La prima giornata degli ottavi di finale ci ha proposto tre partite concluse al terzo set mentre il match più prestigioso, tra le pluricampionesse Slam Sabalenka e Osaka, ha offerto un risultato più netto.
Prima partita del programma è stato il derby USA. Jessica Pegula (testa di serie n. 4) ha sconfitto in rimonta Iva Jovic (tds 16). 4-6 6-3 6-1 il risultato di un match che ha avuto un inizio piuttosto inatteso. Il 4-6 del primo set è stato il frutto di ben sette break su dieci game disputati. Ma al di là di questo mi ha colpito l’avvio quasi senza energie di Pegula. Forse avere superato i primi tre turni senza perdere set, ma anche senza particolari difficoltà, non ha aiutato Jessica ad essere pronta per misurarsi immediatamente con una avversaria di livello più alto. Forse invece si è trattato semplicemente di una giornata con la carburazione lenta. Fatto sta che, mentre seguivo il primo set, facevo fatica a trovare una spiegazione logica a una prestazione così al di sotto delle aspettative.
Basti dire che in tutto il primo set Pegula ha vinto appena il 37% di punti sul proprio servizio. Dall’altra parte della rete Jovic non si è certo fatta pregare a raccogliere i frutti grazie a una prestazione molto più lucida ed energica. Visto che nel primo set le risposte erano mediamente più efficaci dei servizi, si entrava quasi sempre nello scambio; e lo scambio generalmente prevedeva un avvio centrale, in attesa che una delle due giocatrici provasse qualcosa di differente. Se non arrivava prima un errore, era più spesso Jovic ad aprire il gioco e costruirsi situazioni favorevoli. A conti fatti il primo set è giustamente finito dalla parte di chi ha giocato in modo più attivo e intraprendente.
A partire dal secondo set, però, il match è cambiato. Pegula si è svegliata dal torpore agonistico, il suo servizio è cresciuto, e sempre più spesso ha cominciato ad essere lei a impostare lo scambio e anche a introdurre variazioni efficaci, come la palla corta. Jovic non è riuscita a trovare contromisure adeguate, e così il punteggio si è riequilibrato: un set per parte.
A quel punto tutti i dati indicavano in Pegula la naturale favorita del terzo set: i precedenti negli scontri diretti (2-0 per Jessica), la percentuale di vittorie stagionali al terzo set (78,5% per Jessica, soltanto 46,2% per Iva), la maggiore esperienza su palcoscenici come Wimbledon. Il 6-1 del terzo set è un risultato quindi piuttosto logico.
Jovic ha comunque disputato un torneo positivo, ha sconfitto avversarie insidiose come Alexandrova e Maria ed è comunque stata l’unica teenager capace di conquistare il quarto turno. D’altra parte Pegula raggiungendo i quarti di finale eguaglia il suo migliore risultato a Wimbledon; ci era già riuscita nel 2023, quando a fermarla era stata la futura vincitrice del torneo Marketa Vondrousova.
Pegula se la vedrà con la vincitrice dell’ultimo confronto di giornata: Coco Gauff. Avremo quindi un nuovo confronto a stelle e strisce. Gauff (tds 7) ha superato Bencic (tds 11) in rimonta: 4-6, 6-4, 6-3. La partita si è giocata con il tetto chiuso, non per problemi meteo, ma perché la luce naturale non era più sufficiente. A conti fatti nel primo set ogni game è stato caratterizzato da un confronto estremamente serrato: su dieci game disputati, solo i due centrali non sono andati ai vantaggi. In questo primo set entrambe hanno deciso di colpire ad alta velocità, ma raramente hanno provato a cercare angoli stretti: si sono basate soprattutto su parabole profonde e tese, che però essendo piuttosto centrali erano quasi sempre raggiungibili senza dover compiere prodezze difensive. Sul 6-4 a favore di Bencic ha pesato soprattutto la differenza negli errori non forzati: Belinda ne ha assommati 10, ma Coco addirittura 24 (14 di dritto).
