Quel your are not human a Miami era stato profetico, forse troppo. Era il 2021 e Jannik Sinner non aveva ancora nessun Slam in bacheca, ora con l’ultimo Wimbledon il computo è arrivato a 5. E Sascha Bublik sembrava aver previsto tutto già allora, con l’attuale consapevolezza di trovarsi dinanzi un autentico fenomeno che, a sua volta, diventa insormontabile nell’apice delle competizioni tennistiche: i tornei Major. Se questa presa di coscienza potrebbe atterrire qualsiasi tennista, basti pensare che i dominatori in circolo sono due, con un Carlos Alcaraz ancora fermo ai box, ma presente nell’entry list di Cincinnati.
Per Bublik, intervistato da Tennis Magazine, la sostanza è semplice: Alcaraz e Sinner non sono battibili negli Slam. Infatti se il bottino dell’unico precedente con lo spagnolo recita tre games nell’ultimo Masters 1000 di Montecarlo, quello con l’azzurro fa sbocciare una bella vittoria ad Halle nel 2025 al netto, però, di sei sconfitte. In mezzo a queste debacle, ci sono due incontri Major, avari di set vinti per il kazako, che hanno trasmesso questa sensazione: Roland Garros e US Open 2025.
Sinner, Alcaraz e i limiti da riconoscere
Una placida arrendevolezza che sembra accomunarlo anche agli altri colleghi: “Negli Slam, se Sinner e Alcaraz arrivano preparati alla perfezione, non hai molte possibilità. Ho l’impressione che i giocatori, me compreso, ci abbiano rinunciato. Di recente parlavo con il mio allenatore: vincere uno Slam è quasi irraggiungibile, se entrambi stanno bene. Perciò il mio obiettivo è arrivare ai quarti di finale, magari in semifinale, e poi tornare a casa felice”
In controtendenza con il mantra targato Michael Jordan, per Sascha Bublik i limiti non sono un’illusione, ci sono eccome e bisogna confrontarsi con le proprie possibilità senza voli pindarici: “Devi accettare una realtà: non sei Novak Djokovic. Non vincerai Slam come Rafael Nadal o Roger Federer. Devi imparare ad accettare le sconfitte e a conviverci, senza lasciare che influenzino il tuo rendimento.”
I prossimi obiettivi e il senso della vita
Un’accettazione che non deve divenire un deterrente, ma una molla motivazionale con nuovi obiettivi da porsi nonostante un’atleta possa sentirsi appagato: “Quando all’inizio dell’anno sono entrato nella top 10, la domanda era: ‘E adesso?’. Adesso l’obiettivo è restare il più a lungo possibile a questo livello, magari salire ancora un po’; la top 5 forse è un traguardo un po’ troppo ambizioso. Ma se nei prossimi anni riuscirò a giocare a questo livello, mi divertirò e guadagnerò abbastanza da potermi garantire una buona vita”.
La parentesi sul profitto economico ci riporta indietro ad un Bublik sicuramente non devoto all’agonismo come quello attuale, ma ad una versione più ampia del kazako che ha sempre sostenuto come il tennis non sia la sua priorità, o l’unica, con il senso della vita a risiedere altrove: “Competere in ogni momento non fa per me. Mi piace tantissimo confrontarmi come atleta. Solo che, per me, il successo non è la fonte della felicità. Ci sono altri aspetti della vita oltre al tempo trascorso in campo. Essere un buon marito, un buon padre e un buon amico è importante quanto il resto. Preferisco raggiungere quindici semifinali piuttosto che inseguire ossessivamente quell’unica vittoria”.
