L’italtennis riscrive la storia. E’ semifinale Davis dopo ben 16 anni (Martucci, Valesio, Perrone, Semeraro, Clerici, Palizzotto)

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L’italtennis riscrive la storia. E’ semifinale Davis dopo ben 16 anni (Martucci, Valesio, Perrone, Semeraro, Clerici, Palizzotto)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi 

Un fantastico Fabio batte Murray e trascina gli azzurri in semifinale di Davis dopo 16 anni

 

Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport del 7.04.2014

 

 

Nessuno, nemmeno suo padre, lo stravolto, tifosissimo, Fulvio. Nemmeno la sorella idolatrante, Fulvia, nemmeno la mamma-mamma, Silvana, nemmeno lui, Fabio Fognini, l’ultimo vero eroe del tennis italiano, avrebbe scommesso non di battere Andy Murray, perché sulla terra rossa era possibile, fra due che peraltro sono coetanei e si fronteggiano dai 12 anni. Ma riuscirci addirittura per tre set a zero e con l’Italia con le spalle al muro, sull’1-2 dei quarti di finale di coppa Davis, era davvero impronosticabile. Eppure è successo. Ancora una volta, nello sport in generale e nel meraviglioso sport italiano in particolare, è successo: come implorava uno striscione («San Gennà, fang stù miraci») e con la benedizione di Maria, l’arbitro francese sosia dell’antipatico Bastianich di Masterchef. E così gli azzurri, grazie alla miglior prestazione di sempre della loro storia – considerata la situazione e il calibro dell’avversario Murray, 8 del mondo -, sono zampillati come lapilli del vicino Vesuvio dall’inferno della quasi eliminazione al purgatorio del 2-2  e poi, con il terzo punto di Andreas Seppi contro James Ward, sono tornati dopo 16 anni al paradiso delle semifinali. Purtroppo in Svizzera, contro Federer e Wawrinka, e quindi presumibilmente su un campo molto veloce indoor, il 12-14 settembre. Panetto Che Fabio fosse in crescita, dopo la botta al costato di Miami, e una settimana senza allenamenti, si era visto, a tratti, già dal disgraziato doppio di sabato con l’amico Simone Bolelli. Che avesse una gran voglia di togliersi gli schiaffi dalla faccia, come si dice da queste parti, si era capito da mille segnali da puledro purosangue, il primo azzurro che vale i primi 10 del mondo (oggi è 13) da Adriano Panatta e compagni Anni 70. Che ne avesse le possibilità si sapeva dal 2009 a Montecarlo, quando, grezzo e inesperto, mise alle corde lo scozzese col suo gioco-champagne, un tira e molla impetuoso da fondocampo a rete, con violente accelerazioni sul dritto (tallone d’Achille di Andy) e micidiali smorzate spezza-gambe: un ritmo impossibile per il campione di Dunblane. Possibilità aumentate oggi, con Murray che non gioca stabilmente sulla superficie più avara da due anni, per via dei problemi alla schiena, e con Fognini che, invece, in estate ha infilato tre finali in tre settimane sul rosso europeo, firmando Amburgo e Stoccarda e fermandosi sotto il traguardo a Umago, per continuare quest’anno con i tre punti in Argentina in Davis, col titolo a Vina del Mar e la finale a Baires. Perciò il sigillo numero 25 nelle ultime 27 partite sulla terra era plausibile, anche se Murray è appena il terzo «top ten» battuto da Fabio, il primo dei «Fab Four». Superiority Ma quello che sorprende davvero nell’indimenticabile 6-3 6-3 6-4 in 2 ore e 20 minuti, è il modo, i 34 vincenti, la magica, irrefrenabile, annichilente, superiorità tecnofisica che fa volare il 26enne ligure dall’inquietante 1-3 iniziale, troppo pieno di tensione, al 6-3. Un volo fors’anche benedetto dall’arrivo della sua amica particolare, Flavia Pennetta, nella tribuna presidenziale del fantastico circolo sul golfo di Napoli. E sicuramente dettato dalla riscoperta di palle corte, dritto contro dritto e fulminee discese a rete. Con gli applausi di mitico Nicola Pietrangeli: «Finalmente un giocatore che fa pensare il suo avversario, ormai hanno tutti un gioco così meccanico che la palla corta li disorienta, ci arrivano pure, ma sono fuori posizione, fuori dallo schema classico. Bravo, Fabio». Un cocktail micidiale per la regolarità di Andy, shakerato col frizzante tifo di casa, comunque abbondantement nei limiti della normalità di coppa Davis. Come avrebbe convenuto lo stesso campione di Wimbledon olimpico-Us Open- Wimbledon classico, salito nel 2009 fino al numero 2 del mondo. Bolero Il gioco di Fognini è salito e salito, inesorabilmente, insieme al tifo dei 5000 di Napoli, soffocando Murray sempre più in difficoltà al servizio. Fino a fargliene perdere due di fila, e quindi il set, il comando del match e dei nervi. E quindi buttando alle ortiche le due palle-break che l’italiano torna a concedere, dopo un’ora e un quarto sul 2-3 del secondo set. Poi, frustrato nell’imbuto di un gioco che non trova più sbocchi, sbaglia tutto e cede due servizi di fila, fino al suicidio del terrificante doppio fallo del 3-6 3-6, dopo un’ora e mezza. Da lì in poi, il famoso «Muzza», l’eroe che ha riportato un britannico sul trono di Wimbledon 77 anni dopo Fred Perry ed aveva vinto 19 singolari Davis di fila dall’esordio 2005, ha iniziato a boccheggiare davanti all’ex pazzariello Fognini dei tornei juniores. Che sembra aver messo la testa a posto col coach spagnolo José Perlas e schizza per il campo come un gatto, imprendibile. Storia Come in qualsiasi commedia dell’arte, c’è stato ancora almeno un game difficile, il terzo, di 12 punti, per l’italiano. C’è stato il protagonista che vomita sul terreno al cambio campo del 4-3, per la tensione. C’è stato il bau bau ospite che, dopo 33 anni, tentava di riportare il suo paese alle semifinali di coppa Davis, e quindi ha gettato comunque le ultime energie sotto il sole sempre più caldo, salvando due match point di classe e disperazione. Ma poi, sul terzo, ha affondato esausto il dritto a metà rete. Così, Fognini ha mimato Luca Toni, come a dire al pubblico…

Fognini fa l’eroe sotto gli occhi della sua Flavia

Piero Valesio, tutto sport del 7.04.2014

 