Ovviamente Gauff non è certo tipo da demoralizzarsi per un set perso. Anzi, è proprio in questi frangenti che dà il meglio. Ha cominciato il secondo set con più intraprendenza, ed è stata la prima anche a cercare, a volte, angoli più stretti; del resto se durante gli scambi fossero aumentati i metri da coprire in larghezza non era lei quella svantaggiata. Ha proposto anche più palle corte, e grazie anche a questi piccoli aggiustamenti Coco è sembrata più in controllo degli scambi. Proprio grazie a un perfetto schema dropshot + lob Gauff ha chiuso il secondo set 6-3 e rimesso tutto in parità. Il dato più significativo del secondo parziale di Gauff è stato il drastico calo negli errori non forzati: è scesa da 24 ad appena 8.
Personalmente a inizio partita ritenevo Bencic leggermente favorita. Ma considerando l’inerzia del match e le caratteristiche fisiche e agonistiche di Gauff, in avvio di terzo set avrei cambiato scommessa. Coco ha confermato che in queste situazione ha un quid mentale e fisico superiore a gran parte della concorrenza. E se è vero che nel terzo ha sbagliato un po’ di più che nel secondo set (gli errori gratuiti sono saliti da 8 a 14), sono aumentati ancora di più i vincenti (da 8 a 18). Un piccolo, ulteriore cambio di ritmo che ha fatto la differenza. Per parte sua Belinda non ha trovato reali alternative tattiche, e così la partita le è sfuggita di mano, confermando anche sull’erba la tendenza degli scontri diretti disputati sulle altre superfici (5-2 per Gauff). Nell’intervista a caldo a fine match Coco ha sintetizzato in poche, condivisibili parole la prestazione della serata: “È stata una partita dura, ma di sicuro anche la mia migliore nel torneo.”
Veniamo ora all’altra sezione di tabellone. Mentre sul Court 1 si giocava il derby USA (Pegula vs. Jovic), sul Court 2 si disputava il derby ceco tra la tds 10 Karolina Muchova e la campionessa di Wimbledon 2024 Barbora Krejcikova (che in questa edizione di Wimbledon non era testa di serie, visto che attualmente è n. 38 del ranking). Ha vinto la giocatrice attualmente più alta in classifica per 7-5 5-7 6-3. Dopo un inizio equilibrato, Muchova ha preso il sopravvento: aveva più varietà di soluzioni se il gioco si muoveva sulla verticale; ma anche nello scambio da fondo in diversi momenti riusciva a sorprendere Krejcikova grazie a un dritto anticipato che Barbora faticava a leggere: come se fosse convinta che Karolina avrebbe atteso ancora una frazione di secondo per impattare la palla e quindi veniva colta in controtempo quando invece se la ritrovava già sulla strada del ritorno.
Dal 5-5 primo set Muchova ha preso in mano le operazioni, con un parziale di sette game a due: 7-5, 5-2 e partita apparentemente indirizzata. Dico apparentemente perché in realtà Karolina non è un mostro di solidità mentale; al contrario di Barbora che, secondo me, è una delle giocatrici psicologicamente più forti del circuito, specie quando si tratta di esibirsi sui grandi palcoscenici. Segnalo che fino al 5-2 secondo set Muchova non aveva mai perso la battuta. Invece, a un game dal successo Karolina è scesa di livello, mentre Krejcikova è cresciuta: ha conquistato cinque game consecutivi, ribaltando completamente la situazione; 7-5 5-7 e terzo set per decidere la vincitrice.
In certi frangenti mi domando cosa passi non solo nella testa delle protagoniste in campo, ma anche in quella dei loro allenatori in tribuna. Mi riferisco in particolare a Sven Groeneveld, coach di Karolina, che durante durante il passaggio disastroso del secondo set è stato ammirevole: sempre positivo, energico a sottolineare i punti vinti, prodigo di rapidi consigli tra un quindici e l’altro. Io però ho il sospetto che in quei momenti avrebbe avuto voglia di prendere a morsi il parapetto in cemento del Court 2: una partita ampiamente indirizzata, con una vittoria vicina un passo svanita nel giro di pochi minuti.
Chiuso il secondo set in questo modo, nel terzo Muchova ha ripreso a giocare meglio, e di nuovo è salita 5-2. Sul 5-3 è arrivato il momento di servire per il match e questa volta è riuscita a chiudere, anche perché Barbora è sembrata fisicamente più provata da una giornata piuttosto calda (in particolare per gli standard londinesi: 28-30 gradi).
