di Charlie Eccleshare, pubblicato da The Athletic il 5 settembre 2025
Traduzione di Elena Leccardi
FLUSHING MEADOWS, N.Y. — Quando Carlos Alcaraz entrerà all’Arthur Ashe Stadium venerdì pomeriggio per la sua semifinale dello U.S. Open, ogni suo gesto sarà sotto la lente d’ingrandimento. Non da parte dei 24.000 spettatori sugli spalti, né dei milioni che guardano da casa, ma dall’uomo dall’altra parte della rete.
Novak Djokovic studia i suoi avversari come un criminologo che analizza prove forensi. “Anche se nel tennis non c’è contatto fisico, c’è comunque molto contatto visivo” disse in un’intervista a 60 Minutes un paio di anni fa.
“Quando cambiamo campo, quando siamo seduti in panchina, e sul maxi-schermo si vede come beve l’acqua. E allora lo osservo. Come beve l’acqua? Sta sudando più del solito? Sta respirando profondamente o no? E poi guardo come comunica con il suo team. Ci sono tutti questi diversi elementi in gioco che influenzano davvero la prestazione e la partita stessa.”
Alcaraz conosce bene questo processo. All’Australian Open di gennaio, lo ha trascinato verso una delle sue sconfitte più dolorose in uno Slam. Alcaraz e Djokovic si affrontarono nei quarti di finale: lo spagnolo giocò meglio del serbo nel primo set, prima – e anche dopo – che il 24 volte campione Slam accusasse una lesione al muscolo della coscia.
Ma all’inizio del secondo set, Alcaraz permise all’infortunio di Djokovic — e al linguaggio del corpo che lo accompagnava — di confondergli la mente. Smise di concentrarsi sul proprio linguaggio corporeo e si lasciò ossessionare da quello dell’avversario. Un cliché del tennis a cui i giocatori amano aggrapparsi è che si concentrano sempre solo su sé stessi; ma quando si tratta di linguaggio del corpo, i maestri fanno l’opposto — sebbene mai nella misura in cui lo fece Alcaraz quella notte.
Dopo la sconfitta in quattro set, Alcaraz ammise di essersi lasciato distrarre dallo stato fisico dell’avversario, mentre Djokovic notò quanto lo spagnolo fosse assorbito da ciò che faceva lui. “Ho avuto la sensazione che guardasse me più di quanto guardasse sé stesso” disse Djokovic.
Il linguaggio del corpo è un fattore in ogni partita di tennis, indipendentemente dal fatto che uno dei giocatori abbia o meno a che fare con un infortunio. Pugni alzati e spalle ricurve; swing a vuoto e teste abbassate. L’atteggiamento e i movimenti di un giocatore comunicano ciò che prova non solo all’avversario, ma anche a sé stesso: possono offrire incoraggiamento e carica, oppure aggiungere ulteriore peso alla pressione già enorme di un match importante.
“Funziona in due direzioni. Agisce esternamente verso il tuo avversario ma anche internamente verso te stesso, per prendere il controllo e la gestione di come ti senti in ogni momento” ha spiegato Dan Abrahams, psicologo dello sport, in un’intervista telefonica.
Alcaraz ha sviluppato la sua padronanza di questa dinamica dopo la sconfitta con Djokovic. Un tempo quasi sempre solare con un sorriso da cucciolo, o spaesato nei momenti di calo, oggi alterna l’entusiasmo a un’attenzione estrema.
“Giochiamo due tipi di partite contemporaneamente” ha detto in conferenza stampa dopo aver battuto Jiří Lehečka per guadagnarsi la possibilità di una semifinale contro Djokovic, che in seguito ha superato Taylor Fritz confermando il loro nono confronto. “C’è la partita in sé, con i punti e tutto il resto, e poi c’è quella dietro le quinte, diciamo così.”
“Non importa se ti senti esausto, stanco morto, se ti sembra di non poter continuare. Se mostri all’avversario di essere fresco, capace di giocare altre due o tre ore, di reggere scambi lunghi, gli trasmetti l’idea che sarà durissima. Per me il modo in cui cammino tra un punto e l’altro — con atteggiamento, come se fossi fresco, in ottima condizione fisica — è molto importante per far capire all’avversario che dovrà sudare tanto e correre ancora di più se vuole battermi.”
Sembrava la linea del fronte tracciata in vista della sfida con Djokovic di venerdì. Ricordava le parole di Andre Agassi in un’intervista dello scorso anno: “Per quanto distanti si possa essere su un campo da tennis, si può in realtà percepire l’altro in modo molto intimo.” Agassi era persino più attento di Djokovic nel leggere gli avversari, cogliendo piccoli segnali, come Boris Becker che sporgeva involontariamente la lingua rivelando la direzione della battuta.
A pagina 2: Anisimova resuscita dal doppio bagel contro Swiatek, furia e baci da Djokovic