E’ arrivata, si, no, forse. Ma se è arrivata dov’è? La voce serpeggia fra i cinquemila che affollano l’arena dove si gioca Gran Bretagna-Italia. Lei non può essere che Flavia Pennetta, la neo fidanzata di Fabio Fognini di cui fino a sabato non s’era avuta traccia. «E difatti si è visto…» sussurra una voce maligna alludendo ai benefici effetti che la vicinanza con colei di cui ci si è recentemente innamorati può portare in dote all’innamorato; oppure ai danni che nell’innamorato può causare la sua assenza. Flavia c’è, è vero. Leggiadra e di bianco vestita. E a fine incontro sarà impossibile non notare che la sua stessa presenza è coincisa con una rivoluzione copernicana nel gioco di Fabio almeno rispetto ai giorni precedenti. Potenza dell’amore? E’ anche possibile che sia vero. BRAVO «Sono arrivata di buon mattino giusto per vedere questo incontro. Ne valeva la pena che dite? Però non dite che io c’entro. Io non ho fatto niente, ho solo guardato il match. Il merito è solo di Fabio e di quello che è riuscito a fare. Che è tantissimo». A giudicare da come ha giocato e considerando per vera la tesi prima esposta che l’amore giovi ai risultati sportivi, si potrebbe pensare che tu sia arrivata la sera di sabato. Giusto in tempo per rimettere insieme i pezzi di Fabio dopo il doppio. «Sapeva benissimo anche lui di cosa aveva bisogno: di reagire. Di mettere in campo una reazione forte. Lo doveva a sé stesso e al pubblico che è venuto a vederlo. In più non stava bene, la sapete. Ci è riuscito perchè è lui a essere un campione. Non aggiungo altro». Certo che l’alleanza sentimental-sportiva fra Fabio e Flavia al suo nascere ha ottenuto risultati insperati: una vittoria di lei a Indian Wells e il trionfo di lui contro Andy Murray, terza occasione in carriera in cui è riuscito a superare un top ten. Aspettando di diventare tale anche lui stesso ovviamente. Obiettivo che potrebbe raggiungere fra nemmeno molto tempo. MATTO E mentre Flavia si diletta nello scagliare gavettoni d’acqua sui maschietti azzurri, c’è Nicola Pietrangeli che coccola con lo sguardo quell’atleta brevilineo che incarna nel suo tennis non solo i dettami dei tempi moderni, ma anche una certa sensibilità di tocco che appartiene, per l’appunto, all’epoca in cui Nik giocava. «Fabio ha stroncato Murray con tantissime palle corte? Io gli avrei detto di provarne ancora di più. Di farlo impazzire di palle corte. Perché Fabio la capacità di eseguirle alla perfezione ce l’ha; e gli altri, per quanta forti siano, non se l’aspettano»: Ma non si arriva a battere Murray in Davis soltanto con le palle corte. Nik, come ci è riuscito Fabio tra l’altro trasformandosi nel giro di una notte? «Lui è talmente matto da provare un’impresa del genere e soprattuto da riuscirci. Se non fosse cosi non sarebbe lui. Invece possiamo dire di avere, adesso, non solo un ragazzo eccezionale, ma anche e soprattutto un giocatore che può arrivare molto in alto. Anche grazie alla sua follia». FORTE Corrado Barazzutti di campioni ne ha visto tanti, moltissimi li ha affrontati sul campo. Per cui c’è da credergli quando dice: «Fabio è il giocatore italiano maschio più forte che abbiamo avuto negli ultimi diciamo 15 anni. Uno così cí voleva, per pareggiare il conto con le ragazze che vincono a man bassa da anni… E’ stato straordinario così come Andreas è stato eccezionale a mantenere i nervi saldi e conquistare il punto che mancava. Si diventa grandi per tanti motivi: c’è il lavoro, certo, c’è la sicurezza di lavorare assieme ad altri per raggiungere un obiettivo comune. Fabio ha tutto questo, adesso. E ha dimostrato che sulla terra vale una classifica altissima: è uno dei primi al mondo». Inevitabile che un pensierino voli a Roma, massima espressione annuale del tennis italiano, che attende da tempo immemorabile un finalista azzurro, se non un vincitore. Ma se si deve cercare un momento per sperare, vale la pena di prendere in prestito un titolo di Primo Levi: se non ora, quando? VENDETTE Intanto prepariamo armi e bagagli per la trasferta che porterà l’allegra brigata italiana in Svizzera per la semifinale contro Federer e Wawrinka. Non finì bene a Genova qualche anno fa. A metà settembre si giocherà indoor sul veloce contro una squadra che, nelle medesime condizioni, ha rischiato il tracollo contro i piemontesi-kazaki. Pochi mesi dopo la sfortunata finale di Milano, nel 1999, l’Italia fu eliminata dal gruppo mondiale proprio dalla Svizzera in cui giocava (battè Sanguinetti) un giovane Roger Federer. Da quel giorno iniziò un lungo periodo faticoso per l’Italia di Davis. Forse sarebbe il caso di prendersi una piccola vendetta, se possibile.

 

 

Fognini l’eroe innamorato prende in spalla l’Italia

 

Roberto Perrone, il corriere della sera del 7.04.2014

 

 

«Niente voglio e niente spero ca tenerte sempe a fianco a me!». Le strofe di «O Surdato Nnammurato» scuotono lo stadio alla Rotonda Diaz. Cantano tutti per Fabio «the Fab» Fognini, ligure di Ponente, calciatore per passione, tennista nel pieno della sua maturità, che gioca la partita perfetta, senza sbavature («Con questa continuità non me l’aspettavo neanch’io»), da soldato innamorato, con la sua musa, finalmente, in tribuna a sostenere il cambiamento dell’ex distruttore di racchette. L’amica «speciale» Flavia Pennetta è lì, bella e partecipe. Fabio Fognini schianta Andy Murray in tre set. Ci cospargiamo il capo di cenere ma non cre – devamo nell’incredibile, dopo il crollo verticale nel doppio, dopo il sabato in cui a Fabio non riesce nulla, neanche, come svela su Twitter, il test antidoping: gli occorrono q ore e 30′. L’Italia supera la Gran Bretagna 3-2. Dopo l’Everest di Fabio (terzo top io battuto in carriera), Andreas Seppi non può non salire sulla sua mezza collina, annientando James Ward, l’eroe di San Diego che qui oppone solo una fiera, ma inutile resistenza all’inevitabile. E tornata la Coppa Davis all’italiana, tormento ed estasi. Il bello dell’insalatiera è che, per definizione, è mista. Il grande match di Fognini contro Murray potrebbe rimanere una scatola vuota (a parte l’accresciuta autostima personale) se Andreas Seppi non completasse il percorso. E questo accade. Il parziale domenicale è sei set a zero per l’Italia che, 16 anni dopo, torna tra le prime quattro del Gruppo Mondiale. Ci attende la Svizzera a casa sua, ma questa è un’altra storia «Per ora ci godiamo questa vittoria di carattere, di spessore morale, le grandi doti di questi ragazzi» commenta capitan Barazza. È un altro Fognini quello che si presenta davanti alla statua equestre del generale Armando Diaz, quello del bollettino della vittoria del 1918. E anche i numerosi tifosi britannici, che nei giorni precedenti erano stati superiori in tifo e sostegno ora «risalgono in disordine le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza». Basta vedere il volto corrucciato di Andy Murray che non crede ai suoi occhi, che scuote i riccioli come se fosse Harry Potter a cui hanno rubato la bacchetta magica. «La verità è che io ho semplicemente giocato peggio. Lui ha risposto benissimo e ha tirato sempre sulle linee». Dopo 19 successi di fila in Coppa, Murray, incassato il primo game strappando il servizio a Fognini, tiene il suo e sul 2-o si illude di essere in discesa. Invece, comincia il Fognini show. The Fab Fabio non sbaglia nulla, fluttuando nella bolgia, domandola: le righe, gli angoli sono posti conosciuti dove i colpi di Fognini si depositano comodi. Dopo quel primo servizio perso, lascia solo due possibili break a Murray. Tira palle corte stordenti, incrocia diritti da campione, serve solido e regolare (anche se è qui che prova ancora un po’ di dolore). Andy si arrende, senza alibi. «In Davis è sempre così, è giusto che il pubblico di casa sostenga i suoi tennisti». L’unico momento di paura è sul 4-3 del terzo, quando Fabio ha dei conati di vomito. Tensione, affanno, mai paura. «Ci ho messo la faccia e anche qualcosa di più. Ho risposto presente. Ha pagato. Ho lavorato tanto per un momento come questo. È uscito fuori il mio miglior tennis. Dolore? Il primo giorno di più». Fabio guascone tenero, soldato felice. Un altro sportivo che si fortifica sul senso di accerchiamento, cerca i nemici, conta chi ci credeva e chi no. Corrado, il nostro ingobbito speciale, racconta: Sicuramente sabato non eravamo abbattuti, perché c’era ancora da giocare». Così, sul 2-2, ecco Andreas SeppL In fondo il piano originario è rispettato. Cambiati i fattori, resta il pro-dotto: 2-2 e ultimo match decisivo. Andreas, che quest’anno ha fatto fatica a superare il primo turno, ammette che «quand ho visto Fabio battere Murray ho pensato che non potevo sprecare questa occasione». James Ward resiste un set, quando i due contendenti perdono otto servizi sui dieci giocati. Dopo la storia del match si affievolisce. Ward aggrappato solo al servizio e agli errori di SeppL Andreas, nel terzo, si prende due break di vantaggio così può sprecarne uno. Poi accende la festa. Un pensiero ci consola, canterebbe il soldato innamorato pensando alla sintesi di capitan Barazza: «Se non stanno attenti, con noi rischiano tutti».

