Qualche lacrima, molti sorrisi e la consapevolezza che la seconda volta sia stata persino più difficile della prima. Simone Vagnozzi e Darren Cahill raccontano il nuovo trionfo di Jannik Sinner a Wimbledon, arrivato dodici mesi dopo il primo titolo ai Championships e al termine di un torneo nel quale il numero uno del mondo ha dovuto ritrovare progressivamente condizione, fiducia e certezze.
“Sì, ho pianto un pochino”, ammette Vagnozzi. L’emozione nasce anche dalla difficoltà di ripetersi quando ogni avversario conosce il tuo valore e quando sei tu il giocatore da battere. “La verità è che riconfermarsi è più complicato, molto più complicato. L’anno scorso ogni conquista era una novità: la semifinale, poi la finale. Quest’anno arrivi sapendo che puoi vincere il torneo, perché sei già stato capace di farlo. Per questo è stato diverso e, secondo me, ancora più difficile”.
La finale contro Alexander Zverev ha richiesto soluzioni continue, soprattutto in risposta. Il tedesco ha servito ad altissimo livello, sfiorando anche il vantaggio di due set. “Sascha è uno dei migliori battitori del circuito”, spiega Vagnozzi. “Sull’erba è molto difficile affrontarlo quando serve così vicino alle righe. Jannik ha cambiato spesso posizione, ha cercato di variare e lo ha costretto a pensare. Su questa superficie non puoi aspettarti molti break, ma lui è riuscito a ottenerli nei momenti importanti. Questa è stata la chiave”.
Cahill riconosce il livello mostrato da Zverev: “È stata una prestazione straordinaria da parte di entrambi. Avevamo già visto Alexander giocare così in alcuni momenti dei precedenti confronti, ma non sapevamo per quanto tempo potesse mantenere quel livello. È stato vicino a vincere il secondo set e ad andare avanti due set a zero”. Il successo Slam conquistato dal tedesco ne ha cambiato anche l’atteggiamento: “Adesso si muove con più fiducia, sa di poter vincere sette partite in un Major. È già un problema per tutti e, continuando così, lo diventerà ancora di più”.
L’assenza di Carlos Alcaraz, ritiratosi prima del torneo, non ha invece modificato l’approccio del team. “In uno Slam devi vincere sei partite per arrivare in finale e Carlos e Jannik sono sempre molto lontani nel tabellone”, chiarisce Vagnozzi. “Non ci pensiamo troppo. Nel team diciamo sempre che ogni partita è una finale. È normale che l’uscita di un grande avversario possa aumentare leggermente la pressione, ma noi cerchiamo di restare concentrati giorno dopo giorno”.
Cahill: “La sua resilienza è uno dei suoi grandi punti di forza”
Il cammino di Sinner non è stato lineare. Arrivato a Londra senza disputare tornei ufficiali sull’erba, Jannik è stato trascinato al quinto set già al primo turno. Una partita che, secondo Cahill, ha rappresentato uno snodo fondamentale.
“Quella vittoria è stata molto importante per la sua psicologia e per la sua fiducia. Poi è migliorato sempre di più durante il torneo”, racconta l’australiano. “Siamo arrivati dodici giorni prima, senza giocare eventi di preparazione, quindi sapevamo che i primi incontri sarebbero stati difficili. Jannik ha abbassato la testa, ha lavorato e ha avuto un atteggiamento fantastico per tutte le due settimane”.
Il successo londinese è arrivato dopo mesi complessi: la semifinale persa contro Novak Djokovic in Australia e soprattutto quanto accaduto al Roland Garros. Cahill evita di entrare nei dettagli clinici: “Le sue cartelle mediche restano private. Non sappiamo davvero cosa sia accaduto a Parigi e non possiamo indicare con precisione una causa. È una di quelle situazioni per cui non esistono risposte chiare”.
Il team, però, ha apportato alcuni cambiamenti alla preparazione e alla gestione delle condizioni più difficili. “Spettava a noi fare qualcosa di diverso. Adesso, dopo un paio di set, può uscire dal campo, cambiarsi, andare nell’aria condizionata e creare una routine per le giornate calde. Anche se non ne ha bisogno, può cambiare maglietta e interrompere per qualche minuto l’esposizione al caldo”.
Cahill ricorda anche le origini di Sinner: “È un ragazzo del nord Italia, cresciuto tra la neve e le Alpi. Il caldo rappresenta qualcosa di diverso per lui. Più tempo trascorrerà in queste condizioni e meglio riuscirà a gestirle. Qui lo ha fatto benissimo, in uno dei Wimbledon più caldi di sempre. Potremmo anche modificare la preparazione invernale, cercando più sole e un maggiore adattamento alle alte temperature”.
Più delle vittorie, a colpire il team è la capacità di Jannik di reagire alle cadute. “Per un ragazzo di 24 anni ha già vissuto una carriera incredibile, sempre nelle fasi finali e sempre in lotta per vincere”, sottolinea Cahill. “Ci sono stati momenti difficili, come i match point contro Carlos o quello che è successo a Parigi. Ma la cosa che ci rende più orgogliosi è il modo in cui reagisce. Non resta giù a lungo. Il giorno dopo chiama e dice: ‘Va bene, cosa facciamo? Torniamo in campo’”.
È una caratteristica che va oltre il tennis: “È il suo atteggiamento anche nella vita. Ha una resilienza straordinaria e torna sempre più forte. Oggi ne ha avuto bisogno contro Zverev. Senza attraversare momenti difficili, forse non riuscirebbe a crescere così tanto. Per noi è uno dei suoi principali punti di forza”.
