L'incognita Murray tra l'Italia di Davis e il sogno semifinale (CLERICI), Tra l'Italia e l'impresa c'è di mezzo Murray (malato) (PERRONE), Primo assalto a Murray, Seppi punta su tifo e umidità (MARTUCCI), A Napoli i quarti di Coppa Davis C'è Murray fra l'Italia e Federer (FERRERO)

Rassegna stampa

L’incognita Murray tra l’Italia di Davis e il sogno semifinale (CLERICI), Tra l’Italia e l’impresa c’è di mezzo Murray (malato) (PERRONE), Primo assalto a Murray, Seppi punta su tifo e umidità (MARTUCCI), A Napoli i quarti di Coppa Davis C’è Murray fra l’Italia e Federer (FERRERO)

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L’incognita Murray tra l’Italia di Davis e il sogno semifinale (Gianni Clerici)
Stamattina alle 11.30 via alla sfida con Fognini-Ward Vigilia con giallo per un presunto virus dello scozzese Assente al sorteggio, si sono diffuse voci, poi smentite, del forfait di Andy. Rischio pioggia Nel corso della mia lunga e inefficiente vita professionale, non sono mai diventato un giornalista da scoop che, forse per derisione, giungo a chiamare sgub, come un famoso collega digi uno di inglese. Non dev’essere il caso di un mio giovane, e ancora poco conosciuto, collega napoletano, che di scoop sicuramente vivrà. Infatti, dopo aver notato l’assenza, durante la conferenza stampa del sorteggio, di Andy Murray, alle domande sul suoconto, alla risposta un po’ di raffreddore., e insieme alla sua conferma come singolarista opposto nel secondo match ad Andreas Seppi, io mi sarei limitato ad una banale trascrizione. Il futuro segugio ha invece inforcato la motoretta, si è precipitato alla volta dell’ Hotel Vesuvio, dove alloggia la squadra britannica, e ha foraggiato un dipendente, per apprendere che a Murray era stata servita la colazione in camera, e che non era ancora uscito. Poiché quasi tutti pensano che lo scozzese potrebbe portare due punti, e nel caso per noi peggiore tre, alla squadra britannica, anch’io non faticavoa capirequanto importante, addirittura decisivo, sarebbestato un suo malessere. Ho quindi occhieggiato il computer del mio promettentissimo collega, che dava per possibile assente Murray. E mi sono spinto a chiederne conferma ai miei colleghi Mike Dickson, del Mail, e Neil Harman, del Times. Ne è seguita un’immediata semi-smentita che ha retrocesso lo scoop ad un volgarissimo sgub, all’ipotesi di raffreddore, e al fastidio che un famoso tennista finisce a provare per la banalità di domande che gli vengono rivolte da noi cronisti. Stavo per cancellare un simile attacco del pezzo, quando mi son sentito dire, sempre dai miei colleghi che, anche in casa british, era nato qualche dubbio. Un Murray disturbato solo dal raffreddore, si sarebbe dovuto comunque allenare alle 17. Di fronteallaportadellospogliatoio avrei quindi iniziato, insieme ad altri segugi, un’attesa che si risolveva alle 18, quando il malato immaginario scendeva finalmente in campo a colpire palle vigorose insieme all’allenatore Colin Beecher. Un’Italia-Gran Bretagna che, priva di Murray, sarebbe stata una sorta di allenamento, ritorna ad essere un incontro probabilmente deciso dal doppio, specialità quasi scomparsa nei tornei, ma determinante in Davis.

