Wimbledon è davvero un luogo speciale per Matteo Berrettini, che quando varca le Doherty Gates sembra lasciarsi alle spalle tutti i problemi fisici e tutte le preoccupazioni.
Con la vittoria sul francese Arthur Fils ha raggiunto il terzo turno dove affronterà il vincente della sfida tra Mensik e Dimitrov.
Come ti senti dopo questa vittoria?
MATTEO BERRETTINI: “Mi sento bene. Sono felice. Come avete visto, avevo un grande sorriso sul volto dopo la partita e anche adesso. Sapevo che avrei dovuto giocare un tennis di altissimo livello per battere Arthur, e penso di averlo fatto. Sono davvero orgoglioso di me stesso. Sono molto felice, orgoglioso e grato di essere qui, di avere la possibilità di giocare ancora una partita. È per questo che mi alleno.”
Sei riuscito a portare avanti il momento positivo di Parigi, nonostante come sia finita lì. Stai ancora giocando a un livello altissimo: che cosa significa per te?
MATTEO BERRETTINI: “Significa che il lavoro che ho fatto prima di Parigi e, ovviamente, anche dopo Parigi, insieme alla piccola lesione che ho avuto, ha dato i suoi frutti. A inizio stagione dicevo che stavo lavorando molto bene. Dovevo solo collegare alcuni punti per ottenere i risultati, e sono contento di esserci riuscito. A volte questo sport richiede un po’ di pazienza, e penso di esserlo stato abbastanza. Ho preso le decisioni giuste al momento giusto. Sono molto soddisfatto perché il livello è alto, l’intensità è alta, è alta la voglia di giocare e di godermi il tempo in campo. Era proprio quello che stavo cercando, ed è per questo che sono felice.”
Sei una persona paziente in generale oppure è qualcosa su cui hai dovuto lavorare?
MATTEO BERRETTINI: “Ci sto lavorando. Penso di essere migliorato con il tempo, ma la pazienza è davvero qualcosa che bisogna imparare, e a volte lo si impara nel modo più duro. Credo che il tennis ti insegni a essere paziente perché puoi anche giocare meglio del tuo avversario, ma magari il break non arriva, oppure i risultati non arrivano. Devi fidarti del processo: il tennis è anche questo.”
Volevo chiederti del completo con cui entrare in campo, perché Taylor Fritz questa settimana è entrato con un completo Hugo Boss. Era un’opzione anche per te? Ti piacerebbe vederti così al tuo ingresso in campo?
MATTEO BERRETTINI: “In realtà c’era questa opzione, ma Wimbledon me l’ha rifiutata perché non ero abbastanza bianco. Era un bianco un po’ sporco e sul colletto c’era una tonalità un po’ marroncina. Non so, l’ho visto una volta e basta. Quindi sì, c’era questa possibilità, ma non mi hanno permesso di farlo, e va bene così.”
Lo vedremo in qualche momento?
MATTEO BERRETTINI: “No, in realtà lo avete già visto sui miei social media. Ho fatto lo shooting con quel completo, ma purtroppo non ho potuto entrare in campo con quello.”
Dopo tutto quello che hai passato, ti sembra quasi di vivere una seconda carriera? Hai la sensazione di essere tornato alla prima parte della tua carriera oppure pensi di essere su un percorso completamente diverso?
MATTEO BERRETTINI: “Non direi che sia una carriera diversa, ma direi che si impara lungo tutta la carriera. Sicuramente l’approccio è un po’ diverso, come dicevo prima del torneo. All’inizio, quando ero più giovane, pensavo solo: voglio arrivarci, voglio arrivarci, voglio solo migliorare, migliorare, migliorare. Adesso, visto che a modo mio ci sono arrivato, anche se ovviamente si può sempre fare meglio e anche peggio, penso soprattutto a godermi il percorso, ad apprezzare l’allenamento, la tensione, questi momenti, queste vittorie. Da questo punto di vista è un po’ diverso, ma l’amore per questo sport è lo stesso, così come l’amore per la competizione e per il fatto di spingere i miei limiti. Ho 30 anni adesso, non ne ho più 20, quindi la vita è cambiata un po’, ma a volte mi piace pensare di essere ancora lo stesso ragazzino che ha iniziato a giocare a tennis.”
Vittorie come le ultime due possono cambiare la tua prospettiva su ciò che è possibile ottenere con il tuo gioco, non solo qui ma anche nel resto della stagione?
