Il modo, ai confini della perfezione, in cui ha giocato Jannik Sinner contro Novak Djokovic, dominandolo dall’inizio alla fine, mi ha francamente stupito, sebbene, in sede di pronostici, fra 18 amici e colleghi, io fossi uno dei quattro che aveva predetto una vittoria di Sinner in tre set.
Mi ha stupito perché potevo pensare che Djokovic risentisse della maratona dell’altra sera con Auger-Aliassime, ma non che Sinner avrebbe servito così: il 70% di prime palle nel primo set, poi un po’ meno, ma mantenendosi sul 65%, conquistando l’88% dei punti quando ha messo dentro la prima, 45 su 51, e il 61% quando ha messo la seconda, 17 su 28. Ma, come già contro Struff, servendo al meglio quando era necessario.
Contro colui che è stato considerato il miglior ribattitore del mondo da sempre – cioè anche quando era in discussione la sua supremazia nei confronti di Federer e Nadal – Sinner non gli ha permesso di raggiungere il 40 pari che una sola volta in tutto il match. È successo nel quarto game del terzo set, quando lui era già avanti di un break, conquistato nel primo game.
Finisco, già che ci sono, di sottolineare ancora la straordinaria efficacia del servizio – tale da farmi dire che oggi nessuno al mondo batte meglio di lui – anche se, secondo me, le chiavi della sua vittoria sono state anche altre, e non meno importanti del servizio.
Nei cinque turni di battuta del primo set Jannik ha perso quattro punti, nei cinque del secondo sei punti, nei cinque del terzo nove punti, perché quattro li ha concessi proprio in quel quarto game.
Ma, così come era successo sul set point che Struff si era conquistato nel secondo set l’altro giorno, quando Djokovic, dopo il 40 pari, si è procurato anche l’unica palla break, ecco che Sinner ha fatto un ace a 125 miglia orarie, facendolo seguire da un servizio vincente a 131 e poi da un altro ace a 132. Contro Struff la sequenza era stata appena diversa: prima un servizio vincente, poi un ace, quindi un altro servizio vincente. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.
Ma io ho scritto poco sopra che sono rimasto stupito dalla sua prestazione, più che per il servizio, per come ha giocato da fondocampo, per tutti quei rovesci lungolinea – memorabile quello con cui ha passato un incredulo Djokovic sul set point del primo set – che hanno costretto Djokovic a esibirsi in quelle sue “spaccate” nel tentativo di recuperarli, ma senza che potesse poi riprendere anche il fendente che immancabilmente gli arrivava dall’altra parte, sul lato del rovescio rimasto scoperto. Pareva un gioco da ragazzi, ma era invece un tennis da fenomeno.
E quando gli scambi si sono svolti sulla diagonale dei rovesci, Jannik è stato altrettanto implacabile. Giocava con una profondità mostruosa e si sentiva il botto dell’impatto della palla sulle corde, a testimoniare una potenza inimmaginabile.
Questo Sinner avrebbe battuto 6-2 6-2 il Sinner dei giorni scorsi, e non soltanto quello visto contro Kecmanovic e contro Borges. Lui, ogni volta, dopo ogni turno, ripeteva di aver fatto un piccolo passo in avanti, ma forse noi non ce ne eravamo resi conto.
Oggi, però, i passi in avanti sono apparsi giganteschi. Se proprio dovessi cercare il pelo nell’uovo, potrei dire che ha sbagliato due rovesci abbastanza gratuiti sul 15-0 e sul 30-15 di quel quarto game del terzo set. Ma erano comunque rovesci giocati per procurarsi il punto, non rovesci difensivi. Quindi non erano nemmeno del tutto gratuiti.
Scampato quell’unico pericolo grazie ai tre servizi sopra ricordati, Sinner ha tenuto gli ultimi tre game di battuta a 30 e si è così garantito la partecipazione alla settima finale Slam. Ne ha vinte quattro: due in Australia, una allo US Open e una a Wimbledon. Insomma, è difficile credere che, dopo aver battuto per nove volte di fila Zverev fra il 2025 e il 2026, debba perderci proprio questa volta.
Vero che sarà la prima volta che lo affronta sull’erba. Vero che il servizio sull’erba è il colpo più importante e che la battuta di Zverev è la più veloce: contro Fery ha servito la prima a una media di 212 km/h, con una punta di 225, e la seconda a 187 km/h, mentre Sinner ha servito di media la prima a 203 e la seconda a 171. Ma, più che la velocità, come Sinner ha puntualizzato tante volte, contano la percentuale delle prime palle, i punti vinti con la seconda e i momenti nei quali si riesce a mettere dentro la prima.
