Dopo la chiacchierata al podcast The Romesh Ranganathan Show, Andy Murray si è aperto anche ai microfoni di The Tennis Podcast. Qui il 38enne scozzese ha spaziato tra vari temi: la vita dopo il ritiro, il periodo da allenatore di Novak Djokovic, una riflessione sulla sua carriera e anche su alcune problematiche presenti da anni nel circuito tennistico internazionale. Di seguito proponiamo quindi un estratto della lunga conversazione, durata circa un’ora e mezza, tra l’ex numero 1 al mondo e gli host del podcast.
Murray: “Deluso dai risultati ottenuti con Djokovic”
“Ero incerto su come sarebbe stata [la mia vita dopo il ritiro]. Non sapevo se mi sarebbe piaciuta, se mi sarebbe mancato il tennis e come avrebbe riempito le mie giornate. Quindi, prima che arrivasse quel momento, ero un po’ nervoso. So che è stata la decisione giusta smettere quando l’ho fatto. Non mi pento di essermi ritirato dal tennis. Ora mi piace molto essere papà. Stare a casa con i bambini è fantastico”.
“Quando ho parlato con Novak stavo bene fuori dal tennis. Mi ricordo, avevo appena finito una partita a golf. Ero in macchina mentre tornavo a casa quando abbiamo parlato della possibilità che diventassi allenatore. È stata una cosa totalmente inaspettata in quel momento. Non è che mi mancasse lo sport al punto da pensare: ‘Oh non vedo l’ora di iniziare ad allenare e rimettermi in gioco’. Non guardavo molto il tennis. Non avevo più colpito una palla da quando avevo smesso. Ero in un buon momento della mia vita, ma questa era un’opportunità che mi sembrava di voler cogliere, perché pensavo che prima o poi avrei voluto allenare. E se non l’avessi colta avrei potuto ripensarci e dire: “Sarebbe stato davvero interessante. Avrei potuto imparare molto’. Me ne sarei pentito. Quindi sono stato molto fortunato che mia moglie abbia accettato di lasciarmi andare per poterlo fare”.
“Novak non è solo uno dei migliori tennisti, è uno dei migliori atleti di tutti i tempi. Mi aspettavo che sarebbe stata una sfida estremamente impegnativa. Lui, come me, è un personaggio tosto per quanto riguarda il modo in cui affronta il tennis. È estremamente esigente e me lo aspettavo. È stata un’esperienza incredibile. Ho imparato un po’ di cose. Non è durata molto, ma ci ho messo tutto quello che avevo. Ho fatto del mio meglio per aiutarlo. All’inizio stava andando bene, ma poi è successo quello che è successo in Australia con l’infortunio. Secondo me lì stava giocando un tennis incredibile. Dopo l’infortunio sono stati mesi difficili per lui, ma anche per la squadra e per tutti noi. Ero deluso. Non ho ottenuto i risultati che avrei voluto con lui, ma ho imparato molto su cosa significhi essere un allenatore. Me ne stavo lì seduto alle undici di sera a guardare i video delle sue partite in Australia, a montare i video da mandargli e a fare del mio meglio per aiutarlo. Ho anche instaurato dei buoni rapporti con la sua squadra. Sono rimasto in contatto con diversi membri del team”.
Murray: “Da allenatore è più stressante il prepartita che il match in sé”
“In realtà non ho trovato le partite così stressanti [da allenatore]. Piuttosto era il prepartita che mi sembrava molto stressante perché, quando sei seduto a bordo campo, puoi aiutare e dare consigli su ciò che vedi o su ciò che il giocatore dovrebbe fare in modo diverso. Ma è durante l’attesa che l’allenatore deve fare molte cose e assicurarsi che tutto venga fatto correttamente. Assicurarsi che le racchette siano a posto, che il campo di allenamento sia prenotato, che il compagno di allenamento sia adeguato e che i video per preparare la partita siano stati girati. Ho fatto tutte quelle cose perché le consideravo parte del mio lavoro. Non è stato Novak che me le ha chieste, volevo farle io perché così avevo il controllo della situazione. Quindi, alla fine, se sbagli qualcosa con le racchette sai che è colpa tua. Poi a volte prima delle partite il giocatore ha bisogno di un po’ di incoraggiamento o di motivazione, e cercare di trovare le parole giuste penso sia importante”.
