PREMIUM Il caso Arnaldi-Dzumhur a Umago: quando l’Occhio di Falco non vuole vedere

A Umago il sistema elettronico considera buono un servizio dell’azzurro che il segno sulla terra mostra fuori. L’arbitro non può intervenire e ammonisce il bosniaco: la tecnologia dovrebbe aiutare l’uomo, non impedirgli di correggere un errore evidente

Di Carlo Galati
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Tre ore e 42 minuti, tre tie-break e una polemica destinata a rinfocolare una discussione che nel mondo del tennis è accesa da tempo. Damir Dzumhur ha battuto Matteo Arnaldi 7-6(5) 6-7(4) 7-6(4) nei quarti di finale dell’ATP 250 di Umago, al termine di una battaglia estenuante e incerta fino agli ultimi punti. Il bosniaco ha così conquistato la semifinale, nella quale affronterà lo slovacco Alex Molcan, mentre il sanremese ha lasciato il torneo con il rimpianto di un incontro rimasto costantemente in equilibrio.

La scena che ha riaperto il dibattito sull’impiego della tecnologia sulla terra battuta si è verificata durante il tie-break del primo set. Dzumhur era avanti 4-1 quando un servizio di Arnaldi è stato giudicato buono dal sistema elettronico. La palla, però, era fuori: non per una questione di millimetri invisibili a occhio nudo, ma in maniera sufficientemente chiara da scatenare la rabbia del bosniaco.

Dzumhur si è rivolto al giudice di sedia, il croato Marijan Veljovic con toni accesi: «Sii onesto una volta nella vita». Una frase certamente sopra le righe, che gli è costata un warning per comportamento antisportivo. La risposta dell’arbitro, tuttavia, ha mostrato il vero cortocircuito del sistema: non poteva effettuare un overrule perché la chiamata proveniva dall’Occhio di Falco. Poteva vedere l’errore, poteva constatare la presenza di un segno sulla terra, ma non aveva il potere di intervenire.

La macchina sbaglia, l’uomo non può correggerla

Il punto non è stabilire se la tecnologia sia generalmente più precisa dell’occhio umano. Con ogni probabilità lo è. Il problema nasce quando la sua decisione diventa irrevocabile anche in presenza di un errore evidente. Si passa così da uno strumento messo al servizio dell’arbitro a un’autorità assoluta che finisce per esautorarlo.

La terra battuta, inoltre, non è una superficie come le altre. È viva, cambia durante la partita, si muove, si asciuga, trattiene e solleva polvere, ma soprattutto, conserva il segno lasciato dalla pallina. Una prova materiale che sulle superfici dure e sull’erba non esiste e che rende ancora più incomprensibile l’impossibilità di verificare una chiamata manifestamente dubbia.

Il Roland Garros ha scelto anche nel 2026 di mantenere i giudici di linea e la possibilità per l’arbitro di scendere dalla sedia per controllare il segno. Una decisione controcorrente rispetto agli altri Slam e alla progressiva automazione del circuito, ma che il caso di Umago rende improvvisamente molto meno antiquata. Non si tratta di difendere il passato per nostalgia né di sostenere che l’uomo non sbagli. Si tratta di utilizzare, ove possibile, la capacità di giudizio dell’arbitro, il ritorno ai giudici di linea, e di evitare che il regolamento lo obblighi ad accettare passivamente anche l’errore della macchina.

A rendere il paradosso ancora più evidente è la sequenza dell’episodio: il sistema sbaglia, il giocatore protesta perché l’errore è visibile, l’arbitro ammette implicitamente di non poter fare nulla e alla fine l’unico a essere sanzionato è proprio il giocatore. Dzumhur ha esagerato nei modi, ma aveva ragione nel merito. Arnaldi ha poi conquistato i due punti successivi, risalendo fino al 3-4, prima che il bosniaco chiudesse comunque il tie-break per 7-5.

Quei lampi ignorati in nome di un’app

La scena di Umago ne richiama alla memoria un’altra, molto meno importante ma ugualmente significativa. Prima di una partita di un torneo, con nuvoloni neri sopra il campo e lampi perfettamente visibili, chiesi all’arbitro se avesse davvero senso cominciare. Sembrava evidente che da lì a poco il match sarebbe stato interrotto.

L’arbitro prese il telefono, controllò l’applicazione meteo e rispose che non era prevista pioggia. Si poteva giocare. Due minuti dopo, su Milano si abbatté una grandinata. Il cielo diceva una cosa, il telefono un’altra: si decise di credere al telefono.

È la stessa deformazione emersa a Umago. Non è colpa della tecnologia, ma dell’uso dogmatico che scegliamo di farne; l’Occhio di Falco è uno strumento prezioso, non un oracolo infallibile. Sulla terra, dove il segno resta e può essere controllato, dovrebbe esistere almeno una procedura di revisione affidata al giudice di sedia.

La tecnologia deve assistere l’uomo, non impedirgli di vedere ciò che ha davanti agli occhi. Altrimenti arriveremo ancora una volta al punto di ignorare la palla fuori perché il computer la considera buona. O i lampi nel cielo perché un’applicazione assicura che non pioverà.

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