Con la Gran Bretagna in cerca di una semifinale che manca da 16 anni Il fascino antico della Davis Tra l’Italia e l’impresa c’è di mezzo Murray (malato) (Roberto Perrone) Azzurri favoriti II numero 8 del mondo gioca debilitato da un virus: Fognini & co. contano sulla terra rossa e sul tifo di Napoli Una cozza assassina? D capitano di Coppa Davis britannico snocciola il (non particolarmente esaltante) menu di Andy Murray, numero 8 del mondo e grande attrazione, nonché pericolo pubblico numero i, dei quarti di finale tra Italia e Gran Bretagna all’Arena del Thnnis costruita alla rotonda Diaz con vista golfo di Napoli. Il monumento equestre al maresciallo che firmò il proclama della vittoria nella Grande Guerra è stato circondato dalle strutture, tutte sold out. La Davis è stata via, ma è tornata. Con una domanda: ci sarà Andy? Lo scozzese che scalò la montagna di Wimbledon, primo inglese 77 anni dopo Fred Perry, non si è presentato al sorteggio, rimanendo chiuso in stanza all’hotel Vesuvio con problemi fisiologici. Leon Smith ha spiegato che i frutti di mare, sul banco degli imputati, hanno un alibi: non erano presenti. «Abbiamo mangiato insieme: pasta, risotto e bistecca. I virus capitano a chi viaggia molto». E la dura vita del tennis, anche Fabio Fognini, numero 13 del mondo, è arrivato a Napoli con un ematoma sulla parte sinistra del costato, colpa di una racchettata derivata da un diritto un po’ anomalo durante il torneo di Miami. Non voluta come quella volta che Diego Nargiso, dopo un punto sbagliato, si massacrò la coscia. L’insalatiera contiene ricordi e mc-conti, ed è un piacere che siamo tornati a parlare di Coppa Davis, un tempo rifugio del nostro tennis, quando i tornei non ci davano soddisfazioni e non avevamo neanche un plotone di ragazze d’oro come quelle che sono diventate protagoniste negli ultimi anni. A proposito, sul lungomare napoletano c’è grande attesa non solo per i giocatori del Napoli, ma anche per la bella Flavia Pennetta, amica speciale (e forse di più) di Fabio Fognini. Attesa anche la pioggia e su questa fanno affidamento i britannici per aumentare la possibilità di recuperare Murray al loo per cento. «Sono convinto che lascerà la sua impronta in questo match», vaticina mister Smith. «Io spero che sia in campo», dice Corrado Barazzutti, capitano e gentiluomo. Ci sarà, ci sarà. Ieri sera, al tramonto, Andy è uscito dall’hotel e si è allenato regolarmente. Allarme rientrato. Esordirà contro Andreas Seppi nel secondo singolare. Sarà Fabio Fognini a darci la spinta contro James Ward (i6i), preferito a Daniel Evans (13o), ex scavezzacollo di Birmingham, 23 anni spesi un po’ troppo nei pub prima di rimettere la testa nella racchetta. Oltre ad essere più giovane ed avere un miglior punteggio del collega, è anche più dotato, ma è imprevedibile. Ward, 27 anni, è più solido ed è stato decisivo per portare a Napoli la Gran Bretagna ottependo il punto del 3-1 con la storica vittoria in cinque set sull’americano Querrey a Petco Park, San Diego. «Partiamo con un piccolissimo vantaggio. 11 match è equilibrato, ma giochiamo in casa e possiamo contare su un pubblico caloroso». Dove sta il vantaggio? Malgrado la presenza della cugina della Regina, Birgitte Duchessa di Gloucester, questa è (nostra) terra battuta e sir Andy Murray non ha mai fatto sconquassi sul rosso. Ammesso (e non concesso) che il campione di Wimbledon in carica faccia il suo, siamo nettamente superiori negli altri due singolari e più avanti nel doppio dove, a parte i nomi messi nel tabellone, giocheranno Fognini e Bolelli. Lo stesso vale per gli inglesi: accanto allo specialista Colin Fleming, ci sarà Andy per una coppia tutta scozzese. L’Italia manca da una semifinale di Davis da i6 anni, la Gran Bretagna da 33. Siamo in vantaggio 11-4 negli scontri diretti. «Possiamo farcela, ma ora conta il campo», la saggezza di capitan Barazza, che da oggi, come sempre, invecchierà un po’ di più.

Primo assalto a Murray, Seppi punta su tifo e umidità (Vincenzo Martucci)
 FOGNINI STA MEGLIO Murray, virus intestinale ma si allena In doppio con Fleming annunciato Hutchins, guarito da un linfoma. Oggi prevista pioggia NAPOLI t L’assenza di Andy Murray al sorteggio svilisce ancor di più la Gran Bretagna, già in ambasce contro il miglior Fabio Fognini e con un numero 2, Ward, l’eroe di San Diego, appena 161 del mondo, preferito al genio ribelle Evans, e comunque inferiore di qualità, esperienza e risultati al numero 2 italiano, Seppi. 11 fenomeno scozzese ha mangiato solo riso e bistecca, ma ha accusato un virus intestinale, con febbre. «Viaggia tanto, capita», minimizza capitan Leon Smith, scozzese anche lui: «E’ tornato a giocare il miglior tennis». 11 problema del n. 8 del mondo è che, sulla superficie più avara di successi, dovrebbe giocare anche in doppio perché pochi credono ai binomi annunciati: Bolelli-Lorenzi e Fleming-Hutchins. Quella del 29enne di Wimbledon sembra un premio alla vittoria contro il destino dopo il linfoma di Hodgkin di fine 2012, da numero 3 brit e 28 del mondo in doppio, dal quale è guarito l’anno scorso anche grazie all’aiuto di Murray. Che, dalle 18.30 alle 19.30, s’è allenato dopo i massaggi ed è apparso in forma. Personalità «Ogni giorno mi sento meglio, credo di aver recuperato», ufficializza Fabio. Che oggi si sveglierà sperando in un aiutino del cielo: non gli piace svegliarsi presto e un giorno di pioggia l’aiuterebbe. E Ward, il primo ostacolo di Italia-Gran Bretagna che vale le semifinali del 12-14 settembre (dopo 16 anni), magari in Svizzera, contro Federer e Wawrinka? «Non ci siamo mai affrontati ma qualche anno fa ci siamo allenati, in Spagna». Con chiosa di capitan Barazzutti: «Per i valori dei giocatori, il fattore casa e la superficie che non è l’ideale per loro, abbiamo un piccolo vantaggio». V.M. o IL N.1 DEI RIVALI o Andy Murray, 26 anni. Numero 8 al mondo ***

