, dove i campioni sembrano spesso vivere in una dimensione dorata, questa svolta ricorda una cosa semplice: non tutti quelli che arrivano ai Giochi sono milionari. Anzi.