MATTEO BERRETTINI: “Sì e no. Da un lato sapevo di poter vincere queste due partite e so di poter potenzialmente vincere anche la prossima. Ma so anche che posso perdere, così come avrei potuto perdere le ultime due. È una linea sottile. Credo sia davvero importante, per noi tennisti, avere sempre fiducia quando entriamo in campo; quando questa fiducia manca, significa che devi fermarti un attimo e capire perché non ti senti così sicuro. Si può sempre perdere, e in queste due settimane ci sarà un solo vincitore, quindi qualcuno dovrà perdere per forza. Io però conosco il mio livello. So di poter vincere contro chiunque, so di poter mettere in difficoltà chiunque, soprattutto su questa superficie. Ma so anche che posso perdere delle partite, e questa linea sottile tra paura e fiducia è molto importante nel tennis.”
Qual è la chiave, per te, per goderti il tennis quando ci sono così tanta tensione e così tanta ambizione?
MATTEO BERRETTINI: “Ho capito che mi piace davvero pensare alla partita e a come sto gestendo i problemi che la partita mi presenta. Per tanto tempo pensavo solo: voglio stare bene, voglio sentirmi libero di servire, non voglio dover pensare al mio corpo. Per me la felicità passa anche da questo: dal fatto di non dover pensare al mio corpo. E anche se arriva qualche fastidio, so che fa parte del percorso. Prima lo consideravo qualcosa che non doveva accadere o che non poteva accadere, invece ho imparato ad accettare che a volte devo fermarmi, che a volte devo dire: no, non posso farlo. Questo sono io, questo è il mio corpo e questa è la mia carriera. Però so anche che posso rialzarmi. Quindi, invece di avere troppi alti e bassi, oggi sono un po’ più stabile, più equilibrato, e penso che questo sia molto importante.”
Ciao Matteo, complimenti. Vorrei chiederti se le sensazioni che hai in campo in questo momento qui a Wimbledon sono quelle del miglior Berrettini, sempre qui a Wimbledon ovviamente.
MATTEO BERRETTINI: “Non mi ricordo bene. Non mi ricordo, nel senso che qua mi sono sempre sentito bene, mi sono sempre sentito che la palla usciva bene, che servivo bene, che mi piaceva l’aria di questo torneo. So che oggi, secondo me, è stata una partita, e anche l’altro giorno, di veramente altissimo livello, che si è decisa su pochi punti. Arthur giocava veramente bene, da fondo serviva bene, rispondeva tanto. So che oggi è una partita da top 10, secondo me; poi lascio agli altri pensare quello che vogliono, però io sento di stare giocando un gran tennis e non so se è meglio o peggio di qualche anno fa, però sto bene.”
Ti ho visto con meno prepotenza e più intelligenza: la visione di gioco che hai sempre avuto sembra ancora più evidente. Tutti questi anni qualcosa insegnano?
MATTEO BERRETTINI: “È quello. Voglio dire, arrivare lì… Mi ricordo anni fa che Murray disse: ‘Matteo ha una delle migliori visioni di gioco che conosco ed è una parte sottovalutata del suo tennis’. Pensa che il mio primo maestro me lo disse quando non avevo 10-11 anni: ‘Non ho mai visto un ragazzino essere già così quadrato tatticamente’. È una cosa che anche i miei allenatori, prima della partita, ci tengono a ricordarmi, perché è un aspetto molto importante.
Variare con lo slice, giocare determinati colpi in determinati momenti, capire quando c’è da spingere e quando c’è da tenere un po’ di più, servire magari con un po’ più di taglio o un po’ più forte: quelle sono cose che ovviamente si sentono, ma è importante testarle. Soprattutto su una superficie come questa, variare tanto credo sia fondamentale. Il mio è comunque un gioco violento, nel senso che cerco sempre di tirare più forte possibile, però in determinati momenti quei cambi di ritmo e quell’accortezza tattica sono una chiave importante.”
UBITENNIS: Hai fatto una partita straordinaria, forse anche meglio di una partita da top 10. Hai vinto senza tie-break, hai perso il servizio solo due volte in 7 ore e 10 minuti e oggi lui non ha nemmeno risposto al 34% delle tue prime. Ti sembra di stare migliorando anche rispetto a prima?
MATTEO BERRETTINI: “Devo dire che hai ragione. Quello che abbiamo detto anche prima del torneo e prima della partita è che, ovviamente, quando servo così, quando trovo quel ritmo, mi tolgo da un sacco di problemi e mi porto a casa così tanti punti importanti. Mi dà anche la fiducia di sapere che, quando magari devo giocare una seconda o comunque c’è qualcosa da gestire, da fondo ho anche la tranquillità di giocare, perché so che il servizio sta funzionando bene. Q
Quindi è un qualcosa che si lega all’interno della partita e che si costruisce ovviamente dall’allenamento. Come hai detto giustamente tu, oggi non ho giocato tie-break, e quindi vuol dire che la risposta è andata bene. Secondo me, con qualche accortezza in più, avrei potuto fare anche qualche break in più. Tante volte ero sulla palla, ho sbagliato un po’, però quella è anche la bravura dell’avversario e delle condizioni: c’era un po’ di vento, quindi non è semplice. Però secondo me stiamo giocando bene.”