Djokovic, alla fine del primo set, sulle seconde aveva conquistato soltanto il 25% dei punti. Impossibile vincere facendo soltanto un punto su quattro quando si è alla battuta.
Vabbè, l’ho fatta lunga sulle battute e sull’efficacia dei rovesci, quasi che i dritti fossero roba di ordinaria amministrazione.
La verità è che si è trattato di una prestazione stupefacente, anche se inevitabilmente favorita in parte da un avversario che, al di là dei 39 anni, non era brillante come quando giocò a Melbourne contro Jannik e forse nemmeno come contro Auger-Aliassime l’altra sera. Ma il canadese non serviva come Sinner e soprattutto non era altrettanto regolare da fondocampo. E, come se non bastasse, la sua palla non è altrettanto pesante.
Come dice Jannik, ogni partita fa storia a sé, anche perché ogni avversario ha le proprie caratteristiche e richiede tattiche diverse. Contro Zverev sarà meglio scambiare sulla diagonale dei dritti che su quella dei rovesci. Si potrà giocare qualche smorzata in più, perché Sascha tende a restare un po’ dietro la riga di fondo e corre meno bene in avanti che lateralmente, anche se la fiducia che gli ha dato la vittoria al Roland Garros lo ha reso un po’ più sicuro di sé sia con il dritto – che resta il colpo con il quale tende a steccare di più – sia al servizio, dove non commette più i doppi falli di una volta.
Da sfavorito qual è, potrebbe anche giocare più libero, ora che disputerà la sua quinta finale Slam, 31 anni dopo l’ultimo tedesco, Boris Becker, che nel 1995 perse contro Pete Sampras in quattro set – gli ultimi tre piuttosto nettamente – dopo aver vinto il primo al tie-break.
Becker aveva vinto nel 1985 e nel 1986, contro Curren e Lendl in finale, prima di fare il tris nel 1989 con Edberg, dal quale perse però nel 1988 e nel 1990, e prima di perdere l’unico derby tedesco disputato in finale, quello del 1991 contro Stich. Quella del 1995 con Sampras fu la sua settima finale a Wimbledon.
Sono ovviamente contento per la finale raggiunta da Jannik, ma devo dire anche che un po’ mi dispiace per Nole, perché temo che questa potesse essere davvero la sua ultima chance per conquistare l’agognato venticinquesimo Slam.
Contro il miglior Sinner non c’è gara. Lo si vide qui un anno fa, quando perse 6-3 6-3 6-4, e lo si è visto questo venerdì. Però, quando si è fra i primi quattro di uno Slam – e lui lo scorso anno lo è stato in tutti e quattro i Major – è difficile pensare al certificato anagrafico. Perché basta che uno dei primissimi avversari, uno degli altri tre, abbia un mezzo problema per essere ancora in grado di vincere un grande torneo.
Ha battuto Auger-Aliassime, numero 4 del mondo, dopo cinque ore e 15 minuti. Anche se non può pretendere di giocare come dieci anni fa, è ancora abbastanza competitivo da poter approfittare dei passi falsi degli altri.
Qualcuno dice che dovrebbe ritirarsi, ma se si diverte a lottare e a vivere momenti come quelli vissuti anche in questo torneo, perché dovrebbe mollare? Non vincerà più Slam? È probabile. Ma non è ancora detta l’ultima parola, anche se a uno con il suo orgoglio una partita come quella persa con Sinner fa male, malissimo. Per lui è difficile accettare una tale superiorità da parte di un avversario, anche se questi è il numero 1 del mondo.
Se Novak fosse stato uno che ha vinto “soltanto” una decina di Slam, paradossalmente sarebbe più semplice subire anche qualche lezione a 39 anni. Ma lui ne ha vinti 24, ha giocato 38 finali Slam: è abituato troppo bene – o troppo male, a seconda dei punti di vista – per poter dire a se stesso: “Mi posso accontentare anche di arrivare soltanto in semifinale negli Slam”.
Altri pagherebbero per raggiungere simili traguardi. Lui no.
Ciò detto, per me Nole non è ancora pronto al canto del cigno. Lo vedremo lottare anche dopo i suoi 40 anni.