 

Fognini, colpo da Masaniello e l’Italia riscopre la Davis

 

Stefano Semeraro, la stampa del 7.04.2014

 

Gli azzurri superarono gli Usa a Milwaukee, poi cedettero con la Svezia a Milano nell’unica finale giocata in casa GIOIA SEPPI «La vittoria più bella. Ero nervoso, alla fine il braccio era pesante ma ho giocato un gran game» LA RESA DELLA GRAN BRETAGNA Con carattere Seppi batte Ward e portail punto del 3-2 Apoteosi a Napoli STEFANO sn ERaso RINASCIMENTO Nel periodo oscuro finalmente alle spalle anche una sconfitta in serie C contro lo Zimbabwe Se ne va, se ne va, se ne va, l’Italia – come cantano i 5000 spettatori di piazzale Diaz, ballando sulle tribune sparate in faccia o’ mare di Napoli, contro il più bello dei fondali possibili. Se ne va in semifinale di Coppa Davis, come non capitava dal 1998. Sediti anni lunghi e quasi sempre amari, nei quali ci è toccata anche l’umiliazione della serie C, sconfitti dallo Zimbabwe, che a ricordarlo oggi non sembra neppure vero. Ce la giocheremo a settembre, in trasferta contro la Svizzera di Federer e Wawrinka, uscita solo al quinto decisivo match dall’incubo Kazakistan. La firma sotto il bollettino finaleè di Fabio Fognini, generale azzurro che non ha mai smesso di essere Masaniello, solo con più razionali-ta. Cuore sempre caldo ma capa (relativamente) fredda. «Ci ho messo la faccia», dice lui, un po’ Balotelli un po’ Matteo Renzi, e il bello per tutti è che non l’ha persa, anzi. Dopo il passo falso di sabato in coppia con Bolelli ha messo sotto 6-3 6-3 6-4 Andy Murray, il numero 8 del mondo, poi ha lasciato ad Andreas Seppi il compito di portare contro Ward (n.161 Atp) il punto del 3-2, dopo uno spruzzo di pioggia. Alla vigilia pareva un miraggio, un’impresa da San Gennaro. D Fogna l’ha fatta sembrare quasi facile, due ore e 17 minuti di grande tennis su terra battuta. Un frullare di ritmi, di variazioni, di rovesci traccianti e dritti fulminanti, nove drop-shot vincenti (su undici tentati) che hanno prima deragliato, poi scorato Murray, magari un filo stanco dopo le oltre quattro ore passate in campo sabato, ma molto british nel riconoscere col cuore triste che «Fabio di solito nei match ha alti e bassi, ti fa respirare; oggi invece mi ha sorpreso per la continuità. Il merito è tutto suo». Onesto, ancora prima che generoso (e infatti da bravo scozzese per regalare la racchetta a papà Fognini ha scelto accuratamente quella rotta). Un’impresa che ricorda quella di un altro talento febbrile, il Canè capace di sfibrare Wilander a Prato nel ’90, oppure il Camporese riciclato da Panatta ad Ancona nel ’97, distruttore di Carlos Moya (e guarda caso sia Moya sia Wilander a quei tempi erano n.8 Atp). Masaniello è cambiato, Masaniello è cresciuto. Gli occhi al cielo, i calci alle bottigliette, le risse verbali con gli arbitri restano – e ieri pure tre-quattro conati di nervoso alla Messi, sotto gli occhi di Flavia Pennetta arrivata apposta a Napoli per coccolarselo. La differenza è che adesso Fabio sa tenere al guinzaglio i demoni, governare le voci di dentro. «Finalmente ha capito che doveva crescere, se non voleva restare il solito cazzone italiano», spiega papà Fulvio. «II merito è anche di Pep Perlas, il coach, e della moglie psicologa. Ma in fondo si chiama maturità». E l’età della ragione che da qualche tempo sembra attraversare come una scossa, prima rosa shocking, ora azzurro pieno, tutto il nostro tennis. Nel 2009 il numero 10 nel ranking di Flavia Pennetta – da un paio di settimane tornata al n12 – nel 2010 il bang della Schiavone a Parigi, poi i successi di Sara Errani e Roberta V’mci, nel 2011 la risalita nel tabellone principale della Davis, la vittoria di Gianluigi Quinzi nell’under 18 di Wimbledon. La semifinale di Davis arriva al momento giusto, è insieme un traguardo e un’occasione di rilanciare l’immagine, la popolarità del tennis. «Mi fa piacere soprattutto per i ragazzi – sorride sornione Barazzutti, che di mestiere fa anche il capitano di Fed Cup – perché altrimenti le ragazze rischiavano di scappare troppo in avanti». Hanno fatto da elastico, le girls. I maschi come capita spesso nella vita, arrivano a rimorchio. «Andreas l’anno scorso è stato n.19 del mondo – racconta Barazzutti – Fognini oggi è n.13, punta alla top-10 ma sulla terra vale già i 3-4 più forti del mondo. Questa è una squadra omogenea, matura, che dopo la delusione del doppio ha saputo vincere di carattere, reagendo insieme. Se giochiamo sulla terra possiamo giocarcela con tutti. La Svizzera in trasferta? Godiamoci la vittoria. Sapendo però che con noi, se non stanno attenti, rischiano». L’impressione è che, comunque vada, sarà un successo.

 

Che Italia. E’ semifinale Davis

 

Gianni Clerici, la repubblica del 7.04.2014

 

Nel momento in cui i miei colleghi inglesi, preoccupatissimi per le condizioni fisiche di Andy Murray, distoglievano lo sguardo dal mio informatissimo notes statistico, mi sono ritrovato ad intonare “o’ surdato’nammurato”, insieme a qualche centinaio di spettatori entusiasti per gli eroismi di Fognini. Devo confessare che il mio entusiasmo non raggiungeva la sonorità di un gruppetto carnevalesco di imparruccati tricolori che, tra la prima e la seconda palla di servizio suggerivano addirittura allo scozzese “looser, looser” e cioè “perdente, perdente”, senza rendersi conto di far torto a Fognini, che continuava a mostrare, con intenta correttezza, le qualità opposte, quelle di un vincente molto positivo. L’avevo incontrato, Fognini, su un divanetto del bar di questo antico club prima della partita. Aveva già un’aria intenta, tanto che – vergogna – non mi ero reso conto di una donna che gli sedeva al fianco, sinchè, mentre si sollevava a regalarmi due bacini sulle guance, avevo sentito il profumo di Flavia Pen-netta. «Spes ultima dea» si era affrettato a mormorare Fabio, trovandomi d’accordo, certo per ragioni meno istintive. Ricordavo che, pur decorato con le rosse medaglie di semifinali al Roland Garros, Montecarlo, Roma, Andy non poteva dirsi uno specialista della terra, al contrario del nostro eroe. E, per giunta, un campo appena allestito, volutamente lento, aveva raggiunto grazie alla pioggia le caratteristiche meno adatte a Murray, e al suo tennis in progressione. Su quelle dune Fabio ci si sarebbe dovuto ritrovare, specialmente peri cambiamenti di ritmo, di rotazione della palla ( lift e slice ) e di un colpo che è divenuto sempre più importante per interrompere il tran tran roboticodegli scambid’oggi,ilraf-finatissimo drop-shot, il colpo goccia, in italico smorzata. Doveva quindi essere, questo Fogni-ni confortatodaFlavi a, benconsciodi possibilità che andavano oltre lo “spes ultima dea” e, non appenainiziatoil match, mel’avrebbe confermato con i fatti, non solo grazie alle ripetute invocazioni a San Gennaro di un mio vicino che non cessava di mormorare “fang stu miraci”. Non per mettere in dubbio l’assistenza divina, ma Fognini impiegava non meno di cinque games per ritrovare se stesso, una posizione in campo più avanzata e, dopo la difficile mezz’ora iniziale, conquistava il set con un parziale di 21 punti a 6. Cercava, un Murray avvisato, di accelerare, per quel poco che gli permetteva Fabio, ma così facendo non guadagnava certo regolarità, anche perché, come mi ricordava il mio vicino Claudio Giva, non era indenne dalle tossine delle quattro ore e venti della prosecuzione del singolare e del doppio di ieri. Nulla sarebbe mutato in un terzo set per un Murray sinceramente disperato, sempre più dimentico di una qual-siasi scelta tattica, cieco nel colpire con violenza e sempre più incline ad attribuire responsabilità alle dune di terra, graffiata da un paio di scarponi sempre meno mobili. Questo pareggio che portava le squadre sul due pari era in realtà una vittoria travestita. Solo circostanze irrazionali, solo un infortunio, un improvviso harakiri, avrebbero impedito a un giocatore del livello di Andreas Seppi di perdere contro un bravo giovanotto,Ward, che non è tra i primi cento del mondo ed è del tutto privo del talento necessario alle eroiche imprese. Faticava un tantino più di quanto gli sarebbe accaduto nel primo turno di un torneo, Andreas, ma il suo tennis di superiore categoria affiorava via via, sino a completare una vittoria che, va riconosciuto, rimarrà nei nostri annali col nome di Fabio Fognini.

