Per Matteo Berrettini, la splendida cavalcata verso i quarti di finale del Roland Garros era terminata con l’ennesimo ritiro e una grande preoccupazione di dover saltare ancora una volta la sua parte preferita di stagione, quella sull’erba. E invece, dopo tre settimane di riposo, Berrettini si è presentato a Wimbledon con un buon spirito e con una grande voglia di giocare il suo esordio contro il “ritirante” Stan Wawrinka.
Il corpo e la mente
[Parlando dell’infortunio patito a Parigi] quanto ti ha aiutato il fatto che il tuo corpo ti stesse dicendo “abbiamo fatto tanto” considerando la preparazione del torneo e quanto hai giocato negli ultimi mesi, e quanto è stato più facile da digerire questo infortunio, sapendo che non era niente di troppo serio e che sei qui? E quanto pesa, in generale, il fatto che nel tour tanti giocatori si fanno male e hanno bisogno di tempo per tornare in uno sport individuale in cui è davvero importante rientrare solo quando si è al 100%, per non rischiare altri problemi?
MATTEO BERRETTINI: «È sempre stato parte della mia carriera e del modo in cui vivo il tennis, cioè dando tutto me stesso e probabilmente anche qualcosa in più. Per questo penso di aver avuto alcuni infortuni nella mia carriera finora. Ho anche capito che ci sono diversi tipi di infortuni. Quello che è successo a Parigi mi ha ovviamente rattristato e non ho potuto finire il match, i quarti di finale. Allo stesso tempo, è arrivato dopo cinque partite giocate al massimo livello, tante ore passate in campo, e non succedeva da tanto. Il mio corpo mi stava dicendo: “Guarda, abbiamo fatto tanto, considerando come hai preparato il torneo e quanto hai giocato negli ultimi mesi”.
È stato più facile da digerire questo tipo di infortunio e per fortuna non è stato niente di troppo serio ed è per questo che sono qui. Ci sono diversi tipi di infortuni e diversi modi di affrontarli. Alla fine, siamo nel tour, tanti giocatori si fanno male e hanno bisogno di tempo per tornare, fa parte di quello che facciamo. È uno sport individuale, quindi è davvero importante tornare quando sei al 100%, altrimenti rischi di avere altri problemi.»
Solo una cosa veloce: parli con uno psicologo dello sport o fai meditazione per affrontare tutto questo?
MATTEO BERRETTINI: «Sì, lavoro con uno psicologo dello sport da quattro anni. Prima di quello, da quando avevo 17 anni, lavoravo con un mental coach. Ho sempre creduto che la parte mentale nel tennis sia molto importante. Ovviamente dipende dalla fase della vita in cui ti trovi. All’inizio era più come avere un amico con cui parlare quando avevo 17 anni, qualcuno che mi aiutasse a superare gli esami di scuola, il rapporto con i miei genitori e a cercare di avere un programma che mi permettesse anche di divertirmi ed essere il ragazzo che ero.
È importante che ogni fase della vita sia diversa. Non credo che a 17 anni si debba avere qualcuno che ti fa sentire che questo è tutto quello che hai nella vita, perché siamo molto di più che semplici tennisti. È stato davvero importante per me lavorare con persone di questo tipo. Allo stesso tempo, devo dire che le persone che ho attorno nella mia squadra, dagli allenatori ai preparatori atletici, e poi mio fratello che è qui, la mia famiglia, sono fondamentali. È importante che tutti cerchino di creare il miglior ambiente possibile, soprattutto in tornei come questo e nelle settimane precedenti.»
L’ottovolante
Un’ultima cosa, Matteo. Se guardi all’inizio dell’anno, al Matteo Berrettini del 1° gennaio, e al Matteo di oggi, come descriveresti la tua mentalità in questi primi sei mesi e quanto saresti orgoglioso se, a gennaio, avessi saputo dove saresti adesso?
MATTEO BERRETTINI: «È stato un po’ un ottovolante, direi, ma allo stesso tempo non mi sorprende, perché è così che funziona il tennis. Ci sono tanti alti e bassi e momenti in cui ti chiedi se stai facendo le cose giuste. Ho fatto una grande preparazione e non giocare in Australia è stato un duro colpo, perché mi ero preparato bene, stavo giocando bene, ero felice di essere lì, e mentalmente non è stato facile. Ancora una volta è stata quella app che mi ha fatto chiedere quando l’avrei sentita di nuovo, se l’avrei sentita di nuovo. Non è stato solo un infortunio come quello che è successo a Parigi, era più il pensiero: “E se succede di nuovo?”.