“Il primo giorno in cui ho iniziato a lavorare con lui […] dopo la sessione di tennis il suo preparatore atletico mi ha detto: ‘Novak più tardi andrà a fare una lunga corsa lenta nel parco. Ti dispiacerebbe unirti a lui?’. E io ho pensato: ‘Oh mio Dio’. Non correvo da quando avevo circa 25 anni. Sul campo lo facevo, ma non avevo mai corso come parte del mio allenamento. E ho pensato: ‘È il mio primo giorno di lavoro. Non posso dire di no’. Ho risposto: ‘Sì, nessun problema’. Non ero in gran forma da quando avevo smesso. Mi ero allenato un po’, ma non molto. Gliel’ho detto e lui mi ha risposto: ‘Va bene, sarà una corsa tranquilla’. Abbiamo corso per circa 50 minuti. Eravamo in un parco e c’erano parecchie salite. Il ritmo era molto lento, ma dopo circa cinque minuti ho avuto un crampo al polpaccio sinistro e ho pensato: ‘Oh no, adesso non posso dire niente, è imbarazzante’. Comunque, ho completato i 50 minuti; avevo tantissimo dolore e quando ho finito ho detto alla sua squadra: ‘Ragazzi, dovete aiutarmi’”.
“La preparazione [per giocare contro i migliori giocatori] è stata fatta con largo anticipo. È stata una cosa su cui ho lavorato durante la pausa stagionale con il suo analista. Abbiamo lavorato sul campo in termini di schemi di gioco che ritenevamo potessero funzionare bene contro giocatori come Alcaraz e Sinner, che sono i giocatori che molto probabilmente avrebbe dovuto battere se voleva vincere un altro torneo importante”.
Murray: “Non sento il bisogno di sostituire il tennis. Non ho rimpianti”
“Non sento il bisogno di sostituirlo (il tennis, ndr). Non mi manca. Penso che il golf mi aiuti ad avere una routine, qualcosa in cui cerco di migliorare. Mi piaceva molto questo aspetto del tennis: adoravo svegliarmi la mattina, andare in palestra per cercare di diventare più forte, più flessibile o più in forma, e poi andare in campo e allenarmi. La competizione però è dura. Non è che non mi manchi stare sulla linea di fondo per servire il primo punto di una partita a Wimbledon. Non è che non mi manchi vincere Wimbledon, mi piacerebbe provarlo ancora una volta. Ma arrivare a quel punto è davvero difficile. Ho dedicato gran parte della mia vita a questo. Sono contento di averlo fatto. Sono orgoglioso di ciò che ho raggiunto, ma non mi sento come se stessi cercando di colmare quel vuoto”.
“Ho dato tutto quello che avevo allo sport. Non guardo indietro con rimpianti. Ci sono cose che farei diversamente se potessi riprovarci. Ma sento di aver dato tutto fisicamente. Penso di aver smesso al momento giusto. Non avevo più niente da dare. Sono sicuro che ci sono alcuni atleti che finiscono la loro carriera e guardandosi indietro pensano: ‘Oh mio Dio, ho rovinato tutto. Avrei dovuto fare diversamente. Avrei dovuto lavorare di più. Avrei dovuto…’ Io non provo quella sensazione. È possibile che forse avessi troppa paura del ritiro. Ma se avessi smesso quattro anni prima, quando ho avuto il problema all’anca, forse avrei pensato: ‘Mi sarebbe piaciuto vedere cosa avrei potuto fare con un’anca metallica’. Forse avrei avuto dei rimpianti e avrei voluto tornare indietro e gareggiare di nuovo. Ma non provo nessuna di queste sensazioni”.
