30/08/2010 17:12 CEST - TENNIS AMERICANO
Povero Ashe senza eredi
Il tennis americano non ha “sfondato” fra i neri, star invece nel basket, football, e baseball, nonostante il grande esempio di Arthur Ashe e i trionfi ripetuti delle Williams. Il primo afroamericano è n.100 Atp! Le pesanti accuse di papà Washington. Se un tennista di colore gioca bene è…francese. Ubaldo Scanagatta

NEW YORK _ Arthus Ashe sarà imperturbabile Lassù come era Quaggiù, ma sono certo che non sarà contento. Nonostante tutto…
Già, il mega stadio principale dell’US Open è intitolato a lui, Arthur Ashe Stadium (20.000 posti, perfino troppi, dalle ultime file la palla sembra quella da ping-pong, i giocatori delle miniature). A lui, il grande campione di colore che vinse il suo primo Slam nel ’68 a Forest Hills, il club esclusivo del West Side Tennis Club dove i “neri” ancora quell’anno non potevano nemmeno varcare i cancelli. I cani dei bianchi sì.
Arthur, un uomo ancora più grande del tennista, attivissimo nel combattere le battaglie contro la discriminazione razziale negli USA e nel Sud Africa _ fu nel corso di una sua tournèe nel Continente Nero nei primi anni Settanta che scoprì in Camerun Yannick Noah segnalandolo alla federazione francese che non se lo fece scappare _ sarebbe stato anche (nel 1975 a spese del favoritissimo ma traumatizzato campione in carica Jimmy Connors) il primo “nero” a trionfare a Wimbledon. Ai Championships dell’All England Club c’era riuscita soltanto una tennista afroamericana prima di lui, Althea Gibson nel ’57 (con il bis nel ’58).
E alla vigilia di ogni edizione dell’US Open si celebra l’Arthur Ashe’s Day, con l’esibizione di molti protagonisti del torneo e gli incassi devoluti alla Fondazione Ashe, creata dalla bellissima moglie di Arthur, Jeannie Motoussamy per aiutare la ricerca contro l’Aids. Proprio di Aids,e a seguito di un intervento chirurgico e poi di una trasfusione fatta con sangue infetto, era infatti morto lo sfortunatissimo Arthur quando la malattia era ancora poco conosciuta e non si salvava nessuno.
Con lui avevo uno splendido rapporto, e pure con Jeannie, fotografa professionista di grande valore per la quale organizzai una mostra a Firenze nel ’77. Grazie a quella Arthur decise di partecipare al torneo Atp delle Cascine che dirigevo. Lui che sulla terra rossa non amava giocare perché il suo tipo di tennis basato principalmente sui colpi d’inizio gioco, servizio e volee, gran risposta di rovescio, ben poco gli si addiceva. Per me fu un grande onore, e un vero “colpaccio”, averlo come partecipante ad un torneo con appena 50.000 dollari di montepremi. Lui che poteva chiederne altrettanti, e pure più, per una sola sera. Sempre grazie alla sua amicizia potei organizzare anche un’esibizione Italia-Stati Uniti al Ciocco, con lui e Vitas Gerulaitis, altro personaggio eccezionale e prematuramente scomparso, a rappresentare l’America contro Adriano Panatta e Paolo Bertolucci.
Ma, come dicevo all’inizio, nonostante tutti i riconoscimenti che Arthur ha ricevuto in vita e post mortem, lui Lassù non può essere contento. La sua eredità non è stata raccolta.
L’unico afroamericano fra i primi 100 del mondo nella classifica della settimana scorsa era proprio n.100! E magari da questa settimana ne sarà uscito. Si tratta di Donald Young, il ragazzo che a 16 anni dominava il mondo junior e sembrava promettere tanto ma ha fatto invece una gran frenata. Colpa anche dei suoi manager che l’hanno scaraventato nei tornei Atp, e perfino negli Slam, a 15-16 anni, probabilmente bruciandolo. Young ha subito tante di quelle sconfitte umilianti, che ha perso quasi completamente la fiducia in se stesso e ora sta facendo una gran fatica a galleggiare.
Scoville Jenkins, altra speranza del tennis colored, ha fatto peggio ed ha quasi smesso di provarci (anche se si è esibito nel Team Tennis intercittà americano): è sceso
più già della cinquecentesima posizione!
Dei sei migliori tennisti di colore, insomma, tre sono francesi, Jo Wilfried Tsonga n.11, Gael Monfils n.19, Josselin Ouanna n.137, gli altri tre sono appunto Young n.100, James Blake n.111, e Dustin Brown, metà giamaicano e metà tedesco n.113..
Anche il vincitore dell’ultimo Orange Bowl Gianni Mina, è francese. Altri afroamericani con un minimo di talento in vista? Nessuno. Ancora una volta il sistema federale francese dà lezioni al mondo intero.
Se non fosse per la meravigliosa eccezione costituita dalle due sorelle Williams, dominatrici del circuito quando stanno bene, anche fra le ragazze americane si segnala tristemente un vuoto pauroso, il…deserto nero.
Shenay Perry veleggia al n.113, fuori dalle top-100. Recentemente il mio amico Richard Evans, noto giornalista (classe 1939) e anche lui grande amico di Arthur Ashe dacchè lo aveva seguito nel famoso tour in Africa, mi ha detto di aver ricevuto una lettera contenente un terribile “j’accuse” (e non il primo) di William Washington, il padre di Lalivai, il finalista di Wimbledon 1996. Papà Washington ha accusato apertamente i dirigenti dell’USTA di razzismo. Esprimendosi senza peli sulla lingua: “I presidenti della federazione americana e anche il capitano di Davis Patrick McEnroe non sono altro che “uomini bianchi” che impediscono i progressi dei giovani tennisti neri cui non offrono mai wild cards né finanziamenti di sorta”. Dell’attuale presidente dell’USTA Lucie Garvin papà Washington scrive addirittura: “sarebbe perfetta per organizzare un pigiama-party per le girl-scout!”.
Avessi scritto io qualcosa del genere sui dirigenti della FIT, avrei beccato una querela dopo l’altra!
Le accuse di papà Washington saranno certamente eccessive, e tali da imbarazzare il figlio Malivai che al contrario del padre ha sempre mantenuto un basso profilo anche sulle questioni razziste pur essendo lui invece finanziatore di un progetto che aiuta i bambini poveri di colore nella sua tennis academy di Jacksonville in Florida, ma non c’è dubbio che i risultati ottenuti dagli atleti neri nel tennis sono davvero desolanti se confrontati con quanto accade in tutti gli altri sport americani più popolari, e in buona sostanza sembrano dare indirettamente abbastanza ragione a papà Washington. Qualcosa nel sistema USTA non funziona. Non saranno razzisti, ma inefficienti lo sono certamente, perché il “serbatoio” di atleti neri sarebbe_ è _ immenso.
La constatazione si combina con l’annotazione di qualche settimana fa, quando per la prima volta nella storia del tennis non c’era più nemmeno un americano nei top-ten, prima del recupero di Roddick.
Sono certo che se Arthur Ashe non fosse prematuramente scomparso in quelle circostanze così tragiche, la situazione sarebbe stata ben diversa, la sua eredità non si sarebbe sciolta come neve al sole come è invece tristemente successo.
Ubaldo Scanagatta
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