 

San Fognini fa il miracolo Coppa Davis

 

Daniele Palizzotto, il tempo del 7.04.2014

 

Il miracolo di San Gennaro, per un giorno nelle vesti dell’azzurro Fabio Fognini. Invocato dopo la cocente sconfitta nel doppio e richiesto dai tifosi sugli spalti al patrono di Napoli («San Gennaro fanc’ sto miracolo») si è realizzato davvero: dopo 16 anni l’Italtennis torna nelle semifinali di Coppa Davis superando 3-2 in rimonta una Gran Bretagna tradita dal suo unico giocatore all’altezza, il campione di Wimbledon, Andy Murray. Nonostante il punto decisivo porti la firma del numero due azzurro Andreas Seppi contro il modesto Ward (6-4 6-3 6-4), il palconoscenico spetta senza dubbio all’eroico Fognini, improvvisamente tornato ai livelli degli ultimi mesi. Nell’arena napoletana, finalmente gremita e calorosa dopo un weekend freddo e do- INFO Calendario L’Italia tornerà in campo perla semifinale di Coppa Davis il 12-14 settembre opposta, in trasferta, alla Svizzera. La Francia ospiterà la Repubblica Ceca. Occhi puntati ora sul «rosso» degli Internazionali Bnl d’Italia (11-18 maggio) edel Roland Garros (26mag-2giu) minato dai tifosi britannici, il tennista ligure ha giocato il match perfetto, «uno dei migliori della mia carriera», contro lo spauracchio Murray. I13-1 iniziale con cui lo scozzese ha spaventato il pubblico italiano non deve ingannare: Fognini ha regalato il break d’apertura, ma da quel momento ha controllato il match, piazzando un parziale devastante, cinque game a zero, 21 punti a 6. «Stanco» peri due punti vinti il giorno precedente, nonostante le due palle break avute sul 3-2 del secondo set Murray non è più rientrato in partita, dominato dal ritmo imposto da Fognini, accelerazioni letali alternate a precise palle corte (32 vincenti a 17 per l’azzurro per il 6-3 6-3 6-4 finale). «Non ho avuto pause – ha esultato il ligure, numero 13 al mondo – sono sempre rimasto concentrato perché credevo nella vittoria, anche se magari non così netta. Ero teso, ho anche vomitato un paio di volte in campo, ma sulla terra valgo tanto e stavolta, come sempre in Davis, ci ho messo la faccia e anche gli attributi». Al resto ci ha pensato Seppi, nonostante qualche passaggio a vuoto e un’interruzione per la pioggia. Perdere con un Ward meno preciso rispetto al match contro Fognini, del resto, sarebbe stato un oltraggio: «Fabio ha giocato un gran match -haammesso Seppi – per me entrare in campo sul 2-2 è stato psicologicamente difficile. Per questo la ritengo una delle tre partite più importanti della mia carriera». «Fognini è ilmiglior giocatore italiano degli ultimi 15 anni – ha riconosciuto capitan Barazzutti – e io credevo nella rimonta. La semifinale? Ora godiamoci questo successo, ci serviva proprio dopo le tante gioie ricevute dalle ragazze». E ringraziamo San Fognini. I prossimi avversari Federer sulla spada degli azzurri

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Crivelli). Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Cocchi). Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 26 settembre 2022

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un calcio al recente passato. Da attaccante vero, come quando correva e segnava con la maglia delle giovanili dell’amato Torino. Lorenzo Sonego si lascia alle spalle un 2022 di tanti tormenti e poche gioie e torna ad alzare un trofeo, il terzo in carriera, a Metz Come spiegava coach Arbino, Lollo è un giocatore «che ha sempre trasformato la tensione in un’arma, in carica positiva e di adrenalina, evidentemente nel suo percorso di maturazione è giunto a una fase in cui pensa di più e a volte questo sul campo può essere controproducente».

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Il tiebreak del primo parziale è lo spartiacque della sfida, perché il match in pratica finisce lì. Bublik perde la testa dopo una protesta perché Sonego avrebbe impiegato troppo tempo a chiedere il Falco, e da quel momento infila un servizio da sotto dopo l’altro, poi sulla palla del doppio break per l’azzurro impugna la racchetta al contrario e colpisce una volée con il manica l’azzurro ringrazia e sale 4-1. Il pubblico fischia, il kazako ride e si inchina verso i tifosi che non nascondono la loro indignata disapprovazione: «Giocare contro Alexander è sempre divertente, non sai mai cosa aspettarti però è un giocatore forte e imprevedibile, ha cominciato molto carico, poi nel secondo set era stanco e io ne ho approfittato».

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Sonego, intanto, vince il terzo torneo sulla terza superficie diversa (dopo l’erba di Antalya e la terra di Cagliari) e si rilancia: «È stato un anno difficile. Ho lavorato molto, soprattutto fisicamente e sul servizio e nei colpi di inizio gioco, ma non riuscivo a concretizzare. Sono felice perché finalmente sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, dovevo avere solo fiducia in quello che stavamo facendo».

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«Sono contento di avere anche ritrovato l’anima da combattente, che in alcuni momenti, forse anche un po’ per stanchezza, mi era mancato. Mi sono sentito libero in campo, con le idee chiare, con la giusta voglia di lottare». Con la vittoria, torna in top 50 (sarà 44): «Alla classifica non guardo in questo momento, forse il fatto di essere sceso nel ranking mi ha fatto provare una situazione diversa che mi ha fatto crescere». Per lui, comunque, un posto nella storia c’era già, perché è stato l’ultimo avversario sconfitto da Federer, negli ottavi di Wimbledon 2021: «Ho visto il suo ritiro, è stato da pelle d’oca. Per me lui rappresenta tutto. Ho iniziato a giocare perché vedevo lui, le sue partite erano le uniche che non potevo mai perdermi». Bentornato, Sonny Boy.

Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Lo svedese che ha illuminato il tennis diventandone leggenda si è ritirato giovanissimo, ma la sua iconica rivalità con John McEnroe continua. Anche con i capelli bianchi Lui sulla panchina dell’Europa, lo statunitense alla guida del Resto del Mondo. E se nella vita con la racchetta i loro confronti sono cristallizzati su un perfetto 7-7, in Laver Cup Bjom Bjorg dopo la sconfitta di ieri, è avanti 4-1.

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Borg, quanta storia del tennis qui a Londra. Lei, McEnroe, Federer, Nadal, Djokovic… «Il tempo e i campioni passano, ma il tennis resta. Va avanti, sopravvive a qualunque giocatore. Il tennis è più grande di tutto». Cos’ha rappresentato, e rappresenta Roger Federer? «Per il giocatore parlano i titoli e quello che ha fatto sul campo. Ma il suo merito più grande è stato portare il tennis a un altro livello. Roger è un’icona globale, è ammirato, amato, applaudito da tutti Ha ispirato altre generazioni. E poi è umanamente una grande persona, gentile, affabile, disponibile». Il momento dei saluti è stato molto commovente. «L’impatto emotivo di quell’immagine, di Roger in lacrime, è stato forte. Per me, essere accanto a lui nel giorno del suo saluto, come amico oltre che “collega” è stato importante».

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C’è qualcosa che ha mai invidiato allo svizzero? «Non sono un tipo invidioso, ma avendone la possibilità penso che gli avrei rubato… lo slice di rovescio». E cosa pensa di questo grande legame con il rivale Nadal? «Sono stati sul circuito insieme per tanti anni. Hanno vissuto le stesse esperienze. Si sono motivati a vicenda e sono migliorati grazie al confronto costante. Che Rafa abbia scelto di lasciare casa sua solo per venire qui ad accompagnare Roger in questo momento è un valore aggiunto della loro amicizia. Il finale perfetto». Matteo Berrettini è entrato in gara per sostituire Federer e il suo contributo alla squadra europea è stato importante… «Matteo è un tennista fantastico, e *** grande potenza, grande forza Ed è un bravissimo ragazzo. Ha giocato già lo scorso anno qui e sta continuando a crescere e migliorare come tennista. Averlo con noi è importante, sia per chi come me stasedutosulla panchina e fa il capitano, sia per la gente seduta in tribuna». ›

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Prima Borg-McEnroe, poi Federer-Nadal, cosa pensa della rivalità Sinner-Alcaraz per il futuro del tennis? «Tutto il bene possibile. Il nostro sport si nutre di rivalità, e quella tra il vostro Jannik e Alcaraz è spettacolare già dai primi confronta Sarà bello vederli crescere, ci aspettano tanti match divertenti come quelli che hanno già giocato. Potete stare tranquilli, il futuro del tennis è in buone mani».

Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

Lorenzo Sonego esce dal tunnel e si unisce al gruppo. È stato un anno tosto per il quarto uomo del tennis italiano: 10 sconfitte all’esordio, il calo in classifica, il posto da titolare perso in Davis. La vittoria nell’Atp 250 di Metz contro l’imprevedibile kazako Alexander Bublik (7-6 6-2) lo riporta fra i primi 50 del mondo, alle spalle solo di Sinner, Berrettini e Musetti. Cioè gli altri azzurri che nel 2022 hanno vinto un titolo Atp: due Berrettini (Stoccarda e Queen’s), uno a testa Musetti (Amburgo) e Sinner (Umago), oltre a quello Wta portato a casa a Rabat da Martina Trevisan.

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Si riaccende così il radar sul «Polpo», il primo italiano ad autografare l’albo d’oro del Moselle Open, che ha ricominciato a macinare tennis di livello. Il suo infatti non è stato un cammino banale: Karatsev al primo turno, poi Simon, nei quarti l’americano Korda che al turno precedente aveva eliminato Musetti, in semifinale il colpaccio contro il n. 10 del mondo Hubert Hurkacz. Bublik, il Kyrgios asiatico (russo di nascita) che alterna grandi giocate a provocazioni circensi ha sfoggiato le prime a inizio partita, costringendo Lorenzo a salvare 3 palle break consecutive nel quinto game e a un tie-break di grande concentrazione.

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Per «Sonny» è il 3° titolo in camera dopo quelli di Antalya (erba) e Cagliari (terra), il primo sul cemento indoor, una superficie sulla quale era già arrivato in finale nel 2020 a Vienna (quando sconfisse Djokovic).

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Rassegna stampa

Le lacrime di due campioni (Cocchi, Azzolini, Marcotti, Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 25 settembre 2022

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Federer, le lacrime e la mano dell’amico Nadal – Rafa prende Roger per mano «Anch’io stavo per smettere» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

E’ stata una notte storica. Di sport e di cuore. Di lacrime e sorrisi. Roger Federer è un ex. L’ultima palla della sua carriera è caduta a mezzanotte e mezza di ieri sul meridiano di Greenwich, dove sorge la 02 Arena, costruita nel 2000 per festeggiare l’entrata nel nuovo millennio. Roger Federer piange, singhiozza, fa estrarre i fazzoletti anche a Bill Gates che sta in tribuna, ospite d’onore di uno spettacolo indimenticabile. Il più bravo che singhiozza, sopraffatto dall’emozione dopo la partita con l’amico Rafa, rivale di una vita, che lo tiene per mano. Questa è stata una delle sue vittorie più importanti: «Siamo sempre stati molto legati, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono felice di poter chiamare Rafa e parlare di qualsiasi cosa, spero che anche lui si senta allo stesso modo, anche se non lo facciamo spesso. Abbiamo apprezzato molto la compagnia l’unoi dell’altro, abbiamo molto da ricordare, ma ci siamo anche divertiti. Ogni serata che trascorriamo insieme troviamo un milione di argomenti da trattare e il tempo non è mai abbastanza». Rafa ha voluto essere vicino a Roger in questo momento: «Il fatto che sentiamo l’appoggio delle nostre famiglie penso dimostri quanto sia forte il nostro legame e poi ora diventerà padre anche lui, potrò dargli qualche consiglio. Intanto lo avviso che non sarà per niente facile!». Coach di pannolini, ma anche progetti in comune, forse una serie di esibizioni, come quella record in Sudafrica per la fondazione dello svizzero. Un modo per tenere uniti i suoi mondi. Dopo la pioggia di lacrime arriva il sereno, alle due di notte quando si presenta per l’ultima volta alla stampa, sempre insieme a Rafa «Non sono triste, le mie erano lacrime di emozione e gratitudine. Per la carriera che ho avuto, per la famiglia che ho, per la vita che continua. Perché sono sano, va tutto bene e questa non è la fine». I progetti per il futuro sono tanti, forse troppi ed è prematuro elencarli, ma già anticipa qualcosa. Sarà un ambasciatore dello sport. «Quello che ho sempre amato della mia professione è stato trasmettere la mia passione per lo sport ai tifosi. Non ho piani di alcun tipo su dove, come o quando. Tutto quello che so è che mi piacerebbe giocare in posti dove non l’ho mai fatto prima, per incontrare le persone che mi hanno supportato per così tanto tempo. In molti avrebbero voluto essere a Londra, ma i biglietti sono finiti in fretta e presto penso avremo un’altra occasione per festeggiare tutti insieme». […] «Avevo bisogno di tutto questo, avevo paura di essere solo in un momento così difficile». Impossibile, c’era Rafa compagno sul campo e c’era Mirka, moglie, madre e consigliera, che lo coccola come un bambino. A lei il pensiero più commosso: «Avrebbe potuto dirmi di smettere tanti anni fa e invece mi ha permesso di continuare. Anche per questo le sarò sempre riconoscente». Anche noi.