Trovare un modo per superare tutto questo è stato molto importante e penso che il lavoro che ho fatto nei mesi precedenti, insieme ai buoni risultati di Parigi, sia stato fondamentale per arrivare pronto e pronto a cogliere le occasioni che ho avuto. Sono molto orgoglioso del lavoro che sto facendo e molto orgoglioso del lavoro che il mio team sta facendo per me e dell’aiuto che mi danno ogni giorno. Nei giorni in cui mi sento così così, gestiscono il fatto che a volte avere sempre la stessa energia non è magari la cosa giusta, perché alcuni giorni sono pronto a dare il 20%, altri giorni voglio dare il 200%. Mi conoscono e questo è davvero molto importante.»
Ambizioni
Ciao Matteo. Hai appena finito di giocare su diversi stage nella vita e nella carriera di un tennista. Tu in quale stage ti senti in questo momento e quali sono le tue ambizioni?
MATTEO BERRETTINI: «Io sono in uno stage in cui, secondo me, dal punto di vista tennistico sono molto maturo, riesco a riconoscermi, a immergermi molto bene in quello che succede durante le partite, durante gli allenamenti. Diciamo, sono meno sorpreso da quello che sta succedendo anche nel tour e dai risultati e da un tot di cose che avevo in qualche modo previsto, e questo non perché io sia bravo, ma proprio per il fatto che comunque sono tanti anni che sono sul tour.
Allo stesso tempo sono arrivato a capire che sono anche in uno stage in cui mi sto allenando e mi sto divertendo e mi sono appassionato allo sport come mai prima d’ora. Prima era ovviamente passione, però era più voglia di arrivare, farcela, essere il meglio possibile. Invece ho proprio capito che farlo in un certo modo mi rende pieno, mi rende vivo, e questa è la parte in cui mi trovo. È proprio per questo che, secondo me, da alcune difficoltà poi riesco a uscirne perché mi attacco proprio all’amore dello sport e non solo al singolo risultato.»
Matteo, era forse un po’ di anni che non ti presentavi a questo che è il tuo torneo preferito, forse in queste condizioni, cioè in una buona combinazione di condizione mentale, fisica e tutto. Hai ambizioni di qualche tipo diverse rispetto agli ultimi anni o continui con quella “sono qua a divertirmi e basta”?
MATTEO BERRETTINI: «No, beh, l’ambizione credo che non cesserà mai. Anche nelle situazioni più complesse, mi viene da pensare a Wimbledon 2023, in cui praticamente non mi ero allenato ed ero riuscito ad arrivare al quarto turno, non so come. Nella mia testa c’è sempre il pensiero che io possa far bene e che, come è successo un po’ a Parigi, arrivavo da un momento complicato e poi sono riuscito a tirar fuori un torneo importante. Da quel punto di vista ci credo sempre, però so anche che questo sport ci ha dimostrato negli ultimi mesi, negli ultimi anni, che ogni partita è una lotta furibonda.
Anche se pensiamo a Parigi, ero sotto di un set, palle break, potevo andare sotto set e break, con Sonego poteva finire in qualsiasi modo. Sappiamo che ogni partita, ogni punto è difficile. Quello che posso dirti è che sono veramente felice di come sto, di come mi sto allenando, di come sto approcciando il torneo. Sono anche contento del primo turno che mi aspetta. È emozionante, su un campo molto importante per me e per il tennis in generale, quindi sono felice, questa è la cosa bella, e anche carico per provare a fare bene.»
Erba
Volevo sapere proprio come hai gestito questi giorni di allenamento sapendo che per tanti giocatori a volte sull’erba diventa quasi una rincorsa a giocare più punti possibile. Col fatto anche che non hai giocato partite di preparazione, ti chiedo questo insieme di fattori: come ha indirizzato il tuo lavoro in questi giorni?
MATTEO BERRETTINI: «Sì, è ovvio che mi sarebbe piaciuto giocare un paio di tornei, un paio di partite di avvicinamento, ma allo stesso tempo ho la fortuna che sull’erba riesco ad adattarmi velocemente e dopo un paio di giorni sento che capisco qual è il modo in cui giocare. Mi adatto abbastanza bene alle condizioni perché poi, con i ricordi buoni del passato, gli attacchi di gioco che vedi, dici: “Questa cosa funziona ancora, il servizio, so che se trovo il giusto ritmo paga”. Ho sempre detto che il mio gioco si incastra bene con il tennis sull’erba.