“Probabilmente questo mi ha aiutato ad avere più successo perché ho sempre cercato di ottenere di più. Ma allo stesso tempo ho trascorso tutta la mia carriera venendo paragonato ai risultati di Federer, Djokovic e Nadal. Queste erano le persone contro cui giocavo e che cercavo di eguagliare o superare. Quando li guardi e vedi che hanno vinto 10, 15, 20 tornei dello Slam, i risultati che ottieni quando sei nel bel mezzo di tutto questo sembrano quasi insignificanti. Letteralmente, nel giro di una settimana o dieci giorni dal mio ritiro la prospettiva sulla mia carriera è completamente cambiata. A volte, quando ci sei dentro, essere il numero tre o quattro al mondo è una schifezza, o arrivare in finale all’Australian Open per la quinta volta è un risultato terribile. Anche i media a volte ti fanno sentire così. Lo sport è difficile in questo senso, perché ottieni un grande risultato e ti fanno sentire come se fosse un fallimento. Ovviamente noi atleti, essendo competitivi e volendo vincere, lo sentiamo. Quando vai in conferenza stampa lo senti ancora di più”.
“Ma ora che ho finito la mia carriera, sono andato a vedere mia figlia che correva una gara di cross country. È arrivata settima e ho pensato: ‘Oh mio Dio, è incredibile’. Come genitore penso che sia fantastico. Arrivare settimi su cento bambini nella zona della scuola locale. Ma quando giocavo a tennis magari arrivavo secondo in una delle competizioni più importanti e pensavo: ‘È un disastro’. Non è il modo ideale di vedere le cose. È difficile trarre molta felicità e piacere dallo sport quando si ha questo tipo di mentalità. Penso che molti atleti ne soffrano”.
Murray: “Nel consiglio dei giocatori c’era mancanza di unità di intenti e coesione”
“Una delle cose per cui i giocatori si lamentano, da vent’anni a questa parte, sono le palline e il modo in cui cambiano da settimana in settimana. ‘Le palline sono così pesanti’, è quello che si sente dire continuamente. Ma non sono più pesanti di quanto fossero prima. C’è un limite di peso che devono rispettare, che è rimasto lo stesso per oltre vent’anni. Piuttosto il gioco è cambiato e i tennisti colpiscono la palla con più forza, questo è certo. I campi sono diventati più granulosi e generalmente più lenti. E le palline, a causa di questo, si gonfiano di più, quindi sono meno aerodinamiche. Diventano perciò più lente. Ma non sono più pesanti”.
“Quello che potrebbero fare i tornei è semplicemente cambiare le palline dopo cinque e sette giochi invece che dopo sette e nove giochi. Oppure, se questo è un problema per i giocatori perché non iniziare la partita con nove palline invece che con sei? Ci sarebbe un costo da sostenere, ma se è qualcosa che riguarda tutti i giocatori perché non potrebbero farlo? E poi, se sono preoccupati che le palline cambiano ogni settimana, i tour non potrebbero creare le loro palline da tennis? E poi chiunque sia – che sia Wilson, Head, Yonex -, se vogliono sponsorizzare la palla per l’evento basta che la sponsorizzino e ci stampino sopra il logo. Così i giocatori avranno la stessa palla per tutta la stagione o per tutta una serie di eventi, come sui campi in cemento o in terra battuta, e non si sentiranno lamentele sul fatto che cambiano”.
“Probabilmente i giocatori troverebbero comunque un modo per lamentarsi, ma se fossero le stesse ogni settimana allora si potrebbe eliminare il problema abbastanza rapidamente. Non so se sia qualcosa che i produttori vogliono, ma non credo sia positivo per loro creare una palla e poi sentire i giocatori dire che tutte le palle sono terribili, postando foto del tipo: ‘Oh, guardate la differenza da una partita all’altra. Queste palle sono orribili’. Non vedo perché non dovrebbe funzionare. Essere nel consiglio dei giocatori era frustrante da tutti questi punti di vista. C’era una sorta di mancanza di unità di intenti e di coesione. Lo odiavo. E sono tornato a farlo una seconda volta perché mi era stato chiesto”.
“Ma semplicemente non mi è piaciuto perché a volte ti ritrovavi seduto in riunioni, come quella di tre o quattro ore prima di una serie di Masters, e non sembrava che si stesse combinando granché. Noi tennisti, ovviamente, capiamo il nostro sport, ma non siamo persone particolarmente intelligenti – almeno la maggior parte di noi -, né particolarmente istruite. Quindi ci ritroviamo in dieci in una stanza a parlare di cose di cui non sappiamo molto dal punto di vista commerciale. A volte era come se molti giocatori parlassero con la persona accanto a loro e in realtà non si concludesse nulla”.