Si sono tenuti per mano, hanno pianto insieme. Molto più che amici Federer e Nadal, sono due che hanno attraversato insieme la stessa vita, gli stessi dolori, le stesse fatiche, le stesse delusioni. È stata molto di più che una cerimonia di addio, quella di venerdì notte, è stato un rito di passaggio. Perché stringendosi quelle mani che decine di volte si sono strette sotto rete, hanno stretto un patto silenzioso. Le parole di Rafa Nadal dopo la notte di Londra rendono perfettamente l’idea di ciò che è stata: «Insieme a Roger se ne va anche un pezzo della mia vita». E proprio per questo lo spagnolo ha voluto esserci nonostante le difficoltà e i dolori. Quando ha saputo, con 10 giorni di anticipo rispetto al mondo, che questa sarebbe stata l’ultima partita si è preparato, si è curato con ancora più attenzione per non deludere il compagno di strada. Ed è stato un sacrificio, perché questo 2022 per Nadal è stato di trionfi e dolore. Diviso a metà. Gioie fino a Parigi, dolori e problemi continui per tutta l’estate. Tanto da fargli meditare seriamente l’addio: «In questo momento non sto bene, ecco perché non giocherò – ha spiegato prima di dare forfeit per il resto della Laver Cup e rientrare in Spagna -. Adesso non ci sto pensando, ma confesso di esserci andato vicino in diversi momenti dùrante questa stagione. Addirittura pensavo che il Roland Garros di quest’armo sarebbe stato l’ultimo torneo della mia carriera professionale». Usa un termine forte, “disgrazia”. per spiegare cosa è stata la seconda parte del suo anno. «Dopo la gioia del Roland Garros è andato tutto storto – continua -. È stata una serie di disgrazie importanti a livello fisico, che si sono aggiunte alla mia situazione personale». Rafa si riferisce alla gravidanza difficile di sua moglie Xisca, ricoverata in ospedale prima dello us Open per complicazioni e ovviamente a tutti gli infortuni tra piede e addominali che lo hanno frenato nella seconda parte della stagione. «In ogni caso in questo momento non voglio pensare al ritiro o ad altro, la mia massima priorità è che il mio problema personale venga risolto e poi organizzerò la mia vita nel modo giusto. Ho bisogno di essere tranquillo in tutte le aree della mia vita, quella personale e professionale. Dormo pochissimo da diversi giorni – confessa – è uno stress difficile da gestire Solitamente devo occuparmi di questioni che riguardano me, la mia professione, ma questa volta è diverso. In casa la situazione è più complicata del solito, ma per fortuna ora va tutto meglio e sono riuscito a venire qui, un momento molto importante per me e per Roger». Un sacrificio da vero amico, come sicuramente avrebbe fatto anche lo svizzero in un momento così importante «Abbiamo un ottimo rapporto, lui lo ha già spiegato. So che è stato un momento difficile per lui con l’infortunio al ginocchio e ha fatto un enorme sformo fisico e mentale per poter tomare. È fantastico che sia riuscito a ritirarsi in campo, era quello che più desiderava ed era giusto così. Non potevo mancare a questo appuntamento, indipendentemente dalle mie situazioni personali». […]

 

Fino all’ultima lacrima (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Le lacrime dell’addio sono le più sincere e inconsolabili. Vanno giù da sole, e risalgono, e ricominciano. Sono anche le più contagiose. Sciolgono i pensieri e le parole, e lasciano spazio solo a occhi che luccicano, ovunque. Tra i compagni di cordata, tra gli avversari che per una volta avversari non sono, negli sguardi che si scambiano Borg e McEnroe. Sui volti tesi di chi, tra il pubblico, cerca di resistere alle lacrime e cede di schianto al primo gesto amichevole di chi gli sta accanto. Nadal appare accorato, quasi dolente, la foto della serata lo trova accanto a Roger seduto sulla panca del campo, con tutto il Team Europe che fa da contorno, e i due piangono, ma Rafa è quello che piange di più. C’è nell’addio di Roger anche una parte di Rafa che se ne va. Si chiude ìl portone di un’era lunga venticinque anni, che ha preso forma dal confronto dei loro caratteri opposti, lo Yin e lo Yang del tennis, le due polarità energetiche che nel congiungersi rendono il mondo comprensibile e a suo modo perfetto. L’applauso che giunge continuo, inesauribile, dalle tribune della 02 Arena non è rivolto solo al campione che molto ha vinto ed è entrato nella leggenda. E’ il tributo a un ex ragazzo di 41 anni che abbiamo visto crescere, che non ha mai smesso di migliorare, colpi, carattere, parole, gesti, look, pensieri, comportamenti. Mai presuntuoso, mai fuori posto, mai smodato. Lo abbiamo visto diventare sempre più bravo, così bravo da saziarci, da riempire le nostre attese delle sue magie, da farci sentire felici di poterlo rivedere una volta di più. E’ stato un’ispirazione, Roger Federer, un modo per farci sapere che si può crescere all’infinito, è stato un dispensatore di felicità. Come Maradona nel calcio, Ali nel pugilato, Bolt nella corsa. […] In mezzo al campo, illuminato da un faro viene invitato da Jim Courier a dar corso ai pensieri. «Provaci, non sarà così difficile». Federer dice subito che temeva questo momento, si scusa delle lacrime, ma solo un po’, e con il tono di chi non può farci nulla. «Pensavo di poter gestire questo addio, e credo di esserci riuscito. Piango ma credetemi, sono lacrime di felicità. E’ stata più dura per alcuni membri del mio staff. Sto bene, ho superato le giornate dei pensieri mesti, ho rivissuto i momenti piu belli della carriera, ho provato dolore nel considerare che ormai appartengono al passato, ma è cosl, è giusto così Questa serata l’ho vissuta nella felicità». […] E su Nadal. «Siamo sempre stati molto legati, ma negli ultimi dieci anni ci siamo avvicinati di più. Siamo due grandi appassionati del nostro sport, ci sentiamo connessi anche su molti altri temi, ne parliamo, basta alzare il telefono e chiarnarci. Lo facciamo, non così spesso, ma lo facciamo. C’è un bel rapporto tra le nostre famiglie. Abbiamo apprezzato molto la nostra compagnia, ci siamo divertiti e abbiamo anche molto da ricordare e un milione di argomenti di cui parlare». […]

Federer: «Sono felice. Non è la fine della fine» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Lacrime di commozione, ma anche di felicità. Un’esplosione di emozioni intense, agrodolci. Sugli spalti, come in campo. Tra i suoi tifosi, accorsi in gran numero per l’addio, ma anche sui visi stravolti dei suoi avversari di sempre, con lui nella notte dell’addio. Che lo hanno confortato, accompagnato, accudito. Venerdì sera, a Londra, dove è andata in scena l’ultima danza di Roger Federer. Il suo congedo dal tennis, che suggella 24 anni di vittorie, record e meraviglie con la racchetta. Una notte indimenticabile per gli oltre ventimila spettatori in tribuna. Rimasti ben oltre la mezzanotte per assistere all’epilogo del match di doppio disputato in coppia con l’eterno amico-rivale Rafa Nadal. Altrettanto commosso, in un pianto che non ha saputo controllare durante il discorso post-match di Federer, tra occhi umidi, singhiozzi e applausi. «Sono contento perché sono riuscito a dire tutto quello che volevo dire — ha ricordato il giorno dopo Federer -. Non avevo più quei torcioni in pancia che per giorni mi avevano impedito di mettere in fila due pensieri. Non sapevo cosa sarebbe successo dopo il match, cosa si aspettassero da me o quanto sarebbe durato il tutto. Essermi guardato attorno e aver visto tutti così emozionati è stato meglio o peggio? Non lo so veramente! Ma sono quei volti attraversati dall’emozione che resteranno sempre con me». Da ieri è cominciato un nuovo capitolo per Federer, lontano dai campi di tennis. «Mi sono ripetuto per tutto il tempo che non era la fine della fine. La mia vita va avanti: sono sano, felice, tutto è fantastico. E’ stato uno di quei momenti che accadono nella vita, doveva andare così, ed è andata bene. Me lo sono ridetto anche in campo, perché ero davvero felice». Una lunga commossa standing ovation carica di gratitudine ha salutato l’uscita di scena di Roger Federer. la sua ultima esibizione, seppur terminata con una sconfitta contro la coppia statunitense Sock-Tiafoe, resterà per sempre impressa nella memoria di tutti i presenti alla 02 Arena. Un brivido che ha attraversato le tribune, arrivando fino al campo. Impossibile resistere all’intensità di quel congedo: la commozione di Federer è presto diventata quella di tutti i suoi compagni. Fra i più commossi, Nadal. «E’stata una giornata difficile da gestire, alla fine è stato molto emozionante — il ricordo del maiorchino -. Per me è stato un grande onore aver fatto parte di questo momento storico per il nostro sport. Ma allo stesso tempo, avendo condiviso così tanto così a lungo, il ritiro di Roger significa che anche una parte importante della mia carriera finisce qui». […]