Tu crei emozioni, ed è un dato di fatto. Nel tuo tennis ideale, questa capacità di produrre emozioni nel pubblico che posto occupa?
MATTEO BERRETTINI: “Questa è una cosa bellissima che hai detto, grazie. Credo che alla fine i risultati siano ciò su cui tutti ci basiamo, però sono anche un po’ romantico e mi piace pensare che ci siano giocatori a cui ci si affeziona al di là dei risultati. È una cosa che mi ha sempre spinto a guardare determinati giocatori al di là delle vittorie e delle sconfitte, e a vivere le mie partite in maniera totale, buttandoci dentro tutto quello che avevo: la rabbia, la frustrazione, la gioia, le lacrime, i sorrisi.
Quindi credo che, se questo è quello che hai visto, è perché quando gioco sono immerso completamente in quello che faccio e mi ci butto dentro un po’ come faccio nella vita in generale. Mi piace proprio buttarmici dentro e vedere che cosa esce da quel miscuglio di emozioni. Il fatto che questa cosa si veda, per me, è motivo di grande orgoglio, perché sono un fautore dell’emozione, nel senso che mi piace pensare che, nonostante a un certo punto possiamo sembrare un po’ dei robot, comunque le emozioni dentro ci siano, ed è bello che vengano fuori.”
Negli ultimi tempi, adesso che stai tornando ad avere grande continuità negli Slam, hai cambiato qualcosa nella tua routine, nella tua alimentazione o nella tua preparazione?
MATTEO BERRETTINI: “No. Quello che ho fatto è stato un grandissimo lavoro mentale, un po’ quello che vi dicevo prima: accettare il fatto che io potessi sentirmi scomodo o comunque non al 100%. Sono sempre stato uno che pensava: per giocare uno Slam, al meglio dei cinque set, devo stare al 100%, altrimenti non si può fare. Quindi magari anche un 95% me lo facevo sentire come un 70%. Invece accettare che quel 95%, in quel giorno lì, è il 100% di quello che puoi dare, che è una cosa semplice da dire ma complicatissima da fare, è stato un passo molto importante.
Poi ovviamente ci sono le persone attorno a te che ti danno quella fiducia anche quando io tendo un po’ a fustigarmi, a buttarmi giù, a dirmi che non sono bravo abbastanza, che magari alcune cose me le vado pure un po’ a cercare. Invece ho la fortuna di avere intorno a me una famiglia e un team che veramente mi sostengono, mi assecondano, non come degli yes man, ma anche quando c’è da dirmi delle cose importanti non hanno paura di farlo. Credo che trovare una chimica così con le persone intorno a me non sia scontato e sono molto grato di questo.”
Ricordo la tua faccia a un anno fa dopo la sconfitta con Mick, quando avevi detto che forse qualcosa qui si era rotto. Quanto è stato difficile risollevarsi da quella buca e tornare finalmente a vederti giocare bene e sorridere?
MATTEO BERRETTINI: “È stato difficile, è stato difficile. Adesso mi viene da sorridere, però l’anno scorso non sorridevo così tanto. Era arrivato un momento in cui avevo bisogno di tempo. Ho posato la racchetta per un mese, ho ripreso in mano il giorno in cui mi sono allenato con Jan a Monaco. Sono uscito dal campo e ho detto: ‘Boh, chissà, forse questa è l’ultima volta’, perché ero proprio spento. Non mi emozionavo più, non ero lì, mi sembrava di stare facendo un favore a qualcuno. Quindi ho detto: ‘No, se dovessi continuare a giocare a tennis, voglio che quelle emozioni ci siano, che quello stomaco che ti fa venire un po’ le farfalle lo devo sentire’.
È stato difficile perché ho dovuto smontare un po’ tutte le mie basi mentali, quelle che avevo da quando ho iniziato a giocare. Quindi non sono più dovuto passare dalla performance; sono dovuto passare dal vivere il processo per arrivare alla performance. Sono dovuto passare dall’usare determinate cose che mi stavano continuando a dare fastidio fisicamente e quindi ci ho messo la testa, ci ho messo una toppa, ho detto: ‘Ok, la devo sistemare questa cosa’. E poi da lì, piano piano, siamo ripartiti con grande fiducia, ma con l’obiettivo di non sentirsi più come l’anno scorso qui. Penso che il fatto che siamo qui adesso con questi sorrisi voglia dire che il lavoro è stato bello.”
