PREMIUM La macchina del tempo – Kyrgios contro Medvedev: quella finale di Washington 2019 fu una svolta “al contrario”

In finale contro il russo, l’australiano conquista il penultimo titolo della carriera. Ma dopo quella sconfitta l’avversario riesce a prendere il volo

Di Redazione
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Nick Kyrgios - Miami 2025 (foto X @TennisAustralia)

di Isabella Dalla Gasperina

Daniil Medvedev e Nick Kyrgios, i due bad boys del tennis, sono al loro secondo incontro quando sul cemento di Washington, il 4 agosto 2019, si giocano il titolo in finale. L’australiano, capace cinque anni prima di eliminare Nadal agli ottavi a Wimbledon, in questi anni ha conquistato il pubblico con un tennis geniale e inventivo, fatto di tweener, servizi dal basso e colpi d’invenzione. Il russo, appena entrato nella top ten, è nel pieno della stagione che ne consacrerà definitivamente il talento. Entrambi hanno quel carattere spigoloso che negli anni li porterà alla ribalta delle cronache del tennis non solo per i risultati, ma anche per le loro intemperanze.

Talento e irriverenza

Il favorito sulla carta è Medvedev, numero 10 del ranking, mentre l’australiano è precipitato al numero 52 della classifica. Ma Kyrgios è il “cavallo pazzo” sempre pericoloso per tutti se trova la giornata giusta. E infatti… Il match si apre con un set tutto scambi veloci e spettacolari. Le smorzate mascherate di Kyrgios, le risposte fulminanti di Medvedev, i passanti e le discese a rete divertono e appassionano il pubblico sugli spalti. I due sono supermotivati: nessuno concede palle break fino all’inevitabile 6 pari. Nella prima frazione di gioco Kyrgios perde solo sei punti sul suo servizio e Medvedev fa ancora meglio: ne cede soltanto uno. E al tie-break va avanti di due mini-break, vola sul 5-2 ma si fa rimontare, e l’avversario annulla il set point con un ace per chiudere 8-6.

Spettacolo di ace

La battaglia è serratissima anche nel secondo set, dove nessuno dei due cede il servizio ma il russo, avanti 5-4, arriva a due punti dal set ma non concretizza. Ed è ancora tie-break, al termine di un festival di scambi velocissimi, dopo le finte spettacolari dell’americano, i passanti e i colpi sotto le gambe. Fino al fatale errore di Medvedev sul rovescio, che condanna il russo alla sconfitta. Kyrgios chiude 7-4 il secondo tie-break finendo il match con un ace (nel match ne mette a segno 18, nessun doppio fallo) e regalandosi il sesto titolo Atp. Oltre a un balzo in avanti in classifica di 25 posizioni: dal numero 52 arriva al numero 27. Ma è solo un lampo: il suo best ranking (numero 13 il 24 ottobre 2016) non ritornerà, mentre il russo avanza di titolo in titolo.

Washington 2019, il bivio

Quella partita è il momento in cui due talenti straordinari, accomunati da un carattere ingombrante, imboccano strade opposte. Kyrgios continuerà a regalare colpi impossibili tra polemiche e occasioni mancate. Medvedev, aggressivo e spigoloso, trasformerà quel carattere in un’arma competitiva fino a diventare numero uno del mondo e campione Slam. E se ai tempi di Washington 2019 il caratterino di Kyrgios era già cosa nota sul circuito, quello di Medvedev si doveva ancora “consolidare” negli anni.

Solo pochi giorni dopo Washington, dopo aver vinto il Masters 1000 di Cincinnati tra i fischi del pubblico, il russo ringraziò ironicamente gli spettatori: “Più mi fischiate, più vinco”. Parole che sono diventate il manifesto del suo rapporto conflittuale con gli spalti. Difficile poi dimenticare lo sbadiglio in faccia a Sinner, al cambio di campo, alle Atp Finals del 2021, dopo che l’allora numero 2 rifilò all’azzurro un secco 6-0 in apertura di match ancora in fase di gironi, per poi batterlo in tre set (6-0 6-7 7-6).

Per non parlare dei siparietti e delle sfuriate di Kyrgios, che tra litigi con arbitri e spettatori si è beccato multe per “oscenità” in campo e per condotta antisportiva. Era l’ottobre 2016 quando l’australiano, in campo a Shanghai, ricevette 25mila dollari di multa dall’Atp e otto settimane di squalifica per un comportamento “contrario all’integrità del gioco”: in pratica aveva giocato contro Mischa Zverev senza il minimo impegno, perdendo il match per 6-3 6-1.

In questo quadro di “caratterini”, Washington 2019 resta così il crocevia di due carriere nate sotto il segno del talento e dell’irrequietezza, del genio e della sregolatezza. Ma destinate a seguire strade profondamente diverse.

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