Le lacrime di Federer e Nadal. Il sigillo alla rivalità più bella (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Un maschio che piange, nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero: Roger piangeva per la nostalgia di ciò che non sarà più («Sono lacrime di gioia, bambini, sorridete» ha detto ai figli provando a convincere ad alta voce, innanzitutto, se stesso), Rafa perché insieme a Federer — 40 sfide in 15 anni — se n’è andata una parte di lui, inghiottita dal ritiro del più bravo di tutti, che si è portato in pensione tre lustri di storia comune. Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto. Ieri l’ha detto Berrettini, promosso singolarista in Laver Cup: «Se tu non avessi giocato a tennis, io non esisterei». […] Nadal in lacrime è un inedito che prelude, dopo Serena Williams e Roger Federer, all’addio di un altro immortale del tennis. Lui. «Non sono pronto a pensarci, ho davvero creduto che il Roland Garros fosse il mio ultimo torneo, ora ho cose più importanti a cui dedicarmi» ha detto Rafa alla Laver Cup, disertata subito dopo il doppio per tornare a Manacor, dove a settimane, in fondo alla gravidanza non facile di Xisca, è atteso il primo erede. Federer dall’esame di coscienza del neopapà globetrotter era passato a un’età più verde di Rafa, che ha 36 anni e un motore dal chilometraggio (il)limitato, di certo nei loro colloqui privati hanno parlato del bivio che attende l’ex niño: continuare? Per quanto? E fino a dove, Parigi per la quindicesima volta? Piangeva guardandosi riflesso nello specchio di Federer, Rafa, improvvisamente anziano e rugoso come Dorian Gray uscito di colpo dal dipinto. Quando Nadal debuttava nel circuito (prima vittoria Atp il 29 aprile 2002), Federer — maggiore di quattro anni, nove mesi e 26 giorni — si era già annesso il secondo titolo della carriera. Nessuno dei due è in grado di risalire con precisione al primo incontro. «Io sono arrivato e lui era già lì — ha ricordato Rafa a Londra —, per me Roger è sempre stato l’avversario da battere». Mai con acrimonia, cattivi sentimenti, malanimo. Mai. «Al di là degli stili opposti, siamo simili» ha ammesso Federer centrando il viaggio esistenziale di due anime gemelle inserite in corpi paralleli. […]

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Rassegna stampa

Oggi l’addio al tennis di Federer (Strocchi, Marcotti, Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 23 settembre 2022

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Roger e Rafa all’ultimo ballo (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

I ventimila che affolleranno stasera le tribune della 02 Arena potranno urlare al mondo e raccontare un giorno ai nipoti: «Io c’ero». Gli altri, meno privilegiati, dovranno accontentarsi della diretta televisiva o di qualche altra forma mediatica. Ma c’è da credere che saranno milioni, in tutto il pianeta, gli occhi puntati verso l’impianto di Londra teatro del match di addio di Roger Federer nella giornata di apertura della Laver Cup 2022, l’esibizione che lo stesso fuoriclasse svizzero co-organizza e che vede il Team Europe sfidare il Team World sul modello della Ryder Cup di golf. Il desiderio del diretto interessato non poteva non essere esaudito e quindi il 41enne campione di Basilea giocherà l’ultima partita di una delle carriere più prestigiose di tutti gli sport con l’amico-rivale di sempre Rafael Nadal, non come avversario ma come compagno di squadra in doppio, affrontando dall’altra parte della rete gli statunitensi Jack Sock e Frances Tiafoe. «È speciale poter giocare con Rafa ancora una volta. Questa partita è decisamente diversa dalle altre, sono sicuro che sarà meraviglioso», ha anticipato Federer, vincitore di 20 titoli Slam e che da domani lascerà spazio a Matteo Berrettini, chiamato come riserva da capitan Bjorn Borg. Sensazioni condivise anche dal maiorchino, che per oltre quindici anni ha battagliato con l’elvetico: 40 i testa a testa (24 vittorie a 16 per lo spagnolo), alcuni dei quali leggendari, per la rivalità più emozionante della storia del tennis. «Essere parte di questo momento storico è qualcosa di incredibile e indimenticabile – ha confessato Nadal in conferenza stampa – Sono super impaziente, spero che ci divertiremo. Sarà una pressione diversa, dopo tutte le grandi cose che abbiamo condiviso dentro e fuori dal campo. È il giocatore più importante della mia carriera e sono molto grato di poter giocare con lui. Abbiamo dimostrato che l’amicizia può prevalere sulla rivalità», ha sottolineato, con evidente emozione, il 36enne di Manacor, detentore del record di 22 trofei Slam. Numeri che testimoniano l’unicità di questa generazione di fenomeni. «Quel che mi mancherà sono i piccoli momenti subito dopo i match. Le cene con i compagni di squadra parlando soprattutto di cose che non riguardavano il tennis», ha riconosciuto Federer. Sensazioni assaporate anche ieri, visto che nel pomeriggio per provare l’intesa Roger e Rafa si sono allenati con Djokovic e Murray all’02 Arena, ovvero i Fab Four riuniti dopo tanto tempo, per un allenamento da urlo. «Un’esperienza che capita una volta nella vita: quella di dividere il campo con queste leggende e questi rivali. Grazie alla Laver Cup che la rende possibile. Non vedo l’ora di vivere un grande weekend di tennis, celebrando la carriera di Roger», le parole di Djokovic su Instagram. Autoironico, in stile british, il commento di Murray: «I Big3 insieme e un pagliaccio… Non si vedono spesso sessioni di allenamento così. Che privilegio essere sul campo di allenamento con questi ragazzi ancora un’ultima volta». Insomma, tutto è pronto per lo speciale “The Last Dance” di Federer. […]

Gli altri tre Fab: «Grazie Roger» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

 