Il servizio, la varietà e il futuro del team
Uno dei miglioramenti più evidenti riguarda il servizio, diventato più preciso e affidabile, soprattutto nei punti decisivi. Vagnozzi ricostruisce un lavoro iniziato nel 2022 e perfezionato dopo lo US Open della scorsa stagione.
“Quando ho iniziato a lavorare con lui serviva con lo step back. Successivamente siamo passati allo step up e, giorno dopo giorno, abbiamo cercato di inserire qualcosa di nuovo. Il cambiamento più importante è arrivato dopo lo US Open, quando abbiamo quasi rivoltato il servizio”.
Sono stati modificati il lancio di palla, l’appoggio e la dinamica della spinta: “Prima il piede arrivava e quasi si fermava, come in una frenata brusca. Adesso arriva, appoggia e spinge. Il tempo del movimento è diverso. Sono tante piccole cose che gli hanno permesso di trovare fiducia e angoli migliori”.
La differenza non è soltanto nella potenza: “Le velocità non sono incredibili. Serve forte, ma non è qualcosa di fuori dal comune. La vera differenza è che adesso è molto più preciso. Anche la seconda di servizio è migliorata tantissimo e nei momenti importanti riesce a concentrarsi ancora di più”.
Il movimento è ormai automatizzato. “In passato, se non avesse servito per due o tre giorni, ci sarebbe voluta una settimana per recuperarlo. Adesso, anche dopo dieci giorni di pausa, ritrova subito il ritmo giusto”. Sinner, però, non accetta passivamente ogni suggerimento: “Chiede sempre il perché, ed è corretto che lo faccia. È lui il primo che deve sentire il colpo. Per noi allenatori i suoi feedback sono fondamentali”.
Il servizio è soltanto una parte del nuovo Sinner. In finale sono arrivati slice di rovescio, lob, smorzate e una maggiore propensione ad avanzare. “Siamo contenti dei progressi degli ultimi cinque anni, ma c’è ancora margine”, spiega Vagnozzi. “In alcune situazioni avrebbe potuto andare a rete e non lo ha fatto. Il nostro obiettivo è renderlo ancora più aggressivo, portarlo più spesso avanti e utilizzare qualche smorzata in più”.
Cahill interviene scherzando sulla palla corta giocata da Jannik mentre serviva per il titolo: “Meno smorzate quando servi per il match”. Vagnozzi aggiunge: “Ha preso degli antidolorifici”. La risposta dell’australiano è immediata: “Dopo quella smorzata abbiamo dovuto prendere un paio di Advil anche noi”.
Al di là delle battute, la filosofia resta chiara. “Federer, Nadal, Djokovic e Murray si sono evoluti continuamente e non si sono mai fermati”, ricorda Cahill. “Alexander sta cambiando il suo modo di giocare contro Jannik e anche Carlos tornerà forte. A 24 anni, per costruire una carriera lunga, devi continuare ad aggiungere elementi”.
Vagnozzi vede oggi un giocatore molto diverso rispetto a quello incontrato quattro anni fa: “Lo Jannik di qualche anno fa e quello di oggi hanno una tecnica e delle soluzioni differenti. È questo che mi rende orgoglioso. E mi rende orgoglioso perché vince: se giocasse diversamente ma non vincesse, sarei meno contento. Molti giocatori di talento non riescono a migliorare così tanto nel corso della carriera. Jannik, invece, è diventato un altro tipo di giocatore”.
Sul futuro di Cahill non è stata ancora presa una decisione definitiva. “Sarò qui fino alla fine del 2026, poi vedremo”, conferma l’australiano. “Avevo detto che avrei smesso alla fine del 2025, ma ho cambiato idea. Arriveremo alla conclusione dell’anno e decideremo insieme cosa sarà meglio per Jannik”.
Vagnozzi scherza sull’eventuale addio del collega: “Magari, così non lo sopporto più”. Poi torna serio: “Io e Darren siamo stati fortunati a trovare una simbiosi così buona. Lavorare in due non è semplice, perché a volte devi fare un passo indietro e lasciare spazio all’altro. Se lui dovesse smettere, entrerebbe sicuramente un’altra persona: 365 giorni all’anno da solo non riuscirei a farli”.
Anche l’alternanza tra i due serve a proteggere Sinner: “Io sono stato da solo a Montecarlo, Darren a Indian Wells. A volte è giusto dargli spazio, perché vedere sempre la stessa faccia per trecento giorni può diventare pesante”.
Prima di pianificare Montreal e Cincinnati, ci sarà però tempo per fermarsi. “I Masters 1000 sono molto importanti, ma in questo momento non stiamo pensando al Canada o a Cincinnati”, precisa Vagnozzi. Cahill ricorda che, rispetto alla passata stagione, ci sarà una settimana in più tra Wimbledon e il primo torneo nordamericano: “Ci siederemo come team e decideremo il calendario. Vogliamo metterlo nelle condizioni migliori per fare bene”.
Soprattutto, il nuovo campione di Wimbledon avrà la possibilità di staccare. “Adesso vuole riposare e festeggiare”, conclude Vagnozzi. “Jannik non è più il ragazzo di 22 anni per cui esisteva soltanto il tennis. Vuole trascorrere del tempo con la sua ragazza, con la famiglia e prendersi degli spazi per sé. Prima era il 99% tennis e l’1% tutto il resto. Ora sta cambiando. Dobbiamo essere bravi a non stressarlo, perché deve avere una carriera lunga e non può pensare al tennis ventiquattro ore al giorno per 365 giorni l’anno”.