 

A Napoli i quarti di Coppa Davis C’è Murray fra l’Italia e Federer  (Federico Ferrero)
Oggi i primi singolari, Fognini ‘o pazzariello e Seppi contro il campione scozzese e il semisconosciuto Ward: si può fare FEDERICO FERRERO twitter@effe7effe ITALIA CONTRO SUDDITI DI ECIZA8ETH WINDSOR TORNA IN SALA OGGI, A TRENT’ANNI GIUSTI DAL FILM IN TECHNICOLOR DI TELFORD: Un nome che riporta al 1984, al vigoroso braceion di Gianni Ocleppo che smantellò la corazzata di cartapesta guidata da John Lloyd, noto come marito della signora Evert. Dalla bruma invernale delle Midlands, questo incrocio di Davis a campi invertiti sarà cullato in un altro mondo: il lungomare del golfo di Napoli, il tennis club ultracentenario e un campo centrale, il Carlo d’Ava-los, dipinto nelle tribune opposte con due immensi drappi alla Andy Warhol. La Union Jack di qua, il tricolore di là: una scenografia meravigliosa, che varrebbe già un tre a zero. Tuttavia di altro si ragiona, nelle ore della vigilia, soprattutto di un altro Andy: è Murray, lo scottish boy che il chirurgo ha riavvitato lo scorso settembre per risolvere una discopatia cronica. E lui l’uomo dai due punti e mezzo (o forse due, o uno solo), è lui il rebus da decifrare nella speranza di agguantare una semifinale dell’Insalatiera contro la Svizzera di Fede-rer e Wawrinka. Tolto dal contesto, Murray è sans doute troppo forte per gli azzurri. Ma il contesto c’è, e pesa assai: Andy non è ancora riuscito a recuperare appieno il suo vigore, nei mesi post operatori. Sulla terra poi, e si ripete da più parti, il campione di Wimbledon è solito offrire il peggio di sé: non che non sia vero, ma altrettanto correttamente va rammentato che il peggio di un fuoriclasse è pur sempre una semifinale a Parigi, due a Monte Carlo e una a Roma. C’è di più: arrivato a inizio settimana, il numero uno britannico sta procurando affanno al team di capitan Leon Smith, avendo fatto in modo di eludere un allenamento e la cerimonia di presentazione per un malessere allo stomaco. L’Italia, poi, ha il suo guaglione: Fabio Fognini, ‘o pazzariello di Arma di Taggia. Pd talento perennemente imbizzarrito piace definirsi così ma ora, giacché la sregolatezza si è messa a convivere col genio senza trucidarlo, le sue mattane vengono tollerate con maggior indulgenza. Fabio, 13′ tennista al mondo, sulla terra rossa è quanto di meglio l’Italia abbia avuto in dono dopo Pietrangei, Panatta e capitan Barazzutti: non è reato attendersi una sfida tra numeri uno in equilibrio, con alte probabilità di un match di gran classe. Fatti salvi i nobili, Smith ha preferito all’ex discolo Daniel Evans il più inquadrato James Ward, come numero due UK (e 161 al mondo). Figlio di un tassista londinese, Ward non è gommato per correre sulla polvere di mattone e pure un Andreas Seppi dalle prestazioni finora disarmanti – ha vinto quattro partite in tutto l’anno – dovrebbe evitare all’Italia capitomboli non preventivati. Dopo Fognini-Ward alle 11.30 di oggi, toccherà proprio al Seppi saggiare le condizioni del Vip di Dunhlane, fresco di separazione, subita e non voluta, dal coach Ivan Lendl e ancora in attesa dell’ispirazione smarrita dopo i Championships dell’ultima estate. Va’ ölimroeanittiuroteseaaa, direbbero i partenopei. Non c’è fretta, Murray, nessuno ti rincorre: prenditi ancora questo weekend di mare. ***

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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