Come dicevo prima, come dicevi giustamente tu, è importante giocare punti, è importante provare a immergersi in una sorta di partita in allenamento, che non è semplicissimo. La cosa buona è che negli Slam comunque la partita è lunga, quindi anche un eventuale inizio lento… anche nei miei anni migliori ci sono state partite, mi ricordo nel 2019, ero partito set e break sotto con Bedene, c’erano state partite in cui avevo bisogno di capire cosa stava succedendo. Sono anche tranquillo, e come dicevo prima sono un po’ più esperto. Probabilmente va bene anche così, ma sono anche pronto a gestire quella roba lì.»
Semifinale
Ciao Matteo. Nel 2019 giocavi la prima semifinale Slam della tua carriera. Sembra passato un’eternità, sono solo 7 anni. Cosa diresti, con la maturità di cui disponi adesso, al Matteo di allora?
MATTEO BERRETTINI: «Direi probabilmente di godersi un po’ di più determinate cose. Mi sarebbe piaciuto magari farlo. Ma guarda, è difficile dirlo. Quello che ho sentito in questi 7 anni è che molte volte mi sono dovuto concentrare su alcune cose che non avrei voluto, tipo rientrare dagli infortuni in situazioni in cui magari avevo solo giocato e perso una partita e poi dovevo lavorare per tornare. È stato un po’ quello e quella roba lì ha fatto andare tutto ancora più veloce, perché le settimane fuori dal campo, lontano dai tornei, lontano dalle cose in cui non sai bene cosa sta succedendo, sei solo lì nel tuo mondo cercando di rientrare il prima possibile, e questo accelera ancora di più un mondo che è già acceleratissimo, il nostro mondo tennistico.
Conoscendo il me del 2019, sarei super fiero, anche perché quella semifinale non era stata un fulmine a ciel sereno, una cosa random. C’erano stati altri risultati importanti a conferma che quella cosa lì la potevo fare e la posso fare bene. Sarà bello fermarsi e pensare a tutto quello che è successo, tirare una linea. Penso che sarò comunque molto fiero e soddisfatto di quello che ho fatto.»
Ultima. I giocatori non dicono mai di essere al 100%, quasi tutti dicono che fisicamente c’è sempre qualche problemino, qui o lì. Vorrei sapere se tu ti senti vicino a questo 100%, non ti chiedo il 100%, ma anche il 99. E, quando servi, se hai sempre un po’ il timore: “Tiro a tutta randa o faccio tre quarti perché magari… riscaldiamoci prima, facciamo…”. Ci sono delle precauzioni che adesso prendi sulla base dell’esperienza che hai avuto e dell’infortunio più ricorrente, che tocchiamo ferro, ma è quello che ti può condizionare mentalmente un pochino, forse, o forse no?
MATTEO BERRETTINI: «Il 100% secondo me lo si raggiunge… in allenamento ti puoi sentire molto bene, però nulla è allenante come la competizione. Nelle partite ti accorgi davvero a che percentuale sei. Adesso sto bene e mi sento pronto per competere, che è la cosa più importante. Magari uno pensa di stare molto bene e dopo la prima, seconda partita si sveglia a pezzi perché vuol dire che non era allenato abbastanza. Questo me lo dirà anche l’eventuale risveglio del giorno dopo, però sento che sto bene, sento che sono carico.
Per quanto riguarda l’addome, in passato, inconsciamente, ci sono state delle volte in cui magari sul 40-0 dicevo: “Adesso non tiro a tutta perché comunque non prendo rischio, magari metto una prima un po’ più lavorata”. Però poi ho capito che anche quello non funzionava bene nella mia mente, perché anche servendo così o servendo a tutta ci sta che tu possa perdere due punti, e poi devi comunque gestire la situazione. Ho detto: “Devo arrivare al punto in cui sento che, come è successo a Parigi, per cinque ore posso servire a 220 all’ora. Se questa cosa non succede, allora devo farmi una domanda e capire come gestirla”.
Adesso sento che sono libero, che vado a servire come voglio ed è stata una cosa veramente dura da raggiungere, per via degli infortuni, perché dopo gli infortuni si lega la testa. Abbiamo fatto un lavoro molto importante, anche perché è forse l’arma più importante che ho, e la cosa più difficile è non sentire che quell’arma ti fa sentire un po’ debole. Dici: “Io sono questo, se togliamo la velocità a Bolt, cosa gli rimane?”. Non c’è solo la velocità, c’è anche il lancio di palla che può essere più alto, più basso. Insomma, è stato un bel lavoro e sono contento di essere arrivato al punto in cui mi fido.»