A guardare le statistiche sembrerebbe quasi inspiegabile come si possa essere arrivati al terzo set, vista la differenza: Krejcikova ha chiuso con un saldo vincenti/errori non forzati di -8 (24/32), mentre Muchova di +8 (50/42). Significa che Karolina ha messo a segno oltre il doppio dei vincenti. Ma è chiaro che quei cinque game conclusivi del secondo set non hanno molto a che vedere con l’aspetto puramente tecnico del match, quanto piuttosto con quello agonistico/psicologico. Nelle interviste Muchova ha ricordato che sullo stesso Court 2 aveva già giocato un derby ceco: la memorabile partita contro Karolina Pliskova, terminata 4-6 7-5 13-11 nella edizione di Wimbledon 2019, quando, da numero 69 del ranking, aveva sconfitto la allora numero 3 del mondo.
Avversaria di Karolina Muchova a livello di quarto di finale sarà Naomi Osaka (tds 14), che ha sconfitto in due set (6-2 7-6) Aryna Sabalenka. Per la numero 1 del mondo gli Slam fuori dal cemento sono ancora tabù. Lo scorso anno a Wimbledon si era fermata a livello di semifinale (contro Anisimova), questa volta è uscita molto prima, per mano di una giocatrice che in passato aveva sempre sofferto fuori dal cemento.
Come si è detto più volte, sia Naomi che Aryna hanno vinto quattro Slam a testa, ma tutti sul duro. E come accade oggi a Sabalenka, quando in cima al ranking c’era Naomi, la domanda ricorrente era sempre: quando la numero 1 riuscirà a vincere Slam su altre superfici? Sabalenka e Osaka si erano già incontrate tre volte nel 2026, curiosamente sempre a livello di ottavi di finale. E aveva sempre vinto Sabalenka: la prima volta sul cemento di Indian Wells, le altre due volte prima sulla terra di Madrid e poi su quella del Roland Garros.
Per questo, sulla carta, Sabalenka partiva favorita. Però, sia nel torneo di Bad Homburg che nei primi match di Wimbledon, Osaka aveva messo in mostra una inedita capacità di muoversi sull’erba; davvero un progresso notevolissimo rispetto alle stagioni passate. Mi si dirà che nei primi turni dei Championships non aveva incrociato avversarie terribili (Jacquemot, Gasanova e Kasatkina): assolutamente vero. Però anche oggi contro Aryna, Naomi è apparsa molto precisa con gli appoggi, ha tagliato bene le traiettorie quando era possibile anticipare le parabole, e ha scelto con grande attenzione le palle da spingere al massimo rispetto a quelle che invece avevano bisogno di essere trattate come interlocutorie. E tutto sembrava venirle naturale, come in passato le succedeva solo sul cemento. Almeno in questa edizione di Wimbledon, Sabalenka invece ha proceduto a strappi, alternando delle fasi di buon tennis ad altre nelle quali ha faticato a trovare il giusto equilibrio tra prudenza e azzardo.
Nel match andato in scena sul centrale pensavo che Aryna sarebbe riuscita ad approfittare della bassa percentuale di prime di Osaka nel set iniziale (54%), invece Naomi ha veleggiato quasi senza problemi, con l’eccezione del quarto game, nel quale ha fronteggiato e salvato due palle break. Per il resto ha proseguito con un curriculum immacolato: zero palle break nel resto del primo set e zero palle break in tutto il secondo set. In più nel secondo parziale ha alzato la percentuale di prime al 70%, e questo le ha garantito ancora più margine nella gestione dei propri turni di battuta.
Probabilmente Osaka è scesa in campo con meno da perdere di Sabalenka, e questo potrebbe averla aiutata ad esibirsi al meglio. Contro Muchova la situazione sarà differente, e quindi la gestione dello stress potrebbe diventare più complicata. Ricordo anche che prima di Wimbledon Naomi era arrivata in finale a Bad Homburg, dove aveva di fronte proprio Muchova. La finale però era durata solo un set (6-1 per Karolina) perchè poi Osaka si era ritirata. Scopriremo tra un paio di giorni se quel 6-1 tedesco era una indicazione attendibile oppure no.