«E’ un giorno triste». Un’amarezza mista a gratitudine. Alla vigilia dell’evento che concluderà la carriera di Roger Federer, Novak Djokovic usa parole di riconoscenza per lo svizzero, «il miglior esempio possibile», soprattutto nella prima parte della sua carriera, per crescere e migliorare. «I primi anni che ero nel circuito facevo fatica, soprattutto negli Slam perdevo spesso i match importanti. Poter vedere da vicino come Roger si comportava, fuori e dentro il campo, mi ha dato una grossa mano». Due decenni da avversari, separati da una rete, e una rivalità cresciuta negli anni. Mille i ricordi. «Senza dubbio però i migliori momenti sono stati quelli che abbiamo vissuto qui, alla Laver Cup. Ricordo la prima volta a Chicago, quattro anni fa. Sono stati giorni pieni di risate. Questo è un torneo anomalo, ci permette di trascorrere tanto tempo assieme e in un certo senso possiamo anche conoscerci meglio». E anche prendersi in giro, come quando il serbo sceglie i match più significativi giocati contro Federer. «Sono sicuramente due. Il primo la mia prima finale Slam, a New York nel 2007, che ho perso. E poi la finale di Wimbledon del 2019, mi dispiace Roger». Pronta la risposta dell’interessato: «Nessun problema, l’ho rimossa». […] Ha la consapevolezza che l’eredità di Federer, dentro e fuori dal campo, durerà a lungo. «Non c’è dubbio, ha rappresentato un modello incredibile, la sua eredità resterà per sempre». NADAL: «Un grande amico, un fantastico avversario». Questo è Roger Federer per Rafa Nadal. La loro rivalità ha caratterizzato il tennis mondiale oltre gli ultimi 20 anni. Le loro carriere sono trascorse quasi contemporaneamente, spingendosi l’uno con l’altro sempre più in alto, nel segno di una costanza di risultati che non ha precedenti nel tennis. «Sono molto contento di essere qui, è un’occasione che non avrei voluto perdere per nessuna ragione. Mi sento onorato di aver condiviso così tanti momenti con Roger in campo, e di aver fatto parte della sua carriera. E’ stato un giocatore incredibile, un talento unico». Rafa è arrivato a Londra all’ultimo minuto, trattenuto a Majorca dalle condizioni di sua moglie, Maria Francisca, che attende il loro primogenito. Ora che la situazione appare sotto controllo, Rafa non ha perso tempo a raggiungere il team Europe. «E’ un momento speciale perché si ritira forse il tennista più importante della storia del tennis. Lascia dopo una super carriera, di cui in qualche modo ho fatto parte anche io». Come in occasione della finale degli Australian Open 2017, a prescindere dall’esito finale che aveva regalato a Federer un insperato Slam. «Pochi mesi prima sia io che lui non sapevamo se saremmo riusciti a tornare a giocare a certi livelli. Era venuto a trovarmi a Majorca, in occasione dell’apertura della mia accademia, e zoppicavamo entrambi. Essere arrivati in finale a Melbourne assieme, poche settimane dopo, è stato qualcosa che ci ha unito per sempre». Anche per questo Federer ha chiesto e ottenuto da Bjorn Borg di giocare proprio con Rafa il doppio dell’addio. «Sarà molto emozionante, ma come sempre prevarrà la voglia di vincere», promette Nadal. MURRAY – Per Andy sarà la prima volta alla Laver Cup. Un invito che lo scozzese sperava ardentemente che arrivasse, prima o poi, nonostante i guai fisici che ha dovuto superare negli ultimi anni. «L’ho sempre guardata in televisione e ho sempre sperato di essere convocato per questo torneo. E’ una manifestazione che mi piace molto, soprattutto perché si gioca a squadre. Quest’anno inoltre mi fa piacere doppiamente perché significa partecipare all’addio di Federer. Ci sarà un’atmosfera incredibile alla 02 Arena». Murray scenderà in campo subito prima del doppio di Federer, in coppia contro lo spagnolo Rafa Nadal. «Sarà speciale condividere con loro il campo, non vedo davvero l’ora. Sarà una fantastica esperienza, una di quelle notti che resteranno sempre con me per sempre». Come tutti gli appassionati, anche Andy Murray è rimasto sorpreso dall’annuncio del ritiro. «Sinceramente non me lo aspettavo, all’inizio credevo che fosse una delle tante fake news. Adesso che ho avuto modo di parlare di persona con Federer ho anche capito le sue motivazioni. Ovviamente non posso che fargli gli auguri per il suo futuro. Ma allo stesso tempo lo voglio anche ringraziare, per tutto quanto ci ha dato in questi anni». […]

Lo scudiero del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La prima volta che si sono affrontati, lui gli aveva chiesto quanto avrebbe dovuto pagare per la lezione di tennis. Era il 2019, ottavi di Wimbledon. Un momento e una lezione che Matteo Berrettini non dimenticherà mai. E da cui, davvero, ha imparato tanto. Abbastanza da arrivare fino alla finale sui prati di Church Road due anni dopo e essere invitato a Londra alla festa di Re Roger. Un privilegio, soprattutto perché il romano entrerà in campo come sostituto dello svizzero da domani, dopo il ritiro ufficiale dalla competizione, ma soprattutto dal tennis del Magnifico. Ieri, nella conferenza stampa del Team Europe di cui fa parte, Matteo era seduto accanto a Andy Murray e ascoltava i Big 4 insieme a Borg schierati allo stesso tavolo. Aveva un’espressione tra il curioso e l’incredulo. Stare nella stessa squadra, allenarsi, cenare con Federer, Djokovíc, Nadal e Murray è un’occasione irripetibile. «Matteo, come si sta in compagnia di 77 Slam, 5 ori olimpici, 933 settimane da numero 1? «Si vedeva che avevo l’aria un po’ stranita, vero? È che faccio fatica ancora a realizzare di essere qui tra loro. Devo trovare l’equilibrio. Un momento prima dico “oddio com’è che sono in mezzo a questo fenomeni?”, un minuto dopo mi gaso “Sono uno di loro!”».

Beh, ha fatto una finale a Wimbledon, semifinale negli Usa, top 10 per due anni e mezzo. Perché dovrebbe stupirsi?

Vero. Ma è bello che io mi stia ancora emozionando, e che mi vengano ancora brividi a pensare che tutto quello che ho fatto mi ha portato a meritare di essere qui. In più, oltre a loro c’è anche Borg, un mito. Non ero ancora nato quando giocava ma la sua leggenda va oltre il tempo. È una persona davvero alla mano e simpatica. Il bello e che continuava a ripetere di essere felice di stare in mezzo a giocatori così forti. Al che mi veniva da dirgli “ma scherzi? Tu sei Borg e noi saremmo quelli forti?”

È stato invitato alla festa più ambita, ha avuto modo dl parlare un po’ con Federer?

Per me è pazzesco essere qui. Non solo per Roger, ma anche per tutti gli altri giocatori del team. Ma certamente c’è un’emozione speciale in questo evento. Sì, mi ha raccontato un po’ delle difficoltà che ha affrontato negli ultimi mesi. Il fatto che non è stato facile accettare l’idea di non riuscire a giocare. Poi però si è guardato indietro e ha visto quanto di buono ha fatto e quanto e stato bene in tanti anni di carriera, al di là del trofei. Ha detto che smette senza alcun rimpianto.

Magari se le avesse dato qualche dritta sulla gestione e il rientro dagli infortuni, Roger avrebbe continuano ancora un po’.

Ma infatti, bastava chiedere all’esperto… È che lui ha iniziato a farsi male troppo tardi, a 35 anni, gli mancava l’esperienza. Scherzi a parte, nel suoi occhi ancora si vede quanto ami questo ambiente, quanto è appassionato. E penso sia anche il motivo per cui ha giocato per così tanto tempo, per pura passione e amore per il gioco. Gli sembrerà strano rinunciare a quella che è stata quasi tutta la sua vita, però lo vedo sereno, ha tantissime persone intorno che gli vogliono bene, una bella famiglia. Non si annoierà di sicuro.

Cosa significa Federer per lei e per la sua generazione di tennisti.

Sembra scontato ma ovviamente è l’idolo. II punto di riferimento di tutti noi che siamo cresciuti vedendolo giocare. Molti hanno continuato a lavorare sodo sperando di fare un giorno quello che fatto Roger. Siamo cresciuti nel suo esempio. Che è irripetibile.

Ha detto più volte the Roger Federer è stato un esempio a cui guardare per tutta la carriera. In che modo?

Quando ero piccolo mi fecero vedere un video di Roger che spaccava una racchetta e ci rimasi male. “Come? Anche lui spacca le racchette?”. E poi è diventato un giocatore di straordinaria calma ed eleganza. Questo mi ha fatto capire che lavorando su sé stessi si può cambiare, si può migliorare. All’epoca pensai “beh allora c’è speranza anche per me che non sto zitto un attimo. Posso migliorare la mia indole”. E infatti non ho più smesso di lavorare su me, stesso cercando di crescere. […]

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